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Articoli marcati con tag ‘Portogallo’

Il Portogallo scende in piazza contro la Troika

Centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza sabato 2 marzo per protestare contro le misure imposte da BCE, Fondo Monetario e Unione Europea che dopo la riduzioni di salari e pensioni imposti nel 2012 stanno concordando con il governo di Pedro Passos Coehlo un aumento delle tasse e ulteriori tagli per 4 bilioni di euro per i prossimi due anni.

Mentre nelle stanze del governo era in corso la missione della Troika, le piazze del Portogallo si riempivano di insegnanti, lavoratori, studenti, dipendenti pubblici… che stanno subendo la peggiore recessione dal 1970.

La manifestazione é stata organizzata da un gruppo di attivisti indipendenti dal nome suggestivo “Si fotta la troika” che dal 2012 utilizza la rete come piattaforma politica. Molti i messaggi e gli slogan scanditi dai manifestanti e diretti al primo ministro del governo di centrodestra Coehlo: “l’austerità uccide”, “potere alla gente”, “oggi ci sono io per strada, domani ci sarai tu” oltre alla richiesta di nuove elezioni. Qualcuno ha raccontato che lungo i cortei risuonavano le parole di “Grandola Vila Morena”, la canzone che diede il segnale di inizio, alla mezzanotte della 25 aprile del 1974, alla Rivoluzione dei Garofani. Intervistato dalla televisione Armenio Carlos, il leader della più grande confederazione dei lavoratori portoghesi, ha ribadito la sua assoluta contrarietà alle misure di austerità imposte dall’Europa e ha sottolineato la necessità per il Paese di potere rinegoziare il suo debito.

Ad oggi non ci sono numeri precisi sul numero di manifestanti, anche se gli organizzatori parlano di oltre un milione di persone scese in piazza in tutto il Portogallo, quello che lascia stupiti è che in Italia i media non hanno ritenuto la notizia degna di interesse. È stata battuta un’ansa di quattro righe ieri (sabato n.d.r) alle 14,00 poi è calato il silenzio.

 

di Ludovica Schiaroli Fonte

Il TAV perde i pezzi

La tratta definita Asse Prioritario 6, in cui rientra la Torino-Lione. Kiev non è stata mai inclusa.

Il mitico corridoio ferroviario europeo numero 5, di cui fa parte il progetto Tav in Val di Susa, non andrà più da Kiev a Lisbona. Il Portogallo ha cancellato con un semplice tratto di penna il capolinea. In territorio portoghese la linea ferroviaria ad alta velocità non si costruisce. E non importa se l’Unione Europea ha già stanziato i soldi. La Corte dei Conti ha riscontrato alcune irregolarità nell’appalto dei lavori e il Governo portoghese – invece di annullare l’appalto – ha annullato definitivamente il progetto.

Monti e il Governo italiano, finora, hanno invece abbracciato con un entusiasmo degno di miglior causa l’idea di far passare la Tav del corridoio 5 in un buco mega miliardario sotto le Alpi . Perché “è un impegno già preso con l’Ue” – dicono – e non è possibile tirarsi indietro. Lisbona invece dimostra che ci si può benissimo tirare indietro. Ora che il capolinea del corridoio 5 è sparito, la Val di Susa non è più un tassello all’interno del (favoleggiato) asse portante Est-Ovest dei trasporti europei: tutto si riduce ad una mera questione di traffico fra Italia e Francia. E in questa prospettiva, la sua utilità è discutibile, basti pensare che già tra il 2000 e il 2009 (quindi prima della crisi economica) il traffico merci con la Francia attraverso i tunnel autostradali del Frejus e del Monte Bianco era crollato del 31%, mentre attraverso il tunnel ferroviario del Frejus si era addirittura dimezzato.

Il cosiddetto Governo dei Professori non ha ancora dato udienza ai 360 docenti universitari e ricercatori che chiedono di “ripensare” il Tav “sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali”. Di contro, recentemente ha diffuso un dossier per spiegare agli italiani le ragioni del “sì” nel quale, anche se prendendola alla larga, si trova ad ammettere che “I flussi di interscambio Italia-Francia nel quadrante ovest (da Ventimiglia al Monte Bianco) sono stati negli ultimi dieci anni costanti in quantità (fra 38 e 40 milioni di tonnellate) ed in valore (circa 70 miliardi d’interscambio)”. Pur tuttavia – continua imperterrito l’opuscoletto – il Tav s’ha da fare anche se il traffico con la Francia non aumenta da 10 anni, perché la linea ferroviaria attuale “è come una macchina da scrivere nel mondo dei computer”. Non è che una delle tante bugie. Bisognerebbe piuttosto dire: “la linea attuale è come l’hard disk di un pc non nuovo occupato per un decimo, che il governo vorrebbe cambiare con un costoso server”.

In ogni caso ora il corridoio 5 non porta più da nessuna parte: si arresta di brutto al confine portoghese. E’ sempre esistito solo sulla carta e ora anche sulla carta diventa un vicolo cieco. Vogliamo ugualmente intestardirci a costruirne un pezzo?

Maria Ferdinanda Piva

 

 

articolo di Maria Ferdinanda Piva per Byoblu.com

Portogallo, stop definitivo a progetto Tav con Spagna

Contratti firmati non rispettavano le condizioni fissate dall’esecutivo

(ANSA) – LISBONA, 22 MAR – Il governo portoghese del premier Pedro Passos Coelho ha deciso di “sospendere definitivamente” il progetto di treno ad alta velocità fra Lisbona e Madrid che avrebbe dovuto essere pronto per il 2013, ha indicato il ministero dell’economia.

Una prima sospensione della parte portoghese del progetto era stata decisa l’anno scorso, subito dopo la formazione del nuovo governo di centrodestra, nel quadro delle misure antideficit. La parte spagnola, fra Madrid e Badajoz, alla frontiera con il Portogallo, è già in corso di realizzazione.

La Corte dei conti portoghese ha indicato negli ultimi giorni che i contratti firmati dal governo precedente del socialista José Socrates con il consorzio Elos per la realizzazione della prima tratta portoghese della Tav Lisbona-Madrid non rispettavano le condizioni fissate dall’esecutivo.

Il governo Passos Coelho ha indicato che studierà “nei dettagli” il parere della Corte dei conti.

 

(ANSA).

Storico della Colonizzazione

Clicca sulla mappa e guarda l’animazione

 

La disintegrazione euromonetaria

 

La carta, oltre a mostrare con colori differenti i paesi membri dell’Unione Europea, indica anche quelli appartenenti all’Eurozona, contrassegnati con il simbolo della moneta e collegati da linee rosse.

 

Le tre “a” del rating sono quelle assegnate da Standard & Poor’s, e spettano – al momento di andare in stampa – a Francia, Germania, Gran Bretagna, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia.

I nomi di Cipro e dei Piigs, acronimo di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, ossia quegli Stati che hanno una precaria situazione finanziaria, sono posti in riquadri bianchi.

A lato sono riportati i dati del pil pro capite (2010) degli Stati presenti nella mappa.

 

Tratto da Repubblica.it

ItaliaCrac! – Zapatero si è dimesso, il Portogallo alle corde… Grecia in coma…

L’Italia crolla: la Borsa di Milano perde quasi il 4 per cento, i nostri titoli di Stato vengono venduti in massa. Dopo il disastroso andamento dei mercati nonostante il varo in fretta e furia della manovra da 47,9 miliardi di euro e il piano europeo di salvataggio della Grecia, ieri è arrivata la reazione all’accordo sul debito Usa. Che non ha scatenato alcun tripudio in Borsa, bensì una tiepida ripresa che si è trasformata in nuovo bagno di sangue non appena è arrivata un pretesto, quello del deludente dato sulla produzione manifatturiera americana.

Il termometro della febbre italiana, lo spread tra i nostri titoli di Stato e il bund tedesco, è rapidamente schizzato verso l’alto segnando un nuovo record dalla nascita dell’euro: 355 punti. L’ennesimo spunto negativo ha infatti accentuato la tendenza negativa per i titoli considerati più rischiosi, premiando gli altri. E così i nostri Btp, Buoni del Tesoro poliennali, venduti a piene mani hanno segnato picchi di rendimento a ridosso della fatale soglia del 6 per cento proprio mentre i bund si apprezzavano considerevolmente, al punto che per convincere gli investitori a comprare i nostri Btp Tremonti dovrà offrire alle prossime aste il 3,51 per cento in più rispetto a quanto fa la Germania.

Non è andata meglio in Borsa, dove in un solo pomeriggio sono stati bruciati 14,9 miliardi di euro per un calo del 3,63 per cento dell’indice All Share e del 3,87 dell’indice Mib. La capitalizzazione di Piazza Affari, che ha nuovamente conquistato il triste primato di maglia nera di un’Europa in grande difficoltà, è tornata così al di sotto dei 400 miliardi. A guidare la caduta sono state ancora una volta le banche, che hanno pagato proprio la tensione che si è evidenziata sul mercato obbligazionario.

Del resto, come ha ricordato ieri Citigroup, i nostri istituti di credito già provati dalle nuove regole internazionali sul patrimonio, sono i più esposti verso il debito italiano, con Intesa Sanpaolo che detiene circa 54 miliardi di titoli di Stato e che ieri ha registrato un tonfo del 7,8 per cento, Unicredit 43 miliardi (-4,3 per cento) e Ubi 10 miliardi (-7,95 per cento). Non è andata meglio alle altre, con il Banco Popolare e Bpm che hanno perso rispettivamente il 7,49 e il 5,3 per cento e che insieme a Ubi hanno più che dimezzato il loro valore di Borsa rispetto ai massimi di febbraio.

A terra anche Mps (-7,87 per cento), mentre tra gli assicurativi spicca il -9,1 per cento di FonSai. Seduta da dimenticare anche per gli industriali come Fiat (-3,77 per cento) e Fiat Industrial (-3,3 per cento) nel giorno dei dati sulle immatricolazioni auto in Italia. “Fra noi e la speculazione non rimane più nessuno – ha commentato all’Agi l’economista Giacomo Vaciago – Non possiamo più dire che la colpa è degli Stati Uniti e di Obama noi parliamo soltanto ma non abbiamo risolto nessun problema, anzi abbiamo rinviato gran parte della manovra al 2013-2014 e i mercati non ci credono. Quindi il problema rimane. Nel frattempo abbiamo anche indebolito il ministro dell’Economia”.

Secondo Vaciago, l’Italia è rimasta praticamente sola nella lista dei paesi a rischio. “Fino a poco tempo fa – ha ricordato – c’erano anche la Spagna e il Portogallo. Ma la mossa di Zapatero rimuove l’incertezza, sfilando Madrid dalla fila. Nessuno spara più su uno che sta uscendo. Il Portogallo poi è in corsia di soccorso, quindi ci si concentra sull’Italia: c’è il pericolo che nel mese di agosto sparino su di noi perché siamo diventati i primi della fila”.

Ieri in serata hanno quindi cominciato a circolare indiscrezioni da Bruxelles secondo le quali Roma, assieme a Madrid, potrebbe essere esentata dalla partecipazione al secondo piano di aiuti alla Grecia, proprio a causa delle difficoltà finanziarie.

Del resto agli attuali valori dei loro titoli di Stato, i due paesi dovrebbero raccogliere fondi a un costo maggiore rispetto ai tassi che verrebbero poi praticati ad Atene. Intanto il Wall Street Journal rilancia l’ipotesi di una tassa patrimoniale una tantum che secondo il quotidiano finanziario del gruppo Murdoch gli operatori di mercato ritengono inevitabile e che potrebbe attestarsi intorno ai 200 miliardi.

Giovanna Lantini per “Il Fatto quotidiano

Tecnocrati di Bruxelles, basta lavorare a porte chiuse

Abituati a lavorare dietro le quinte e al riparo dalle pressioni, i tecnocrati di Bruxelles non sono in grado di affrontare le sfide della crisi con autorevolezza e trasparenza. Per questo è necessario rivoluzionare il processo decisionale europeo.

Lo scivolone dell’euro sui mercati monetari rivela la possibilità che l’Unione europea possa non sopravvivere alla crisi del debito sovrano nella sua forma attuale. In ogni caso, la classe politica europea si rifiuta di ammettere le proprie responsabilità ed è riluttante a intraprendere un’azione decisiva per contenerlo. I policymaker spesso indulgono nel tentativo di eludere le proprie responsabilità. I funzionari Ue hanno sublimato questa prassi, tanto da trasformarla in una forma d’arte.

Negli ultimi anni, ogni volta che ho parlato con  gli  addetti ai lavori che operano a Bruxelles, mi sono dovuto sorbire spesso delle vere e proprie conferenze sui noiosi euroscettici britannici. Nei mesi immediatamente successivi alla prima fase della crisi dell’euro, la loro insoddisfazione si è spostata sulla Germania. All’improvviso, l’unilateralismo tedesco è diventato lo spettro che assilla la classe politica dell’Unione. Si è perfino sentita l’ipotesi che i tedeschi stessero cercando di proposito di trasformare le piccole difficoltà economiche dell’Europa in una crisi di ampie proporzioni, per poter espandere e consolidare la propria influenza su tutto il continente.

Ma questo era allora. Nelle ultime settimane, dopo che il debito sovrano portoghese è stato ridotto allo status di spazzatura, le voci che circolano nell’Ue si sono trasformate in un coro di frenetiche invettive contro tre grandi agenzie di rating americane: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. All’improvviso queste agenzie sono state accusate di aver cospirato per annientare l’Europa. Il presidente della Commissione europea José Barroso ha prontamente assunto la guida di questo deprimente carosello, accusando Moody’s di essere responsabile delle difficoltà economiche del Portogallo.

Il rifiuto di Barroso ad affrontare di petto la crisi finanziaria europea è condiviso da una significativa percentuale dell’establishment politico dell’Ue. Tuttavia di rado costoro hanno avanzato le loro analisi alternative con convinzione. Al contrario: nelle ultime settimane, parlando con chi lavora a Bruxelles, ho avuto l’impressione che secondo loro la Grecia sia solo l’inizio e che in gioco non ci sia solo l’euro, ma l’intero progetto europeo. Negli ultimi cinque anni mi sono recato a Bruxelles a intervalli regolari, ma questa è la prima volta che i miei interlocutori rivelano così apertamente i loro timori sulla crisi dell’euro, che potrebbe essere la fine di un’era.

Dalla settimana scorsa l’euro è scivolato ancor più sui mercati monetari e adesso l’Italia sembra in procinto di diventare il nuovo Portogallo, o addirittura la nuova Grecia. Ma ciò che lascia veramente attoniti non è tanto la crisi finanziaria in sé, bensì la paralisi politica dei legislatori europei. Di norma i politici amano puntare il dito gli uni contro gli altri, giocando allo scaricabarile. Il presidente italiano Silvio Berlusconi  si è apertamente scontrato con il proprio ministro dell’economia Giulio Tremonti, benché entrambi accusino le agenzie di rating americane.

La retorica dei policymaker dell’Unione è avvalorata dal fatto che l’edificio europeo manca dell’autorità e delle risorse necessarie a risolvere la crisi. È importante tenere a mente che l’Ue è un’istituzione tecnocratica che ha sempre fatto ricorso agli accordi a porte chiuse. Sin dalla sua nascita l’Ue è stata un progetto elitario e manageriale, volta a promuovere la propria agenda senza rispondere direttamente alla pressione popolare. Non si è mai arrivati alle decisioni partendo dal dibattito pubblico e la maggior parte delle leggi dell’Ue è formulata da centinaia di gruppi di lavoro istituiti dal Consiglio dell’Ue. La maggior parte delle sessioni del Consiglio dei ministri si svolge in privato e la Commissione europea, non eletta direttamente, ha il diritto esclusivo di proporre le leggi.

La caratteristica peculiare della governance europea sono i processi decisionali a porte chiuse. Per decenni l’establishment politico ha creato istituzioni atte a evitare di rispondere direttamente alle pressioni pubbliche con cui deve fare i conti un parlamento democratico. Questo processo decisionale invisibile ha permesso di eludere le responsabilità nel caso di decisioni impopolari. I legislatori europei si sono premuniti dal rischio di dover rispondere delle conseguenze delle loro decisioni.

Bisogno di leadership

Per affrontare il declino dell’euro è necessario gestire la crisi attraverso la leadership politica. Ciò richiede che i leader politici dicano realmente come stanno le cose, si facciano avanti e conquistino l’appoggio di cui necessitano per le  dolorose misure indispensabili a ripristinare la stabilità economica.

La leadership politica non è solo auspicabile: è indispensabile. Senza conquistare una parte significativa dell’elettorato europeo, sarà estremamente difficile che le istituzioni europee possano riportare l’ordine finanziario in Europa. Purtroppo l’establishment dell’Ue non può offrire una simile leadership. I policymakers abituati a operare dietro le quinte di rado sono in grado di reinventarsi come leader efficaci.

È paradossale che ancora oggi ci siano molti sostenitori dell’Ue che si rifiutano di ammettere le conseguenze negative del deficit democratico. Amartya Sen, professore dell’Università di Harvard e vincitore del premio Nobel per l’economia, di recente ha accusato le agenzie di rating di mettere in pericolo i governi legittimi, di esautorare la tradizione democratica europea e di emettere condanne unilaterali. Ma Sen sembra dimenticare le condanne unilaterali di Bruxelles.

Indubbiamente le agenzie di rating hanno una loro agenda e di certo non sono più  democratiche della Commissione europea. È un bene, però, che costringano l’Ue a guardare in faccia la realtà. (traduzione di Anna Bissanti)

Frank Furedi

Una tregua costosa

Alla fine i paesi dell’eurozona riunitisi in emergenza a Bruxelles si sono messi d’accordo su un piano di salvataggio per la Grecia. Il problema di fondo però è tutt’altro che risolto. E nel frattempo il conto si fa sempre più salato.

In molti potrebbero ragionevolmente vedere il bicchiere mezzo pieno: a quanto pare i capi di stato dei 17 paesi dell’eurozona sono riusciti a fare un passo avanti significativo in occasione del summit d’emergenza a Bruxelles. Al salvataggio della Grecia dovrebbero contribuire anche gli investitori privati – come voleva Angela Merkel, che ha prevalso sull’opinione contraria del governo francese e soprattutto della Banca centrale europea.

Per la cancelliera tedesca si tratta di un successo considerevole. Sembra inoltre che a Bruxelles siano stati fatti significativi passi avanti in altre importanti problematiche. In confronto con le riunioni di qualche mese fa, l’ultimo summit è stato una piacevole sorpresa.

La verità però è che il bicchiere è mezzo vuoto. Lo scopo della riunione era cancellare la paura che la crisi possa diffondersi in un numero sempre maggiore di paesi. Difficile sostenere che l’obiettivo sia stato raggiunto.

Il problema fondamentale alla base della crisi dell’euro – ovvero il fatto che la Grecia non è in grado di ripagare il suo debito pubblico da sola – è ancora lì. L’annunciata ristrutturazione del debito di Atene è di gran lunga troppo esigua, e la Grecia non è in grado di ripagare il debito residuo. Il paese resterà attaccato al tubo degli aiuti dei partner dell’eurozona.

Le garanzie per i nuovi bond greci a lungo termine – assicurati dal fondo di salvataggio europeo – hanno l’aspetto di un sussidio permanente. Visto in quest’ottica il summit di Bruxelles non è altro che un nuovo passo verso un’unione dei transfer. Ieri i tassi d’interesse richiesti dai finanziatori per acquistare i bond tedeschi sono immediatamente schizzati alle stelle.

Chiunque invochi un atto conclusivo in grado di porre fine alla crisi viene accusato di ingenuità. La politica non può essere semplificata fino a questo punto, dicono. Come accade in altre problematiche complesse – come la riforma dello stato sociale – l’unica via percorribile è quella dell’approccio graduale.

Questa teoria però fraintende la natura della crisi dell’euro. Ogni boccata d’ossigeno ottenuta dalla politica europea implica il pagamento di un prezzo molto alto, e  el frattempo i problemi diventano sempre più gravi.

Se nella primavera del 2010 i leader europei avessero optato per una soluzione radicale, almeno il Portogallo non avrebbe avuto bisogno di chiedere l’aiuto internazionale. L’approccio pragmatico del “fare soltanto ciò che è strettamente necessario” sta alla base del fatto che oggi la montagna del debito greco è spaventosamente più alta di quanto non fosse un anno fa. Ora anche un paese come l’Italia è diventato un candidato credibile per una crisi del debito.

La frammentaria politica dei piccoli passi è stata portata avanti per un anno e mezzo. L’Europa non può permettersi un altro anno e mezzo di questa vita. (traduzione di Andrea Sparacino)

Olaf Gersemann

Gabriella Carlucci, per lei le Province sono intoccabili!

L’abolizione delle province è entrata nell’agenda della politica italiana. Questione in parte simbolica, la cancellazione di questo livello intermedio di governo locale rappresenta, a torto a ragione, una giusta esigenza. Il contenimento delle spese per la politica, e per il mantenimento delle istituzioni, in un contesto di estrema sofferenza finanziaria per i conti pubblici e per i cittadini.

Ieri mattina sul Giornale di Berlusconi i lettori si sono bevuti l’accorato appello di Gabriella Carlucci, parlamentare e sindaco di Margherita di Savoia, per il mantenimento delle province.

“Senza di loro sarei persa”, sostiene il sindaco e deputato, la quale visto il doppio incarico non pare molto sensibile all’austerità istituzionale. Un appello vergato mentre il nostro Paese affondava sui mercati finanziari.

Al di là di una possibile bolla speculativa, l’Italia non è più ritenuta un’economia affidabile. Se 20 anni fa la speculazione colpiva il nostro Paese insieme alla Gran Bretagna, ora il veniamo accomunati a Grecia, Spagna e Portogallo. Due decenni di sviluppo persi, ma il problema per la Carlucci e per i tanti della Casta che pensano come lei è continuare nel business as usual.

Ridicolo e triste, oltre che molto preoccupante per una società che rischia di scoppiare se l’immobilismo ignorante in materia economica continuerà a governarla.

Dario Ferri

L’euro è stato un buon affare?

L’adozione della moneta unica è arrivata proprio alla vigilia della crisi che ha messo in ginocchio l’eurozona. Per alcuni analisti è stata comunque utile a evitare il peggio, mentre per altri i danni superano i vantaggi.

Gli eventi degli ultimi mesi hanno messo i nostri leader politici di fronte a un problema che nemmeno le previsioni più pessimistiche anteriori all’adesione alla zona euro avevano contemplato. Certo, il governo di Iveta Radičová si è rifiutato di partecipare al prestito accordato alla Grecia, ma in qualità di membri del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) dovremo anche noi mettere mano al portafogli dopo la richiesta di aiuto da parte dell’Irlanda e del Portogallo.

Ivan Mikloš, il ministro delle finanze nonché “padre” dell’euro slovacco, qualche giorno fa ha ammesso che non si sarebbe dato tanto da fare per entrare nella zona euro se avesse saputo ciò che sappiamo oggi. Malgrado tutto, sono pochi in Europa a credere nell’euro come gli slovacchi. Secondo un sondaggio condotto a febbraio da Eurobarometro, circa il 70 per cento di essi pensa che l’euro ha attutito l’impatto della crisi economica sul nostro paese, mentre soltanto il 40 per cento degli europei ritiene che la moneta unica costituisca ancora un vantaggio.

È possibile dunque affermare che l’euro, che abbiamo adottato proprio all’inizio della crisi (1 gennaio 2009), è stato vantaggioso per noi? Secondo la Banca Nazionale di Slovacchia (Nbs) che ha analizzato l’impatto dell’euro sulla competitività delle nostre aziende, non è possibile valutare l’influenza reale della moneta comune, anche lasciando passare un periodo più lungo, perché non sapremmo mai come sarebbe andata la nostra economia se avessimo conservato la corona slovacca.

Vladimír Vaňo, il più importante analista finanziario della Volksbank, è convinto che “nel momento in cui esplodeva la più grave recessione globale del dopoguerra, l’euro è stato per noi la manna dal cielo”. L’euro fa della Slovacchia qualcosa di unico: un paese che si colloca al centro di un mercato di oltre 90 milioni di cittadini dell’est dell’Ue e offre la stabilità di un membro a pieno diritto della zona euro, con tutti i vantaggi associati”. Secondo Vaňo l’adozione dell’euro è stata la conclusione logica dell’integrazione economica della Slovacchia: “L’85 per cento circa delle nostre esportazioni ha come destinazione l’Ue, e oltre la metà i paesi della zona euro”.

Esportazioni compromesse

Secondo Ján Tóth, direttore dell’Istituto di politica finanziaria annesso al ministero delle finanze, l’euro non è stato affatto una manna per la Slovacchia e finora ha portato più svantaggi che vantaggi: “Siamo entrati nel momento sbagliato nella zona euro. Oggi con la valuta unica soffriamo più di quanto avremmo sofferto se avessimo conservato la corona, perché la crisi ha colpito i nostri business model – la nostra economia è orientata alle esportazioni e fa affidamento sul settore automobilistico – e la politica monetaria non è riuscita ad adattarsi di conseguenza”.

Juraj Karpiš, analista presso l’Iness (Istituto di studi economici e sociali) è tra coloro che avevano messo in guardia sull’adozione della moneta unica. Se durante la crisi fossimo rimasti fuori dalla zona euro non ci sarebbe successo nulla di grave, afferma: “Basta pensare alla Repubblica Ceca: rimanere fuori dalla zona euro non le ha portato alcuna conseguenza negativa”. Il punto è un altro: “Per noi avere l’euro è diventato deleterio soltanto dopo il maggio 2010, quando i dirigenti della zona euro hanno deciso di creare il Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria. Infatti, se dovremo versare regolarmente la nostra parte perché la Grecia riesca a pagare le sue pensioni e le banche tedesche rimborsino i loro creditori, saremo costretti ad aumentare le tasse”.

Martin Hanus – Lukáš Krivošík

(traduzione di Anna Bissanti)

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