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I Black Block sono nel governo!
Date uno sguardo a questo video…
Mercoledì 14 novembre, via Arenula, Roma. Nel filmato, realizzato con un videofonino da un piano alto, si vedono i ragazzi in corteo correre lungo la strada, dopo aver forzato il blocco della polizia all’altezza del Lungotevere dei Vallati. All’improvviso, dalle finestre del palazzo del ministero della Giustizia piovono lacrimogeni sulla folla in fuga. A giudicare dalla traiettoria, si tratterebbe di lacrimogeni a strappo: due sembrerebbero partire dal secondo piano sopra le stanze occupate dal ministro Paola Severino, il terzo dal tetto dell’edificio.
E’ qualcosa di mostruoso vedere dei lacrimogeni lanciati direttamente dalle finestre di un ministero verso la folla. Cioè: è proprio il governo che spara, fisicamente, nascosto e protetto nei suoi palazzi, contro i suoi cittadini. Insomma, quasi roba da Saddam.
Invece preferisco credere che siano stati un paio di cretini – qualche poliziotto con la zucca fuori posto, incapace di comprendere anche minimamente l’incredibile portata simbolica del suo gesto. Il che ripropone l’eterna questione che ci portiamo dietro da trenta o quarant’anni, cioè la presenza di black bloc – per usare la consueta formuletta – anche nelle istituzioni.
Quando un gruppo di scalmanati si stacca da un corteo per andare a spaccare una vetrina o ad assaltare una camionetta di poliziotti, è l’intero corteo che ne subisce le conseguenze, in termini di credibilità politica, e gli organizzatori sono costretti a prenderne le distanze con imbarazzo e decisione. Che il governo faccia qualcosa contro questo esempio di vigliaccheria e fascismo istituzionale così come le teste spaccate dei nostri ragazzi, disarmati, lo dubito.
In Italia dagli anni ’60 e ’70 e più recentemente con il G8 di Genova, Aldovrandi, Cucchi e mille altri, abbiamo una scuola di arroganza e violenza criminale che permea frange delle Forze dell’Ordine che non solo dobbiamo reprimere, ma dobbiamo impedire che si “esprimano” ancora. Che ne direste del numero identificativo di ogni agente sul proprio casco/giubotto per rendere riconoscibile l’individuo che si nasconde dietro l’uniforme?
Milano, le autostrade sono un affare privato
La mobilità di Milano e del suo hinterland diventa un affare privato. Martedì 25 settembre è arrivata in consiglio provinciale la delibera (in allegato) che privatizza Milano Serravalle spa, la società che gestisce la tangenziali milanesi: a finire sul mercato sarà l’intero pacchetto azionario detenuto dalla Provincia di Milano (detenuto attraverso la holindg Asam spa), pari al 52,9% del capitale della società, puntando ad incassare oltre 400 milioni di euro. Pochi giorni fa, però, anche il Comune di Milano ha scelto di cedere il suo 18,6% di Milano Serravalle spa.
Secondoa una nota diffusa in serata dall’amminiatrazione provinciale si è trattato “di un voto fondamentale per la valorizzazione degli asset della Provincia di Milano” come ha spiegato il presidente, Guido Podestà (Pdl). Che ha aggiunto: “Ai cittadini della Grande Milano abbiamo, dunque, dimostrato di avere a cuore sia il mantenimento dei servizi di alto livello che l’amministrazione garantisce ai cittadini sia la realizzazione delle grandi opere necessarie alla crescita economica e allo sviluppo del nostro territorio”.
In realtà, il completamento dell’operazione vedrà mutare a cascata la composizione azionaria di Pedemontana Lombarda spa e Tangenziali Esterne di Milano (Tem) spa, ovvero delle società concessionarie di due delle tre grandi opere (inutili) in corso di realizzazione in Lombardia, due investimenti che valgono -complessivamente- 7 miliardi di euro. Oggi entrambe le opere vedono a rischio l’apertura o la continuazione dei cantieri (come spieghiamo in dettaglio sul numero di ottobre di Altreconomia), perché gli istituti bancari chiamati a finanziarle non manifestano piena fiducia nel piano economico degli interventi.
È in questo contesto che gli enti pubblici si “sfilano”. In particolare, la Provincia di Milano non dispone delle risorse adeguate per ricapitalizzare le due società, garantendo così un po’ di linfa ai cantieri, che altrimenti sono destinati alla chiusura nel dicembre del 2012.
Abbandonando la compagine azionaria della Serravalle, tuttavia, gli enti pubblici sanciscono anche che sarà il privato a studiare -e realizzare- la mobilità della città metropolitana, secondo un disegno impostato dalla giunta provinciale in carica fino al 2009, quella guidata da Filippo Penati.
Agli affari della Serravalle, oggetto di un’inchiesta della Procura di Monza, abbiamo dedicato un capitolo nel libro “La caduta di Stalingrado” (Rx Castelvecchi).
Pietro Mezzi, in giunta con Penati e oggi consigliere di Sinistra ecologia e libertà, spiegava: “Una parte della maggioranza e in particolare quella che poi è diventata il Pd (allora Ds e Margherita) considerava Asam come la holding autostradale della Provincia. All’interno della coalizione il dibattito su questo tema è stato serrato, perché a questa visione altri contrapponevano un ruolo di holding finanziaria che dovesse promuovere -oltre che autostrade- anche opere nel campo della mobilità pubblica collettiva. prevalso la posizione di chi puntava sull’idea di Asam quale holding autostradale, noi abbiamo perso. Per noi intendo Rifondazione comunista, i Verdi (cui Mezzi era iscritto, ndr) e una parte dei Ds”.
“Ha vinto -chiarisce l’ex assessore provinciale – l’idea di Penati per la quale Asam dovesse guidare i processi di trasformazione del territorio in senso autostradale ed entrasse nelle principali opere in via di definizione”. Oggi Massimo Gatti, capogruppo in Provincia di Milano per Lista un’Altra Provincia-PRC-PdCI, annuncia il proprio voto contrario sottolineando come “la privatizzazione di Serravalle rappresenterebbe una vera e propria pugnalata alle spalle dei pendolari che da anni aspettano il prolungamento della M2 verso Vimercate e della M3 verso Paullo, l’interramento della Rho-Monza e il blocco dell’aumento indiscriminato delle tariffe.
Si decide di rinunciare a qualsiasi ruolo del pubblico”.
Tratto da altreconomia.it
Stasera muore il fascismo
Nei giorni scorsi sono comparsi sui muri di Roma i manifesti di “La Destra” che vedete qui sopra in cui non solo è chiaramente ritratta una manifestazione di anarchici greci, ma fra le fila dei compagni, in evidente assetto da sommossa, fa bella mostra di sé uno striscione che recita “Apopte petheni o fascismos” ovvero “Stasera muore il fascismo”
Migliaia per “Occupyamo Piazza Affari”
Striscioni e cori per salutare il movimento “No Tav”. “Blitz” a due banche lungo il percorso. Attimi di tensione tra manifestanti e agenti. Ferrero: “Siamo qui per mandare a casa il governo Monti”. Alla protesta partecipano anche pensionati, studenti e genitori con i bambini
“No ai diktat della Bce e del governo Monti-Napolitano”. E’ stato il messaggio della manifestazione di ”Occupyamo Piazza Affari” che oggi ha attraversato il centro di Milano. Alla manifestazione hanno partecipato migliaia di persone (alcune migliaia per la questura, 25mila per gli organizzatori). In testa al corteo molte figure della sinistra extraparlamentare, dei sindacati, ma anche movimenti, associazioni, centri sociali. Tante bandiere di sindacati, partiti e dei movimenti No-Tav. Le principali anime dei manifestanti sono sintetizzate dagli striscioni e dai cori. Un corteo centrato sulla ideale “occupazione” di piazza Affari “come simbolo del potere della finanza”. All’apertura del corteo, comunque, non sono comunque mancati slogan per i “popoli della Valsusa”. Alla protesta hanno preso parte anche studenti, pensionati, militanti dei centri sociali e alcuni genitori con i bambini al seguito.
In un corteo che, a parte qualche azione “sanzionatoria” contro le banche, è stato sostanzialmente pacifico, gli animi si sono accesi per qualche minuto dopo l’arrivo di un drappello di carabinieri in tenuta antisommossa davanti alla Unicredit di piazza Cordusio. Dopo pochi minuti, l’arretramento dei militari in via Tommaso Grossi, lontano dai manifestanti, ha riportato la calma. Poco prima un gruppo di ragazzi aveva steso macerie davanti all’ingresso dell’istituto di credito (a rappresentare le macerie lasciate dalla crisi finanziaria) e attaccato banconote giganti con l’effige di Mario Draghi, dal simbolico valore di 1.935.800 milioni di euro, ovvero l’entità del debito italiano.
Altri blitz da parte dei manifestanti sono stati messi in atto lungo gran parte del tragitto del corteo: pannelli di compensato attaccati con schiuma sigillante sui bancomat e gli ingressi di alcune banche (come la Cariparma di via Molino delle Armi) e striscioni calati dall’alto delle impalcature di una palazzina di via De Amicis (“Siamo il 99% e siamo in credito”) e da un grande pannello pubblicitario in via Torino (“Voi il debito, noi la rivolta”). Infine innumerevoli le scritte e tag lasciate sui muri degli edifici che hanno costeggiato l’itinerario da piazza Medaglie d’Oro a piazza Affari.
In largo Crocetta, in precedenza, si era sviluppato un piccolo incendio alla porta d’ingresso di una filiale Unicredit: a prendere fuoco era stata della colla utilizzata per attaccare delle tavole di legno sulla porta: “Abbiamo chiuso simbolicamente questa banca” hanno detto i dimostranti. In corso di Porta Romana a Milano quattro giovani hanno simbolicamente murato l’ingresso della Bnl con cazzuole, mattoni e cemento. Un’operazione eseguita in pochi minuti con una ventina di mattoni. Nel frattempo in via Molino delle Armi i commercianti hanno abbassato le saracinesche per timore di eventuali disordini nella manifestazione.
Prima dell’inizio della manifestazione invece due autobus, provenienti da Napoli, i cui passeggeri erano diretti al corteo, sono stati fermati al casello di Melegnano dalla polizia che, dopo un controllo, ha sequestrato delle mazze di cui una custodita nel vano bagagli. Una persona è stata denunciata.
Ferrero: “Monti a casa”. “Siamo qui per mandare a casa il governo Monti e chiediamo al Pd di staccare la spina – dichiara il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero – Il Pd continua a lamentarsi della politica del governo Monti e poi lo sostiene, è un comportamento schizofrenico che io non capisco”. Così rilancia un’alleanza dei partiti a sinistra dei democratici: “Siamo per un soggetto di sinistra – ha aggiunto – che preveda un ampio schieramento con l’Idv, Sel, Sinistra critica, No-Tav contro Monti per dire no a una politica liberista. Siamo e saremo con la Cgil”.
“Non si tratta – ha spiegato Piergiorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Confederazione di base – di discutere verso quale sistema di capitalismo andare, ma al contrario di discutere del superamento di un sistema fondato sull’interesse del capitale. Bisogna subito attivare una politica economica fondata sui beni comuni che eviti di far pagare la crisi ai lavoratori e ai pensionati”. Al corteo partecipa anche il presidente del comitato centrale della Fiom Giorgio Cremaschi: “Il licenziamento economico scardina l’articolo 18 ed è ridicolo dire che la reintegrazione impedisce gli abusi. L’articolo 18 va lasciato così com’è, così come è sbagliata l’intera riforma Monti”. Come mai la Cgil non c’è? “Questa è una manifestazione specificamente contro il governo Monti mentre la Cgil ha deciso una politica di iniziative sindacali. Invece qui si vuole costruire un’opposizione più ampia e trasversale alle politiche del governo e che raccolga l’opposizione sociale e anche la No Tav. Come è noto non condivido la posizione della Cgil sulla reintegra nel licenziamento economico perchè ritengo che l’articolo 18 sia intoccabile. Altrimenti i licenziamenti proprio in questa situazione di crisi saranno migliaia e non sarà possibile tutelare i lavoratori”.
Tratto da ilfattoquotidiano.it
Fiat, Fiom: “Monti convochi Marchionne”
Clicca e guarda l’intervista a Landini
Lo chiede Maurizio Landini, segretario generale della Fiom durante la conferenza stampa che annuncia lo sciopero generale e il corteo delle tute blu Cgil in programma per venerdì 9 marzo. “Manifesteremo per difendere la democrazia all’interno dei luoghi di lavoro – sottolinea Landini – a partire dagli stabilimenti del gruppo Fiat dove non viene rispettata la Costituzione”
di Manolo Lanaro
Luca Abbà, cosa è veramente successo – #notav
Luca Abbà è rimasto folgorato mentre, inseguito dalla polizia, è salito su un traliccio dell’alta tensione. Luca stava protestando contro l’esproprio dei terreni per ampliamento del cantiere TAV in Val Susa. Questa è la versione del leader di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Ferrero dice testuale che Luca è stato inseguito su per il traliccio. Luca pare essere sfuggito ai controlli della polizia ed è salito lui medesimo sul traliccio. Da lassù ha persino avuto un contatto con Radio Black Out: “Mi sono arrampicato sul traliccio dopo essere sfuggito ai controlli. La situazione è tranquilla e non vedo violenze. Sono riuscito a svicolare. Mi guardavano attoniti. Gliel’ho fatta sotto il naso un’altra volta”. Poi ha interrotto le comunicazioni dicendo che stava per essere raggiunto da un rocciatore e che “doveva difendersi”. Dopodiché la dinamica si fa meno chiara. Luca ha ustioni da folgorazione e traumi per la caduta. E’ in condizioni ritenute gravissime al CTO di Torino. Il volo di 10metri “del giovane è avvenuto a causa del contatto accidentale con dei fili scoperti dell’alta tensione presenti nel traliccio”, secondo Lawika web magazine. Quindi Luca non si è appeso volontariamente ai fili come peraltro aveva minacciato di fare poco prima alla radio.
La ricostruzione riportata da Ultime Notizie è invece più accurata, ma aggiunge un nuovo particolare alla
vicenda:
Luca Abbà aveva comunicato la sera prima che sarebbero salito sul palo dell’alta tensione per tentare di rallentare i lavori e attirare l’attenzione della Val di Susa contro lo sgombero della baita che da mesi è diventato il punto di riferimento per i manifestanti No Tav. Alle nove di questa mattina Abbà inseguito dalle forze dell’ordine è salito ancora più su e poi la scintilla. L’uomo è rimasto a terra per 15 minuti con un polmone perforato, diverse fratture e ustioni sul corpo (Ultime Notizie).
Ne consegue che l’azione era premeditata. Ultime Notizie conferma la ricostruzione di Perino, secondo il quale i soccorsi sarebbero stati lentissimi. Quindici minuti con un polmone perforato. E’ agghiacciante.
Qui l’audio di Abbà a Radio Black Out.
Tratto da yespolitical.com
Zona rossa per i NO TAV, come al G8 di Genova!
1 – ZONA ROSSA PER IL CORTEO DEI NO TAV…
Nessun divieto «perché sarebbe inopportuno e controproducente», come spiega il sindaco di Torino, Piero Fassino. Ma i manifestanti non potranno avvicinarsi in alcun modo all’area del cantiere della Maddalena di Chiomonte che sarà protetta da una fascia di sicurezza ampia, probabilmente di un chilometro. Una sorta di zona rossa che dovrebbe permettere di isolare l’accesso ai sentieri di montagna. «Ci saranno gli uomini necessari a garantire il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero ma anche per assicurare l’integrità del cantiere», spiega il sottosegretario all’Interno, Michelino Davico, inviato dal ministro Roberto Maroni a presiedere la riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza.
Il sottosegretario tornerà sabato a Torino per fare il punto con i vertici di carabinieri, polizia e guardia di
finanza ma alla fine della lunga riunione del comitato per la sicurezza si è detto «fiducioso sull’esito positivo della manifestazione di domenica». Certo «l’allarme resta alto visto quanto è successo a Roma e sta succedendo ad Atene e nulla va sottovalutato». Detto questo, però «credo che quei fatti facciano riflette tutti e per questo lancio un appello al presidente della Comunità montana e ai sindaci della Valsusa perché si adoperino per convincere il movimento a evitare violenze e a isolare i violenti».
Nel corso della riunione è stata presa in esame la possibilità di vietare la manifestazione di Chiomonte. L’altro ieri era stata la segretaria provinciale del Pd, Paola Bragantini, ad avanzare formalmente la proposta, ripresa in qualche modo anche dal presidente della Provincia, Antonio Saitta. Davico è salito a Torino per imporre la linea del governo: garantire la libera espressione delle idee. Contrastare i violenti. Preservare il cantiere. E le reti che «sono diventate un simbolo da abbattere», spiega ancora Davico.
E da difendere soprattutto dopo la decisione della Ue di confermare la Torino-Lione tra le dieci opere prioritarie e di aumentare fino al 40% la quota di finanziamento comunitario. Una valanga di soldi targati Bruxelles e di fondi risparmiati per le casse italiane. E per ottenerli «sarà necessario continuare a essere rigorosi e a rispettare le scadenze come abbiamo, nonostante tutto, fatto finora» ha spiegato il presidente dell’Osservatorio, Mario Virano.
Una partita lunga e complessa. Prima tappa domenica. Unica certezza: «Tenere i manifestanti il più possibile lontano dalle reti», spiega Saitta. Toccherà al prefetto di Torino d’intesa con il questore scrivere l’ordinanza con le prescrizioni per i manifestanti. E oltre ai dettagli i No Tav, dovranno anche considerare l’avvertimento che arriva dal procuratore aggiunto Andrea Beconi: «È bene che le persone che andranno a Chiomonte sappiano che chi si rende responsabile di atti conseguenti all’uso di cesoie commette un reato. Indipendentemente dalle eventuali prescrizioni indicate dalla prefettura, chi agisce in quel modo agisce in modo illegittimo».
Che cosa farà il movimento No Tav? Ieri, fino a notte fonda, c’è stata una riunione a porte chiuse del coordinamento dei comitati della Valsusa, di Torino e della Valsangone. Prima della riunione, Lele Rizzo, leader di Askatasuna e del comitato di lotta popolare di Bussoleno, spiegava: «Ci vogliono impedire di andare alle reti? Il nostro obiettivo è chiaro e diverso dal loro. Altrettanto chiare sono le modalità della nostra azione di disobbedienza civile. Decideremo questa sera nel corso dell’assemblea». A oggi le regole d’ingaggio, se si vuole chiamarle così, sono esplicite: manifestazione di popolo, volto scoperto, nessun atto di attacco, nessun uso di strumenti d’offesa.
Resta da capire che cosa faranno i No Tav di fronte ai limiti decisi dalla prefettura. Fermarsi davanti alla «zona rossa» oppure cercare di raggiungere lo stesso le reti. Nel movimento c’è chi invita a evitare «atti di eroismo». E in ogni caso vale quello che Luigi Casel, coordinatore delle liste civiche, spiegava: «Chi si pone fuori da queste regole e da quelle che saranno decise nelle prossime ore in assemblea è fuori dal movimento». Anzi, potrebbe diventare un avversario dei No Tav.
Maurizio Tropeano per “la Stampa“
2 – LE FORZE DELL’ORDINE COME IN GUERRA: SCHIERATI BLINDATI, CINGOLATI, ELICOTTERI…
Ci sarà una «zona rossa», delimitata da una serie di check point e di blocchi costituiti da una serie di new jersey, sistemati nei punti chiave della Maddalena di Chiomonte. Il presidio interforze, coordinato dal questore di Torino Aldo Faraoni, prevede l’impiego di oltre 1700 poliziotti, carabinieri, finanzieri e reparti della Forestale, più i vigili del fuoco. Avranno un compito preciso: impedire agli attivisti No Tav di avvicinarsi alle reti del cantiere dove, tra l’altro, i lavori sono proseguiti anche nelle ultime ore, con l’asfaltatura dei piazzali e delle vie interne di comunicazione.
Gli elicotteri seguiranno dall’alto l’evolversi della situazione, attimo dopo attimo. Gli operai delle imprese valsusine che lavorano dal giorno dello sgombero, il 27 giugno scorso, dell’ex «Libera Repubblica della Maddalena» hanno rinforzato ancora i sistemi di sicurezza con nuove recinzioni e cancelli protetti da barriere di filo spinato, modello israeliano, cioè dotate di piccole lame sottili e affilate.
Al fianco dei reparti interforze, gli alpini della Taurinense con i loro mezzi, una quindicina di Iveco Lince,
considerati tra i migliori blindati del mondo, più un cingolato Bandvagn 206, costruito dalla svedese Hägglunds (trazione su quattro cingoli, può trasportare 17 uomini), complessivamente un centinaio di militari che hanno allestito la rete dei collegamenti radio e postazioni dotate anche di visori notturni.
Molti dettagli del sistema di difesa del cantieri previsti per domenica sono ancora protetti dal segreto. Una parte dei reparti antisommossa terranno sotto controllo anche gli accessi ai sentieri, lato Chiomonte, area centrale e quelli che, dalla frazione Ramat del Comune di Exilles, scendono verso le recinzioni poste davanti al sito archeologico devastato, il pomeriggio del 3 luglio scorso, dai black bloc.
I manifestanti, in base ai programmi diffusi da giorni sulla rete e sui siti del movimento, si ritroveranno nel campo sportivo del comune di Giaglione alle 10,30 di domenica. Dopo un’assemblea-comizio, tenteranno di raggiungere, in massa, il cantiere. All’altezza del bypass vicino a una centralina dell’autostrada A32, si ritroveranno di fronte una barriera costituita da new jersey di cemento armato sormontati da robuste reti di acciaio. Non avranno altra scelta che quella di rientrare al punto di partenza o di deviare il corteo verso Chiomonte, comunque lontano dall’area oggetto dei divieti.
I carabinieri, guidati dal comandante provinciale di Torino, Antonio De Vita, affiancheranno i reparti mobili della polizia e i duecento baschi verdi della Finanza. Un ruolo importante, strategico in un contesto così complesso, è affidato ai detective della Digos di Torino che dovranno individuare, all’interno delle varie anime che compongono il movimento, non sempre coese tra loro, gli elementi pericolosi in grado di trasformare una manifestazione pacifica in una guerriglia, come è avvenuto per una ventina di volte, dal 23 maggio scorso sino al 9 settembre, quando si verificarono gli ultimi scontri.
Due donne furono arrestate, una è ancora agli arresti domiciliari, l’altra ha l’obbligo di dimora. Il cantiere, che sarà ulteriormente allargato nei prossimi giorni, ha una decina di varchi costituiti da grossi cancelli di acciaio. I più difesi saranno il varco 4, quello più attaccato nei mesi scorsi, ai margini del bosco di Clarea, il 6 e il 7, a diretto contatto con la baita abusiva che fa ora da presidio dei No Tav; da qui potrebbe partire l’attacco alle reti che i No Tav vogliono devastare utilizzando cesoie e tronchesi.
Massimo Numa per “la Stampa”
Berlusconi si frega le manine… la manifestazione degli Indignados, a causa dei soliti 4 coglioni, è finita in merda!
Guerriglia in piazza San Giovanni, luogo storico delle manifestazioni sindacali e democratiche. Il corteo degli indignati, che doveva essere una manifestazione pacifica, si è trasformato in una vera e propria battaglia urbana che da più tre ore e mezzo sta mettendo a ferro e fuoco il centro. La piazza è simbolicamente divisa tra i violenti e i manifestanti pacifici che con le mani alzate stanno cercando di scappare. Le forze dell’ordine prese d’assalto dai black bloc con una pioggia di sassi e sampietrini. Continue le cariche dei blindati e degli idranti: le forze dell’ordine in tenuta antisommossa cercano di disperdere il folto gruppo di incappucciati, circa 500 persone che li attacca anche con bottiglie incendiarie e bombe carta.
RINFORZI - Altri contingenti delle forze dell’ordine sono arrivati a Piazza San Giovanni in supporto a quelli presenti nella piazza. Il lancio di lacrimogeni ormai è fitto ed i teppisti rispondono con pietre e bottiglie. La loro violenza sembra inesauribile: tra loro urlano quasi per darsi la carica soprattutto durante i blitz. Continuano a costruire barricate e ora ne hanno eretta una a via Merulana.
INCENDIATO UN MEZZO DEI CARABINIERI - Un blindato dei carabinieri è in fiamme e si sentono
esplosioni provenire dal mezzo che era rimasto bloccato dalla folla. Fiamme e fumo si levano dal mezzo e i manifestanti continuano ad attaccarlo con fumogeni e bombe carta. I due militari all’interno sono riusciti a scendere in tempo e si sono messi in salvo. Altri messi mezzi sono stati bloccati e circondati e fatti oggetto di lanci di pietre, spranghe e sassi
«VERGOGNA» – I manifestanti pacifici del corteo di Roma urlano «Vergogna» alle forze di polizia perchè non caricano i violenti che stanno attaccando all’incrocio tra via Emanuele Filiberto e San Giovanni. Le forze dell’ordine, per ora, si stanno limitando a cariche di alleggerimento. La situazione resta di stallo: i teppisti sempre arroccati nei giardini della Basilica, le forze dell’ordine all’incrocio tra via Carlo Felice e la piazza.
20 FERITI – Ci sarebbero circa venti feriti tra forze ordine, manifestanti e teppisti negli scontri di oggi a Roma. Tutti sono stati trasportati all’Umberto I e al San Giovanni e sono stati medicati per contusioni e lievi ferite. Tra i feriti anche un ufficiale dei carabinieri, colpito da una pietra ed un agente di polizia Un ragazzo, con ogni probabilità protagonista delle violenze a piazza san Giovanni, sarebbe stato investito da un blindato della polizia, impegnato nelle manovre per sgomberare la piazza: lo riferisce il Tg3 che ha mostrato le immagini del giovane sdraiato su un’aiuola. Un uomo è ricoverato al Policlinico Umberto I in condizioni definite «gravi» per lo scoppio di un petardo o un altro oggetto esplosivo che gli avrebbe amputato due dita: si tratta di un militante di Sel che stava cercando di arginare le violenze. Ferito anche un fotografo dell’AdnKronos colpito da una pietra alla festa in piazza San Giovanni. Colpito al volto anche un militante dei Cobas, in via Cavour, che stava tentando di fermare un lancio di bottiglie contro i vigili del fuoco intenti a domare il rogo di un Suv.
FERMI E DENUNCE – Numerosi i fermi effettuati dalle forze dell’ordine durante il corteo. Sono stati denunciati i quattro anarco-insurrezionalisti, bloccati nella mattina di sabato dai carabinieri in via Parisi in localitá Castel di Leva a Roma. Erano stati trovati con zaini contenenti caschi da motociclista, maschere antigas, mefisti, parastinchi, mazzette da muratore, piede di porco, 500 biglie di vetro e una fionda professionale di grosse dimensioni e bottiglie di vetro.
PAURA E PANICO – Scene di paura e panico tra al gente che era venuta da tutta Italia per manifestare
pacificamente a piazza San Giovanni. Qualcuno è in lacrime ed è molto impaurito. . La piazza è scenario di guerra. La polizia avanza ma viene respinta con attacchi violenti sia ai contingenti sia ai mezzi blindati.
AL RIPARO NEL VICARIATO - Il corteo è spezzato in due dall’intervento della polizia. Molti manifestanti, anche intere famiglie, sono disorientati e sono ancora bloccati al Colosseo. Alcuni sembrano decisi a lasciare la manifestazione, altri tentano di proseguire verso piazza San Giovanni percorrendo strade secondarie: ma le strade sono tutte bloccate dai mezzi delle forze dell’ordine. Molti hanno scavalcato il recinto del Vicariato per mettersi al riparo dentro la Basilica e con le braccia alzate stanno cercando di mettersi al riparo. Ma su di loro piovono fumogeni. Dopo un primo momento, è stato lo stesso vicariato di Roma a permettere che l’accesso in questione fosse aperto. Una scelta motivata, a quanto si è appreso, dall’esigenza di permettere ai manifestanti pacifisti di poter lasciare la zona di guerriglia e poter andare oltre.
ASSALTI - Indignati e arrabbiati. Alla grande manifestazione nazionale in corso a Roma, hanno preso parte migliaia di persone normali che sono state sorprese dai black bloc che si sono resi protagonisti di numerosi atti di violenza durante tutto il corteo. Bandiere bruciate, auto in fiamme, assalti alle banche e ai bancomat. Sondate le porte e le vetrine del supermercato Elite in via Cavour. Devastata anche la vetrina della Cassa di Risparmio di Rimini in via dei Serpenti.
INCENDIATO MINISTERO DIFESA – Incendiata anche la sede del Ministero della Difesa in via Labicana: i black cloc hanno lanciato bombe carta e devastato vetrine e uffici. Il fuoco ha fatto crollare il tetto dell’edificio adibito anche a caserma, Gli incappucciati, avanzando in via Labicana, hanno preso d’assalto anche l’ex agenzia delle Entrate e una filiale della Banca popolare del Lazio all’incrocio tra via Manzoni e Merulana. Aggredite due troupe di Skytg24: a un operatore è stata tolta la telecamera e distrutta.
Da Corriere.it
Operai della Iris bus di Avellino sequestrati dalla Polizia!
Qualche decina di operai della Iris bus di Avellino è stata letteralmente sequestrata da decine di agenti in assetto antisommossa che gli volevano impedire di raggiungere piazza Montecitorio.
Gli operai, senza stipendio da 3 mesi, si erano radunati davanti al ministero dello Sviluppo Economico.
A nulla sono serviti gli appelli del deputato Idv Franco Barbato, che per aver impedito agli operai di manifestare, ha annunciato di denunciare il questore di Roma e il ministro dell’Interno Roberto Maroni.



















