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Intervista integrale Pizzarotti a Servizio Pubblico
Tra tutti i canali televisivi, la 7 è il più fazioso. Un canale fuori controllo, con figuranti strapagati nonostante abbia perso circa 70 milioni nel 2012. Chi paga le perdite? TImedia, di Telecom Italia, ne detiene la proprietà, quindi la finanziamo tutti noi con le bollette, peggio del canone. Franco Bernabè, l’ad di Telecom, sta cercando di venderla, per ora senza successo, a Urbano Cairo e Clessidra. Se non ci riuscirà gli rimarrà solo l’asta pubblica. Partecipare potrebbe essere un’opportunità, non per rilanciarla, ma per chiuderla.
“In risposta all’intervista della trasmissione Servizio Pubblico del 31 gennaio 2013, montata tagliando le risposte in modo da renderle ridicole o incomprensibili, pubblico l’intervista integrale in modo che ognuno possa valutare l’obiettività dell’informazione” Federico Pizzarotti, sindaco di Parma [dalla descrizione del video su youtube]
- Nel 2011 i debiti complessivi del Comune di Parma (Comune + Partecipate) ammontavano a 874 milioni di euro; nel 2012 i debiti sono stati ridotti di 44 milioni (in relazione alla cessione della quota di Stu Pasubio).
- Nel corso del 2012, in meno di un anno, siamo riusciti ad effettuare pagamenti ai fornitori per 84 milioni di euro (tieni presente che il debito del Comune verso i fornitori è quello più difficile da liquidare, rispetto al debito verso le banche, che invece è sostenibile e razionabile nel tempo).
- Sono state vendute all’asta tutte le auto blu, con un risparmio di 250 mila euro l’anno (il sindaco gira con una Zafira a Metano, oppure in bicicletta)
- Ridotti del 10% gli stipendi del sindaco, vice sindaco e presidente del Consiglio Comunale: anche qui il risparmio è di decine di migliaia di euro.
- Sospeso Quoziente Parma voluto dall’ex amministrazione (un coefficiente che in teoria avrebbe dovuto aiutare le famiglie a sostenere il costo delle rette scolastiche). In realtà è costato complessivamente 5 milioni di euro, di cui: 118.000 euro in consulenze e studi con l’Università di Parma, 82.000 euro ai CAAF per il calcolo del QP, un Dirigente dedicato per alcuni anni, 540.000 euro di mancate entrate nell’anno 2011 ed 250.000 euro di mancate entrate nel 2012 in relazione all’applicazione del QP ai servizi educativi (in misura ridotta, alla fine, il denaro per le agevolazioni alle famiglie: era più strumento di propaganda che altro). Se lo strumento fosse davvero uno strumento di equità a costo zero per l’amministrazione comunale significherebbe che a fronte di alcune famiglie che si vedono applicate delle riduzioni a qualsivoglia tariffa ce ne sono altre che si vedono proporzionalmente applicato un corrispondente aumento. Il fatto che in questi anni abbia comportato “solo” agevolazioni per tutti ha significato un pesante aggravio alle casse del Comune.
- Abbiamo aumentato il costo delle rette scolastiche, ma lo abbiamo fatto solo per le fasce di reddito superiori, cioè il 20% del totale delle famiglie, per permettere al restante 80% di usufruire degli stessi servizi”.
Nuovi equilibri in TV
1- FINITA LA TREGUA, LA TV CAMBIA EQUILIBRI
Tempi complicati, tempi interessanti. E interessante e movimentato si profila, dopo gli anni della «pax berlusconiana», l’autunno della televisione. Sull’etere si vanno addensando tre vicende che potrebbero cambiare gli equilibri nel piccolo schermo, creando un mercato più aperto e policentrico.
Il dossier più importante e ravvicinato è la messa in vendita de La7 da parte di Telecom Italia. Scalpore ha suscitato l’interesse manifestato da Mediaset per l’emittente rilanciata dall’«effetto Mentana», unica a vedere la raccolta pubblicitaria crescere del 10% in un mercato che cala del 9%. Non solo. L’unica tivù con una reputazione in ascesa (malgrado persistenti difficoltà economico-finanziarie), capace di servire un pubblico non servito da altri, e dunque assai appetibile.
Secondo alcuni, manifestando interesse, Mediaset avrebbe il vantaggio tattico di sbirciare nelle carte della società in vendita. Al Corriere risulta, al contrario, che la manifestazione d’interesse del Biscione, primo, non abbia avuto seguito e, secondo, che le regole antitrust non consentirebbero alcun accesso alle carte.
Una fusione Mediaset-La7 eliminerebbe qualsiasi concorrenza nella tivù commerciale gratuita ed è dunque altamente probabile che sarebbe respinta da qualsiasi autorità europea o italiana. Anche se venissero acquistate solo le frequenze (escludendo i programmi, come prevede un’ipotesi di cessione parziale), Mediaset si troverebbe a possedere, oltre ai suoi 5 multiplex, i 4 dell’emittente di Telecom Italia, attestandosi largamente sopra il limite dei 5 posto da Bruxelles.
A questo argomento, che è il principale e di maggior interesse nazionale, si può aggiungere la considerazione che l’azienda di Silvio Berlusconi, pure dinamica e competitiva, non è immune dalla crisi che affligge tutti gli editori. Ci si chiede perciò se avrebbe la forza per sostenere un’acquisizione, anche ammesso che venisse consentita.
Manifestazioni di interesse, confermano fonti Telecom, sono arrivate invece da parte di grandi aziende internazionali totalmente scollegate dai gruppi di potere italiani. Si parla di realtà importanti come la lussemburghese Rtl, la tedesca Bertelsmann e di gruppi asiatici. Cosa quest’ultima che non meraviglia, considerando le relazioni del presidente Franco Bernabè con gli operatori del Far East.
Se questo interesse dall’estero venisse confermato, sarebbe un altro segno del cambiamento nella
percezione internazionale del clima italiano (cui concorre anche la nomina dei nuovi vertici Rai), meno condizionato dal duopolio televisivo targato Mediaset.
A riscaldare l’autunno contribuiscono poi le notizie su Carlo De Benedetti, editore del Gruppo L’Espresso. Dopo la sua manifestazione di interesse per La7, che peraltro non ha avuto seguito, secondo indiscrezioni sarebbe intenzionato a rafforzare i suoi legami con Sky, che oggi consistono nell’affitto all’emittente satellitare dei suoi due multiplex per i programmi via etere sul canale Cielo. Intenzione non confermata da nessuno degli interessati.
Resta la domanda su che cosa progetti di fare l’Ingegnere per valorizzare le sue frequenze, in un contesto di crisi dell’editoria che non risparmia nessuno. E proprio le frequenze – o meglio l’organizzazione dell’asta secondo criteri accettabili da parte dell’Ue – saranno il terzo dossier scottante dell’autunno. O, forse, dell’inverno. La pratica, oggi all’Agcom, è infatti delicatissima e tocca direttamente i maggiori interessi in campo. Di rinvio in rinvio si potrebbe arrivare anche a una coincidenza dei tempi con le elezioni e quindi alla primavera del 2013. Nessuno, nel governo Monti, sembra avere troppa fretta.
di Edoardo Segantini Corriere della Sera
2- CIELO DI PIOMBO SUL CAV
Chi ha parlato per anni di leggi ad personam del governo Berlusconi forse per una volta dovrà ricredersi. Nel settore d
ella televisione sta per arrivare la più grande rivoluzione da quando un allora semi-sconosciuto imprenditore brianzolo avviò le prime trasmissioni utilizzando ponti radio improvvisati con la vicina Svizzera.
La fine dell’ultima decade contrassegnata dal potere del Cavaliere può consegnare ai posteri il più acerrimo contendente delle reti Mediaset: l’alleanza Sky-Espresso sul digitale terrestre ha infatti sulla carta la potenzialità di terremotare l’etere italiano e il teatro stesso della politica.
E tutto è avvenuto alla luce del sole, in barba ai mille consiglieri dell’uomo di Arcore, che già avevano dormito sonni tranquilli quando con un blitz due anni fa NewsCorp riuscì a ottenere da Bruxelles la possibilità di operare anche sulla piattaforma digitale. Non sono servite leggi come la Gasparri, i cui detrattori per anni hanno bollato di incostituzionalità, né il piano, piuttosto pasticciato, di digitalizzazione dell’Italia pensato anche come risposta al crescente potere sul satellite di Rupert Murdoch, né tantomeno i piccoli e grandi sgambetti che il governo di centrodestra ha cercato di rifilare al colosso del tycoon australiano (che ancora non ha digerito il raddoppio dell’Iva sugli abbonamenti).
Alla fine, se l’accordo di scambio di tecnologia e di contenuti tra i due gruppi editoriali andrà in porto, gli italiani potranno addirittura vedere Novantesimo Minuto non sulla storica Rai o sulle reti di Cologno Monzese, bensì su Cielo, digitando il fatidico tasto 9 del telecomando, gentilmente affittato all’uopo proprio dai manager di Carlo De Benedetti e Monica Mondardini.
E lasciato in eredità dalla passata gestione dell’Autorità per le Comunicazioni, che, ironia della sorte, proprio alle televisioni dell’Ingegnere ha assegnato l’ultimo posto libero sul telecomando di 23 milioni di famiglie italiane. Smentendo per una volta il presunto assoggettamento politico al centrodestra dell’Agcom, fino a ieri guidata da Corrado Calabrò, i garanti dei media hanno confezionato il più fenomenale degli assist a chi vuole vedere definitivamente crollare il potere dell’ex premier. In politica come negli affari.
La sempre più probabile alleanza tra i due network che più di tutti gli altri hanno messo in croce l’inquilino di Palazzo Grazioli, anticipata da MF-Milano Finanza, è una bomba pronta a esplodere nei cieli della finanza e della politica. Per ora si parla di «accordi commerciali», di nuove società 50/50 tra le due aziende, di scambi di tecnologia (l’Espresso ha due multiplex digitali, il che vuol dire almeno 10 canali tv, Sky Italia una sconfinata teca di programmi per almeno 200 milioni di euro), ma a Cologno Monzese sono già in molti tra gli uomini di fiducia di Fedele Confalonieri ad avere i sudori freddi: sempre in teoria, la nuova aggregazione può arrivare a valere anche mezzo miliardo di euro e raccogliere subito, grazie alla posizione sul telecomando, qualche decina di milioni.
Uno scenario da psicodramma da far impallidire anche il più ottimista degli Emilio Fede. La preoccupazione sul fronte politico è, se possibile, anche maggiore. In Parlamento già è partito il toto-candidato: chi sarà appoggiato nella corsa a Palazzo Chigi dalla nascente nuova entità televisiva? Se lo chiedono nel Pd come nel Pdl. Matteo Renzi, il rottamatore che tanto piace a Largo Fochetti e che non troverà ostacoli anche nel cuore dello Squalo vista la sua storica idiosincrasia per la sinistra oppure il più tranquillo e rassicurante Pierluigi Bersani? O lo scassinatore di riti Beppe Grillo?
Una cosa è certa: per Berlusconi e per i suoi saranno dolori perché verrà realizzata una linea Maginot per contrastare ogni sua aspirazione di rimanere protagonista anche dopo le future consultazioni elettorali. D’altronde la storia insegna: la televisione genera mostri e presidenti. Ne sa qualcosa Renata Polverini, che da oscura sindacalista-presenzialista sulle poltrone di cartone di Ballarò si è trovata catapultata sullo scranno più alto lasciato libero da Piero Marrazzo alla Regione Lazio.
E superfluo è ricordare l’intera enciclopedia di pubblicazioni sul potere del tubo catodico e l’ascesa del Cavaliere. Certo non tutto è pronto e nulla si può ancora dare per scontato. L’alleanza Sky-Espresso, oltre che essere formalizzata trovando una sintesi al braccio di ferro in corso tra i manager del gruppo che controlla La Repubblica e i collaboratori di Andrea Zappia che vorrebbero il 51% della nuova entità televisiva, dovrà saltare due ostacoli.
Le autorizzazioni non scontate degli organi antitrust e la grana legale scoppiata tra le mani della
neo-Autorità per le Comunicazioni guidata da Angelo Marcello Cardani. Il collegio presieduto dal grand commis proveniente dalla Commissione Europea dovrà rimettere mano alla delibera Agcom sul sistema di assegnazione dei tasti sul telecomando (Lcn, Logical Channel Number), sonoramente bocciata da una recentissima sentenza del Consiglio di Stato che ha sostanzialmente chiesto che si riveda il criterio grazie a cui sui tasti 8 e 9, invece che televisioni generaliste, si sono accasate appunto Mtv e Dee Jay Tv, la televisione dell’Ingegnere che certo non può essere considerata alla stregua di Rai 1 o di Canale 5, trasmettendo un palinsesto quasi del tutto musicale.
Una scelta che ha fatto ricorrere al Tar e poi agli alti magistrati di Palazzo Spada proprio chi, come TeleNorba e Videolina, si considera invece network a tutto tondo. D’altronde il passaggio della sentenza del supremo organo di giustizia amministrativa è chiaro. «Dall’indagine della spa Desmoskopea emerge innanzitutto che l’assegnazione quantomeno della nona posizione nelle emittenti nazionali ex-analogiche appare disposta in difetto di rilevazioni istruttorie adeguate e univoche. Inoltre appare chiaro», scrivono i giudici, «che comunque le posizioni otto e nove devono essere attribuite (in conformità alle abitudini e preferenze degli utenti nella sintonizzazione dei canali) a emittenti generaliste, ove operative, fermo restando che il criterio delle abitudini consolidate ha una valenza sua propria rispetto agli ascolti, mentre Music TV e Deejay Television non possono essere inserite nella categoria delle emittenti generaliste storiche che trasmettono programmi generalisti da decenni».
Insomma, traducendo, il tasto 9 sarebbe da riassegnare con il conseguente rischio di far saltare tutta l’operazione con Sky, visto che Murdoch proprio sulla maglia da centravanti del telecomando ha basato tutte le proprie aspirazioni di sbarcare in pompa magna sul digitale terrestre in chiaro, illuminando le serate degli italiani con il suo Sky Tg 24.
Per non sbagliare, Cardani e colleghi hanno prorogato per 120 giorni l’attuale sistema di numerazione per poi effettuare una nuova indagine di mercato e rifare il provvedimento. Tempi biblici. Nel frattempo l’alleanza del secolo potrebbe nascere lo stesso, bypassando la vacatio legis e occupando una poltrona di prima fila. Ma sarebbe una mossa giuridicamente non in odore di santità e storicamente molto simile alle vecchie guerre berlusconiane per l’occupazione delle frequenze
Roberto Sommella per Milano Finanza
Il Vaticano querela LA7!
L’ira del Vaticano si scaglia contro La7. E in particolare contro «Gli intoccabili» di Gianluigi Nuzzi, ondata in onda mercoledì sera, sugli affari della Chiesa. La Santa Sede non ha gradito. Affatto. Tanto che il portavoce Federico Lombardi, in una nota ufficiale, parla di intraprende vie legali «per garantire l’onorabilità di persone moralmente integre e di riconosciuta professionalità, che servono lealmente la Chiesa, il Papa e il bene comune».
LA NOTA- Le «accuse» sono «molto gravi». La trasmissione presenta il Governatorato del Vaticano «in modo parziale e banale, esaltando evidentemente gli aspetti negativi», con il «facile risultato» di presentarlo «come caratterizzate in profondità da liti, divisioni e lotte di interessi».
Lombardi definisce queste come «disinformazione» e «informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa». Lombardi difende monsignor Viganò «i criteri positivi e chiari di corretta e sana amministrazione e di trasparenza a cui si è ispirato continuano certamente ad essere quelli che guidano anche gli attuali responsabili del Governatorato, nella loro provata competenza e rettitudine».
Il programma ha parlato si «mazzette, lavori gonfiati e pilotati nella Santa Sede». In particolare si è parlato di una lettera del nunzio apostolico Viganò al Papa in aprile in cui chiariva la situazione delle finanze.
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Santoro in tv con Celentano e Luttazzi?
“Comizi d’amore”: dieci euro per finanziare il nuovo programma. Con un casting d’eccezione
Pasolinianamente, Michele Santoro ritorna. Il suo “Comizi d’amore”, che riprende un film documentario del regista, scrittore e poeta, partirà con il botto, se è vero che il “casting” prevede la discesa in campo di stelle apprezzatissime dal pubblico. Il quale è chiamato a contribuire le spese con una quota che dovrebbe essere di dieci euro. Paolo Conti del Corriere della Sera ci racconta i dettagli:
Santoro ha chiesto l’aiuto «di imprenditori come Sandro Parenzo, di Etabeta, del Fatto Quotidiano».La sua impresa «sarà una grande manifestazione televisiva, basterà mettersi davanti allo schermo. Se riusciremo a far vivere questo progetto sul digitale e sui canali Sky e se milioni di persone saranno lì, allora noi ci saremo avvicinati alla possibilità di trasformare la tv italiana». In sostanza Santoro ha riproposto il modello dei suoi precedenti esperimenti, «Rai per una notte» e «Tuttinpiedi»: «Andrò in ginocchio da Sabina Guzzanti, da Celentano, da Luttazzi per chiedere che ci aiutino, devono farlo per una tv libera da ogni censura».
Il discorso è servito a Santoro per offrire la sua versione del mancato approdo a La7:
«Non so se sia vero che Berlusconi abbia davvero telefonato a Bernabè per impedirci di lavorare lì. Ma io lo dicevo ai miei, durante la trattativa. Guardate che Telecom è ipersensibile alle politiche del governo… ». Secondo Santoro, tutto sarebbe saltato dopo la richiesta dell’amministratore delegato Giovanni Stella che gli aveva chiesto di sottoscrivere un obbligo «che nessun giornalista serio può condividere», cioè avere la scaletta della trasmissione prima della messa in onda. Domanda di Santoro: «In Borsa il titolo de La7 schizza in alto del 20% quando si sa della trattativa, e tu cosa fai? Mi chiedi la scaletta? Ma allora, ridateci Mauro Masi…».
E dalla conferenza stampa la volontà di non fare prigionieri pare netta:
Santoro ha attaccato duramente Berlusconi («C’è uno che ha detto che questo è un Paese di merda, che telefona con una Sim colombiana, che si inventa appuntamenti inesistenti per non recarsi dal magistrato. Quando diremo basta, è finita, fuori dalle balle?»), ma non ha risparmiato critiche al Pd («Il problema non è se Penati o altri siano colpevoli, il problema è che mentre stava maturando il più grande crack mondiale dell’economia, l’erede del partito dei lavoratori di questo Paese si occupava dell’assetto delle banche italiane e che la lista dei finanziamenti elettorali di Penati coincideva con i rapporti di affari intrecciati con quelle amministrazioni»).
Ferma Restando
Le vere ragioni della fumata nera della trattativa Santoro-La7
Nel giorno del gran rifiuto della “terza rete” all’ex conduttore di Annozero, scompare dalla manovra economica una norma sulla rete telefonica che avrebbe pesantemente penalizzato Telecom, proprietaria della rete
La metafora di Giovanni Stella, confezionata un mese fa per il Fatto, annunciava la discesa in campo (televisivo) di Telecom: io aspetto paziente sotto il banano-Rai che ne scendano i macachi-conduttori. L’amministratore delegato di Telecom Italia Media rompeva il bipolarismo di Rai e Mediaset: ecco, diceva, La7 è disposta a prendersi il gruppo di giornalisti che il servizio pubblico e il Biscione, per motivi diversi ma di uguale matrice (il Cavaliere), non vogliono e non possono permettersi. Stava nascendo una televisione all’apparenza poco controllabile per il Silvio Berlusconi imprenditore e politico, ma estremamente influenzabile per la sua versione di capo del governo. La trattativa con Michele Santoro era chiusa, mancava un tratto di penna: la firma (alle prime voci, il titolo di La7 crebbe in un giorno del 20%; l’altroieri, al niet, ha perso il 4 e ieri il 3).
Martedì scorso, l’ultimo incontro tra l’inventore di Annozero e il dirigente di La7 conosciuto con il soprannome di “canaro” per i suoi modi spicci ed efficaci fino al sadismo. E che succede martedì, proprio quel giorno? Il governo scrive e riscrive e infine diffonde la bozza di manovra economica: tagli, pensioni, tasse e finte rivoluzioni liberali e liberiste. In un articolo del provvedimento, a sorpresa, si materializza il conflitto d’interessi che Santoro ha denunciato ieri nell’intervista al Fatto.
Il governo, se vuole, può fare male a Telecom, la multinazionale proprietaria di La7. E con una norma, infilata di soppiatto, Palazzo Chigi ha dimostrato come può farle male. La bozza prevedeva un progetto del ministero per lo Sviluppo economico di Paolo Romani: “Un piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet”. E come? “Mediante la razionalizzazione, la modernizzazione e l’ammodernamento delle strutture esistenti”. Parole astruse e verbi incrociati per sottrarre a Telecom l’ultimo bene invidiato da tutti i concorrenti: la rete fisica, quella che porta il cavo telefonico in tutte le case e gli uffici, eredità del monopolio pubblico. Il governo pensava di aprire il mercato e le connessioni veloci imponendo “obblighi di servizio universale”.
Tradotto: Telecom investe per migliorare la sua struttura e poi deve metterla a disposizione dei concorrenti. Il governo di lievi e dure sforbiciate, che spinge all’infinito una correzione nel bilancio statale da 47 miliardi di euro, sentiva l’urgenza di ricorrere ai soldi della Cassa depositi e prestiti per “finanziare il piano nazionale su Internet”. Poche righe nascondevano un possibile esproprio del tesoro più sensibile per i vertici di Telecom. L’ipotesi dura due giorni, esattamente 48 ore, fin quando ieri accadono due fatti all’apparenza distanti ma forse strettamente legati: La7 annuncia la fine di qualsiasi negoziato con Santoro, azzoppando così l’ipotesi terzo polo televisivo; e, in contemporanea, il governo cambia la norma, stravolge il suo “piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet” e cancella dal testo della manovra quei passaggi – “la razionalizzazione, l’obbligo di diritto universale” – che minavano la stabilità patrimoniale di Telecom e preoccupavano i suoi azionisti (anche stranieri). Anche se il numero uno di Telecom Italia Franco Bernabè giura che tra i due fatti non c’è alcun nesso, e ribalta su Santoro l’accusa di aver cercato pretesti per far saltare la trattativa con La7, i casi sono due: o le idee del ministro Romani e del governo sono talmente labili da evaporare nel breve volgere di 48 ore, oppure la rivoluzione telematica di Berlusconi era un atto di forza, un segnale per intimorire La7.
Per capire dov’è intrappolata la ragione è utile ricordare che la Rai di centrodestra, in trincea contro i giornalisti sgraditi dal Cavaliere, adesso comincia a riflettere: forse è meglio trattenere Santoro, forse Vieni via con me era davvero importante, forse Report è un prezioso settimanale d’inchiesta, forse Lucia Annunziata è una figura professionale irrinunciabile per il servizio pubblico. Togliendo i forse, resta l’ordine di servizio di Berlusconi, il più recente: è più facile controllare il servizio pubblico, senza indebolirlo troppo, per giocare di sponda con Mediaset, che combattere un terzo polo televisivo. Nella peggiore delle ipotesi, un colossale ricatto. Nella migliore, l’ultima trasfigurazione del conflitto d’interessi.
Giorgio Meletti e Carlo Tecce
Santoro mette 120mila euro al minuto nelle casse della Rai…E viene cacciato
Annozero, Ballarò, Report e Che tempo che fa: i programmi più redditizi del palinsesto rischiano di essere cancellati. Chi pagherà?
Il principio liberale dell’editoria vuole che la separazione fra livello editoriale e la scelta dei contenuti sia basato essenzialmente sull’egoismo e sulla voglia di lucro dell’editore. E’ il principio per cui un editore, ipotizziamo, di estrema destra non troverebbe nessun problema – se non quelli suoi, di coscienza – nel rendersi disponibile a promuovere la pubblicazione di un quotidiano schiettamente comunista, fino a quando il progetto imprenditoriale sia redditizio. D’altronde si tratta di commercio: l’informazione non è un bene commerciabile, ma un valore civile; il supporto su cui circola (giornali, reti tv, internet) invece è un insieme finito di beni economici che, come tale, è sottoposto alle regole di mercato, con tutto ciò che ne consegue. E’ lo stesso principio per cui un imprenditore allergico alle banane potrà certo diventare l’uomo più ricco del mondo commerciando in banane. Nell’ambito della legge, quando si tratta di mercato, le opinioni politiche sono ampiamente superabili: l’editore dovrebbe badare in primo luogo, facendo un ragionamento propriamente economico, alla redditività del bene che distribuisce, chiedendosi se sia il caso di mollare tutto solo laddove tale bene non sia più redditizio.
LA RAI DELLE BANANE – Perchè questa lunga premessa? Perché le notizie di oggi preoccupano. Anzi, che siano notizie di oggi è tutto dire, visto che si tratta di rumors già ben affermati negli ambienti e d’altronde anticipati da ormai mesi, se non anni, di propaganda politica a tamburo contro alcuni protagonisti del piccolo schermo Rai nostrano. Parliamo, ma è solo un esempio, della prima pagina del Fatto Quotidiano di oggi, che titola “Che brutto tempo che fa”, riferendosi alle notizie interne da Viale Mazzini, secondo le quali l’azienda della Tv pubblica di Stato avrebbe tutto l’interesse a non rinnovare il contratto a protagonisti del palinsesto quali Michele Santoro, Fabio Fazio, Milena Gabanelli e Giovanni Floris. Guarda caso, tutti autori e conduttori di programmi televisivi più volte attaccati dal centrodestra che guida il paese, e da Silvio Berlusconi in persona a più riprese. Due su quattro dei personaggi in questione hanno partecipato, animato, dato volto ed anima a Raiperunanotte, la manifestazione a Bologna in cui si esibì Daniele Luttazzi fra gli altri e che volle essere una risposta a quello che sembrò un tentativo censorio, ovvero la soppressione dei programmi di approfondimento politico in vista delle elezioni. Insomma, personaggi che a giudizio di molti fanno semplicemente il loro lavoro e che per questo sembrano ad onde cicliche sempre più invisi agli uomini che governano il paese in questa fase politica, forse morente, forse al termine, ma che non risparmia colpi di coda.
LEI LO SA – Protagonista delle ultime notizie, che come dicevamo preannunciano come imminente l’uscita dalla Rai di questi personaggi, pronti ad approdare alla riserva indiana di La7, è Lorenza Lei, direttrice generale della Rai del dopo-Mauro Masi, che aveva in alcune occasioni fatto sperare in una discontinuità rispetto alla linea editoriale che finora aveva tenuto in piedi il cavallino di Viale Mazzini. Ma che in questa vicenda appare invece essere molto ortodossa rispetto all’impegno profuso proprio da Masi per bloccare i programmi invisi al Cavaliere di Arcore: Silvio Berlusconi e le sue pressioni sull’AgCom sono state anche materia di un indagine penale, e le intercettazioni dimostrano che Mauro Masi era parte del sistema che tentava di spingere e fare il possibile per bloccare proprio Annozero che doveva parlare del caso Mills, in quell’occasione. Ne abbiamo parlato a più riprese, e le notizie pubblicate proprio oggi dal Fatto Quotidiano sembrano una riedizione, mutati i particolari, di quello spirito, di quella vicenda, di quelle intenzioni: censura indiretta. Non un blocco dei programmi, ma semplicemente, un non-rinnovo dei contratti; più o meno ciò che accadde con Vieni Via con Me di Roberto Saviano e Fabio Fazio, appunto, laddove gli ospiti come Roberto Benigni vennero tenuti in sospeso fino alla fine proprio con la spada di Damocle del contratto non pagato.
SWEET HOME LA7 – Ora sono gli autori, i conduttori, i volti di questi programmi ad essere tenuti sul filo: fra poco potrebbero essere in strada. Non che non abbiano già un’altra casa pronta ad accoglierli.
Giovanni Stella, amministratore delegato di La7, assedia viale Mazzini e aspetta che uno o due simboli del servizio pubblico cadano fra le sue braccia: “Attendo i macachi-conduttori che scendono e con due di loro ho un accordo di massima”, e la metafora funziona. La7 ha campo libero. Intorno al banano Rai c’è soltanto silenzio: né il presidente Garimberti né il direttore generale Lei – interpellati dal Fatto Quotidiano – p ro nu n c i ano una parola che sia una per proteggere un patrimonio aziendale. E si dimostrano sordi anche all’appello del sindacato Usigrai: “Siamo p re o c c u p a t i ”. Stella ha indicato i quattro: Michele Santoro, Fabio Fazio, Giovanni Floris e Milena Gabanelli. Fedele al suo soprannome, il c a n a ro , l’amministratore delegato di Telecom Italia Media rivela la trattativa e custodisce i particolari. Eppure a La7 sanno che i due macachi- conduttori più vicini sono Santoro e Fazio.
Che cosa sta succedendo? Sta succedendo che due dei programmi più di punta della Rai intera saranno molto presto messi in condizione di non riuscire a lavorare come vorrebbero. Fabio Fazio sarà depotenziato; Michele Santoro, che va in onda per ordine del giudice, e dunque sul quale è possibile manovrare fino ad un certo punto, sarà per quanto possibile imbavagliato.
MAI LA LEI consegnerà la terza serata a Che tempo che fa, magari per uno speciale con Roberto Saviano, una riedizione di Vieni via con me; chissà fin quando il procuratore diFazio terrà la corda tesa prima di spezzarla e rinfoltire il gruppo di Enrico Mentana e Gad Lerner. E chissà se la firma per La7 – come spiegano numerosi attori della vicenda – ar riverà già mercoledì. Mai A n n o ze ro avrà un trattamento normale (se non eccezionale per i suoi ascolti), la libertà editoriale per sperimentare senza inciampare nei richiami dell’Agcom, la burocrazia, le circolari.
Secondo le voci che si rincorrono in Rai, le motivazioni sarebbero economiche: “Non siamo in grado di investire, in questo momento”
E che fanno in Rai? Non possono (e non vogliono) investire. Non vogliono (e possono) confermare i piatti migliori.
Non vogliono, non possono, non si sa perché. La Lei non lo spiega, il presidente Rai Garimberti neppure. Sembra ineluttabile: secondo il consigliere Rai Antonio Verro, invece, si tratta di un “ritardo fisiologico” nella controfirma dei contratti. Ma che, solo per fare un esempio, Michele Santoro avrebbe ponti d’oro nell’andare via, è lo stesso Verro, berlusconiano di stretta osservanza, a ripeterlo.
RISULTATI ECCEZIONALI – E dunque, in libera uscita, con La7 pronta ad accoglierli. E a fare cassa: già. Perchè quel che meno si capisce di questa sarabanda censoria è la difficile giustificazione di questa linea d’azione proprio sul piano economico: Antonio Verro, rispondendo alle domande di Carlo Tecce del Fatto, accenna al problema, sorvolandolo come se fosse roba da poco.
Consigliere, porte girevoli a viale Mazzini. La7 è pronta a ricevere i vostri gioielli: come difendere la Bastiglia? Credo che il divorzio e i matrimoni siano consensuali. Ho criticato mille volte Michele Santoro, se andasse a La7 non sarei felice perché i suoi risultati di ascolto sono eccezionali, certo non scenderei in piazza per fermarlo. Se dovessi fare un scommessa, direi la Gabanelli.
Risultati d’ascolto eccezionali, dice Verro, ma Santoro può andar via ugualmente e nessuno farà piazzate per fermarlo. E’ un’affermazione contraddittoria, lo si capisce con un po’ di buonsenso; diventa una follia se si mettono sul tavolo un po’ di cifre. Parliamo di soldi, perchè questi “stratosferici” dati d’ascolto non sono una categoria dell’essere pensata da un filosofo idealista, sono dati molto concreti che si concretizzano, appunto, in denaro sonante. Tanti bei soldini che finiscono nelle casse di Mamma Rai e che la Rai però rischia di dismettere con questo suo comportamento inspiegabile. Come a dire: avere in casa un tesoro e darlo via perché non gradiamo il colore del baule in cui è custodito. Troppo rosso, questo denaro, diamolo a qualcun altro: chi pensa che sia irrazionale può iniziare ad alzare la mano.
QUALCHE NUMERO – Non possiamo vedere le mani alzate ma difficilmente saranno poche. D’altronde davanti ai numeri ci sono ben poche chances. E parliamo dei dati ufficiali Sipra, la concessionaria di pubblicità Rai, che vende come al mercato del pesce gli spazi pubblicitari interni ai programmi televisivi in questione. Annozero, Che tempo che Fa, Ballarò e Report, come vedremo fra un attimo, sono fra i programmi più redditizi del’intero palinsesto Rai: e sono pronti ad essere dismessi. Cosa? Cosa?! Perché?! Non si è capito mica. E dire che è ormai, praticamente, un luogo comune: Michele Santoro porta soldi alla Rai. Vediamo bene quanti, analizzando gli ultimi dati disponibili, ovvero il listino prezzi della Sipra per aprile-maggio 2011, sarebbe a dire, valevole fino a cinque giorni fa. Scopriamo così che la media del prezzo per trenta secondi di spot pubblicitario in una delle pause di Annozero (calcolato sommando tutti gli importi su giorni e fasce orarie, divisi a media secca, ovvero in sostanza: il costo medio per uno spot di 30 secondi per una serata media, nei mesi di aprile e maggio) è di 57mila euro, ogni mezzo minuto (il che somiglia molto a 60mila euro: come a dire, poco meno di 120mila euro al minuto). E così si scopre, guarda guarda, che Michele Santoro è il gioiello più prezioso di Rai2 dopo l’inarrivabile Isola dei Famosi, che si fa pagare anche 80mila euro a spot. Passiamo su Rai3? Fabio Fazio con Che tempo che Fa va in onda su 2 puntate settimanali, sabato e domenica; sul totale degli intervalli pubblicitari, il prezzo medio chiesto dalla Sipra nei due mesi analizzati è di 44mila euro. Report? Milena Gabanelli va in onda una volta a settimana, ha due intervalli di pubblicità in trasmissione e la Sipra fa pagare per 30 secondi di spot qualcosa come 54mila euro. Arriviamo a Ballarò per scoprire che Giovanni Floris fa ricavare all’azienda, in media, calcolata con lo stesso sistema, più di 30mila euro. Neanche a dirlo, si tratta delle principali fonti di entrata pubblicitaria per Rai3, importi che superano di gran lunga una corazzata da pubblico fidelizzato quale Un Posto al Sole: in sostanza dimissionando, o mostrando altrimenti con una certa insistenza la porta a questi programmi, molto semplicemente si rischierebbe di chiudere il terzo canale. E non è detto che a qualcuno non dispiaccia. Non solo: i dati dimostrano che nell’ultima fascia temporale analizzata, sostanzialmente dunque il mese di maggio, il valore di 30 secondi di pubblicità in questi programmi è salito, sarebbe a dire: costa di più. E quindi rende di più; e quindi ancora, si parla di chiiudere programmi non solo già redditizi, ma ulteriormente in crescita.
LA SAGGEZZA DELLE SCELTE – La sola idea di buttare a mare questi soldi è del tutto inspiegabile, o quantomeno, inspiegata. Come ha scritto qualcuno, queste persone non andrebbero cacciate, mobizzate, invitate ad andarsene: semmai, promosse. In ogni caso, mancano spiegazioni, e non poche: perché questi programmi non vanno bene? Lorenza Lei, che tergiversa nel confermare questi contratti di puro guadagno per la Rai, con persone che non chiedono altro che lavorare, pensa di non confermarli per questioni politiche? Questo è quanto si legge sui giornali di oggi. E’ vero? E’ confermato? Qualcuno lo spiega ai cittadini che della Rai pagano il canone? Anche perché la regola economica è molto semplice: meno entrate (tutti questi pagamenti in pubblicità che sparirebbero nel nulla, come mai esistiti) a costi uguali, risultato: più carico su chi paga il canone, o necessità di trovare altre entrate. Più canone? Perfetto, meno soldi nelle nostre tasche. L’idea di defenestrare i programmi che rendono di più su due delle reti Rai (e non solo, perché il Fatto Quotidiano parla anche di una interruzione di Domenica In: un programma che in alcune fasce riesce a far guadagnare anche 42mila euro) è un vero e proprio danno economico per l’azienda e dunque per i cittadini che pagano la Tv pubblica. Vogliamo considerarle legittime scelte editoriali? E’ in incubazione un coraggioso piano di riassetto? Potremmo discuterne, se i termini della questione fossero chiari a tutti; se Lorenza Lei, o chi per lei – gioco di parole indegno ma inevitabile – si prendesse la responsabilità di convocare una conferenza stampa e dire: “Per la Rai pensiamo ad un futuro di questo genere, senza Michele Santoro, Fabio Fazio, la Gabanelli e Ballarò, ma riteniamo di poter guadagnare ciò che perderemo in questo modo qui”, eccetera eccetera, segue spiegazione dettagliata. E invece nulla: mutismo e notizie, voci, retroscena di riassetto solo sui giornali. Consiglieri d’amministrazione che ridacchiano sostenendo che non c’è nulla di male nel perdere una risorsa per l’azienda come questi programmi – e Verro si vanta addirittura, sempre sul Fatto, di “tutelare gli interessi del servizio pubblico”: lo fa depauperandolo? Curioso. Insomma, il quadro è tutto da chiarire, i dati invece sono certi: quelli che abbiamo calcolato sono i guadagni medi dei programmi oggi in discussione. Le intenzioni di chiuderli, sui giornali di oggi, appaiono conclamate. Qualcuno ci spiega dove va la barca della Rai, e perché un concorrente privato come La7 dovrebbe beneficiare di un management incapace non di progettare il futuro, ma di leggere i bilanci che mostrano dove si guadagna e dove si perde? Perchè Porta a Porta al massimo fa guadagnare 20mila euro in meno di quanto non faccia Santoro, ma Bruno Vespa non è mai in discussione? Nulla contro il giornalista aquilano e il suo programma: come si capisce, stiamo facendo biechi discorsi economici. Se non gli amministratori di una società quotata in borsa come la Rai, qualcuno dovrà pur farli: iniziamo noi.
Tommaso Caldarelli
De Benedetti si compra La7 con i soldi di Silvio?
L’interesse dell’ingegnere per il gruppo editoriale è “concreto”.
Fonti beninformate sono in grado di affermare con sufficiente certezza che l’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti per La7 sarebbe “concreto”. Il patron del gruppo editoriale l’Espresso sembra avere davvero tutta l’intenzione, come d’altronde anticipato da vari retroscena nei giorni scorsi, di procedere all’acquisizione del settimo canale, sempre più “riserva indiana” dei tanti epurati dal duopolio Rai-Mediaset. Ma, per ora, c’è un ostacolo alla realizzazione di questo piano: un ostacolo tutto finanziario.
FUORI I SOLDI – De Benedetti ha bisogno di soldi, molti soldi per imbarcarsi in quest’avventura. E attende che questo denaro entri in cassa; il che arriverà quando un eguale importo uscirà dalle tasche, guarda guarda, di Silvio Berlusconi. Infatti l’editore di Repubblica e l’Espresso è in attesa della sentenza di secondo grado sul giudizio civile per danni che ha intentato contro il gruppo Mondadori, che come è noto è proprio della famiglia Berlusconi. Danni conseguenti allo “scippo” accertato in giudicato appunto della Mondadori, finita alla Fininvest in un modo che diventò oggetto di un lungo procedimento penale: una vicenda di cui nessuno ha mai sopportato gli effetti in sede appunto penale, ma che rischia di produrne, e grossi, in sede civile. 750 i milioni di euro che il tribunale di primo grado ha riconosciuto come pagabili a Carlo de Benedetti proprio da parte di Fininvest: come a dire che la giurisdizione civile ha stabilito che, se pure non ci fosse stato reato nella vicenda del Lodo Mondadori, di certo ci sarebbe stato danno.
UN NUOVO POLO – La vicenda pende davanti al giudice dell’Appello, e la sentenza è imminente: De Benedetti è fiducioso che la pronuncia possa essere a suo favore. Così, con in tasca un accertamento definitivo sul merito, l’ingegnere potrebbe rivolgersi alle banche per ottenere il credito necessario a intraprendere la scalata di La7; non è importante prendere in considerazione l’ipotesi che la sentenza possa poi essere rivoltata in Cassazione: un doppio accertamento sarebbe sufficiente per indebitarsi presso gli istituti di credito. Proprio questo rende l’intera operazione di De Benedetti su La7 ad altissimo tasso di rischio: ma se tutto andasse bene, sarebbe la nascita di un nuovo polo dell’informazione, schiettamente e fieramente d’opposizione alla corazzata berlusconiana. Un progetto politico-editoriale davvero da non sottovalutare.
Tommaso Caldarelli
Repubblica sta trattando per La7
Grandissimo riserbo, ma ai piani alti del gruppo Espresso-la Repubblica c’è un fortissimo interesse per La7. E la trattativa per entrare nella compagine azionaria di TiMedia sta muovendo i primi passi.
È così che la squadra della nuova La7 ai vari Enrico Mentana, Gad Lerner, Lilly Gruber si arricchirebbe di nuovi campioni come Michele Santoro, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Marco Travaglio (dei quali, non a caso proprio in questi giorni, spuntano le indiscrezioni su trattative contrattuali in corso).
Certo è il processo di valorizzazione del canale voluto dall’ad di Telecom, Franco Bernabè, in vista, appunto, della possibile cessione.
Il quantum. Nel dicembre scorso Giovanni Pons su Repubblica ha firmato un articolo sulla possibile cessione di un pacchetto del 20 per cento «in modo da permettere a Telecom di scendere sotto il 50 per cento e poter consolidare i conti di TiMedia». È stato in quell’occasione che Repubblica ha rivelato che l’incarico di trovare un compratore era stato assegnato a Mediobanca (circostanza poi smentita da Telecom). Molto significativo l’attacco del pezzo di Pons: «C’è grande movimento intorno al quarto polo tv». Oggi l’interesse e dunque anche la quota cedibile potrebbe essere cresciuta.
La base della trattativa.
Gli analisti fissano il target price di Telecom Italia Media intorno alla cifra di 350 milioni.
Un valore che aggiunto ad un debito medio annuo di 150 milioni di euro fa salire la valutazione complessiva intorno a 500 milioni. Questa cifra può essere scomposta in questo modo: i multiplex hanno un valore oggettivo che va dai 300 ai 350 milioni di euro; Mtv, secondo gli analisti, può essere valutata intorno ai 50-60 milioni di euro. Per La7, dunque, si può calcolare un valore di mercato fino a 100 milioni di euro. Sulla carta. Sì, perché, all’asetticità dei conti degli analisti occorre affiancare il dato specifico di La7 è che ormai consolidato in un lungo periodo: a livello operativo perde 60 milioni di euro all’anno su 120 milioni di fatturato. È chiaro che l’arrivo di Enrico Mentana al Tg ha fatto compiere un salto di qualità all’audience dell’emittente televisiva, trascinando un po’ tutto il palinsesto. Tant’è vero che Bernabè è passato nel giro di pochi mesi da una posizione piuttosto netta: «La7 non è strategica per il gruppo» ad un «Valorizzeremo sempre di più La7». Si potrebbe concludere che se fino a ieri era pronto a regalarla, o quasi, adesso per il suo valore strategico non più. Guardando soltanto ai conti La7 non sta in piedi da sola. L’idea, invece, di creare un quarto polo tv ben strutturato acquisendo Telecom Italia Media è decisamente più appetibile.
Un’operazione editoriale…Dal punto di vista strettamente editoriale, la tv di Repubblica sembra già che stia nascendo, e con stelle di prima grandezza.Di certo, con un forte imprinting anti-berlusconiano, ma altrettanto non schiacciata sul Pd.
Insomma, si potrebbe assistere alla fusione delle linee editoriali del Fatto quotidiano e di Repubblica, divenendo il polo di attrazione per un dream team di sinistra (ed anche un po’ azionista) che ai Gad Lerner, Enrico Mentana, Lilly Gruber aggiungerà Michele Santoro, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Marco Travaglio che infatti starebbero trattando per il grande salto. La domanda che verrebbe da porsi è: perché non aspettano la caduta di Silvio Berlusconi, se è vero che è in grande difficoltà, con la liberazione di grandi spazi in Rai?
…Ma anche politica. A questo punto occorre analizzare il contesto politico in cui avviene l’operazione. E se Berlusconi da lunedì entrasse in trincea e durasse ancora per due anni? È questa la domanda che aleggia tra i quartopolisti. L’esigenza di un quarto polo tv, allora, sarebbe fortissima. Infatti, un mercato dominato da Sky, Mediaset e Rai per i fautori del quarto polo tv, a ragione o torto, non sarebbe altro che l’espressione delle due facce della stessa medaglia conservatrice: Silvio Berlusconi, a livello italiano, e Rupert Murdoch, nel contesto internazionale. Invece, tanto più dopo le due iniziative editoriali di maggior successo negli ultimi mesi, ossia Il Fatto quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, ed il Tg di Enrico Mentana (cui si potrebbe aggiungere l’exploit di Roberto Saviano su Rai3), si può affermare che c’è una quota di mercato che oggi attende soltanto di essere conquistata e non importa se si parte da posizioni marginali.
Il nuovo salotto buono. Il contesto politico non esprime pienamente il valore strategico che l’operazione La7 avrebbe. Non si tratta, infatti, (solo) di portare la sinistra a palazzo Chigi, ma di una presa generale del potere. Come ha ricordato Mentana in occasione dell’intervista per la copertina di Vanity Fair: «L’editore di La7 è Telecom, dentro ci sono Generali, Mediobanca e altri soci pesanti». E non è passato inosservato lo scambio di no comment, nel corso della presentazione dell’accordo di Telecom con Rcs sui contenuti editoriali digitali, quando è stato chiesto espressamente a Franco Bernabè se sia possibile che l’alleanza si allarghi anche a La7. L’ad Telecom ha risposto: «Questo è tutto da vedere». E l’amministratore delegato di Rcs, Antonello Perricone, ha ribadito: «È un’ipotesi assolutamente prematura». In ballo c’è proprio questo. Il quarto polo tv è il punto di contatto tra «i soci pesanti», tradizionalmente legati a Rcs. Diverrà il gruppo Espresso-La Repubblica il terminale del nuovo salotto buono del potere in Italia?
Potrebbe pagarla il Cav. Uno degli aspetti più interessanti della vicenda è che la trattativa sembra entrare nel vivo proprio a ridosso della sentenza della Corte d’Appello sul lodo Mondadori, attesa per la prossima settimana, che dovrebbe far finire nelle casse del gruppo Espresso-La Repubblica un bel po’ di quattrini. E a consegnarli sarebbe Fininvest. Il giudice Raimondo Mesiano calcolò la cifra in 749,9 milioni. La perizia depositata in Corte d’Appello nello scorso settembre ha ridotto questa cifra del 30-35 per cento portandola, dunque, intorno ai 500 milioni di euro. Il riferimento di Silvio Berlusconi, ieri, durante la conferenza stampa del G8 equivale ad un grido d’allarme. Nei prossimi giorni, dice di voler affrontare la questione: «Qual è oggi il tentativo di aggredirmi anche sotto il profilo patrimoniale con una sentenza totalmente fuori di ogni logica se non quella di colpirmi per favorire il mio avversario politico». È chiaro che il premier non stesse parlando di Ruby Rubacuori o di David Mills e il suo avversario non è certo Pier Luigi Bersani, ma Carlo De Benedetti.
Franco Adriano

















