Articoli marcati con tag ‘camera’
Fateci lavorare!
“In commissione ambiente stiamo discutendo gli emendamenti che abbiamo presentato entro venerdì 14 giugno.
Il decreto legge è il n. 43, riguardante Piombino e Emergenze Ambientali. Il Senato se l’è tenuto in pancia per un mese e mezzo, a noi della Camera è stato presentato giovedì 13 giugno con meno di 24 ore di tempo per emendare il testo.
Ora il PD (menoelle, ndr), e così la maggioranza, chiede il ritiro di tutti gli emendamenti presentati da tutti gli schieramenti altrimenti il Governo ne darà parere sfavorevole in fase di voto in Aula. Questo per non dover ripresentare un testo emendato al Senato. Perché? Perché il 25 giugno il decreto decade. Sottolineo che il testo è a prima firma Monti, un testo presentato lo scorso 26 aprile 2013 da un governo dimissionario. Ci chiedono di ritirare tutti gli emendamenti!
Ora stiamo votando ogni singolo emendamento che noi NON intendiamo ritirare perché ci sentiamo esautorati dalla funzione di Deputati della Camera. Vogliamo lavorare! Per correttezza il testo deve essere emendato, ripresentato al Senato e se non stiamo nei tempi, il Decreto Legge può anche decadere! Siamo esautorati dalla nostra funzione!”
Intervento alla Camera di Riccardo Nuti #M5S
“Dopo quanto esposto negli interventi del MoVimento 5 Stelle e sopratutto dopo i disastrosi risultati di questa classe politica alla quale voi appartenete da numerosi anni, come si può dare fiducia a questo Esecutivo? Negli ultimi decenni si è ammessa da più parti la mancanza di credibilità di questa classe politica che ora chiede la fiducia per l’ennesima volta, come se questa squadra di Governo venisse dalla luna, come se non fosse responsabile o corresponsabile di quanto finora avvenuto. Secondo noi tutto quello che oggi si prospetta agli Italiani, nasce da quella famosa frase: “Lo sa lui e lo sa l’onorevole Gianni Letta“ pronunciata da Luciano Violante durante un discorso alla Camera nel quale afferma di aver garantito, dal 1994, le televisioni di Silvio Berlusconi e di conseguenza di tutti i suoi interessi. Da allora tutti noi ci siamo posti le seguenti domande:
Perché mai non si è fatta una SERIA legge anti-corruzione?
Perché mai non si è votato nella giunta per le elezioni l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi?
Perché costantemente aumentavano i rimborsi elettorali arrivando a cifre da capogiro senza che nessuno si opponesse, e il tutto in completo disprezzo del referendum del 1993 che aboliva definitivamente il finanziamento pubblico ai partiti?
Perché mai i manager delle grandi aziende pubbliche sono appartenuti sempre alle aree di riferimento di questi due partiti e hanno sempre lavorato con stipendi d’oro, liquidazioni astronomiche ed in cambio ci hanno lasciato aziende distrutte e svendute in barba alla fatica dei nostri genitori e dei nostri nonni?
Perché non è stata mai, e dico mai, discussa alcuna legge di iniziativa popolare in Parlamento?
Perché nel silenzio generale molto spesso l’esito dei referendum non viene rispettato?
Perché mai il TAV, il Ponte sullo Stretto di Messina, la Gronda, tutte opere economicamente e ambientalmente insostenibili, hanno l’appoggio di questi due partiti?
Vogliamo ribadire che noi NON siamo l’emergenza democratica di questo Paese, noi siamo la conseguenza della finta democrazia di questo Paese. Da oggi le emergenze si dovranno chiamare prima di tutto “conseguenze”, perché le conseguenze prevedono delle responsabilità da individuare. A proposito di responsabilità, vogliamo dire a tutti voi e agli Italiani e non che ci stanno ascoltando, che voteremo, favorevolmente quei provvedimenti che riterremo utili per il bene comune, quelli di reale cambiamento. Per il resto faremo un’opposizione seria, costruttiva, propositiva.”
Il M5S propone tagli di 42 milioni l’anno per la Camera
“Il MoVimento 5 Stelle ha approntato una proposta di tagli per 42 milionidi euro l’anno, sugli stipendi e le indennità dei deputati. Martedì prossimo la proporremo all’ufficio di presidenza della Camera attraverso i nostri eletti: il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e i segretari Claudia Mannino e Riccardo Fraccaro.
Così sapremo se la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha veramente voglia di intervenire sui costi della politica. Visto che nel corso dell’ultimo ufficio di presidenza la Boldrini aveva detto che si sarebbe decurtata lo stipendio del 30% anche se in realtà il taglio effettivo sarebbe stato solo del 6,9% netto.
Nella stessa riunione l’ufficio di presidenza aveva però rifiutato la proposta del Movimento 5 Stelle di eliminare il parco di auto blu della Camera e anzi aveva dato il via libera alla costituzione di un nuovo gruppo parlamentare, senza che però ne ricorressero i requisiti, determinando a carico dei cittadini una nuova e maggiore spesa per circa 400 mila euro l’anno.”
Gruppo parlamentare M5S alla Camera
Elezione dei Presidenti di Camera e Senato, come sono andate le cose?
Cerchiamo di ragionare a mente lucida su quello che è successo con l’elezione dei Presidenti di Camera e Senato. Il primo dato di fatto è che i nomi dei candidati del centrosinistra che circolavano erano fino a venerdì Dario Franceschini alla Camera e Anna Finocchiaro al Senato. Ma questi sono stati sostituiti in sede di votazione da due nuovi nomi: Laura Boldrini alla Camera e Pietro Grasso. Due figure che, indipendentemente dal giudizio che possiamo darne, sono per la prima volta in Parlamento e fuori dal quadro politico istituzionale. Si sarebbe avuto questo risultato senza la forte presenza del Movimento 5 Stelle in Parlamento?
Certo, si tratta di volti nuovi della vecchia politica, ma intanto questo primo piccolo risultato d’innovazione è da attribuirsi comunque al Movimento 5 Stelle. Bersani ha piazzato due personalità della sua coalizione, ma due personalità non “politiche”, la prima per altro neppure appartenente al suo partito. Per raggiungere l’en plein ha sacrificato la sua identità politica. Se a ciò aggiungiamo la fine ingloriosa di Rigor Montis che ha dimostrato tutta la sua incapacità autocandidandosi a ruolo di Presidente del Senato per poi, deluso, far votare ai suoi scheda bianca, possiamo concludere che qualcosa è cambiato in Parlamento. Anche la scelta di Berlusconi di ripresentare Schifani è il segno dell’incapacità di comprendere quanto stia avvenendo nel nostro paese. E ora passiamo alle dolenti note.
Alla Camera il comportamento dei cittadini portavoce è stato del tutto coerente: dall’inizio alla fine il proprio candidato è stato votato all’unanimità. Il mal di pancia è cominciato al Senato e solo per via del ballottaggio finale tra Schifani e Grasso. Sappiamo di riunioni concitate e tutto ciò è un bene, Quello che è male è che alla fine sia mancata una decisione unitaria e compatta. Discutere va bene, ma poi ci si conta e alla fine la linea maggioritaria dev’essere accettata da tutti senza tentennamenti, anche se con qualche dubbio. Questo a quanto pare non è avvenuto al Senato. E invocare una presunta libertà di coscienza non risolve il problema che si è aperto.
È quindi del tutto opportuno che il capo politico del Movimento abbia, con un comunicato, richiamato all’ordine i dissidenti. Forse quel richiamo al proprio codice deontologico firmato da tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle doveva essere fatto anche prima. Se questo sia avvenuto non lo so, anche perché la riunione non era in streaming. Possiamo criticare – e giustamente – coloro che al Senato non hanno seguito le indicazioni della maggioranza, ma dobbiamo anche riconoscere che in momenti così decisivi è al capo politico del Movimento che spetta di indicare la via da seguire ricordando, se è il caso, i precedenti impegni assunti.
Onde evitare nel futuro errori ancora più gravi, occorre trovare una “cinghia di trasmissione” tra un capo che si trova al di fuori del parlamento e i cittadini portavoce. È stato un episodio certamente non irrilevante, di immaturità politica, ma, non dimentichiamolo, sono i primi passi di un bambino che procede ancora a tentoni. Aiutiamolo a crescere, questa è la cosa principale.
L’ultimo regalo di Fini (a spese dei Cittadini) e dei deputati: 30 nuovi assunti alla Camera
Quando pure l’aria condizionata di Montecitorio si faceva irrespirabile, per quel vento implacabile contro la casta, il solerte ufficio di presidenza emanava comunicati a raffica: risparmiamo di qua, tagliuzziamo di là. E sciorinava piani triennali: la Camera ha cassato 150 milioni di euro. D’un colpo. Ora che mezza casta è rimasta a casa, prima di consegnare il testimone, il medesimo ufficio di presidenza da Gianfranco Fini (non eletto) e con i rappresentanti di Lega, Pdl, Udc, Idv, Pd e deputati di agglomerati sciolti – prepara una succosa delibera per l’ultima riunione del 5 marzo: 30 assunti a tempo indeterminato. D’un colpo, ancora. I contratti non cadono per sbaglio: vanno a proteggere i collaboratori, fidati assistenti e segretari, che hanno lavorato per i 18 componenti dell’ufficio di presidenza. Ci sono a disposizione 30 posti, ancora da spartire, ma che mettono tutti d’accordo. Tant’è che i questori – cioè i deputati che amministrano la Camera – non sono riusciti a controllare l’informazione riservata. E una fonte qualificata l’ha spifferata al Fatto Quotidiano.
I fortunati 30 hanno seguito un percorso diverso: a chiamata. Siccome il tempo per i rispettivi referenti politici è finito, la chiamata va resa infinita con una sanatoria che costerà 3 milioni di euro l’anno. Lo scontrino (pubblico) ha un valore, poi c’è il retroscena buffo. L’ufficio di presidenza, lo scorso dicembre, aveva approvato un documento per bloccare una prassi che procedeva spedita dal ’94: i collaboratori dei gruppi parlamentari, conclusa la legislatura di cinque anni, venivano regolarizzati e distribuiti ai nuovi entranti. Soltanto che la prassi si è gonfiata troppo: è diventata un plotone di 550 persone in meno di vent’anni. Con una mano si ferma la tradizione e con una mano si rinnova: i 30 assunti verranno inseriti nell’organico a disposizione dei prossimi gruppi.
Ma non erano già di un numero esagerato? Domanda: e se il Movimento Cinque Stelle non dovesse accettare il supporto di un ex berlusconiano o bersaniano? Non succede nulla. Non ci saranno disoccupati. Perché i 30 sono di fatto distaccati, ma appartengono all’Ufficio di presidenza che avrà, invece, un ammanco di 3 milioni di euro in bilancio. Questa è l’estrema furbata di un Parlamento che non ha giocato con le tre carte, ma che le ha nascoste. Per anni, dal ‘94, Montecitorio è stato imbottito di ex portaborse, a volte meritevoli e a volte inadeguati, finché l’antipolitica non li ha travolti. Valeva una regola: varcato il portone centrale, non si esce più. Poi le conseguenze sono piovute nel mucchio. Senza distinzioni. Senza ricordare che, spesso, c’erano consulenti giuridici sottopagati, proprio quelli che aiutavano i deputati a scrivere le leggi.
Stavolta, un Parlamento che non esiste più si industria per salvare gli amici: e non con una retribuzione di medio livello, ma con l’inquadratura da dirigente. In soldoni: circa 100mila euro l’anno – in media – per ciascuno dei 30. Il Fatto ha contattato i portavoce di Gianfranco Fini, Antonio Napoli, Rosy Bindi e direttamente i deputati Silvana Mura e Mimmo Lucà: c’è chi non ha risposto, chi non rammentava, chi aspettava l’ordine del giorno. C’è un pezzo di Montecitorio – quelli assunti superando un concorso pubblico – che tifa contro l’ennesima sberla morale. Mancano tre giorni per fermare le penne che dovranno firmare una delibera da 3 milioni di euro.
Elezioni 2013, i seggi di Camera e Senato
Il ministero degli Interni ha pubblicato oggi sul suo sito ufficiale i risultati elettorali dalle circoscrizioni estere, che eleggono 12 deputati e 6 senatori, e che completano la composizione del nuovo Parlamento. All’estero il partito più votato è stato il Partito Democratico, che ha ottenuto il 29 per cento dei voti alla Camera e il 30 per cento dei voti al Senato (sommando il voto italiano e quello estero alla Camera, il PD ha superato il M5S – che è formalmente primo partito – di circa 148.000 voti, anche se va specificato che le modalità e l’importanza dei due voti sono molto diverse tra loro).
Con le circoscrizioni estere, il PD ottiene altri 4 seggi, la lista Monti 1 seggio, e il Movimento Associativo Italiani all’Estero, che ha dichiarato di volersi schierare con l’Unione di Centro di Casini, un seggio.
Le tabelle si ingrandiscono con un clic
Due cose: i 6 seggi del Trentino Alto-Adige attribuiti al SVP sono così realmente suddivisi: SVP-PATT-PD-UPT (3 seggi), SVP (2 seggi), PD-SVP (1 seggio). Sempre al Senato, e sempre per il Trentino Alto-Adige, 1 seggio che è stato attribuito al PDL fa riferimento al raggruppamento più ampio PDL-Lega Nord.
“Salga a bordo cazzo!” L’ex sobrio Prof tenta di imbarcare anche De Falco
Nessun Cencelli. Di percentuali Mario Monti non vuole neanche sentire parlare. Così, le rivendicazioni di Udc e Fli per i posti nella lista unica del Senato, dove i centristi volevano il 40 per cento e la truppa di Fini il 15, sono state rimandate al mittente. Il professore sta vagliando personalmente e uno a uno gli oltre 2.200 curricula sul suo tavolo. Sono quelli che hanno raccolto per lui tra la società civile i promotori di Verso la terza Repubblica: Olivero, Dellai, Montezemolo.
Ma anche le storie di chi si autopropone, o di persone che egli stesso vorrebbe nella sua squadra. Si fa anche il nome del capitano Giorgio De Falco, diventato l’emblema degli italiani responsabili quando intimò di tornare a bordo al capitano Gennaro Schettino, che aveva abbandonato la Concordia dopo averla affondata con una manovra azzardata davanti all’isola del Giglio.
Le decisioni arriveranno tra stanotte e domani. Dall’entourage di Monti, sono tutti ben attenti a non lasciarsi sfuggire nulla: «Presenterà un team, una squadra », dice chi gli è vicino. «Non intende distillare nomi giorno per giorno». E però, alcune certezze già ci sono: Andrea Olivero sarà capolista alla Camera nella circoscrizione Piemonte 2. Lorenzo Dellai, fondatore della Margherita ed ex presidente della provincia di Trento (si è dimesso il 29 dicembre), guiderà ovviamente in Trentino.
Da Italia Futura, sembrano blindati i nomi dell’economista Irene Tinagli, del manager Carlo Calenda, che lavora con Montezemolo dai tempi della Ferrari, del braccio destro Andrea Romano. Insieme al generale Vincenzo Camporini e alla rettrice dell’Università per stranieri di Perugia Stefania Giannini. Ci sono poi Giorgio Santini della Cisl e il portavoce di Sant’Egidio Mario Marazziti (che correrebbe al posto del fondatore Andrea Riccardi). Oltre agli ex ministri Francesco Profumo (pare respinto dal Pd) e Renato Balduzzi. E a Pietro Ichino: «Lo avremmo chiamato anche se non fosse già stato parlamentare – ha detto l’ex premier non lo premiamo per aver varcato un confine».
Ma c’è un certo ritardo. La presentazione delle liste «non avverrà necessariamente martedì», ha detto
Monti a Skytg24. I suoi precisano che nessuno aveva mai garantito nulla per domani, e che il tutto potrebbe slittare anche a giovedì. Anche se liste e firme dovranno essere presentate già il 21 gennaio in Corte d’appello, e quindi, una certa fretta è comprensibile. Il “tagliatore” Enrico Bondi invierà il suo “codice” ai partiti entro questa sera.
«I requisiti andranno al di là delle attese», dicono nel quartier generale del professore. Fli e Udc sanno già cosa attendersi: «È chiaro che chi ha problemi con la giustizia o palesi conflitti di interesse con concessioni pubbliche non sarà della partita», dice il finiano Benedetto della Vedova, pronto per un seggio al Senato. Insieme a lui, trasmigrerà a Palazzo Madama anche Giulia Bongiorno, che per i montiani correrà anche come governatore nel Lazio. Restano a Montecitorio invece Flavia Perina, Fabio Granata, Italo Bocchino: «Da combattenti», dice quest’ultimo, che però avvisa sui tempi: «La lista del Senato – quella unica – arriverà tra stanotte e domattina. Solo dopo potremo presentare le nostre a Montecitorio».
L’Udc punta a un rinnovamento tutto suo, in competizione con Monti. Tra i centristi hanno già rinunciato Renzo Lusetti e Francesco Bosi, con troppe candidature alle spalle. Non si chiederanno deroghe per Mario Tassone, che in Parlamento ci sta da 34 anni, e che pure ci sperava. In più, sotto il simbolo con il nome di Casini bene in vista correrà il ministro Mario Catania. Il leader sarà quasi certamente al Senato, Buttiglione è derogato alla Camera.
Infine, gli ex pdl e pd. Monti non aveva preclusioni su chi ha lasciato Berlusconi per tempo, come Beppe Pisanu, Mario Mauro, Franco Frattini (che però ha fatto sapere di non essere interessato). Molto più incerto il destino di Pecorella, Bertolini, Stracquadanio, Sacconi, Mantovano. Del Pd, oltre Ichino e altri transfughi, c’è un insistente corteggiamento nei confronti di Marco Follini. Che per ora, resiste.
Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica“
Fondi all’editoria? La grande abbuffata… a spese nostre
1- FONDI ALL’EDITORIA, VIA LIBERA ALLA LEGGE
Via libera della Camera al decreto legge sul riordino dei contributi all’editoria: dopo l’approvazione al Senato, il testo ha ricevuto il sì definitivo di Montecitorio con 454 voti favorevoli, 22 contrari e 15 astenuti e diventa così legge. L’unico gruppo a votare in blocco contro il testo è stato l’Idv. Nato in clima di austerity, il decreto del Governo, messo a punto dal sottosegretario con delega all’editoria Paolo Peluffo, impone un parziale giro di vite ai finanziamenti
pubblici per la stampa, introducendo nuovi criteri per l’accesso ai fondi.
Tra le principali novità introdotte dal decreto, l’innalzamento della percentuale di vendite necessaria per accedere ai contributi: questa deve essere per le testate nazionali pari ad almeno il 25% delle copie distribuite (contro il 15 % della normativa precedente), mentre per le testate locali il rapporto non deve essere inferiore al 35%.
Tra i requisiti di accesso ai finanziamenti è stata inoltre introdotta anche la previsione di un numero minimo di giornalisti dipendenti mentre per le cooperative di giornalisti il criterio di valutazione sarà la mutualità prevalente. Il decreto contiene anche norme sulle testate online: a riguardo, si stabilisce che quelle che abbiano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100 mila euro non siano tenute alla registrazione.
Milena Vercellino per il “Corriere della Sera“
2- EDITORIA. BORGHESI (IDV): ZITTI ZITTI, CI SONO I CONTRIBUTI DA SPARTIRE
“Abbiamo condotto da soli la battaglia contro questo provvedimento. In un momento economico così difficile i soldi per la casta si riescono a trovare sempre. ‘Zitti zitti, ci sono i contributi per l’editoria da spartire’ è il leitmotiv”. Lo ha detto Antonio Borghesi, vicepresidente dei deputati Idv intervenendo stamattina in aula durante le dichiarazioni di voto sul decreto contributi all’editoria. “Zitti, zitti, ci sono da proteggere i giornali della famiglia Berlusconi. Zitti zitti anche nel Pd perché anche lì ci sono soldi da incassare. Zitti zitti nella Lega, c’è la Padania da salvare. Persino tra i Radicali tutti zitti, c’è la radio da salvaguardare” ha proseguito.
E ancora: “E ad essere coinvolti non sono solo i gruppi politici ma anche i direttori di giornali. Penso a Feltri e Belpietro che fanno continuamente battaglie contro i costi della politica. Io sono dalla loro parte quando trattano questi temi ma anche lì ‘zitti tutti’ quando ci sono soldi da spartirsi. Qualcuno continua ad appellarsi alla libertà d’informazione prevista dalla Costituzione. Ma che c’entrano i 120 milioni di euro dati all’editoria, compresa l’editoria di partito, con la libertà d’informazione? Che c’entra la libertà d’informazione con un mezzo delinquente, non lo dico io, come Lavitola che dal ’97 al 2009 ha preso 23 milioni di euro di finanziamento pubblico per l’editoria? La pluralità è una cosa, la libertà d’informare è un’altra”.
“Anche questi sono costi della politica che devono essere eliminati – ha concluso – questi soldi devono essere investiti per la crescita del Paese e non finire nelle tasche dei giornali di partiti e dopo chissà dove…”
Comunicato Stampa di Antonio Borghesi (IDV)
Fini e il Futuro?
Candidarsi o non ricandidarsi, pare sia questo il problema di Gianfranco Fini, che sta valutando anche l’exit strategy personale. Esserci (in Parlamento) o non esserci, è invece il problema di Fli, che nei sondaggi viaggia intorno al 2%, quindi sotto la soglia di accesso alle poltrone.
Per Fini, che siede alla Camera ininterrottamente dal 1983 (otto legislature), correre soltanto come leader di Fli comporta l’enorme rischio di restare a casa con la moglie, neo-stilista per bambini privilegiati. Dunque serve una coalizione che assicuri un posto alle sue componenti, e soprattutto ai rispettivi capi e capetti.
IL PDL SI RICOMPATTA CONTRO GIANFRANCO: “IDEA LUNARE” Anzi una «grande coalizione», idea non proprio nuova che il presidente Fini ricicla sul Messaggero. Quel che ha in mente l’ex delfino del Pdl, dopo l’incredibile flop della sua Fli e l’aborto del Terzo Polo dei moderati, è un «polo riformatore» che ruoterebbe attorno all’Udc (non a caso lo dice sul giornale di famiglia Casini-Caltagirone), ago della bilancia che molti stanno tirando per la giacca.
Ormai a Fini «l’espressione moderati non dice più nulla», perciò, nel tentativo di creare una massa di voti sufficienti a sopravvivere elettoralmente, apre a tutti, «movimenti, associazioni, soggetti sociali», e ai partiti «che si collocano entro il perimetro rappresentato dalla maggioranza attuale», quindi anche il Pd, che però flirta con Casini senza pensare a Fini, costretto al tragico ruolo di corteggiatore tra indifferenti. Un vicolo cieco che dentro Fli addebitano proprio alle scelte sfortunate di Fini e al suo arroccamento nel Palazzo, nella carica di presidente della Camera cui tiene moltissimo ma che lo ha distolto dal partito, già affossato dopo pochi mesi di vita.
Il più finiano dei finiani, il triestino Roberto Menia, lo ha detto in faccia al suo presidente, prendendolo per il bavero della giacca prima dell’ufficio di presidenza. Ecco il colloquio orecchiato da passanti indiscreti. Menia: «Siamo diventati apolidi… Fregatene della presidenza. Smettila di stare chiuso nel palazzo a fare il nobile padrone perché le parolacce che dicono a noi devi sentirle anche tu. I militanti sono incazzati anche con te». Fini: «Tu sei un pessimista cosmico, ma hai ragione a dire che siamo diventati apolidi…».
Un po’ di destra ma anche di sinistra, laici ma anche cristiani, patriottici ma anche europeisti, le mille
capriole di Fini. Anche il presidenzialismo, una bandiera del Fini presidente di An, è stato abbandonato, come racconta l’ex aennino Massimo Corsaro (vicepresidente dei deputati Pdl) su suo blog: «Dopo avere abbandonato la lotta all’immigrazione clandestina, la tutela della famiglia, la difesa dell’identità nazionale, dopo avere aperto all’ipotesi di future coalizioni con Bersani e compagni, oggi Fini rinnega anche la battaglia per il presidenzialismo.
Lo dimostra il fatto che, causa l’astensione del rappresentante di Fli, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha bocciato l’emendamento per consentire agli italiani di eleggere direttamente il Capo dello Stato». Mentre in un manifesto elettorale del 1996 si vede Fini a fianco della scritta: «Chiari e coerenti per il Presidenzialismo». Uno dei tanti ripensamenti dell’ex «fascista del duemila».
Nello stesso Fli gli «apolidi» cercano nuove patrie, magari fuori dal partito. Si vocifera di un avvicinamento dell’area liberista di Della Vedova, una spanna sopra la media finiana, verso Montezemolo. Così come è evidente il ridimensionamento nel partito di Italo Bocchino, cui viene addebitata larga parte degli errori che hanno portato il partito a percentuali microscopiche.
Da qualche mese Bocchino è più tenero col Pdl, che attaccava ferocemente in passato. L’unica via per stare a galla è unirsi in una coalizione che ricandidi Monti, ma che con grande probabilità penderà a sinistra (col Pd). Ma è tutto da verificare se allearsi con gli ex comunisti sia una scialuppa di salvezza o un boomerang elettorale per Fini&Co.
Paolo Bracalini per “il Giornale“
Fini: “Il Terzo polo è morto” In ginocchio da Pdl e Pd
Il presidente della Camera: “Siamo stati percepiti come uno stare insieme per disperazione”
Finalmente se n’è accorto anche lui. Pierferdinando Casini glielo aveva già detto un paio di mesi fa, che il terzo polo non esisteva più. Ma lui niente: diceva che l’intesa era ancora in piedi, che il progetto politico era ancora in piedi. Oggi ha mollato il colpo, al congresso di Futuro e libertà in corso a Roma.”Il Terzo polo inteso come alleanza tra i partiti è finito. E’ stato percepito più che come un soggetto come una somma di entità, uno stare insieme per disperazione. Oggi non esiste più il Terzo polo come è stato concepito”. Anche se, ha aggiunto, “tutte le potenzialità di quella operazione sono ancora più valide di prima”.
Tanto valide che il presidente della Camera si sta già guardando diperatamente attorno, in cerca di alleati per non sparire alle prossime elezioni del 2013. Ma non sembra avere le idee tanto chiare: “Tutto può accadere tranne che Fli sia a fianco di chi ha contrastato il governo Monti. Questo vale per Pd e Idv e per il Pdl in misura doppia per via del rapporto con la Lega”. Per Fini è evidente che “il Pdl nelle sue prospettive ha l’intesa con la Lega. Per noi è impraticabile”.
A settembre, “convocheremo a Roma l’assemblea costituente di un polo riformatore, un’assemblea dei mille per l’Italia, ma non devono essere coloro che hanno già la tessera di Futuro e libertà o che già sono convinti della bontà della nostra scelta. Il tempo delle comparse dell’Aida è finito da un pezzo”. E Fini non esclude che in questo progetto possono essere coinvolti anche “coloro che oggi fanno parte del governo, non mi riferisco al presidente del Consiglio”.
Tratto da liberoquotidiano.it

















