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Articoli marcati con tag ‘giovani’

L’università sottofinanziata e il declino italiano

La disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto ormai livelli intollerabili (37%). Le sue cause sono spesso rintracciate in “un eccesso di istruzione”, a fronte di un sistema d’impresa che non richiede manodopera troppo qualificata. Ma le politiche messe in atto per risolvere il problema non fanno altro che assecondare un modello di sviluppo destinato a perpetuare il declino.

di Guglielmo Forges Davanzati da MicroMega on line

Il tema della disoccupazione giovanile – attestatasi al massimo storico del 37% – è pressoché assente nei dibattiti di questa campagna elettorale. La tesi dominante fa riferimento alla convinzione, ampiamente divulgata nel corso degli ultimi anni, secondo la quale la disoccupazione giovanile è molto elevata perché i giovani italiani sono eccessivamente istruiti. Una popolazione giovanile molto istruita – si argomenta – trova difficilmente occupazione, dal momento che le nostre imprese – salvo rare eccezioni, di piccole dimensioni e poco innovative – non hanno bisogno di un’ampia platea di lavoratori qualificati. L’implicazione di politica economica che ne deriva consiste nel ridurre l’offerta di lavoro qualificato, disincentivando le immatricolazioni alle Università, e spingendo i giovani a “riscoprire il valore del lavoro manuale”. Occorre chiarire che si tratta di una tesi falsa e che l’implicazione di politica economica che ne deriva rischia di amplificare il problema, con effetti negativi sul tasso di crescita. La tesi è falsa per le seguenti ragioni.

1) Il numero di studenti iscritti alle Università italiane si è già significativamente ridotto nell’ultimo biennio, sia a ragione della campagna di delegittimazione dell’Istituzione, sia a ragione della consistente riduzione dei finanziamenti pubblici agli Atenei e del conseguente aumento delle tasse, in un contesto, peraltro, di significativa riduzione dei redditi. L’esistenza di effetti di apprendimento sembra aver rivestito un ruolo significativo in questa dinamica: avendo verificato – dall’esperienza delle precedenti generazioni – che laurearsi non conviene, si rafforza la convinzione che ciò sia vero. Il CNVSU – Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario – ha evidenziato che, nell’anno accademico 2010-2011, si sono immatricolati in Università italiane meno di 6 individui su 10 giovani diplomati. Nel Rapporto OCSE 2010 (“Education at a Glance”) si legge che il numero degli studenti universitari che conclude il percorso di studi si aggira attorno al 30%. Si osservi che ciò accade in un contesto nel quale è già modesto il numero di immatricolati e di laureati. L’Eurostat rileva che, a riguardo, l’Italia è ben al di sotto della media europea: nel 2011 la percentuale di laureati sul totale della forza-lavoro in età compresa fra i 30 e i 34 anni in Italia si è attestato, in Italia, al 20,3%, a fronte di una media europea del 34,6%, con Paesi che superano il 40% (Gran Bretagna, Francia e Spagna).

2) Un numero crescente di giovani laureati è già in condizioni di sotto-occupazione intellettuale, ovvero svolge mansioni per le quali non è richiesto il titolo di studio acquisito. Come certificato nell’ultimo Rapporto ALMALAUREA, l’utilizzo delle competenze acquisite con la laurea è mediamente molto basso, così che si può stabilire che l’argomento che vuole i giovani italiani “schizzinosi” non trova adeguati riscontri nei fatti.

Contrariamente alla tesi dominante, si può stabilire che la disoccupazione giovanile, anche riferita alla quota di giovani laureati, è in aumento perché il tasso di crescita è in riduzione. E’ palese che un’economia che registra un tasso di crescita negativo nell’ordine del –2.4% non può produrre aumenti della domanda di lavoro, né di quella rivolta a individui poco scolarizzati né di quella indirizzata a individui con elevati livelli di istruzione. In più, la tesi dominante non fa altro che prendere atto di un problema e, senza provare a risolverlo, cercare di aggirarlo. Il problema consiste nella scarsa propensione all’innovazione della media delle imprese italiane, a sua volta connesso alle piccole dimensioni aziendali e, non da ultimo, al fatto che la gran parte degli imprenditori italiani ha un basso livello di istruzione. L’ISTAT certifica che la dimensione media delle imprese italiane è superiore, nell’Europa a 27, soltanto a quella della Grecia e del Portogallo. La tesi del “piccolo è bello” – stando alla quale il ‘nanismo imprenditoriale’ italiano costituirebbe un fattore di vantaggio competitivo – ha legittimato la sostanziale assenza di una politica industriale in Italia, almeno a partire dall’ultimo trentennio. E’ bene chiarire che si è trattato di un errore teorico e politico di massima rilevanza, i cui effetti risultano oggi evidenti, con risvolti significativi (e di segno negativo) sulla domanda di lavoro qualificato. Su fonte Almalaurea, si registra che dal 2004 al 2010 la percentuale di lavoratori con alto livello di istruzione assunti dalle imprese italiane si è costantemente ridotta, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi dell’eurozona. Si osservi che questo fenomeno non è imputabile alla crisi in corso ed è, dunque, da ritenersi strutturale.

E’ difficile motivare la decurtazione dei finanziamenti pubblici alle Università senza far riferimento all’obiettivo di accrescere l’avanzo primario, che – come attestato su fonte Ragioneria Generale dello Stato – viene in larga misura destinato al c.d. fondo Salva Stati, rendendo l’Italia un contributore netto del bilancio europeo. Schematizzando, si può affermare che la sottrazione, nel corso dell’ultimo biennio, di circa il 13% del fondo di funzionamento ordinario agli Atenei italiani è anche servita ad accrescere gli utili delle banche europee. Questa operazione, peraltro, viene posta in essere avendo come vincolo la raccomandazione della Commissione Europea, rivolta a tutti i Paesi membri, in merito all’adozione di misure che agevolino l’aumento del numero di laureati, portandolo almeno al 40% nel 2020. Con crescita demografica pressoché nulla e costante riduzione del numero di immatricolazioni, appare molto verosimile prevedere che questo obiettivo non solo non verrà raggiunto, e che da questo ci si allontanerà molto rapidamente.

Ma ciò che maggiormente desta preoccupazione è il fatto che le politiche messe in atto non fanno altro che assecondare un modello di sviluppo dell’economia italiana che andrebbe semmai contrastato. La questione può porsi in questi termini: salvo rare eccezioni, le nostre imprese sono sempre meno competitive su scala internazionale, soprattutto a ragione del basso contenuto tecnologico dei beni prodotti. Porle nella condizione di disporre di un’ampia platea di lavoratori poco scolarizzati significa incentivare una modalità di competizione basata sulla compressione dei salari, che costituisce l’esatto contrario di ciò che occorrerebbe fare per accrescerne la competitività. E a ciò fa seguito un circolo vizioso: minori profitti derivanti dalle esportazioni implicano minori investimenti e minore occupazione; dunque un decremento della base imponibile; dunque – dato l’obiettivo del pareggio di bilancio – la necessità di ulteriori interventi di riduzione della spesa pubblica, anche sotto forma di ulteriori riduzioni dei fondi destinati al sistema formativo.

Fonte

Perché la nostra classe politica non aiuta i giovani (e le PMI)

Man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, possiamo creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione. La priorità dei prossimi cinque anni è fare un piano di investimenti in capitale umano. In materia di ricerca, occorre proseguire e affinare il progetto avviato dall’ANVUR per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca. Bisogna inoltre rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, rendendo pubblici i risultati. E’ prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e  nell’innovazione, incentivando in particolare gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università. Bisogna rendere le università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei, sulla scorta del lavoro avviato nei mesi passati.

Agenda Monti

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Queste sono le 12 righe nel documento dell’Agenda Monti riservati all’università. Sì, che siano 12 righe mi sconvolge. Ma non è solo quello: è l’assenza di un senso di emergenza ed urgenza (man mano …), è il riferimento all’Anvur che nessun cittadino capisce, è il riferimento alle “facoltà” che, tecnicamente, non esistono più per legge, è la banalità degli ultimi due passaggi.

E’ soprattutto il chiedersi perché manca questo senso di emergenza, una voglia di costruire una università che raddoppi il numero di laureati, elimini i fuori corso, sappia attrarre i giovani ricercatori di valore che oggi non tornano, permetta un salto di eccellenza nella ricerca presso alcuni atenei di eccellenza che andranno creati con fior fior di finanziamenti, sostenga il miglioramento continuo nella didattica, senza assenze, senza baroni che delegano lezioni ai loro sottoposti.

Certo le 12 righe cresceranno man mano col tempo, ma l’imprinting è chiaro, si dice che il “buongiorno di vede dal mattino”. D’altronde 1 anno di Governo Monti non ha dato nulla all’università, né in bene né in male. Il che significa che abbiamo perso un anno di giovani da formare meglio e 1 anno di rientro di cervelli potenti.

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Il mio collega a Tor Vergata Lorenzo Carbonari mi ha scritto una mail rimandandomi ad un suo recente lavoro scientifico con un altro mio collega Vincenzo Atella (lavoro in attesa di pubblicazione). Ecco cosa dicono su gerontocrazia della classe politica e crescita economica (mia traduzione):

“Mostriamo nel nostro lavoro che le responsabilità delle élite non derivano esclusivamente dalla loro tendenza a mantenere lo status quo. Sono anche dovute alla loro incapacità di afferrare le opportunità che le nuove tecnologie ci danno, così (non) permettendo che (man mano … ) siano effettuate le migliori scelte per l’economia … Nel nostro modello  mostriamo come una classe politica “anziana”, il cui interesse personale potrebbe essere meno portato verso investimenti con un ritorno solo di lungo periodo, potrebbe finire per affievolire il processo di accumulazione di capitale umano a causa di riforme per l’istruzione pubblica inadeguate e di cattive scelte quanto a spesa pubblica sull’innovazione tecnologica”.

Insomma, se la classe politica è vecchia, se cresce la gerontocrazia nel Parlamento, il Paese smette di crescere perché non sa o non vuole fare le riforme che aiutano istruzione e innovazione.

Guardando a 7 paesi (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda e Regno Unito) e 71 industrie, argomentano come la gerontocrazia (età media dei parlamentari), che tra l’altro aumenta nel tempo nei paesi considerati, genera, via cattivi investimenti pubblici, una decrescita  sensibile e significativa della produttività delle imprese. Minore crescita economica.

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Non è, lo ripeto, questione di rottamare o di giovani contro vecchi, o di grandi imprese vero PMi innovative.

I vecchi che io incontro (alcuni sono miei coetanei!!) mi parlano di una sola preoccupazione (oltre la giusta questione delle pensioni): dei giovani, dei loro figli e nipoti, del futuro incerto per questi. Il che significa che politiche, riforme, per i giovani e per l’innovazione sono volute da tutti.

E allora perché i politici non le fanno o non le propongono?

Due ordini di motivi se consideriamo politici “anziani”: o si ritiene che riforme di questo tipo non diano “ritorni elettorali” in tempi consoni alla loro età o sono talmente anziani che non conoscono quali sono le riforme giuste da fare, queste ultime richiedendo un sapere, quello innovativo, che per natura marcia più velocemente di loro.

Personalmente, mi sentirei di scartare il primo motivo: ripeto che una riforma a favore dei giovani riscuoterebbe un enorme successo elettorale, anche tra gli anziani, perché non sono altro che i genitori o i nonni di questi giovani. Converrebbe anche ai politici farla.

Mi sembra più probabile il secondo motivo: politici anziani hanno in mente che una università moderna sia una università simile a quella che conobbero venti-trenta anni fa e che l’innovazione (per esempio rilanciando il business della rete internet) sia simile quella prevalente negli anni novanta piuttosto che quella aggressiva e dinamica prevalente negli Stati Uniti oggi. Il problema è acuito dalla globalizzazione che rende il ritmo dell’innovazione un fattore decisivo di crescita in tempi anche brevi.

Non trattasi di rivoluzione, trattasi di discriminazione. Richiede “quote lattanti” in politica: persone che sappiano parlare il linguaggio delle imprese di oggi e che conoscano il mondo dei giovani di oggi. Persone ben più giovani di me. Magari noi possiamo guidarli con sapienza (se l’abbiamo) e aiutarli grazie alla nostra maggiore capacità di negoziare con le controparti politiche europee e mondiali nella prima fase della loro gestione del potere. Ma di loro al potere, dei loro errori naturali che faranno perché innovano, abbiamo un bisogno mostruoso. Mostruoso.

Diamoci da fare.

Fonte

Zuckerberg e gli altri: neanche un italiano tra gli under 30 che cambiano il mondo

Giovani e giovanissimi ma decisi e, soprattutto, decisivi. Sono gli under 30 che secondo Forbes stanno cambiando il mondo. C’è chi programma videogiochi a 15 anni, chi a 17 ha inventato un depuratore ecologico e chi a 24 dirige un giornale. Un quadro che ci dà speranza, se non fosse per un particolare: non c’è nessun italiano. Sono quelli che “hanno deciso di non aspettare”: trecentosessanta under 30 che hanno cambiato il mondo e che, nelle prossime decadi, ne diventeranno i padroni. Tra rivoluzionari e innovatori, uomini e donne, sconosciuti e celebrità, la lista di giovani talenti pubblicata sul sito della rivista americana è quanto mai eterogenea.

I lettori sono stati la vera anima del progetto “30 under 30″: hanno proposto i nomi dei papabili – migliaia, poi ridotti da una giuria ai 360 attuali – e sono loro che, tramite un sondaggio, sceglieranno i trenta finalisti che compariranno sulle pagine del numero speciale della rivista, previsto per febbraio. «Le aziende dovrebbero assumerli subito» scherza Michael Noer di Forbes, «o altrimenti in pochi anni si troveranno a dover lavorare per loro».

La lista affianca vere e proprie star a geni ancora semi-sconosciuti. Ci sono ovviamente Mark Zuckerberg (27), fondatore di Facebook, David Karp (25) di Tumblr e Kevin Systrom (28) di Instagram, la nota applicazione fotografica per gli smartphone. Ci sono poi tanti giovani che ricoprono ruoli importanti nel giornalismo e nell’editoria: Daniel Fletcher, ad esempio, classe 1987, direttore del settore “Social Media” di Bloomberg News e di Businessweek.

Nella musica il potere è donna: Adele, 23 anni, Rihanna, 23 e Lady Gaga, 25, si sono spartite la testa delle classifiche di vendita quasi ininterrottamente negli ultimi dodici mesi. I lettori di Forbes hanno segnalato anche trenta ricercatori che, con le loro scoperte, stanno rivoluzionando la scienza: per esempio Daniela Witten, che a ventisette anni ha progettato un’intelligenza artificiale che decifra velocemente il genoma umano, rilevando le malattie congenite con un risparmio enorme di denaro. Tante anche le giovani eccellenze nel campo immobiliare e della finanza, così come in politica: Ronan Farrow, a soli 24 anni, è stato nominato Consigliere speciale per le problematiche giovanili presso il Dipartimento di Stato americano.

Non mancano, infine i giovanissimi: ancora teenager, ma già in grado di dire la loro a livello internazionale. Non solo il baby fenomeno del pop Justin Bieber (17) o l’attore Jaden Smith (13), figlio di Will Smith, ma anche tanti ragazzi saliti alla ribalta senza beneficiare di particolari trampolini commerciali. Javier Fernandez-Han, ad esempio, inventore di Versatile, un sistema che utilizza alghe per depurare il liquame ottenendo metano ad uso combustibile.

Oppure Robert Nay, a quindici anni già amministratore delegato della sua azienda, la Nay Games: quest’anno ha programmato Bubble Ball, un gioco per telefonino che è stato scaricato oltre nove milioni di volte. O ancora Tavi Gevinson, a quindici anni già conosciutissima per via del suo blog di moda Style Rookie e l’hacker Nicholas Allegra, 19 anni, unico al mondo a riuscire a oltrepassare i firewall degli Iphone. La sua è una storia a lieto fine: la Apple, venuta a sapere delle capacità del ragazzo, ha seguito alla lettera il consiglio di Michael Noer e, senza pensarci due volte, l’ha assunto.

L’unica nota stonata arriva dalla mancanza di Italiani. In nessuno dei dodici settori analizzati da Forbes – arte e design, energia, spettacolo, finanza, cucina ed enologia, politica, media, musica, mercato immobiliare, scienza, social media e tecnologia – figurano infatti nostri concittadini. Se da un lato era prevedibile che ciò accadesse, dal momento che Forbes e i suoi lettori sono in larga parte americani, dall’altro è un dato che deve far riflettere, visto che nell’elenco appaiono anche altri europei (soprattutto francesi e inglesi).

Fatichiamo a credere che in Italia non esistano under 30 eccellenti nei rispettivi campi, come e anche più dei coetanei d’oltreoceano. Ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Forse però, come fa notare Luca De Biase in un intervento sul Sole-24ore, i giovani italiani «non hanno tutte le condizioni ideali per farsi conoscere all’estero. E questo è un vero insegnamento: per fare la storia, oggi, occorre connettersi al contesto internazionale. Non necessariamente per emigrare. Ma per sviluppare i propri talenti in modo libero dalle costrizioni di un paese vecchio e poco orientato a valorizzare l’iniziativa giovanile, la strada è giocare sul terreno internazionale».

Valerio Bassan

Ici, pensioni e crescita, ecco il programma di Monti

«Un compito difficilissimo, altrimenti ho il sospetto che io non mi troverei qui oggi». Il governo Monti inizia la propria vita parlamentare con il discorso del presidente del Consiglio al Senato. Tra i punti toccati da Monti l’Ici sulla prima casa, la cui assenza «è un’anomalia italiana», la revisione del sistema pensionistico, definito «sostenibile», ma dove ci sono delle iniquità e la riforma del mercato lavoro.

Mario Monti ha tenuto, al Senato, il suo primo discorso da presidente del Consiglio. Ha parlato della crisi attuale, dei tre pilastri (rigore, crescita, equità) su cui «riscattare il Paese» e ha elencato misure che a breve e a lungo termine dovrebbero servire per tamponare l’emergenza da un lato e dall’altro promuovere la crescita, che manca da troppo tempo. Il governo

Il governo nasce per affrontare una situazione d’emergenza, è un governo di impegno nazionale che deve assumere il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali fondandole sul senso dello stato. Accetto questo compito senza supponenza: in quanto tecnico, non sono qui per dimostrare una superiorità della tecnica sulla politica, ma per contribuire con rispetto e umiltà alla riconciliazione tra cittadini e le istituzioni.

Crisi e situazione italiana

Non dobbiamo più essere considerati l’anello debole dell’Europa. Se falliremo, se non raggiungeremo i nostri obiettivi, l’evoluzione della crisi ci sottoporrà tutti a condizioni ben più dure di quelle attuali, in particolare le fasce più deboli. La debolezza della nostra economia precede la crisi, tra il 2001 e il 2007, infatti, il nostro Pil è cresciuto del 6-7%, meno rispetto agli altri stati dell’eurozona. In Italia esistono una questione meridionale (che riguarda infrastrutture, innovazione, disoccupazione, illegalità) e una questione settentrionale (che concerne delocalizzazione, bassa natalità e costo della vita).

Sacrifici

I sacrifici sono necessari ma dovranno essere equi. Maggiore sarà l’equità, meglio saranno accolti.

Europa

L’Europa sta vivendo i giorni più difficili dalla sua fondazione. Se dovesse fallire l’euro, fallirebbe tutto il sistema comunitario e ripiomberemmo dove eravamo anni ‘50. Nell’ultimo ventennio la mancanza di crescita ha cancellato gli sforzi fatti. Dobbiamo attuare le richieste dell’Europa senza vedere i vincoli europei come delle imposizioni. Non c’è un “loro” e un “noi”: l’Europa siamo noi.

Riforme

Armonizzazione bilanci amministrazioni pubbliche secondo la proposta di legge già in discussione in parlamento. Piena attuazione delle manovre estive completate con interventi aggiuntivi ancora da valutare. Attuazione della riforma del sistema fiscale e assistenziale accompagnata da un’attenta valutazione prudenziale dei suoi effetti. spostamento carico fiscale dall’impresa.

Costi della politica e dello Stato

Servono interventi volti a contenere i costi di finanziamento degli organi elettivi. Chi rappresenta le istituzioni deve agire con sobrietà e con attenzione a limitare i costi. Attueremo una spending review dei costi della politica, a cominciare dal Fondo Unico della Presidenza del Consiglio. Servono meno sovrapposizioni degli enti decisionali, un riordino delle competenze delle province è possibile con una legge ordinaria. È necessario un programma per riorganizzazione della spesa, l’integrazione agenzie fiscale, il coordinamento attività forze dell’ordine.

Infrastrutture

Quella di unire il ministero dello sviluppo economico e quello delle nfrastrutture e trasporti è una scelta programmatica, anche perchè le infrastrutture sono rilevanti per accrescere la produttività totale.

Pensioni

Gli interventi degli ultimi anni hanno reso il nostro sistema tra i più sostenibili in Europa, ma ci sono disparità tra le diverse generazioni e tra le diverse categorie, con inaccettabili privilegi. Serve rispetto delle regole e lotta all’illegalità.

Ici

L’esenzione dall’Ici è un’anomalia italiana. Occorre riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare.

Tasse

La pressione fiscale è elevata, che verrà gradualmente ridotta con gli effetti della spending review. Ma anche prima può essere ridotta, riduzione imposte e contributi sul lavoro sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico.

Evasione fiscale, lavoro nero e criminalità organizzata

Lotta a evasione fiscale e illegalità necessaria per aumentare gettito e abbattere le aliquote. Dato che il sommerso rappresenta un quinto del nostro Pil, interventi incisivi possono contribuire a ridurre il peso fiscale sui contribuenti. È necessario contrastare il lavoro nero. Attività efficace di contrasto alla criminalità organizzata e tutte le mafie volta a colpire le loro infiltrazioni nelle istituzioni e nell’economia legale.

Mercato del lavoro

Dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro per allontanarci da un sistema duale, in cui una parte è eccessivamente tutelata e un’altra totalmente priva di tutele e sicurezze sociali. Il riordinamento sarà applicato ai nuovi rapporti di lavoro, mentre quelli regolari in essere non verranno modificati. Serve anche una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, per garantire ogni lavoratore sui rischi di una perdita temporanea del proprio posto di lavoro. Favorevole a una contrattazione decentrata come “già accettata dalle parti sociali”.

Giustizia

Puntiamo a ridurre tempi della giustizia civile e il numero delle sedi giudiziarie.

Giovani

I giovani saranno la finalità di tutta la nostra azione: siamo convinti che la diminuzione di opportunità per i giovani sia un problema per tutto il Paese. Bisogna privilegiare il merito con misure che valorizzino le capacità individuale. L’italia deve investire sui suoi talenti, essere orgogliosa di loro. La parola chiave è “mobilità”, intesa sia come interna al Paese che come esterna, tra il Paese e l’europa.

Donne

Alle donne va assicurata la piena inclusione in ogni ambito lavorativo e sociale. Valuteremo l’opportunità di una tassazione diversa. Bisogna conciliare le esigenze del lavoro e della famiglia, oltre che introdurre politiche di sostegno alla natalità. Tratto da linkiesta.it

Se Renzi scatena la rissa: da Vendola a Bersani, tutti contro il rottamatore

Scoppia la bagarre con il segretario del Pd e quello di Sel. La convention della Leopolda, alla sua seconda edizione, diventa una sorta di “Matteo contro tutti”

“La sinistra in cui sono cresciuto è la cosa più conservativa che c’è in questo paese”. Mentre la prima serata del Big Bang, venerdì, volge al termine Alessandro Baricco – lo scrittore che in qualche modo Matteo Renzi ha scelto tra gli ospiti d’onore – fotografa una di quelle verità difficili da negare. Un’altra la enuncia l’eretico Arturo Parisi (l’unico dirigente del Pd in “odore” di brontosauro ammesso a parlare) che si candida a padre nobile, ieri: “Piuttosto che sbagliare tutti insieme è meglio rischiare da soli di sbagliare per portare tutti gli altri ad avere ragione”. Eccole qui le categorie base del “renzismo”, enunciate nella loro versione più alta: la rottura con la politica del passato e l’egocentrismo legittimato a visione.

E ALLORA, Civati tenta di rubargli la scena, presentandosi non invitato? E lui lo chiama a parlare sul palco, relegandolo a episodio marginale. Bersani gli contrappone un’iniziativa a Napoli e lo ammonisce “i giovani devono essere a disposizione, senza scalciare e insultare”? E lui risponde: “Non sono un asino e non scalcio”. Di più, gli fa il verso: “Non siamo qui a schiacciare i punti neri delle coccinelle, come direbbe il nostro guru Bersani”. Matteo Renzi fa dell’arroganza e dello scontro un punto di forza. E la Leopolda anno secondo si guadagna i riflettori della politica italiana, con un fastidio misto a paura. Cinque minuti per uno, per un “Brainstorming” con la chiave “Se fossi il Presidente del Consiglio, io farei”, alla Leopolda si respira l’energia delle grandi occasioni, con una platea che non è identificabile né con quella delle assemblee della sinistra, né con le convention di destra. Lui Matteo Renzi instancabile “guida” dal palco. La giornata inizia con una protesta dei sindacati, quelli dell’Ataf, l’azienda di trasporti pubblici, in prima fila: “Matteo, come Cetto La Qualunque”, recitano i cartelli. Il Sindaco la concertazione non la ama e li liquida con poche parole: “Se la prendono con noi perché gli abbiamo chiesto di lavorare dieci minuti in più”. Arriva Sergio Chiamparino e fa sapere che “alle primarie, potrei aggiungermi anch’io”. Poi appare a sorpresa nel pubblico Pippo Civati, l’ex compagno d’avventura della prima Leopolda, non invitato, dopo un divorzio plateale. Crea un po’ di scompiglio, cerca l’incidente: Renzi non lo farà parlare? E invece no, il Sindaco lo chiama sul palco: “Questa è ancora casa mia”, dice Civati e sembra tanto tornare a Canossa, anche se per un attimo la scena è sua. L’evento intanto lievita. Non è chiaro dove si vada a parare e perché, delle rivelazioni promesse non c’è traccia, ma l’attenzione la tiene alta. Sul palco e in rete, dove si conduce un dibattito parallelo. C’è pure chi chiede l’abolizione di agosto, mese improduttivo oppure del denaro liquido, per favorire la tracciabilità. Renzi legge i Twitter di Franceschini (“Energie e idee che arricchiscono il Pd. Si può non condividerle, ma come si fa ad averne paura anzichè dire grazie?”).

UN GRUPPO sta lavorando a mettere in fila le 100 idee che saranno presentate oggi: abolizione del finanziamento dei partiti, no a più di tre mandati in Parlamento, ma anche riforma delle pensioni, per esempio. Anche se non è chiaro a nessuno quante delle 100 idee presentate da Renzi per Firenze nella sua campagna elettorale siano state realizzate, di certo il numero 100 gli ha portato fortuna. Quando arriva l’ora di pranzo Renzi fa un giro tra i tavoli e sembra di rivedere il Veltroni sindaco di Roma, che era bravissimo a costruire un pezzetto di consenso ogni giorno, mentre inaugurava asili e case di riposo. E a Firenze ci sono gli scrittori, c’è Pif, ci sono gli imprenditori (da Campo dall’Orto a Gori), c’è Costacurta. E c’è la colonna sonora di Jovanotti, qui nella canzone “Il più grande spettacolo”. Veltroni per la campagna elettorale del 2008 (che finì con l’Italia riconsegnata a Berlusconi) aveva scelto “Mi fido di te”.

E NON A CASO a Firenze ci sono pure Ermete Realacci e Salvatore Vassallo, in veste di veltroniano doc. Il Renzi che saluta per iscritto con “un sorriso” ricorda anche qualcun’altro: “Sono un berlusconiano deluso”, si affretta a stringergli la mano, Maurizio Liverani, imprenditore. Renzi non cerca approvazione e fiducia. Lui va all’attacco. E sono gli altri che rincorrono. Come Bersani che si è spinto fino a dire che modificherà lo Statuto del Pd per permettergli di correre alle primarie (e per cercare di disinnescarlo, magari battendolo). Renzi si permette di non sciogliere la riserva: “Noi candidiamo le idee”. E “Bersani ci risponda sui contenuti”. Lo attacca anche Nichi Vendola: “E ’ vecchio culturalmente e politicamente”. E lui: “Forse è giovane mandare a casa il governo Prodi come fecero i suoi amici?”. Attirato dalla vis riformatrice di Renzi a chiedergli aiuto per la sua battaglia contro la corruzione e la collusione del Pd siciliano arriva l’avvocato Giuseppe Arnone ma il suo pulmann che esibisce un manifesto 6 x 3 sulla questione morale prende una multa di 400 euro. Il Big Bang non guarda proprio in faccia a nessuno.

Wanda Marra

Europa, economie a picco… i giovani pagano il prezzo più salato

L’Europa salva le piazze finanziarie ma non i giovani. Tre diritti fondamentali come istruzione, lavoro e casa restano loro preclusi. Allora si ribellano, ispirandosi al modello dei più grandi: arraffa quel che puoi e scappa.

Se è vero che i giovani non costituiscono un gruppo sociale omogeneo a livello globale, tanto meno sono una piazza finanziaria sull’orlo della bancarotta. Peccato, perché altrimenti già gli sarebbe stato offerto un paracadute con cui alleanze nazionali e internazionali avrebbero iniettato miliardi a favore della loro formazione, della creazione di posti di lavoro e della costruzione di alloggi a buon mercato per garantire a tutti un futuro come prevede il patto fra le generazioni.

Invece, l’incapacità o la mancanza di volontà da parte dei politici di cercare consenso in questi strati sociali fondamentali, erode i pilastri portanti delle società del benessere, in cui i giovani sono sempre più semplici spettatori di un capitalismo vivace ma chiaramente elitario. Tuttavia, il capitalismo è tollerabile solo a condizione che resti aperta la possibilità di prendervi parte: se trattato come un giocattolo in balia del capriccio del libero mercato, perde il suo fascino e viene considerato un modello di fine serie privo di alternative. Fra le nuove generazioni che da poco hanno iniziato a prendere parte alla vita sociale, questa situazione genera insicurezza, scetticismo e timori per l’avvenire. Chi toglie ai giovani prospettive e opportunità per il futuro se li troverà prima o poi a protestare davanti alla porta di casa.

La realtà rema contro i giovani

Simili conseguenze si sono manifestate, con intensità variabile, in paesi come Grecia, Spagna, Cile, Israele e Regno Unito. A prescindere dalle diverse motivazioni che hanno animato le varie proteste nazionali, sfociate talvolta in episodi di violenza, le rivendicazioni elementari sono sempre le stesse: il libero accesso all’istruzione, il lavoro, una casa.

Ma i giovani di oggi si stanno scontrando con una realtà che non può o non intende più soddisfare le loro richieste, nonostante siano teoricamente garantite da diritti fondamentali. In alcune città britanniche e israeliane non sono più garantiti finanche la qualità dell’istruzione, l’impiego o un alloggio a prezzi accessibili, per non parlare della scuola per i bambini.

Intanto, pur di non indisporre il diabolico Dow Jones, i governi stanno pompando miliardi di euro nei mercati e tagliano i servizi sociali. Che in paesi come la Spagna, dove il tasso di disoccupazione giovanile ammonta al 44 per cento, o in Grecia (dove corrisponde al 38 per cento) e Gran Bretagna (dove il valore è del 20 per cento), questa politica venga percepita come puro e semplice cinismo, è motivo di stupore per i pochi fortunati solo quando discutono della differenza tra manifestanti frustrati e criminali davanti a una tazza di tè: per il resto, la loro unica preoccupazione è la credibilità delle piazze finanziarie.

Facebook non basta come valvola di sfogo

Ma il crollo dei titoli in borsa non è nulla in confronto al declino della coesione sociale. A chi, anche dopo un duro percorso di studio in aule sovraffollate, non intravede più opportunità per sé e per i propri sogni, a un certo punto Facebook non basta più come valvola di sfogo. Allora, come in Inghilterra, basta un episodio tragico, ma in fondo banale, a far esplodere la frustrazione repressa in seguito al salvataggio della finanza. Così, spinte da motivazioni peraltro giuste, le persone devastano e saccheggiano. Nel suo piccolo, questa reazione sembra l’esatta riproduzione del modello proposto alla popolazione dai piani alti della società: arraffa quel che puoi e scappa. Quelli che stiamo osservando sono in realtà i banchieri della strada.

Questa degenerazione potrà essere arrestata solo dalla politica, non con la polizia e le frasi fatte, ma con atti concreti e senza ulteriore indugio. Resta da vedere se la generazione che sta manifestando nelle strade riuscirà poi a cogliere i frutti di questi provvedimenti. (Traduzione di Floriana Pagano)

Karl Fluch

La Svezia è un paese per giovani

La nazione scandinava è una delle mete privilegiate dei cervelli in fuga. Ai ragazzi svedesi abbiamo chiesto: come è mai possibile che non abbiate niente di cui lamentarvi?

Penso che tutto stia nel pagare le tasse. Credo che lo Stato amministri abbastanza bene i nostri soldi restituendoci in cambio dei buoni servizi. Non possiamo lamentarci di niente”. Svelato l’arcano quindi.

Johan ha 23 anni e fa il cameriere a Stoccolma. Non ha fatto l’università: ha frequentato la scuola alberghiera e ora lavora al Grand Hotel. Nonostante la giovane età e la professione mediamente retribuita, ha una casa di proprietà, gioca a golf e si sta costruendo un cottage nel bosco a due ore dalla capitale. “Certo, non dico che pagare le tasse debba essere un piacere, ma è un dovere civico e in fin dei conti una comodità. Non è odioso il pensiero che qualcuno usufruisca dei servizi statali sulle spalle di chi paga le tasse?”. Ma andiamo con ordine ripercorrendo tutte le tappe della vita di uno svedese medio per evidenziare quali siano quei passaggi che fanno della Svezia il Paese della cuccagna proprio in virtù di quei servizi erogati dallo Stato grazie ai soldi dei contribuenti.

ISTRUZIONE GRATUITA PER TUTTI - La Svezia è un paese per giovani Dall’asilo nido alla laurea allo studente non viene chiesto di scucire una lira, anzi, una krona. L’istruzione è gratuita e universale, anche per gli studenti stranieri che decidono di frequentare la scuola in Svezia.

Di solito dopo la maturità i genitori si aspettano che i figli si trovino un lavoro o che comunque sloggino dalla cameretta. Se questi decidono di accedere all’università come studenti full-time, impoissibilitati quindi a lavorare per pagarsi l’affitto, possono sempre chiedere denaro allo Stato (mai ai genitori) che, attraverso l’organo del CSN (Centrala Studiestödsnamn) concede loro circa 2000 corone al mese a “babbo morto” più una somma in qualità di prestito vero e proprio da ripagare in circa 40 anni a piccolissime rate con interessi bassissimi. Della serie: ragazzi che si indebitano a 18 anni proprio perché sanno perfettamente che arriverà un giorno in cui restituire il denaro non costituirà il minimo problema.

LA PREVIDENZA AIUTA A RISPARMIARE – Il ragazzo va via di casa quindi. Ma non se ne va a caso: se la sua famiglia è stata previdente, il ragazzo avrà già un appartamento in affitto a canone agevolato che lo attende. Come? Mediante apposite liste di attesa. Lo Stato, questa volta attraverso l’organismo del Bostadsförmedling distribuisce i contratti d’affitto per un tot di appartamenti pubblici tra i cittadini che devono semplicemente iscriversi al servizio, pagare una quota annua (circa 30 euro) e, se mirano a trasferirsi nel centro di Stoccolma, pazientare per anni (12 per l’esattezza; ecco perché occorre muoversi in anticipo, ancor meglio quando il ragazzo è appena maggiorenne). Chi si accontenta di appartamenti in periferia, se la cava con un anno di lista d’attesa. Per gli studenti sono a disposizione studentati e mini appartamenti vivibilissimi a prezzi ridicoli. Anche per i non studenti il canone è piuttosto basso, le case di buona qualità e a basso impatto ecologico. La manutenzione degli immobili avviene a spese dello Stato stesso che concede agli affittuari il diritto di residenza a tempo indeterminato, la possibilità di scambiare casa con altri cittadini iscritti alla lista statale o di comprare l’appartamento a prezzi bassissimi. Un aspetto curioso del mercato degli affitti svedese (che non riserva molte sorprese visto che è gestito per l’85% dallo Stato) è che permette il subaffitto, a determinate condizioni: che il titolare del contratto abbia motivazioni valide (va a convivere con il partner, si trasferisce momentaneamente all’estero), che la “cessione” sia riferita ad un lasso di tempo limitato (solitamente un anno) e che l’affitto richiesto non dia adito a speculazioni selvagge. Affittare e subaffittare non deve essere un’attività che produca reddito. Per investire bisogna comprare per poi rivendere effettuando migliorie o aspettando il momento propizio.

BABY PROPRIETARI – Chi non è stato previdente come fa? Taglia la testa al toro e la casa se la compra. La cosa più sconvolgente è che a visitare gli appartamenti in vendita sono ragazzi ventenni sbarbati che la domenica se la passano in giro partecipando ai cosiddetti visning. Io proprietario che decido di vendere mi rivolgo ad un’agenzia immobiliare (è veramente raro che un proprietario decida di non utilizzare l’intermediazione) la quale mette il mio appartamento su internet e organizza visite collettive per i potenziali compratori. Tale giorno a tale ora l’appartamento X è aperto al pubblico. Accorrete numerosi e toglietevi le scarpe all’ingresso. Viene reso noto il prezzo di partenza e poi, una volta che un numero cospicuo di visitatori ha dato un’occhiata alla mia casa, parte l’asta via sms. Non c’è trattativa: chi offre di più si aggiudica l’appartamento. Per partecipare all’asta è sufficiente possedere una certificazione rilasciata dalla banca che attesti che il partecipante abbia i soldi o gli sia stato concesso il mutuo necessario all’acquisto. Per ottenere il prezioso documento basta avere o un grasso conto in banca o un contratto a tempo indeterminato. E qui sta il bello: in Svezia il contratto a tempo indeterminato non è un mito ma quasi la regola.

Ed ecco che i giovani sbarbatelli vendono e comprano casa via sms nel giro di un fine settimana.

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