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Articoli marcati con tag ‘fuga’

Cervelli in fuga? Ecco come si muovono nel mondo

Which countries have the most foreign scientists, and which ones suffer from the worst brain drain? To answer these questions, researchers at the National Bureau of Economic Research, in Massachusetts, conducted a Web-based survey of over 17 000 published scientists in 16 countries.

(China wasn’t surveyed: The researchers tried but were unsuccessful in administering the survey to scientists there.) While the United States is, unsurprisingly, a popular destination for scientists from around the world, Switzerland actually has the highest percentage of immigrant scientists.

On the other side of the coin, Japan is the most insular country surveyed, exchanging relatively little scientific talent with the rest of the world.

 

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Tutti in fuga da Monti. In arrivo il clamoroso FLOP tecnico?

Nell’entourage montiano non ci si stupisce dello scarso entusiasmo confindustriale riservato alla “salita in politica” del premier tecnico. Era già tutto scritto sin dal maggio 2012, dicono, quando Mario Monti non presenziò all’assemblea generale di Confindustria che sancì il definitivo passaggio di consegne tra l’ex presidente Emma Marcegaglia e il neo presidente Giorgio Squinzi.

Lo stesso Monti che invece a dicembre ha di fatto lanciato la sua candidatura politica al fianco di Sergio Marchionne, celebrando il redivivo stabilimento di Melfi, cioè un’Italia “forte di cuore” e che soprattutto dal 2011 non paga più le quote associative a Viale dell’Astronomia. In mezzo a questi due eventi, c’erano state le parole indelicate di Giorgio Squinzi per la riforma più travagliata del governo Monti, quella del lavoro, definita una “boiata”, e poco altro.

Ieri infine lo stesso Squinzi ha firmato – su un Sole 24 Ore che da qualche settimana ha smesso i toni da “emergenza nazionale” e ha alternato nei confronti di Monti le stilettate liberiste di Luigi Zingales alla clava altermondialista di Guido Rossi – un manifesto per “una politica industriale per un paese nuovo”. Nessun endorsement per Monti, ma molta equidistanza. In chiusura il patron di Mapei ha annunciato infatti “un monitoraggio costante e preciso, basato sui fatti e non sullo schieramento per l’una o per l’altra parte”.

Silente, perlomeno in questa fase, anche l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Fu sotto il suo mandato che si consumò lo strappo con Marchionne; l’ad di Fiat si disse insoddisfatto dei troppi ammiccamenti tra Viale dell’Astronomia e Cgil che avrebbero reso inutili i contratti aziendali strappati a suon di referendum in fabbrica, ma certo non è stato questo ad ammutolire Marcegaglia.

L’imprenditrice infatti, nel settembre scorso, partecipò a una convention dell’Udc assieme a Corrado Passera (altro ex ministro a lungo candidato in pectore, ora ritiratosi), per dire all’”amico Pier” che “se voi andate avanti con questa idea io vi sosterrò, sarò con voi”. Ora che Pier è andato avanti con la lista Monti, pare proprio che Emma non lo stia seguendo. L’unico dei “suoi” a fare il grande salto in politica, due giorni fa, è stato Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria anche ai tempi di Marcegaglia. Con il Pd però. Galli, classe 1951, laureato in Bocconi, dottorato al Mit, poi una carriera avviata in Banca d’Italia, ha sorpreso un po’ tutti i suoi amici liberisti.

Alessandro De Nicola, avvocato milanese, presidente della Adam Smith Society e amico di “Gp”, ha così commentato su Twitter: “Galli, ex Dg Confind nel PD. A un amico si può dire: un grave errore ke si tuffa in un mare di contraddizioni insanabili. Salutami Fassina”.

Qualcuno, anche tra quanti si ricordano dello stesso giovane Galli segretario della sezione “Ho Chi Minh” del Pci, si è stupito delle posizioni contrastanti assunte nelle ultime settimane: “A fine 2012 aveva partecipato a un grande evento pubblico con noi di Fermare il declino, si era detto uno di noi – ricorda Riccardo Gallo, economista e candidato nel movimento liberista guidato da Oscar Giannino – Diciamo che l’agenda Bersani-Fassina non è altrettanto fautrice di una riduzione della presenza dello stato nell’economia italiana”.

Tra i suoi ex colleghi a Viale dell’Astronomia, invece, non tutti si meravigliano: “In fondo negli ultimi anni è stato quasi sempre lui a tenere il filo diretto con la Cgil – dice chi lo conosce bene ma chiede di restare anonimo – Ha sempre assunto posizioni liberali, certo, ma poi non ha mai disdegnato la concertazione tanto biasimata oggi da Monti”. E alla luce di quanto accade in queste ore, effettivamente, concertazione e consociativismo (che a lungo hanno tenuto assieme padroni, sindacati e politici) sembrano diventati d’un tratto uno degli spartiacque delle prossime elezioni.

E’ notizia di ieri, infatti, che nella lista Monti si candiderà anche Alberto Bombassei, patron di Brembo (storico fornitore di Fiat) e già presidente di Federmeccanica. L’anno scorso Bombassei sfidò Squinzi per la presidenza di Confindustria, ricevendo un endorsement pesante come quello di Marchionne. L’ad di Fiat dichiarò che se Squinzi avesse perso, e se quindi non avesse prevalso la linea del dialogo sempre e comunque con i sindacati, il Lingotto sarebbe rientrato in Confindustria.

Così non fu, e oggi Marchionne e Bombassei si ritrovano assieme a sostenere Monti, ed ex membro del cda della Fiat. Tra i montiani della prima ora c’è anche Ernesto Auci, ex direttore del Sole 24 Ore, poi manager Fiat e uomo di fiducia di Marchionne, oggi presidente del sito di informazione finanziaria Firstonline: “Il manifesto presentato ieri dal presidente Squinzi sul Sole 24 Ore – dice Auci al Foglio – è un manifesto pieno di cose condivisibili ma troppo da ‘ordinaria amministrazione’. Non mi pare che Squinzi abbia un’idea del paese e della politica abbastanza strutturata”.

Oggi però “nel mondo si chiede agli italiani se vogliono davvero fare le riforme e accettare la sfida della globalizzazione. Monti è la personalità che più rapidamente ci può far riconquistare la fiducia in vari ambienti globali”. Anche Umberto Quadrino, che nel 2011 ha lasciato la carica di amministratore delegato di Edison, ha un passato ai vertici di Fiat e una recente frequentazione con le riunioni dei montiani.

Insomma, il “partito Fiat” c’è, i poteri forti meno. Monti d’altronde ha la spiegazione pronta: “Alle persone che dicono che faccio parte dei poteri forti rispondo: non c’è nessun italiano o europeo che abbia fatto altrettante battaglie con successo contro i poteri forti come ho fatto io. Loro hanno castigato a parole, io nei fatti”.

 

 

 

Marco Valerio Lo Prete per “il Foglio

Tutti in fuga dal grande bluf di Mario Monti

Ma perche’ Monti Mario un giorno e’ in campo come castigamatti centrista, novello De Gaulle Charles della Terza Repubblica italiana, e il giorno dopo appare come un timoroso burocrate che teme di perdere i suoi privilegi attuali se si infila in un terreno che, quasi per contratto, non avrebbe dovuto nemmeno calpestare?

E come fanno i poveri italiani a tenersi aggiornati sull’offerta politica a poco piu’ di due mesi da elezioni di una certa importanza per un Paese stremato dall’effetto congiunto di una crisi economica che si incattivisce e dall’insipienza complessiva delle proprie classi dirigenti, se la cosiddetta grande stampa quando sembra che l’ormai ex premier si candidi ne traccia in pensosi editoriali le magnifiche sorti e progressive e quando appare piu’ chiaro che non lo fa spiega con presunzione (dei fatti) che ha ragione a non farlo e che e’ meglio che si acconci a sperare in uno strapuntino istituzionale all’ ombra del grande Pd prossimo venturo?

Tuttavia, ci sono fatti che vanno aggiunti al racconto di questi giorni e che spiegano perché alla fine un sano esercizio di umiltà servirebbe a tutti, a cominciare da un ex premier che questa domenica ci propinerà le sue tavole della legge, dimenticandosi di aggiungere che tante cose di cui parla ha preferito non farle e che altre le ha fatte male, senza nemmeno riconoscere che anch’egli, sia pure per poco, ha usato le istituzioni per le sue ambizioni politiche e non c’è riuscito perché ha calcolato malissimo le forze in campo, la sua popolarità nel Paese, e la sua stessa conseguente determinazione ad andare avanti costi quel che costi.

Non a caso, come gli ricorda Luigi Zingales sul “Sole 24 Ore”, Mose’ nella Bibbia incitava il suo popolo a combattere per affermare la legge del Signore contro i falsi idoli. La citazione biblica equivale a dare a dare a Monti Mario del pomposo Don Abbondio.

Ecco comunque i fatti di cui sopra:

1. Martedì scorso presso la Comunita’ di Sant’Egidio si e’ tenuta la prima vera riunione organizzativa delle forze della nascente lista Monti per l’Italia. Accanto agli uomini di S.Egidio erano convenuti i rappresentanti nazionali e regionali di Italia Futura, Cisl e Acli con l’obiettivo di lanciare la raccolta firme e mettere in contatto tra di loro i rispettivi referenti regionali. In tutto c’erano una settantina di persone. La riunione va malissimo, le lingue, le aspettative, le storie personali sono nettamente diverse. Allora si decide di spezzettare la riunione, dividendola subito in tante riunioni regionali, ma la musica non cambia. Insomma, disarticolazione completa tra i contraenti, difficoltà anche dentro Italia futura per le dimissioni del coordinatore lombardo e la trattativa personale di quello pugliese con l’Udc. La cosa rimbalza ai piani alti della nascente creatura, con effetti immaginabili.

2. Nel frattempo Monti Mario pensa bene di andare a Melfi, a sceneggiare con Marchionne Sergio, Elkann Yaki e un po’ di operai ad applaudire in favore di telecamera, la parabola dell’azienda senza confini che non si dimentica dell’Italia. Un errore di sostanza che avrà immediate conseguenze politiche perché propone plasticamente uno scontro tra padroni e popolo, cosa che nemmeno chi, come Bonanni, era fisicamente presente in seconda fila a Melfi poteva accettare. Il giorno dopo il capo della Cisl scrive al Corriere e prende le distanze dall’avventura montiana. La stessa cosa fanno le Acli, che votano Pd e non il futuribile Centro per Monti e che non sono in realtà rappresentate da Olivero, il quale non casualmente deve dimettersi dalla presidenza del movimento cattolico per candidarsi.

Ma come si fa ad andare a sposare il marchionnismo spinto (flessibilita’ totale, esclusione della Fiom, investimenti solo nei Paesi dove e’ conveniente farlo) mentre il governo dallo stesso Monti presieduto ha ammazzato con la riforma del lavoro targata Fornero quel poco di flessibilità che c’era obbligando le aziende a mandare via migliaia di giovani e mettendo gli stessi in condizioni ancora peggiori? Come si fa a pensare di inaugurare la campagna elettorale, come pure e’ stato scritto senza smentite e timori di smentite, in questo modo?

3. Il famoso incontro tra Monti Mario, Casini Pierferdinando (accompagnato da Cesa Lorenzo) e di Montezemolo Luca a palazzo Chigi, ebbe a produrre anche una conferenza stampa improvvisata sul momento dal Casini, conferenza stampa dalla quale in effetti nacquero tutte le prime pagine sulla imminente discesa in campo del Professore. Il giorno dopo infatti, consapevole di essere stato strumentalizzato da Casini, Monti ordina al suo ufficio stampa di frenare i bollori, di qui la frenata dei giornali di sabato 22 dicembre, primo giorno post Maya.

4. Grazie al ragionier Cesa Lorenzo, segretario Udc che non ha mai creduto alla lista unica, il partitino di Casini e’ l’unico in grado di presentare le sue liste, anche se e’ difficile che possa essere presente al Senato perché non ha più la Sicilia cuffariana dove poter superare lo sbarramento dell’8 per cento.

5. Italia Futura resta declinata al futuro. In fondo, e’ quasi un peccato poiché era l’unica formazione che sul territorio aveva mobilitato adesioni fuori dai soliti noti, anche se talvolta inadeguate o sopravvalutate.

Dissoltosi il grande bluff di Monti Mario, ben sintetizzato nella foto della solita Fornero che si tappa le orecchie per non sentire le critiche (della Lega, ma potevano essere di chiunque altro) al suo operato, e’ opportuno riprendere l’osservazione del Pd e di Lega/Berlusconi.

Nel Pd funziona l’asse Bersani/Renzi. Il partito tira un respiro di sollievo per il ritorno di Monti a orizzonti meno velleitari ed e’ alle prese con le deroghe ai propri parlamentari per la ricandidatura. Ne sono state chieste 100 e autorizzate 50, con relative tensioni e incazzature degli esclusi. Tensioni tuttavia in parte mitigate dall’attesa di vittoria, con relativi posti di governo e sottogoverno (alla fine, i migliori) da distribuire. Intanto l’asse diretto tra il segretario e lo sfidante Renzi funziona benissimo: la prova regina la si avrà con la scelta dei capilista nelle varie circoscrizioni, dove il sindaco di Firenze avrà ampi riconoscimenti per i suoi uomini sia alla Camera sia al Senato.

La Lega e il candidato premier diverso da Berlusconi. E’ chiaro, al di la di ogni scaramuccia per buttare fumo negli occhi, che Maroni si accorda con Berlusconi riconoscendolo come leader della coalizione. Come candidato premier, quello da indicare insieme al deposito firme, simbolo e programma, la base della Lega vuole pero’ un altro. Il punto e’ che Alfano secondo i sondaggi prende meno di Berlusconi e diversi altri personaggi testati pure. L’unico che davvero può andar bene alla Lega e’ Tremonti Giulio. Cosa farà’ il fidanzato di Francesca Pascale, quello rivendicato con forza da Katarina Kzenevic e che con il suo ex ministro dell’Economia non si prendeva? Può essere che convenga anche a lui restare leader della coalizione di centro destra, fare lo stesso la campagna elettorale come sta facendo ma non intestarsi la sicura sconfitta. Lo vedremo ai primi di gennaio, termine ultimo per il deposito di simboli, liste e candidati premier.

Il Senato in bilico e Berlusconi si candida per il Senato in tutte le circoscrizioni. Per non ripetere l’esperienza Prodi, il Pd deve avere una maggioranza in Senato che vada oltre i senatori a vita (Monti non viene incluso nelle simulazioni che fanno alla sede del Pd). Solo la Lega in alcune regioni del Nord può superare l’8 per cento, mentre l’Udc e’ a forte rischio.

Il tentativo del Pd e’ di dar vita a liste locali con animatori non iscritti al partito che possano eleggere un senatore da far convergere sul sostegno al governo. Berlusconi Silvio ha studiato bene la situazione, tanto e’ vero (decisione gia’ presa) che sara’ capolista al Senato in tutte le circoscrizioni. La sua speranza e’ che il Pd abbia la maggioranza solo alla Camera, così può riproporre un governo di salute pubblica, affidato questa volta a politici, per rimettersi in gioco. Difficilmente il Pd, dopo l’esperienza con Monti Mario, potrebbe ricascarci.

 

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Fuga di notizie in Vaticano e Benedetto 4×4 s’incazza!

Il punto critico di questo pontificato non è la contestazione, anche aspra, che lo martella ininterrottamente su vari terreni. Ma è l’avvenuta rottura di quel patto di lealtà interno alla Chiesa che si manifesta nella fuga di documenti riservati, dai suoi uffici più alti. Dalla contestazione, papa Joseph Ratzinger non si lascia intimidire. Non la subisce, anzi, sui casi cruciali la provoca, volutamente. La memorabile lezione di Ratisbona ne è stata la prima dimostrazione.

Benedetto XVI mise a nudo la carica di violenza presente nell’Islam con una nettezza che stupì il mondo e scandalizzò nella Chiesa gli amanti dell’abbraccio tra le religioni. Invocò per i musulmani la rivoluzione illuminista che il cristianesimo ha già vissuto. Anni dopo, la primavera di libertà sbocciata e subito deperita nelle piazze arabe ha confermato che aveva visto giusto, che il futuro dell’Islam si gioca davvero lì.

Gli abusi sessuali commessi da preti su bambini e ragazzi sono un altro terreno sul quale Benedetto XVI si è mosso controcorrente, già prima d’essere eletto papa. Ha introdotto nell’ordinamento della Chiesa procedure da stato di eccezione. Per suo volere, da una decina d’anni tre cause su quattro sono affrontate e risolte non per le vie del diritto canonico, ma per quelle più dirette del decreto extragiudiziario spiccato da un’autorità di maggior grado.

Marcial Maciel, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, fu sanzionato così, quando ancora era universalmente riverito e osannato. Un’intera Chiesa nazionale, l’irlandese, è stata messa dal papa in stato di penitenza. Vari vescovi inetti sono stati destituiti. Sta di fatto che oggi al mondo non c’è alcun governo o istituzione o religione che sia più avanti della Chiesa di papa Benedetto nel contrastare questo scandalo e nel proteggere i minori dagli abusi.

E’ un errore confondere la mitezza di questo papa con la sua remissività. O col suo estraniarsi dalle decisioni di governo. Anche la burrasca che sconvolge l’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, ha la sua prima origine proprio da lui, dal suo ordine di assicurare la massima trasparenza finanziaria. Non c’è governo al mondo le cui decisioni non siano discusse e contrastate, prima e dopo che siano diventate legge, in pubblico o in via riservata. Anche per la Chiesa di papa Benedetto è così. I conflitti interni documentati dalle carte fuoriuscite dal Vaticano fanno parte della fisiologia di ogni istituzione chiamata a prendere decisioni.

Non il contenuto dei documenti, quindi, ma la loro fuga è la vera spina di questo pontificato. E’ tradimento di quel patto di lealtà che tiene insieme chi è parte di un’istituzione, a maggior ragione della Chiesa, dove l’inviolabilità del “foro interno” e ancor più del segreto della confessione ispira una generale riservatezza nelle procedure.

Gli ammutinati sostengono, anonimi, di farlo per il bene della Chiesa stessa. E’ una giustificazione ricorrente nella storia. Dallo scandalo dicono di voler ricavare una rigenerazione del cristianesimo. Ma a tanti loro sostenitori “laici” interessa che la Chiesa collassi. Non che sia rigenerata, ma umiliata. I conflitti entro le istituzioni si governano. Ma il tradimento molto meno.

Esso è il segnale, piuttosto, di un governo che non c’è, che ha lasciato crescere nella curia romana la ribellione occulta di alcuni suoi “civil servant” e non ha saputo fare nulla per neutralizzarla. La segreteria di Stato vaticana, che da Paolo VI in poi è il primo attore del governo centrale della Chiesa, è inevitabilmente anche la prima responsabile di questa deriva.

Benedetto XVI ne è così consapevole che, per rimettere ordine nei Sacri Palazzi, non ha incaricato il suo primo ministro, il cardinale Tarcisio Bertone, ma ha chiamato a consulto un collegio di saggi tra i più lontani da lui: per cominciare, i cardinali Ruini, Ouellet, Tomko, Pell, Tauran. Per un cambio di governo nella curia vaticana le pratiche sono già avviate.

 

 

Sandro Magister per “L’Espresso

Fuga di capitali dall’area Euro!

«L´euro-angoscia mette in fuga i capitali» secondo il Financial Times che avverte una «crisi di legittimità dell´Unione». Il doppio shock politico, Francia e Olanda, non risparmia Wall Street e da qui dilaga su tutti i mercati mondiali. «Una virata nella direzione dei venti politici, più una collisione di indicatori negativi» è il giudizio del New York Times.

All´indomani di un weekend cruciale per gli equilibri politici del Vecchio continente, la ripresa mondiale si ritrova di nuovo in ostaggio dell´eurozona in crisi. L´accumularsi di eventi è micidiale. Al primo posto: la massiccia dimensione del voto anti-europeo in Francia, se si sommano le due ali estreme Le Pen-Mélenchon che auspicano l´uscita di Parigi dall´euro, più le ripetute promesse anti-Schengen di Nicolas Sarkozy, più l´impegno di François Hollande a «rinegoziare» daccapo tutto il patto fiscale europeo con Angela Merkel.

Al secondo posto arriva a sorpresa la crisi politica in Olanda, che minaccia la tenuta della «roccaforte germano-centrica» nell´eurozona. Al terzo posto: una raffica di indicatori negativi (inattesa caduta dell´indice manifatturiero tedesco, contrazione degli ordinativi d´imprese in tutto il continente, conferma della recessione spagnola) fanno dire a Mark Miller di Capital Economics che «la recessione si aggrava e l´intera Unione non ne uscirà per tutto l´anno», un giudizio che l´Associated Press lancia all´apertura del mercato americano.

Il quarto fattore di preoccupazione nasce dal bilancio che viene fatto, alla riapertura dopo il weekend, sul meeting di primavera del Fondo monetario internazionale che si è tenuto a Washington. Nessuno ha considerato credibile il bilancio ufficiale positivo. E´ vero, al summit si è deciso di aumentare le risorse dell´Fmi che potranno contribuire al «muro di fuoco» da usare per eventuali salvataggi nell´eurozona (vedi Spagna).

Ma da quell´operazione si sono chiamati fuori, oltre agli Stati Uniti, anche due potenze emergenti come Cina e Brasile che rinviano continuamente il loro impegno concreto in favore dell´eurozona. Un pessimo segnale anche quello, in una fase in cui l´arsenale di aiuti di Mario Draghi, cioè i prestiti d´emergenza della Bce agli istituti di credito, comincia a mostrare i suoi limiti.

Sugli eventi politici il Wall Street Journal si permette una battuta: «Non bastava un Hollande, ci si mette pure l´Holland (l´Olanda in inglese, ndr)». Quel che accade nei Paesi Bassi è «un trauma perfino superiore al risultato elettorale francese» secondo il maggiore quotidiano economico e finanziario, perché indica una «polarizzazione del dibattito fra crescita e austerità» anche nei Paesi finora più stabili e virtuosi. L´Olanda è un modello di buona gestione, ha un debito pubblico che pesa solo per il 65% del suo Pil.

I mercati hanno sempre visto i titoli del Tesoro olandese come un surrogato dei Bund tedeschi, tanto che lo spread fra i due paesi è un irrisorio 0,8%. Le dimissioni del premier olandese, la fronda di una destra locale che non accetta l´austerity, indicano che la resistenza al rigore germanico non è più solo un problema della periferia dell´Unione.

Di qui la paura che si diffonde sui mercati mondiali, così sintetizzata dallo stesso Wall Street Journal: «Se perfino il nocciolo duro dell´eurozona nordica si dissocia dagli impegni di rigore nel bilancio pubblico, gli investitori tornano a dubitare che l´Unione possa uscirne fuori intatta». Il giudizio del Financial Times è simile: dalla crisi economica il suo pessimismo si allarga alla tenuta dell´Unione europea.

Nel 2008 e nel 2009 era ancora credibile una narrativa della crisi che la descriveva importata dagli Stati Uniti, una terra di banchieri-pirati, di debitori irresponsabili, per di più governata fino agli albori del disastro da un presidente repubblicano. Quel mito, secondo il Financial Times, «aveva tenuto insieme un´identità europea», oggi non regge più. Stremata dalla seconda recessione in quattro anni, e stavolta una recessione «fatta in casa», l´Europa sta perdendo fiducia nella costruzione comunitaria avviata mezzo secolo fa: i partiti tradizionali che ne furono i fautori, e in generale le classi dirigenti pro-europee, perdono consensi tra le opinioni pubbliche.

I requiem per l´Unione europea si sono sentiti già altre volte, a Londra o da questa parte dell´Atlantico dove l´euroscetticismo ha radici antiche. Stavolta però una preoccupazione unisce gli Stati Uniti alle potenze emergenti, dalla Cina al Brasile. Già si avvertono i segnali di rallentamento della crescita americana, cinese e brasiliana: e dietro questa frenata c´è il «buco nero» dell´economia europea, il più vasto mercato del pianeta, così depresso da contagiare (attraverso la caduta delle importazioni) anche chi sta meglio.

Lo scenario politico visto da Washington, Brasilia e Pechino, nella migliore delle ipotesi sfocia su un lungo negoziato tra la Francia e la Germania per rivedere il patto fiscale dell´eurozona. L´esatto contrario di una luna di miele tra Merkel e il neopresidente francese, semmai una sorta di «prova di divorzio» nell´asse storico Berlino-Parigi. Anche se la ragione dice che alla fine quell´asse dovrebbe sopravvivere, Wall Street e la Casa Bianca, così come i leader dei Brics, mettono in conto mesi di instabilità sul Vecchio continente.

 

 

 

Federico Rampini per “la Repubblica

Cina. Dietro il colpo di scena c’è un colpo di Stato?

Il golpe che non c’è stato ha fatto una vittima. Sotto i colpi di indiscrezioni e sospetti, è stramazzata l’opaca monotonia che accompagna la routine politica della Cina. Non era stata una cosa normale, in febbraio, la fuga dell’ex capo della polizia di Chongqing, Wang Lijun, in un consolato Usa.

Inusuale pure la rimozione del suo ex mentore Bo Xilai, potente e ambizioso segretario del Partito di Chongqing, meno di 24 ore dopo che il premier Wen Jiabao ne aveva demolito, senza citarlo, gli ammiccamenti alla Rivoluzione Culturale. La somma di due eventi eccentrici ha innescato curiosità e dubbi che hanno intaccato la distante sacralità dei leader.

I blocchi on line alla ricerca di nomi e termini sensibili sono solo il contorno di un nervosismo che si alimenta nell’attesa del congresso del Partito comunista (in autunno dovrà rinnovare 7 su 9 membri del comitato permanente del Politburo, cuore del potere). I microblog scavalcano la censura ribattezzando Wen «Teletubby» e Bo «pomodoro». Le notizie, inverificabili, saldano le tensioni al vertice con gli sviluppi del caso Chongqing.

Si è parlato di liti nel Politburo, con un Hu Jintao – il segretario del Partito – in difficoltà nel tenere il controllo della situazione. Il Financial Times ha rivelato di come Wen non solo abbia scaricato Bo Xilai, inviso a lui e a Hu, ma avesse intenzione di avviare un ripensamento della repressione della Tienanmen (1989), spartiacque della storia recente. Wen attraversò la crisi accanto a Zhao Ziyang, segretario del Pcc poi purgato perché morbido con gli studenti, ma sopravvisse politicamente, come la sua carriera dimostra.

Il tentativo di rilettura storica, se vero, sarebbe legato ai richiami a riforme politiche viste come necessarie all’evoluzione economica della Cina e alla sua stabilità. E se a Pechino riformisti e no si confrontano, Chongqing viene normalizzata. Il personaggio che lega la metropoli occidentale con la capitale sarebbe Zhou Yongkang, colui che tra i 9 ha il controllo della pubblica sicurezza.

Zhou e Bo sarebbero (stati) alleati e un portale di informazione con sede negli Usa, Mingjing News, attribuisce loro un’ipotesi di golpe per ostacolare l’ascesa di Xi Jinping, segretario «in pectore» del Partito. Bo avrebbe acquisito l’anno scorso 5 mila fucili «per farsi un esercito privato». Wang Lijun sarebbe stato il suo uomo anche in questo, oltre che nelle campagne anticrimine, salvo venir messo da parte – secondo una registrazione appena resa nota – quando avvertì Bo di un’indagine a carico di un membro della sua famiglia.

Bo e la moglie sarebbero indagati, probabilmente in stato di fermo (senza conferme). Restano tanti misteri, come i 150 brevetti di cui sembra titolare Wang, dagli impermeabili rossi per le poliziotte di Chongqing a un sistema di monitoraggio degli Internet café. Ancora più oscuro, ciò che accade nelle segrete stanze.

Tra gli aspetti visibili del nervosismo dei leader, la rinnovata campagna rivolta all’esercito perché ubbidisca al Partito, al quale anche gli avvocati devono giurare fedeltà, obbligo appena varato. Quanto al resto, che l’opinione pubblica intraveda divergenze in una leadership presentatasi sempre unanime è già da solo, se non un colpo di Stato, almeno un colpo di scena.

 

 

Marco Del Corona per il “Corriere della Sera

Margherita, un partito che non esiste più da cinque anni, dispone di un patrimonio superiore a 20 milioni di euro!

Ha ragione Gad Lerner, sulla Margherita. Oggi PD. E quindi il PD una risposta dovrebbe averla no? O le domande sono rimaste escluse dalla fusione? 

La Margherita, un partito che non esiste più da cinque anni, dispone tuttora di un patrimonio superiore ai 20 milioni di euro. Questo partito-fantasma, cioè, da solo detiene una cifra di gran lunga superiore ai soldi che risparmieremo in un anno con la decurtazione sugli stipendi dei parlamentari approvata lunedì scorso.

Il suo tesoriere, senatore Luigi Lusi, si è assunto davanti ai giudici la colpa di un’appropriazione indebita per 13 milioni, distolti attraverso 90 bonifici in soli due anni e mezzo dai conti bancari di cui era cointestatario insieme a Francesco Rutelli. Confidiamo di sapere al più presto se davvero si tratti solo di un clamoroso episodio di disonestà personale, come affermano gli ex dirigenti della Margherita, o se invece Lusi stia sacrificandosi anche nell’interesse di altri. Ma nel frattempo dobbiamo chiederci: cosa se ne fa la defunta Margherita, dopo la confluenza nel Partito Democratico, di tutti questi soldi?

Nella reticente dichiarazione attraverso la quale i rappresentanti legali della Margherita (Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Gianpiero Bocci) si dissociano dall’operato di Lusi, stupisce il compiacimento con cui rivendicano di avere sempre goduto di “bilanci sani e in attivo”.

 

Tratto da giuliocavalli.net

PDL nel caos. Fuggi-fuggi generale nella Casa delle “Libertà”!

Un Pdl del Nord alleato alla Lega e un Pdl del Sud stretto all´Udc. Una diaspora parlamentare verso il centro. Nel partito di Berlusconi, nonostante i proclami del Cavaliere, ormai è scattato il rompete le righe e ognuno pensa per sé. Se ne sta accorgendo in questi giorni Raffaele Bonanni, nella sua seconda veste, quella di demiurgo del nuovo centro moderato. Nei giorni della manovra sono stati infatti molti nel Pdl a chiamare il segretario della Cisl, garantendogli sostegno nell´ora X.

Ci sono quelli interessati a una trasformazione del Pdl in chiave Ppe, come Andrea Ronchi e Adolfo Urso. Ma anche tutta l´area di Claudio Scajola e gli amici di Beppe Pisanu. Si parla di almeno una quarantina di parlamentari in sofferenza, pronti a mollare il Pdl per dare corpo a un nuovo partito dei moderati. «Berlusconi non è in grado di garantire più nessuno – spiega uno di loro – e pensa solo ai fatti suoi».

La fibrillazione intorno a via dell´Umiltà è aumentata anche per le voci sempre più forti riguardo un nuovo progetto segreto del Cavaliere. Una sorta di lista personale per assicurare una scialuppa di salvataggio solo ai fedelissimi. Il nome scelto sarebbe «Italia e Libertà» e su questo l´ex premier avrebbe avviato anche dei sondaggi, mentre a Catia Polidori – in ascesa dopo il tradimento del 14 dicembre, quando mollò Fini per tornare in maggioranza – Berlusconi avrebbe affidato il compito di organizzare cene di “fund raising” tra gli imprenditori. Intorno a queste voci si alimenta l´ansia di chi teme di restare senza futuro.

Un malessere che alberga soprattutto al Nord, dove i pidiellini stanno subendo l´offensiva movimentista della Lega. Il 23 dicembre scorso il coordinamento regionale della Lombardia, presenti tutti gli ex ministri, è quasi finito in rissa. Con il fratello di La Russa, Romano, che stava per venire alle mani con l´ex assessore Giancarlo Abelli. «Non alzare la voce con me», ha gridato Abelli a La Russa. E il fratello dell´ex ministro ha replicato a tono: «Se non alzo la voce alzo qualcos´altro».

Uno screzio sedato da Corsaro. Non prima tuttavia che Ignazio La Russa se la prendesse con il coordinatore Mantovani davanti ai giornalisti, accusandolo di aver organizzato una «passerella ridicola» di ex ministri. Un episodio minore, ma spia della forte tensione in corso. Sotto accusa dei “nordisti” è anche la gestione di Angelino Alfano. Troppo appiattita sul governo, dicono. E troppo attenta all´alleanza con l´Udc per il voto meridionale. «Alfano – sbotta un ex ministro del Pdl – pensa al patto con Casini ma a noi interessa la Lega. Non ci stiamo a suicidarci per lui».

Così, con il voto alle amministrative che si avvicina, c´è anche chi lavora a una separazione consensuale. Un Pdl del Nord, guidato da Formigoni, che si allea con il Carroccio. E un Pdl del Sud lasciato ad Alfano. È un fatto, ad esempio, che Daniela Santanché, proprio durante il turbolento coordinamento regionale del 23 scorso, abbia lanciato l´idea di una nuova riunione dopo le feste dedicata espressamente alla «questione settentrionale».

Mentre un´altra ex ministra come Michela Vittoria Brambilla chiede invece al partito di «tornare fra la gente a fare opposizione altrimenti, dopo il Veneto, anche in Brianza gli elettori inizieranno a guardare alla Lega».

Intanto i due uomini forti del Nord, Ignazio La Russa e Roberto Formigoni, hanno di recente stretto un patto di ferro per sostenere le reciproche ambizioni e tenere aperta la porta alla Lega. Dopo che il congresso di Lodi (l´unico effettuato dal Pdl in Lombardia) ha sancito la sconfitta dell´ala La Russa a favore del candidato sostenuto da Formigoni, i due sono venuti a patti. L´intesa sarà suggellata dalla nomina di un “larussiano” a coordinatore della provincia di Milano e di un formigoniano a coordinatore milanese.

L´altro fronte aperto è quello del sostegno al governo. Se da una parte il Cavaliere ricomincia a fare la voce grossa, dall´altra sta infatti cercando di non tagliare i ponti con gli “uomini nuovi” del governo Monti. L´attenzione dell´ex premier si è concentrata su Corrado Passera, individuato come il vero candidato forte del futuro.

«Non dobbiamo regalarlo al Pd», ripete spesso il Cavaliere. Così è iniziato il corteggiamento. Tanto che a Como, la città di Passera, alle prossime elezioni, il Pdl sta pensando di candidare Maurizio Traglio, un imprenditore molto vicino al ministro dello Sviluppo. Tanto da essere stato uno dei pochissimi comaschi invitati alle nozze, lo scorso giugno, tra Passera e Giovanna Salza a villa d´Este.

 

Francesco Bei per “la Repubblica”

Fuga dall’Euro!

TORNA IL PROTEZIONISMO: FONDI E BANCHE CENTRALI IN RITIRATA DALL’EUROPA…

«Nel medio termine gli attuali movimenti globali della liquidità rischiano di mettere in pericolo i mercati dei capitali». È l’8 novembre scorso. Mark Carney, governatore della Banca centrale del Canada, parla alla Camera di commercio di Canada-Gran Bretagna. E, con poche parole, va dritto al punto: quello che sta distruggendo l’economia mondiale (ma la vera vittima è l’Europa) è il movimento erratico, quasi impazzito, del denaro in giro per il globo. Le cause sono note: la sfiducia, la crisi, l’eccesso di debito. Purtroppo anche gli effetti sono noti: l’area euro in crisi, un intero continente in ginocchio.

Come fiumi che improvvisamente si prosciugano, lasciando gli animali senza acqua, anche i flussi della liquidità internazionale stanno facendo lo stesso. Investitori e banche, ma anche banche centrali, stanno rimpatriando abbondanti dosi di denaro. Questo “protezionismo” della liquidità lascia economie di interi Paesi (soprattutto in Europa) improvvisamente senza “acqua”: le banche si trovano a corto di finanziamenti, i Governi si trovano costretti a pagare tassi d’interesse sempre più elevati sui titoli di Stato, le imprese si trovano con i rubinetti del credito chiusi. Più che la legge dell’economia, questa è la legge della savana.

SE I FIUMI SI PROSCIUGANO Di esempi se ne trovano a iosa. Quando i fondi monetari americani hanno deciso di disinvestire dalle banche europee, ritirando in meno di un anno la bellezza di 700 miliardi di euro (stima di JP Morgan), gli istituti di credito del Vecchio continente si sono trovati in un’improvvisa crisi di liquidità.

È stata questa una delle cause della bufera in Borsa che, la scorsa estate, ha colpito le banche francesi: dato che si sono trovate senza grande preavviso a corto di finanziamenti a breve termine in dollari, e dato che anche le altre fonti di approvvigionamento erano secche, la crisi si è fatta sentire violenta. E improvvisa. Solo quando è intervenuta la Banca centrale europea, aprendo uno sportello “bancomat” in dollari per gli istituti di credito del Vecchio continente, la situazione è un po’ migliorata. Ma ormai il panico, in Borsa, era scattato. Per fermarlo era troppo tardi.

Anche i fondi comuni d’investimento, i fondi pensione e le banche americane e internazionali hanno ritirato abbondanti capitali dall’Europa: soprattutto disinvestendo dai titoli di Stato. Persino le banche centrali hanno ridotto, gradualmente, la loro esposizione sul Vecchio continente. Lo testimonia una ricerca recente di Barclays: se tra il 1999 e il 2008 le Banche centrali dei Paesi emergenti investivano mediamente il 29% delle nuove riserve in euro e il 59% in dollari, tra il 2009 e il 2010 l’investimento in euro è sceso al 22% e quello in dollari al 44%. Ma è nei primi sei mesi del 2011 che il flusso si è fatto più esiguo: in euro, da gennaio a giugno, è stato messo solo il 17% delle nuove riserve. Ed è probabile che nel terzo trimestre il dato sia ancora più basso.

EFFETTO SU BORSE E BOND La conseguenza è ovvia: se i capitali escono dall’Europa, l’Europa soffre. Come quegli animali che trovano i fiumi secchi. Il primo impatto è sui mercati finanziari, che sono il luogo più facile da cui gli investitori esteri tolgono i soldi. Grecia e Portogallo, secondo una stima recente di Goldman Sachs, sono i Paesi da cui i capitali esteri sono maggiormente scappati: il deflusso netto degli investimenti internazionali diretti è stato pari a circa il 110% del Pil in Grecia e al 120% del Pil in Portogallo.

Morale: ad Atene sono crollati sia i titoli di Stato (i rendimenti decennali sono quindi saliti dal 12% di inizio anno al 25% attuale), sia la Borsa (da gennaio ha perso il 49%). A Lisbona la musica è stata più o meno la stessa: i rendimenti decennali sono saliti dal 6,58% di gennaio al 10,57% attuale (segno che i prezzi sono scesi in picchiata), mentre la Borsa ha bruciato il 21,6% del suo valore.

Per capire quanto i flussi internazionali incidano sui mercati finanziari, è utile guardare la Svizzera: nel Paese elvetico – stima Goldman Sachs – gli investimenti netti esteri diretti sono stati positivi per una cifra pari al 150% del Pil svizzero. E infatti i titoli di Stato locali sono stati acquistati (i rendimenti sono dunque scesi dall’1,61% di inizio anno allo 0,82% attuale).

Resta però in calo la Borsa, che da inizio anno perde il 12%. Il caso italiano è invece intermedio: i deflussi non sono stati abnormi (si stima una cifra pari al 20% del Pil), ma i titoli di Stato hanno registrato un aumento del rendimento di circa due punti percentuali da inizio anno. Ovvio che nei movimenti del mercato concorrano una molteplicità di cause. Ma il tema dei flussi di capitali è uno dei più importanti.

BOTTA ALL’ECONOMIA Il colpo più duro, alla fine, lo paga l’economia reale: le imprese, le famiglie. Perché se le banche perdono accesso al credito, e se lo Stato è costretto a pagare tassi d’interesse sempre più onerosi, alla fine è su di loro che si scarica il problema: gli istituti di credito li finanziano sempre meno e lo Stato è costretto ad aumentare le tasse. Gli effetti sono già sotto gli occhi di tutti: l’economia rallenta e in molti Paesi sfiora la recessione, la disoccupazione aumenta, il credit crunch strozza le imprese. Le banche centrali iniettano tanta liquidità sul sistema, ma questa non circola più: chi può, la tiene in patria. Inizia così l’era del protezionismo del denaro. E come tutti i protezionismi, anche questo crea più danni che benefici.

Morya Longo per “Il Sole 24 Ore

 

PRESTITI INTERBANCARI CONGELATI…

(…) Le banche che hanno denaro preferiscono spesso impiegarlo a tassi minimi pur di non cederlo a prestito. Così si spiegano per esempio i livelli record registrati dai fondi parcheggiati (231 miliardi ieri) presso la Bce a un tasso ben poco attraente (0,5%). Ma anche la corsa che le banche stesse fanno a quelle operazioni di sterilizzazione con cui Francoforte ritira il denaro utilizzato per acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà offrendo in cambio depositi a una settimana: all’ultima di queste, nonostante il tasso di remunerazione fosse un magro 0,61%, si sono presentate in 100 mettendo sul piatto 260 miliardi, ben oltre i 187 che la Bce doveva ritirare.

Il problema è che di questo passo il mercato interbancario rischia di congelarsi del tutto come avvenne nelle settimane successive al crack-Lehman. Gli analisti utilizzano un indicatore particolare per misurare questo genere sudori freddi, un termometro che rileva la differenza fra il tasso Euribor a una data scadenza (in genere 3 mesi) e l’overnight indexed swap (Ois). Il primo calcola (o almeno dovrebbe farlo) il costo a cui avvengono gli scambi di denaro a termine fra banche senza la copertura di garanzie: se la controparte a cui ho prestato fondi nel frattempo fallisce perdo tutto.

L’altro si basa semplicemente su uno scambio di flussi in base ai tassi attesi: non c’è sottostante (cioè prestito di denaro) e i pericoli sono quindi di gran lunga inferiori. Questo scarto misura dunque il rischio di credito (o, se si vuole, il premio che le banche vogliono vedersi riconosciuto per prestare denaro) e in questi momenti viaggia a 90 punti base, ai massimi del dopo-Lehman (quando era addirittura balzato a quota 180).

Ma i problemi non sono soltanto confinati alla raccolta di euro, perché anche quando vanno a chiedere dollari che servono per le loro attività quotidiane le banche del Vecchio Continente deve pagare salato. Per la verità a New York sono ormai sempre più rari quelli che concedono prestiti oltre l’Atlantico e allora ci si deve affidare a uno stratagemma, cioè trasformare gli euro in dollari attraverso un contratto di «currency swap».

Il giochino però è molto costoso, perché chi presta valuta Usa chiede in cambio un «premio» sostanzioso per il disturbo: di solito il prezzo dell’operazione equivale alla differenza fra i tassi Libor in vigore nei due Paesi, che oggi sarebbe a favore di chi cede euro (1,41% contro 0,49%). Ma a questo valore oggi la banca che cerca dollari deve applicare uno sconto di quasi l’1,3% (130 punti base, anche questo ai massimi del dopo-Lehman) che dipende proprio dalla crisi finanziaria e che pesa come un macigno sugli istituti europei.

La disperata ricerca di fondi da parte di molte banche, e il rifiuto di concederli opposto da altre sono in fondo le due facce di una stessa medaglia. Il virus, oggi come tre anni fa, si chiama fiducia: Draghi e la Bce continuano a dispensare antibiotici garantendo denaro illimitato a tassi di favore, il mercato si augura che possano trovare quello efficace in tempi brevi.

Dall’articolo di Maximilian Cellino per “Il Sole 24 Ore”

Berlusconi, ecco la sua exit strategy!

Martedì, Palazzo del Bunga, già Grazioli. Un Berlusconi, più nero di Balotelli, ha ricevuto Tremonti. Lo scazzo tra i due è durato fino alle 23. Per fortuna, che era presente Letta, che ha evitato che arrivassero alle mani. L’uscita disgraziata di Giulietto al termine dell’Ecofin alla stampa (la Spagna che paga meno interessi dell’Italia sul debito, “potrebbe dipendere dall’annuncio di elezioni anticipate”), malgrado la retromarcia-Alkaselzer del ministro (“Ho detto così per dire”), non è stata digerita dal premier.

In breve, grosso modo, lo scontro si può riassumere così. Berluskazzo: “Tu vuoi costringermi alle dimissioni, pensando di prendere il mio posto a Palazzo Chigi. Sappi che non accadrà mai”. La replica tremendina è stata tremenda, un calcio alla dentiera: “La colpa del down rating di Standard & Poor’s prima, Moody’s poi, è solo tua. Il tuo brand, basta il tuo nome, Berlusconi, a far sì che il paese sia finito commissariato, sotto tutela di Bruxelles”. E’ finita malissimo.

2- L’EXIT STRATEGY DI B. In qualche raro momento di lucidità, al Sire di Hardcore si appalesa lo stato di assedio, di fine regno, in cui è finito bunkerizzato a via del Plebiscito. Non si può muovere, alla minima mossa è fottuto. Letta ha fatto il matto nei giorni scorsi pur di convincerlo a non recarsi a Mosca il 7 ottobre per il compleanno bunga bunga numero 59 di Putin; una amicizia italo-russa che fa venire la nausea a Hillary Clinton (raccontano che davanti a 7 persone, tra cui alcuni esponenti dell’ambasciata italiana a Washington, il segretario di Stato Usa è sbottata con un “Meno male che in Italia c’è Napolitano”).

Dalla sondaggista Ghisleri è stato recapitato negli ultimi giorni un faldone di 340 pagine zeppo di numeretti. Di qui è partita l’ultima strategia di sopravvivenza. L’unica via di uscita è resistere resistere resistere fino a gennaio/febbraio 2012, quindi togliere lo sgabello alla maggioranza e costringere Napolitano al voto anticipato con l’attuale sistema elettorale.

Eventuali dimissioni prima dell’inizio del nuovo anno sarebbero il sogno del Colle che spera di promuovere un governo di transizione. A gennaio, poi, la Corte Costituzionale emetterà la sentenza sul referendum e presumibilmente le urne si aprirebbero a maggio. Fine dei giochi per il Puzzone.

La mossa salva-vita del Cavalier Patonza mira appunto a scavalcare l’anno e poi far deflagrare il governo, così verrebbero a mancare al Quirinale i termini per un esecutivo tecnico (si avvicina anche il semestre bianco). Di contro, per il Banana, il voto anticipato cadrebbe come il formaggio sui maccheroni. Evitando il referendum sul sistema elettorale, potrebbe salvarsi la pelle andando al voto preacox colla vecchia legge “porcata” di Calderoli, senza “preferenze” tra le palle, al fine di inzeppare le liste con i pretoriani più devoti alla causa.

Via i Pisanu, niente Scajola, al diavolo i Tremonti. E mettere in pista un partito di solo fedelissimi, pronti a morire per lui. Tanto Berlusconi sa benissimo di perdere Palazzo Chigi ma una volta all’opposizione con un 20 per cento di parlamentari dalla sua parte, qualcosa intorno a 120 deputati e 80 senatori (secondo il sondaggio della Ghisleri), si blinda a prova di qualsiasi colpo-assassino della giustizia. Arrestare il capo dell’opposizione sarebbe dura.

Ps - Il sondaggio della Ghisleri contiene un dato interessante assai: i voti persi da Berlusconi e dal Pdl non finirebbero verso il centrosinistra: ci sarebbe infatti uno spicchio di elettori delusi da Berlusconi che non andrebbero a votare.

 

Tratto da Dagospia

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