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Sesso e carriera i ricatti in Vaticano dietro la rinuncia di Benedetto XVI
Un miliardo di cattolici si interroga sul mistero delle ragioni dell’abdicazione di Benedetto XVI. “Sesso e carriera i ricatti in Vaticano dietro la rinuncia di Benedetto XVI” è la risposta di Repubblica al grande quesito posto all’addio del Papa.
Una simile tesi è argomentata dal primo quotidiano italiano con uno scoop mondiale: i contenuti della relazione della Commissione Cardinalizia che ha indagato sui documenti trafugati da Paolo Gabriele.
“Non fornicare, non rubare i due comandamenti violati nel dossier che sconvolge il Papa” è il titolo a tutta pagina, sottotitolato così: “Lotte di potere e denaro. E l’ipotesi di una lobby gay”. Boom. Il Fatto confessa di non conoscere i contenuti del dossier però annota un precedente.
Nel caso Mps, dopo avere preso un buco dalla concorrenza sui bilanci truccati da Giuseppe Mussari, Repubblica ha reagito sparando una notizia a tutta pagina: “Mps, sospetto mazzette per 2 miliardi nell’acquisto di banca Antonveneta”. Al Fatto risulta che i pm di Siena indagano sulla storia svelata dal Fatto e non sulla pista della presunta e inesistente mazzetta per i politici.
Il precedente induce a fare qualche verifica sullo scoop vaticano. “La relazione è esplicita”, sostiene Concita De Gregorio, “alcuni alti prelati subiscono l’influenza esterna – noi diremmo il ricatto – di laici a cui sono legati da vincoli di natura mondana. Sono quasi le stesse parole che aveva utilizzato monsignor Nicora, allora ai vertici dello Ior, nella lettera rubata dalle segrete stanze nel 2012: quella lettera poi pubblicata colma di omissis a coprire i nomi.
Molti di quei nomi e di quelle circostanze riaffiorano nella Relazione…” e giù un elenco di scandali a sfondo sessuale che sarebbero stati in qualche modo annunciati dalla lettera piena di omissis di Nicora, l’architrave del dossier.
Molte cose non tornano:
1) Il cardinale Attilio Nicora nel 2012 è il presidente dell’Aif, l’autorità antiriciclaggio istituita da Benedetto XVI, ed è stato fino a pochi giorni fa membro della commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior;
2) Nicora non ha mai scritto una lettera nella quale si sostengono i concetti riportati nel-l’articolo; ne ha scritta un’altra sullo Ior, svelata sempre dal Fatto;
3) Forse Repubblica si riferisce a monsignor Carlo Maria Viganò, che ha scritto una lettera l’8 maggio 2011, nella quale si fa riferimento alla corruzione e ai furti, all’omosessualità in Vaticano, pubblicata dal Fatto, in esclusiva il 27 gennaio 2012 e ripubblicata dal sito Chiesa del gruppo Repubblica prima senza citazione per una svista, poi con citazione su nostra richiesta. Quella lettera è stata ripubblicata mesi dopo da Gianluigi Nuzzi nel suo libro Sua Santità, senza citare il Fatto.
4) La lettera di Viganò è stata pubblicata dal Fatto con un solo omissis sul nome di Marco Simeon (già
collaboratore del segretario di Stato Bertone) ‘accusato’ di omosessualità nella lettera da Viganò. La tutela della privacy è però svanita quando Nuzzi ha ripubblicato la medesima lettera riportando la parola omissata dal Fatto e omissando solo il nome.
Non sappiamo se la relazione dei Cardinali entri nei dettagli delle attività ludiche nelle saune romane o si dilunghi sui coristi di Angelo Balducci o sulle passioni di monsignor Stenico come scrive Repubblica. Attendiamo fiduciosi, come nel caso Mps, di leggere le carte prima di esprimere giudizi.
Una cosa però è certa: se leggerete altre puntate dell’inchiesta, se Repubblica farà riferimento a documenti pubblicati da un quotidiano anonimo, magari sullo Ior o sull’antiriciclaggio, sappiate che quel quotidiano è il Fatto.
A Repubblica si usa così: se Mussari si dimette dall’Abi perché il Fatto pubblica carte che lo inchiodano, Repubblica riesce a pubblicare un pezzo di Andrea Greco che racconta delle dimissioni di Mussari e si elencano le sue malefatte finanziarie negli ultimi anni senza ricordare che talvolta – vedi Antonveneta – erano state decantate come capolavori dallo stesso giornale, quando Mussari era forte e il gruppo De Benedetti faceva affari con Mps.
E senza spiegare le ragioni delle sue dimissioni. Allo stesso modo se l’ad di Finmeccanica, Alessandro Pansa, viene intervistato dal Fatto e per un attimo pensa a dimettersi davanti all’unico quotidiano che ha trovato il coraggio di chiedergli conto delle sue pressioni per aiutare la moglie del ministro Grilli, Repubblica che fa? Riporta dopo due giorni il tormento di Pansa senza dire a chi il manager ha detto: “Se lei scrive questa cosa dovrò trarne le conseguenze”.
I lettori di Repubblica credono che in Italia ci sia un’epidemia che affligge i manager e li porta a lasciare la carica. Ora però i suoi lettori sanno perché si è dimesso il Papa: la relazione segreta anticipata da Nicora con una lettera pubblicata da un ignoto quotidiano.
Marco Lillo per “Il Fatto Quotidiano”
Il patrimonio immobiliare della Chiesa, oltre 2 mila miliardi di €
Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2mila miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di “dipendenti” e quasi un miliardo e duecento milioni di “cittadini”.
Questo Paese immaginario dotato delle infrastrutture di un big dell’economia occidentale e della popolazione della Cina va sotto il nome di Chiesa. Un universo dietro al quale non c’è solo e unicamente il Vaticano, ma una galassia di satelliti fatta di congregazioni, ordini religiosi, confraternite sparse ovunque nel mondo che, direttamente o attraverso decine di migliaia di enti morali, fondazioni e società, possiedono e gestiscono imperi immobiliari immensi che nessuno forse è in grado di stimare con precisione e che sono sempre in costante metamorfosi.
Un patrimonio dove l’elenco dei beni, la maggior parte sicuramente no-profit ma una discreta fetta anche a fini commerciali, sembra non esaurirsi mai: chiese, sedi parrocchiali, case generalizie, istituti religiosi, missioni, monasteri, case di riposo, seminari, ospedali, conventi, ospizi, orfanotrofi, asili, scuole, università, fabbricati sedi di alberghi e strutture di ospitalità per turisti e pellegrini e tante, tantissime abitazioni civili in affitto.
Un universo intorno al quale gravitano nel mondo 412mila sacerdoti e 721mila religiose – senza contare centinaia di migliaia di laici – che assistono 1 miliardo e 195 milioni di fedeli.
Secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo Ojetti pubblicò sull’Europeo nel lontano 1977 dove riuscì per la prima volta a calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa.
Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10mila testamenti l’anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide – finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti – valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po’ ovunque in Italia e concentrati, tra l’altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia.
Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400 miliardi di euro – come
qualche giorno fa ha registrato il rapporto sugli immobili in Italia realizzato dall’Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze – si può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%).
Se a questa ricchezza detenuta in Italia – dove pesa l’eredità di un potere temporale durato per quasi duemila anni – si aggiunge il patrimonio posseduto all’estero fatto di circa 700mila complessi immobiliari tra parrocchie, scuole e strutture di assistenza la stima, anche stavolta più che prudenziale, può raddoppiare almeno a 2mila miliardi. Numeri, questi, che nessuno conferma dall’interno della Chiesa perché per molti neanche esiste una stima ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l’altro, investimenti e depositi bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti.
Ma quali sono i numeri più “sicuri” del patrimonio immobiliare e quindi della ricchezza economica della Chiesa cattolica nel mondo? I dati più dettagliati sono fotografati con precisione dalla Bibbia dei numeri del Vaticano: l’«Annuarium statisticum ecclesiae». Che fa risalire il suo aggiornamento a fine 2010.
Secondo l’”Istat vaticano” nelle 4.851 diocesi e 105 nunziature apostoliche sparse in tutti e cinque i continenti del mondo ci sono la bellezza di 455.839 tra parrocchie, missioni, chiese e altri centri religiosi che possiedono terreni e fabbricati di ogni dimensione.
A queste bisogna aggiungere 206.892 scuole cattoliche che dalla materna alle secondarie fanno studiare la bellezza di 55 milioni di ragazzi, a cui si aggiungono altri 6 milioni che si formano negli istituti superiori e negli atenei cattolici (circa 200 nel mondo) che si trovano spesso in edifici e sedi storici di grande valore.
Più precisamente si contano 70.544 scuole religiose materne – 23.963, la fetta più grande, in Europa – che sono frequentate da 6,4 milioni di bambini, 92.847 istituti primari (23.624 nel continente americano) dove studiano oltre 31 milioni di piccoli studenti e 43.591 scuole medie (11.665 sempre in America) con 17 milioni di ragazzi che vanno nelle aule gestite da preti o religiosi.
Ci sono poi almeno 200 atenei religiosi – molti concentrati in Europa e in Italia dove operano istituti dalla storia secolare come l’università Gregoriana o quella Lateranese – e altri centinaia di istituti superiori dove si formano circa 6 milioni di persone, tra laici e religiosi. A tutto questo vanno aggiunti 6mila circa tra convitti e seminari.
Infine nel patrimonio immobiliare una voce davvero importante è quella del “welfare” dove i numeri sono enormi e dove anche qui l’elenco non sembra esaurirsi mai: si contano nel mondo 121.564 strutture sanitarie e di assistenza di vario genere. La punta di diamante è rappresentata dai 5.305 ospedali della Chiesa (basti pensare che la sanità statunitense ne ha 5.700) dove dentro c’è un po’ di tutto: dalla struttura all’avanguardia – in Italia basta citare il polo pediatrico di Roma Bambino Gesù o la Casa del Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo – al piccolo centro di frontiera in Africa che fornisce l’assistenza di base. I numeri della sanità vaticana si dividono abbastanza equamente tra i principali continenti: in America sono 1.694 gli ospedali, in Africa 1.150, in Asia 1126, in Europa 1.145 dove l’Italia fa la parte del leone con 129 strutture sanitarie.
Ma la realtà delle cure cattoliche è anche molto più ricca: con 18.179 strutture cosiddette ambulatoriali (oltre 10mila divise tra Africa e Americhe) che danno assistenza ai più svantaggiati e ben 17.223 strutture residenziali e assistenziali destinate alla terza età o ai disabili. Di quest’ultime ben 8mila sono concentrate in Europa e quasi 1.600 solo nel nostro Paese.
Completano l’elenco del welfare vaticano quasi 10mila orfanotrofi, oltre 11mila asili per i più piccoli, 15mila consultori familiari e quasi altre 60mila strutture che forniscono assistenza sociale e prestazioni di vario tipo.
Marzio Bartoloni per “Il Sole 24 Ore”
Continuano i guai per i bancomat fuorilegge in Vaticano!
La lettera che ha decretato la chiusura del bancomat in Vaticano porta la data del 6 dicembre 2012, ma da più di due anni la Santa Sede era informata dei problemi legali del bancomat della Deutsche Bank Spa. E almeno dal novembre 2011 la filiale della banca tedesca (soggetta alla vigilanza di Bankitala) sapeva di non essere in regola. Eppure nessuno aveva segnalato in tempo il pericolo al Segretario di Stato Tarcisio Bertone che non l’ha presa bene. Il direttore generale dello Ior, Paolo Cipriani, è stato chiamato nei giorni scorsi a spiegare perché non siano state approntate valide alternative ai pos di Deutsche Bank.
L’impossibilità di accettare pagamenti con il bancomat ai musei vaticani e nella farmacia si sta rivelando un problema serio e in tutta fretta si sta correndo ai ripari. Giovedì scorso il direttore dell’Aif, l’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, René Brulhart, ha incontrato in via Nazionale i vertici dell’Area vigilanza della Banca d’Italia. La riunione istituzionale era fissata da tempo ma ovviamente buona parte dell’incontro è stato dedicato all’emergenza bancomat.
Brulhart giocava fuori casa: l’esperto antiriciclaggio a novembre ha soppiantato la vecchia guardia dell’Aif, capeggiata dall’ex funzionario di Bankitalia Marcello Condemi, ispiratore della linea più rigorosa poi sconfessata da Bertone. Brulhart in Vaticano non è passato inosservato, sia per l’aspetto da attore di fiction che per la sua indubbia competenza.
Nato in Svizzera a Friburgo 40 anni fa è stato descritto generosamente sui giornali italiani come un cacciatore di patrimoni dei dittatori, a partire da Saddam Hussein. Il suo bell’aspetto e l’abilità nei rapporti con la stampa (si è fatto fotografare abbronzato con le sue Alpi sullo sfondo) ha fatto dimenticare che l’Autorità da lui diretta per anni non è quella di un paese come l’Italia ma quella di un paradiso fiscale come il Liechtenstein.
Il suo sponsor in Vaticano è stato monsignor Ettore Balestrero, il 46enne sottosegretario ai rapporti con gli
stati esteri.
Nonostante le sue arti diplomatiche, Brulhart non ha smosso i vertici dell’Area Vigilanza di via Nazionale dalle posizioni sostenute nel provvedimento del 16 dicembre. Leggendolo si scopre che il blocco dei pagamenti pos ha poco a che vedere con l’indagine della Procura di Roma, come sostenuto dalla stampa italiana.
Il provvedimento ripercorre la storia dall’inizio: “A conclusione dell’ispezione di vigilanza condotta fra il 24 maggio e il 10 ottobre 2010 è stato contestato a Deutsche Bank Spa di prestare servizi di pagamento mediante apparecchiature Pos installate nello Stato della Città del Vaticano in assenza dell’autorizzazione ex articolo 16, comma 2, Testo Unico”.
Dopo un carteggio con Deutsche, Bankitalia ha confermato all’istituto tedesco il 15 novembre del 2011 che “l’offerta di servizi di pagamento tramite Pos nello stato extra-comunitario (il Vaticano, ndr) costituisce una prestazione di servizi senza stabilimento all’estero”. Quindi soggetta ad autorizzazione, che però non era mai stata chiesta. In pratica da venti anni la Deutsche bank aveva un bancomat senza permesso. “La banca”, prosegue il provvedimento , “ha presentato il 18 maggio 2012, istanza di autorizzazione a sanatoria per lo svolgimento dell’attività di ‘convenzionamento’ degli esercizi commerciali”.
E la risposta è stata picche. “Con lettera del 10 settembre 2012 Banca d’Italia ha comunicato all’intermediario che l’istanza relativa allo svolgimento di servizi di pagamento tramite Pos nello Stato della Città del Vaticano non era suscettibile di accoglimento”.
La motivazione è una bocciatura del sistema antiriciclaggio e di vigilanza del Vaticano: “Mancando dei presupposti per il rilascio dell’autorizzazione relativamente all’adeguatezza della legislazione e del sistema di vigilanza, anche in materia di antiriciclaggio dello stato extracomunitario”. Ora il Vaticano può impugnare il provvedimento al Tar ma intanto deve risolvere il problema operativo subito.
La soluzione è stata individuata in una banca extra Ue, quindi non soggetta alla vigilanza di Bankitalia. La Segreteria di Stato sta esaminando le offerte. In lizza ci sono una banca svizzera e un istituto americano. Presto i bancomat del Vaticano ricominceranno a strisciare lontano dagli occhi della Banca d’Italia.
Marco Lillo per “il Fatto Quotidiano“
Santa Sede, Bancomat e carte di credito
1 – CONTO «SOSPETTO» DA 40 MILIONI DIETRO AL BLOCCO DEI BANCOMAT
Si gioca su oltre 40 milioni di euro l’anno la partita tra Santa Sede e Banca d’Italia per l’autorizzazione a utilizzare Bancomat e carte di credito. È questa l’entità della movimentazione che risulta dai documenti contabili acquisiti dalla procura di Roma prima di segnalare quelle «anomalie» che hanno portato al blocco di tutti i Pos degli esercizi commerciali che si trovano all’interno del Vaticano.
Si tratta di ben ottanta «punti vendita», dai Musei alla farmacia, passando per decine di negozi e anche per lo spaccio. Per loro il colpo subito è gravissimo visto che dall’inizio dell’anno i pagamenti possono avvenire soltanto in contanti e ciò – tenendo conto dei milioni di turisti e visitatori che arrivano costantemente – sta causando serie difficoltà e anche perdite economiche.
Ma sembra assai difficile, se non impossibile, che il servizio possa essere nuovamente garantito. Anche perché quanto accaduto riporta in primo piano le «carenze» nel sistema antiriciclaggio dello Ior, l’Istituto per le opere religiose, già evidenziate dai pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sulla correttezza delle operazioni bancarie effettuate sui conti intestati a religiosi. Sono gli atti a svelare che cosa è accaduto prima che si arrivasse a questa iniziativa senza precedenti.
GLI 80 POS SUL CONTO DEUTSCH Secondo le relazioni dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Palazzo Koch, tutti i soldi acquisiti attraverso i Pos confluiscono su un unico conto intestato allo Ior e aperto presso una filiale della Deutsche Bank. Per l’installazione delle «macchinette» l’istituto di credito avrebbe dovuto chiedere una apposita autorizzazione, ma questo non è mai avvenuto. Un anno e mezzo fa era stato proprio il pool di magistrati guidati dal procuratore aggiunto Nello Rossi a segnalare l’anomalia e così era scattata l’ispezione di Bankitalia.
Siamo a settembre del 2011. Soltanto dopo l’avvio dei controlli l’Istituto di credito sollecita una «sanatoria». Gli accertamenti giudiziari che avevano determinato la segnalazione riguardavano un altro conto Ior sul quale erano stati depositati 23 milioni di euro dei quali si ignorava la provenienza. In questo nuovo caso bisognava stabilire se fosse invece possibile ricostruire il flusso del denaro.
IL SALDO DA 10 MILIONI All’11 settembre 2011, giorno in cui parte la verifica, risulta un saldo di circa 10 milioni di euro. I documenti relativi alla movimentazione annuale consentono però di accertare che sono più di 40 i milioni transitati su quel conto negli ultimi dodici mesi. Soldi dei quali non si sa praticamente nulla, come ha evidenziato anche Bankitalia in una nota pubblicata due giorni fa per evidenziare i motivi che hanno indotto i vertici a sospendere i pagamenti con Bancomat e carte di credito.
I responsabili di palazzo Koch sottolineano come «per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificati previsto per i rapporti con le banche comunitarie, che consente a queste ultime di non comunicare i nomi dei clienti per conto dei quali sono effettuate le singole operazioni». Il nodo è sempre lo stesso: non si conosce l’intestatario effettivo del deposito aperto presso Deutsche e soprattutto chi ha la delega ad operare, dunque non è possibile applicare la normativa antiriciclaggio.
I CONTI DI PRETI E SUORE La stessa situazione era già emersa in altri casi esaminati dai magistrati di depositi intestati a religiosi che in realtà risultavano messi a disposizione di persone estranee al Vaticano. Il 6 dicembre scorso Bankitalia ha notificato la decisione di non concedere la «sanatoria», il 3 gennaio non è stato più possibile pagare con le carte.
È stato verificato che sul conto Ior affluivano ogni giorno decine di migliaia di euro, ma poiché la maggior parte dei Pos sono intestati a società con sede in Vaticano non è possibile sapere da dove arrivi effettivamente il denaro e soprattutto chi lo utilizzi poi in uscita. In particolare, nonostante i controlli disposti, non si sa che fine abbiano fatto, nel 2011, i 30 milioni di euro che risultano prelevati dal conto, né tantomeno chi abbia compiuto le operazioni di prelievo.
Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera“
2 – L’EUROPA, LA SANTA SEDE E QUELLA PROMOZIONE MANCATA
Il signor Bruelhart, direttore generale dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, nell’intervista pubblicata sul Corriere della Sera di ieri non capisce perché Bankitalia abbia deciso di bloccare i Bancomat della Deutsche Bank in Vaticano. Come emerso nel corso di un’ispezione della Vigilanza della Banca d’Italia, Deutsche Bank Italia aveva stipulato una convenzione per lo svolgimento di sistemi di pagamento automatici (Pos) nell’ambito della Città del Vaticano, senza chiedere la prescritta autorizzazione alla stessa Vigilanza.
Autorizzazione chiesta successivamente, ma negata per le seguenti ragioni: 1) assenza presso la Città del Vaticano di un idoneo sistema di regole e controlli di vigilanza bancaria e, quindi, della possibilità di scambio di informazioni tra le rispettive autorità di controllo; 2) la Città del Vaticano non è presente nell’elenco degli Stati ritenuti equivalenti a quelli europei a fini antiriciclaggio.
Secondo il dottor Bruelhart invece lo Stato Vaticano avrebbe posto in essere adeguati sistemi di controllo, sia di vigilanza che antiriciclaggio, approvati lo scorso luglio nella riunione plenaria del MoneyVal (il Comitato di esperti per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali del Consiglio d’Europa).
Per quel che riguarda la normativa e i controlli bancari, bisognerebbe credergli sulla parola, poiché al momento sono del tutto assenti. Quanto all’antiriciclaggio, non è vero che il MoneyVal abbia promosso il Vaticano. Al termine di una riunione, disertata dai rappresentanti dell’Uif italiana (Unità di informazione finanziaria) in quanto diffidati dal ministero delle Finanze dall’esprimere le proprie valutazioni negative, il MoneyVal si è limitato a dare un giudizio di «insufficienza», rinviando a una successiva riunione un’ulteriore valutazione, che dovrà tener conto non solo delle regole, ma anche della loro effettiva attuazione.
Sotto il profilo antiriciclaggio, la definizione di un Paese extra Ue come «equivalente» a quelli comunitari, vuol dire che le banche extra Ue effettuano sui loro clienti una adeguata verifica, e che tale verifica è considerata valida dalle banche italiane. In assenza di equivalenza, l’adeguata verifica dev’essere effettuata dalle banche italiane sulla base delle informazioni fornite dalle corrispondenti banche extra Ue. In tale contesto, lo Ior ha più volte rifiutato le informazioni richieste dalle banche italiane presso le quali aveva aperto dei conti, preferendo chiudere tali conti e trasferire i relativi fondi in altri Paesi più disponibili.
All’affermazione che l’Aif vaticana (l’Autorità di informazione finanziaria) ha stipulato protocolli d’intesa con altri Stati, si può replicare che l’Italia – come l’esperienza del passato dovrebbe aver insegnato – è l’unico Paese effettivamente interessato alla regolarità dei comportamenti delle istituzioni finanziarie vaticane. Va inoltre considerato il fatto che è quasi impossibile realizzare all’interno della Città del Vaticano strutture pubbliche di controllo realmente autonome ed efficienti, proprio per le piccole dimensioni del suo territorio. Ciò rende molto probabile che le regole astratte vengano vanificate da comportamenti distorti e opportunistici.
Milena Gabanelli per “il Corriere della Sera“
Bersani nel panico, la DC è tornata!
Competition is competition, ed è appena cominciata perché ormai Monti «non ha più un profilo super partes». Pier Luigi Bersani ha seguito l’evoluzione della giornata insieme con lo stato maggiore del Pd: Enrico Letta, Maurizio Migliavacca, Miro Fiammenghi, gli uomini e le donne dello staff. Dopo la conferenza stampa del premier, nella sede del Pd hanno cominciato subito a ragionare su come calibrare adesso la campagna elettorale. In quelle stanze, si è sentito dire che è nata la «lista delle élite».
Una definizione in parte confermata dal segretario durante la presentazione del capolista Piero Grasso. «La nobiltà della politica per me nasce dal basso. Dai nostri sindaci della Locride che sono in prima linea contro la ‘ndrangheta. Dai volontari che rendono possibili le primarie e la partecipazione di popolo alle scelte della politica». Una risposta nemmeno troppo implicita al sostegno del Vaticano al Professore, a un establishment che si schiera quasi tutto dalla parte del centro. E all’annuncio di Monti, certo.
Chi conosce bene il risiko dei poteri forti, come Letta, non sottovaluta l’impatto diretto di Monti sul voto e la possibilità che la sua forza personale dreni voti anche al Partito democratico. Non lo fa neanche Bersani che però vede alcuni limiti dell’operazione. Monti prima o poi dovrà dire da che parte sta, se è alternativo alla destra e alla sinistra in eguale misura o se pensa di rappresentare il centro del centrosinistra nell’alleanza alla quale il segretario Pd non ha smesso di credere. È una scelta imprescindibile che toglierà il Professore dalla posizione di mezzo in cui si è collocato ora perché «le agende sono le agende ma poi c’è la politica».
Il bivio si pone in Italia e in Europa, e un europeista come il premier non potrà sottrarsi: starà con il Ppe dove «c’è Angela Merkel ma accanto a lei siede Viktor Orbàn», il leader liberticida dell’Ungheria che ha imposto un solo canale televisivo e tagliato della metà gli atenei? I democratici sono convinti che alla lunga Monti sarà costretto anche a fare i conti con le anime rappresentate dai suoi alleati.
Nella lista del premier, infatti, convivono le Acli di Olivero che chiedono un’intesa con i progressisti, gli ex Pdl che non se la possono permettere, chi come Riccardi immagina di essere alternativo tanto al Pdl quanto al Pd e anche un po’ di vecchia politica. Fini e Casini, per esempio, che si «nascondono sotto l’ombrello di Monti ma sempre vecchi sono». Parole che oggi vengono solo sussurrate ma in campagna elettorale potrebbero diventare slogan e strumento di propaganda.
A tutti Bersani ripete che non si metterà «a dare cazzotti» al premier. Che non sarà questo il tema della sua corsa alle elezioni. Non ha gradito però essere messo sullo stesso piano di Berlusconi nella descrizione del bipolarismo combattivo fatta da Monti. Quindi, pace e fair play. Ma se i centristi pensano di collocarsi nell’area dell’equidistanza, allora i colpi partiranno anche dal centrosinistra.
Non c’è dubbio, il clima è cambiato e il segretario si prepara alla battaglia a tre: il populismo di Berlusconi,
la coalizione dell’élite, e la forza popolare dei progressisti, «quelli che vogliono vedere la realtà dal basso, che stanno in mezzo alla gente, che non risolvono la crisi della politica chiudendosi in cinque in una stanza per fare le liste e per di più in un luogo segreto». Sono questi i ragionamenti svolti nelle riunioni del gruppo dirigente presente a Roma non tanto per seguire le mosse del centro ma per organizzare al meglio le primarie per i parlamentari di oggi e domani.
Nel partito emergono anche posizioni estreme. La complicata formula della lista unica al Senato e delle liste multiple alla Camera viene considerata «roba da Prima repubblica». Se poi lo fanno per avere più spazio in tv durante la fase della par condicio «la figura è persino peggiore». Alcuni vedono «un replay dell’Unione». In pratica, una grande ammucchiata. Non è la linea del candidato premier Bersani che si rifiuta di considerare Monti avversario al pari del Cavaliere, che continuerà a muoversi «nel filone profondo di una condotta europeista, ovviamente rimanendo dentro il solco del progressismo».
Ma si prepara a ribattere colpo su colpo all’offensiva montiana: già oggi, e poi distillate una al giorno, arriveranno nuove candidature del Pd dalla società civile. La più scontata: la campionessa olimpica Josefa Idem, in caso di successo alle primarie, sarà capolista in Emilia. Ma l’elenco del segretario è lungo: imprenditori, professori, professionisti. È lui a contattarli direttamente, come ha fatto con l’ex procuratore antimafia Grasso.
Sarà la sfida di questi giorni: il tasso di “civismo” nelle liste. Ma verrà il tempo del confronto diretto e della campagna elettorale vera e propria. Come si comporterà Monti? Bersani spiega ai suoi colleghi di partito come si comporterà lui. «Non sarò io a sferrare il primo colpo. Ma so come vanno certe cose. Alla fine purtroppo tante se ne prendono. E tante se ne danno».
Goffredo De Marchis per “La Repubblica”
Nuove indagini sul Crack del Banco Ambrosiano e Vaticano
Il Vaticano ha risposto a tutte le rogatorie sul caso Calvi-Ambrosiano. L’ultima risposta è stata inoltrata al Ministero degli Esteri il 2 agosto scorso e consegnata alla Procura di Roma il 10 agosto 2012 che aveva richiesto la rogatoria il 4 aprile 2012, cioè appena quattro mesi prima. E’ quanto ha scritto il Ministero della Giustizia italiano rispondendo in Commissione a tre interrogazioni parlamentari del deputato radicale Maurizio Turco.
ROGATORIE – La scorsa primavera, il pm titolare dell’inchiesta romana sul caso banco Ambrosiano-Calvi, Luca Tescaroli, aveva denunciato in televisione che tre rogatorie al Vaticano, che miravano anche a ricostruire i flussi di denaro transitati in passato dallo Ior, non avevano avuto risposta. La Santa Sede aveva confutato queste affermazioni dichiarando inoltre, in una nota, che una delle istanze, formulata nel 2002, non era mai pervenuta Oltretevere.
SMARRIMENTI – Ora il documento del ministero della Giustizia (LEGGI), certifica che la rogatoria risalente a dieci anni fa, si era «persa» non in Vaticano ma in Italia, forse nella stessa Procura di Roma perché essa non risulta mai essere arrivata al ministero della Giustizia e quindi mai neppure pervenuta all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede e quindi mai neppure inoltrata Oltretevere. Tanto che il 4 aprile scorso la Procura romana ha dovuto inviare una nuova istanza, che ricalca la precedente, «integrata dagli elementi acquisiti successivamente alla stesura iniziale». Il 14 giugno di quest’anno la Segreteria di Stato vaticana ha comunicato l’inoltro della rogatoria all’Autorità giudiziaria vaticana per gli opportuni adempimenti. E quindi tutto l’iter è stato completato con la consegna della risposta vaticana e l’inoltro alla Procura di Roma il 10 agosto.
VENT’ANNI – Quindi, se «giallo» c’è stato, questo si è consumato in Italia. E le altre due rogatorie sul caso
Calvi? Esito «negativo» per la prima e «positivo» per la seconda, riassume il ministero. Alla prima, richiesta nel 2004, il Vaticano – documenta il ministero – rispose «di non potere aderire alla richiesta di informativa» perché erano passati più di 20 anni dei fatti (il crack del banco Ambrosiano e la morte di Roberto Calvi datano 1982) mentre i documenti bancari sono conservati per un periodo non superiore ai dieci anni. La rogatoria 2008 puntava a verificare se le due lettere inviate da Calvi al Papa e al Cardinale Palazzini fossero state ricevute: il riscontro da Oltretevere è arrivato pochi mesi fa, il 3 aprile 2012.
«IMPEGNO» – Più di recente, nel 2010, i magistrati romani hanno aperto una nuova inchiesta sull’Istituto, con l’ipotesi che siano state violate le normative antiriciclaggio. Per questo Turco ha chiesto una serie di chiarimenti nelle sue interrogazioni per accertare se il Vaticano stesse collaborando con l’autorità giudiziaria italiana. Nei confronti dello Ior c’è stato «pienamente l’impegno delle Autorità italiane per verificare che vi sia un effettivo rispetto agli i obblighi assunti in materia di antiriciclaggio» dopo la valutazione del Comitato Moneyval, ha documentato il ministero, citando anche le iniziative prese dalla Banca d’Italia.
Maria Antonietta Calabrò per “Corriere.it“
Togliete ai ricchi per dare ai poveri… bene iniziamo dalla Chiesa!
Nel momento in cui l’Europa sta attraversando una delle peggiori crisi finanziarie della sua storia, e ai cittadini vengono imposti sacrifici molto pesanti, l’occhio di coloro che devono cercare di racimolare più soldi possibili per fare cassa si rivolgono anche a quell’istituzione che è passata indenne attraverso i periodi economici più bui: la Chiesa cattolica. E la minaccia maggiore viene proprio da quei paesi in cui finora è stata più protetta, e dove il Vaticano, nei secoli, ha creato un vero impero immobiliare.
Un membro del consiglio comunale di Alcala, in Spagna, sta conducendo una battaglia per tassare tutti i beni di proprietà della Chiesa non utilizzati a scopo religioso. L’impatto di una simile norma per il Vaticano potrebbe rivelarsi devastante: l’istituzione cattolica è uno dei maggiori proprietari terrieri in Spagna, e possiede scuole, case, parchi, campi sportivi e ristoranti, che se sottoposti al nuovo regime fiscale, potrebbero significare un’uscita di 3 miliardi di euro di tasse ogni anno. Molte cittadine in Spagna vertono in condizioni economicamente disastrose, e adesso i cittadini non vogliono sentire ragioni: bisogna tassare la Chiesa.
Ma il paese iberico non è l’unico che sta prendendo simili iniziative. In Italia, il presidente del Consiglio Mario Monti ha tassato quelle proprietà del Vaticano che abbiano un fine commerciale, mentre in Irlanda il governo ha tagliato le sovvenzioni alle famiglie più povere per le prime comunioni e il ministro dell’istruzione si sta battendo per porre fine al controllo della Chiesa su molte delle scuole elementari del paese. In Gran Bretagna, più della metà dei comuni ha soppresso sovvenzioni per il trasporto alle scuole cattoliche, il che ha fatto precipitare il numero di iscrizioni agli istituti religiosi.
Ma fra le decisioni prese e quelle ancora in via di valutazione, ciò che emerge (ed è forse il dato più
preoccupante per il Vaticano) è che ormai si è aperto, a livello europeo e specie nei paesi a maggioranza cattolica, un ampio dibattito sulla separazione dei poteri fra Stato e Chiesa e, di conseguenza, del trattamento di favore di cui l’istituzione religiosa ha finora sempre giovato.
I rappresentanti della Chiesa, e nello specifico il Cardinale Antonio María Rouco in Spagna e il Cardinale Angelo Bagnasco in Italia, hanno risposto soltanto che il Vaticano intende rispettare le leggi, sottolineando il fatto che gli Stati riconoscono all’istituzione religiosa un importante ruolo sociale.
Certo è che queste nuove iniziative andranno a peggiorare una situazione già critica. La Chiesa è infatti già coinvolta in diversi scandali, a cominciare da quello dei preti pedofili, fino ad arrivare alla questione del riciclaggio di denaro da parte dello Ior. L’immenso patrimonio della Chiesa, che è impossibile da stimare ma che si pensa dovrebbe essere di diversi miliardi di euro, è in forte pericolo. Quest’anno il Vaticano ha registrato un debito di 19 milioni di euro, il peggiore da dieci anni a questa parte.
Insomma, se finora la Chiesa ha solo predicato di “togliere ai ricchi per dare ai poveri”, adesso si sta rendendo conto di quel che vogliono dire, nella pratica, i suoi insegnamenti.
Da “The Washington Post” http://wapo.st/OlZTXd
Alemanno, aumenta le tariffe per le zone a traffico limitato, unici a cui sarà fatta la grazia, quelli del Vaticano!
I conti del Campidoglio sono in profondo rosso? Occorre fare cassa. Subito. Si invita «pertanto» l’Agenzia della Mobilità «ad adeguare con urgenza» le tariffe per l’accesso alle Ztl. É quasi Ferragosto? Poco importa, non è tempo di andare in ferie: funzionari e impiegati lavorino di buona lena e senza indugi.
«Si resta in attesa di riscontro in merito all’avvenuto adempimento». Con un blitz estivo modulato in due mosse, il Comune ha aumentato il costo di tutti i permessi per le Zone a traffico limitato. La decisione è stata presa e gestita nella massima segretezza, con l’intenzione di dare l’annuncio alla cittadinanza soltanto a cose fatte, dopo una riunione già fissata per il 24 agosto.
Per i romani, siano essi residenti o professionisti che lavorano in centro, sarà stangata: a un rincaro medio dell’8-10% spalmato su tutte le tipologie (abitanti nelle Ztl, ordini professionali, sindacati, partiti, artigiani, eccetera) si aggiunge infatti un ulteriore 20% per le vetture «con potenza compresa tra 130 e 200 cavalli fiscali» (se non la maggioranza, una bella fetta) e del 40% se la potenza è superiore ai 200 cavalli (auto di grossa cilindrata e Suv).
Ma non basta. Una distrazione costerà salatissima: richiedere un duplicato del permesso smarrito o deteriorato costerà infatti 60 euro contro gli attuali 19, e ancor peggio andrà a chi, del tutto incolpevole, ne avrà subito il furto (pure in questo caso 60 euro, ma rispetto ai 6 odierni).
É stata la giunta capitolina, il 1° agosto, ad approvare il nuovo schema tariffario relativo alle Ztl riuscendo nel miracolo di mantenerlo segreto. In coda alla delibera (la numero 239/2012) firmata dal sindaco Alemanno e dal vicesindaco Belviso è stata inserita una postilla che dà la misura dei tempi ristretti: «La giunta, in considerazione dell’urgenza di provvedere, dichiara all’unanimità immediatamente eseguibile la presente deliberazione a norma di legge».
Poi, giovedì mattina, è partita la nota diretta all’Agenzia per la mobilità, con la disposizione agli uffici di predisporre «con urgenza» la nuova modulistica. In questo modo, almeno, i conti capitolini ne beneficeranno: «Gli introiti relativi al rilascio dei permessi Ztl – chiarisce l’ultimo paragrafo – saranno regolarizzati sul bilancio 2012».
Ma quanto si pagherà in più per entrare nelle zone protette? Qualche esempio aiuta ad orientarsi nella giungla dei rincari: il permesso annuale concesso a numerose categorie (dai rappresentanti di commercio al Sistema universitario) passa da 550 a 593 euro. Attenzione, però: se si possiede una vettura di potenza media (sopra i 130 cv) il «conto» sale a 712 euro, mentre in caso di auto extralusso a 830 (più 40%). Gli stessi importi riguardano il personale delle ambasciate, alberghi, officine, artigiani.
I residenti, per il primo permesso con validità 5 anni, dovranno invece sborsare 77 euro (oggi sono 55), mentre per il secondo 322 (oggi 300). Senza contare, naturalmente, l’«addizionale» agganciata alla cilindrata. Quanto ai «transiti scolastici» (per accompagnare i figli in classe) il rincaro è da 200 a 214 euro.
Molte le novità, inoltre, legate alla Ztl di San Lorenzo. E una sola, infine, l’eccezione: l’unica «casella» passata indenne è il Vaticano. Già nel 2006 la giunta Veltroni aveva concesso alle vetture d’Oltretevere uno sconto speciale, con la riduzione del prezzo del permesso da 550 a 55 euro.
Oggi quella «prerogativa» è stata mantenuta, a prescindere anche dai cavalli fiscali: «L’importo della categoria “Vaticano” – precisa la delibera 239, oramai non più clandestina – rimarrà inalterato fino a diverso accordo con lo Stato della Città del Vaticano».
Fabrizio Peronaci per il “Corriere della sera – Roma”
Vatican Gate… ma questi come stanno?
E dopo il maggiordomo del Papa venne la governante tedesca, la donna capace di capire la scrittura minuta e articolata delle carte di Benedetto XVI. E dopo la governante l’ex segretario personale di Joseph Ratzinger, tedesco pure lui, oggi vescovo addirittura, sacerdote che l’aveva servito per 19 anni prima di lasciare l’incarico all’aiutante attuale, padre Georg Gaenswein. E infine il cardinale italiano che aiutava il Pontefice a redigere i discorsi, l’ex vice Camerlengo, Sua Eminenza Paolo Sardi.
«Ci saranno sorprese», aveva detto poche settimane fa all’agenzia Ansa il cardinale Julian Herranz Casado, capo della Commissione composta da tre porporati, incaricata da Benedetto di scoprire la verità sui documenti trafugati dalla sua scrivania e finiti pubblicati sui media. «Ci saranno sorprese», dice a Repubblica una fonte interna alle Mura vaticane circa l’identità dei cosiddetti Corvi, cioè coloro che hanno fatto uscire le carte.
E per la prima volta, sabato, nel suo briefing con la stampa il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, non ha negato che ci possano essere altre persone sottoposte a indagine. I sospetti degli inquirenti penali e della Commissione cardinalizia che ora ha consegnato il rapporto al Papa si stanno così concentrando, fra gli altri, su 3 persone attorno al Pontefice: la professoressa Ingrid Stampa, il vescovo Josef Clemens, e il cardinale Paolo Sardi.
LO SMARTPHONE DEL MAGGIORDOMO Nei cinquanta giorni in cui è rimasto recluso in una cella della Gendarmeria, prima di guadagnare l’altro ieri gli arresti domiciliari e rientrare nell’abitazione da moglie e figli, il maggiordomo Paolo Gabriele ha ampiamente parlato. Ma a parlare ai detective vaticani è stato anche il suo smartphone, capace di rivelare il volume dei suoi contatti, i messaggi registrati, il traffico di posta elettronica.
Perché un’altra delle informazioni trovata dalla commissione d’inchiesta convocata dal Papa per conoscere i motivi del tradimento è che “Paoletto”, come l’addetto di camera veniva da tutti chiamato, portava fuori le carte da qualche anno. Documenti in tedesco, che non era nemmeno in grado di leggere. Era stato assunto in Vaticano per pulire i pavimenti della Basilica di San Pietro e poi consigliato proprio dall’allora monsignor Paolo Sardi a monsignor James Harvey, prefetto della Casa Pontificia.
Nel 2006 la promozione a succedere all’addetto di camera del Papa, Angelo Gugel, figura leggendaria nel piccolo Stato. Per quale motivo, poi, Paolo Gabriele non abbia portato via da casa il suo computer, l’agenda e i documenti compromettenti è una questione che gli inquirenti si sono spiegati con il fatto che il maggiordomo credesse di poter essere protetto molto in alto.
LA “PAPESSA” CUSTODE DELLE CARTE
I giudici vaticani si sono quindi concentrati sulla ristretta cerchia delle persone che gravitavano attorno a “Paoletto”. La sua vicina di casa è la professoressa Ingrid Stampa, spesso ospite della moglie e dei loro tre figli nello stesso edificio, cinquanta metri più in là dov’è stato detenuto. Donna colta, musicista, appartenente al movimento spirituale di Schoenstatt, Ingrid Stampa assiste Ratzinger dall’inizio degli anni Novanta con l’incarico indefinito di governante.
Divenuta poi un consigliere fidato del Papa, «capace di arrivare all’orecchio e al cuore tenero del Santo Padre», come è stato scritto, ha spesso dato un proprio contributo nella stesura dei testi pontifici. Alcuni anni fa il sito tedesco del quotidiano “Die Welt” riportava che nei corridoi del Vaticano veniva chiamata “La Papessa”. Ed è celebre fra le Mura leonine la sua gelosia per chiunque avvicinasse il Papa. Buoni i suoi rapporti con l’allora assistente di Ratzinger, Josef Clemens, pessimi con il nuovo, monsignor Georg Gaenswein. Repubblica del 27 maggio scorso aveva parlato dell’esistenza di una donna tra i Corvi del Vaticano, definendola come una laica che lavora nel Palazzo apostolico.
IL RISENTIMENTO DEL VECCHIO SEGRETARIO
Anche i passeri sui tetti del Vaticano sanno dell’invidia nutrita da Clemens, che abbandonò l’incarico di segretario di Ratzinger dopo essergli stato vicino per tanti anni nel 2003 chiedendo la promozione a vescovo. Il monsignore tedesco, fino all’ultimo, persino nel giorno dell’elezione, non credeva che il suo omonimo potesse diventare Papa.
La sorpresa e anche il dolore per quell’incarico mancato si è trasformato in un risentimento sordo verso il suo successore, controllato a distanza dall’altro lato di Piazza San Pietro, dove Clemens tuttora risiede. Qualche martedì, giorno di libertà in Vaticano, quando padre Georg esce la sera, Benedetto era solito far arrivare Clemens, con il quale si intratteneva piacevolmente. Una tradizione che il Papa da qualche mese ha bruscamente interrotto. Nella sua gelosia, il vescovo tedesco aveva trovato nella ambiziosa professoressa Stampa una sua affine.
IL CARDINALE CHE COLLABORAVA AI DISCORSI Sono infine ben note le relazioni di lavoro e di amicizia fra la signora Ingrid e il cardinale Paolo Sardi, per tanti anni responsabile dell’ufficio che si occupa dei discorsi del Pontefice, estratti dalle minute che il Papa scrive e la sua Governante decritta. Ma anche il porporato si è defilato e il 22 gennaio 2011 ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani di Benedetto XVI dall’incarico di vice Camerlengo per motivi d’età.
L’ALLONTANAMENTO DA BENEDETTO Tutte e tre queste persone – a vari gradi di distanza – stavano vicini al Papa e avevano dimestichezza con il suo maggiordomo. Com’è ovvio per tutti vale la presunzione d’innocenza, eppure non si saranno sorpresi di essere coinvolti nell’inchiesta e di essere ascoltati tanto dagli inquirenti penali quanto dalla Commissione cardinalizia. Tutti e tre, non a caso, sono ora tenuti a distanza dal Pontefice. La Stampa non si occupa più delle carte del Papa, Benedetto ha cancellato gli incontri con Clemens, e il cardinale Sardi si è dimissionato.
L’ “INVIDIA CLERICALIS”
«Certo – confida un attento osservatore interno – sulla base di questi presupposti, se si fa uno più uno si
arriva a questo». «Una situazione sconcertante », non esita a definirla un altro. «La commissione cardinalizia ha lavorato benissimo – aggiunge un terzo – e non è un caso che, da quando sono entrati in campo, il flusso di documenti e le minacce di nuove rivelazioni si sia improvvisamente interrotto».
Il motivo che viene addotto dall’aver fatto portare fuori le carte al maggiordomo del Papa appare per ora meno complottistico e molto più umano: la gelosia, la cosiddetta e ben nota storicamente nella Chiesa “invidia clericalis” per chi è più vicino al Papa. Che naturalmente si è trovato ad essere ferito da questa storia. E le critiche più forti si sono concentrate sul Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, accusato di avere accumulato troppo potere. Ma soprattutto sull’attuale segretario del Papa, padre Georg, trovatosi involontariamente in mezzo a una lotta fra tedeschi.
Commenta Paul Badde, vaticanista di lungo corso del quotidiano Die Welt, autore di articoli molto acuti sul caso dei Vati-leaks: «Una cospirazione all’interno della Curia? Forse anche, ma solo un po’. E non certo un colpo di Stato. Nessuna rivoluzione di palazzo. Nessun Dan Brown. Tutto è molto più realistico – e più umano: un cuore palpitante pieno di risentimento e di invidia. Più Shakespeare che Dostoevskij». Infatti, è la gelosia ad aver accecato.
Marco Ansaldo per “la Repubblica“
Fuga di notizie in Vaticano e Benedetto 4×4 s’incazza!
Il punto critico di questo pontificato non è la contestazione, anche aspra, che lo martella ininterrottamente su vari terreni. Ma è l’avvenuta rottura di quel patto di lealtà interno alla Chiesa che si manifesta nella fuga di documenti riservati, dai suoi uffici più alti. Dalla contestazione, papa Joseph Ratzinger non si lascia intimidire. Non la subisce, anzi, sui casi cruciali la provoca, volutamente. La memorabile lezione di Ratisbona ne è stata la prima dimostrazione.
Benedetto XVI mise a nudo la carica di violenza presente nell’Islam con una nettezza che stupì il mondo e scandalizzò nella Chiesa gli amanti dell’abbraccio tra le religioni. Invocò per i musulmani la rivoluzione illuminista che il cristianesimo ha già vissuto. Anni dopo, la primavera di libertà sbocciata e subito deperita nelle piazze arabe ha confermato che aveva visto giusto, che il futuro dell’Islam si gioca davvero lì.
Gli abusi sessuali commessi da preti su bambini e ragazzi sono un altro terreno sul quale Benedetto XVI si è mosso controcorrente, già prima d’essere eletto papa. Ha introdotto nell’ordinamento della Chiesa procedure da stato di eccezione. Per suo volere, da una decina d’anni tre cause su quattro sono affrontate e risolte non per le vie del diritto canonico, ma per quelle più dirette del decreto extragiudiziario spiccato da un’autorità di maggior grado.
Marcial Maciel, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, fu sanzionato così, quando ancora era
universalmente riverito e osannato. Un’intera Chiesa nazionale, l’irlandese, è stata messa dal papa in stato di penitenza. Vari vescovi inetti sono stati destituiti. Sta di fatto che oggi al mondo non c’è alcun governo o istituzione o religione che sia più avanti della Chiesa di papa Benedetto nel contrastare questo scandalo e nel proteggere i minori dagli abusi.
E’ un errore confondere la mitezza di questo papa con la sua remissività. O col suo estraniarsi dalle decisioni di governo. Anche la burrasca che sconvolge l’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, ha la sua prima origine proprio da lui, dal suo ordine di assicurare la massima trasparenza finanziaria. Non c’è governo al mondo le cui decisioni non siano discusse e contrastate, prima e dopo che siano diventate legge, in pubblico o in via riservata. Anche per la Chiesa di papa Benedetto è così. I conflitti interni documentati dalle carte fuoriuscite dal Vaticano fanno parte della fisiologia di ogni istituzione chiamata a prendere decisioni.
Non il contenuto dei documenti, quindi, ma la loro fuga è la vera spina di questo pontificato. E’ tradimento di quel patto di lealtà che tiene insieme chi è parte di un’istituzione, a maggior ragione della Chiesa, dove l’inviolabilità del “foro interno” e ancor più del segreto della confessione ispira una generale riservatezza nelle procedure.
Gli ammutinati sostengono, anonimi, di farlo per il bene della Chiesa stessa. E’ una giustificazione ricorrente nella storia. Dallo scandalo dicono di voler ricavare una rigenerazione del cristianesimo. Ma a tanti loro sostenitori “laici” interessa che la Chiesa collassi. Non che sia rigenerata, ma umiliata. I conflitti entro le istituzioni si governano. Ma il tradimento molto meno.
Esso è il segnale, piuttosto, di un governo che non c’è, che ha lasciato crescere nella curia romana la ribellione occulta di alcuni suoi “civil servant” e non ha saputo fare nulla per neutralizzarla. La segreteria di Stato vaticana, che da Paolo VI in poi è il primo attore del governo centrale della Chiesa, è inevitabilmente anche la prima responsabile di questa deriva.
Benedetto XVI ne è così consapevole che, per rimettere ordine nei Sacri Palazzi, non ha incaricato il suo primo ministro, il cardinale Tarcisio Bertone, ma ha chiamato a consulto un collegio di saggi tra i più lontani da lui: per cominciare, i cardinali Ruini, Ouellet, Tomko, Pell, Tauran. Per un cambio di governo nella curia vaticana le pratiche sono già avviate.
Sandro Magister per “L’Espresso“

















