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Non solo Don Camillo, anche Peppone NON paga l’ICI !!!
È partita la caccia a chi non paga l’Ici. Si allarga il fronte politico di chi vorrebbe maglie più strette per far pagare le tasse anche alla Chiesa. Il presidente della Cei Bagnasco venerdì ha mostrato disponibilità «a valutare la chiarezza della norma». Ma allo stesso tempo l’Avvenire passa al contrattacco segnalando che non soltanto i beni ecclesiastici sono esentati dal pagamento delle tasse sugli immobili.
In effetti l’elenco è lungo, e comprende tutti gli edifici di proprietà di organizzazioni internazionali e Stati esteri (compreso però il Vaticano), così come le fondazioni culturali e liriche, le Camere di Commercio, le università, le scuole. Anche i musei, ma a patto che non comprendano attività commerciali come book-shop o caffetterie (il che li esclude praticamente tutti). Sono poi esentate tutte le associazioni impegnate nel sociale, e in questo novero finiscono anche attività ricreative, come buona parte dei 5.500 circoli Arci.
LE STIME - Ma torniamo ai beni ecclesiastici. Secondo stime dell’Anci aggiornate al 2007 – quando ancora esisteva l’Ici sulla prima casa – l’esenzione vale 400 milioni di euro l’anno, al netto dell’inflazione e della rivalutazione degli estimi catastali prevista dalla manovra.
Come è noto, solo i luoghi di culto, di pertinenza religiosa o che svolgono funzioni di assistenza ai bisognosi sono esentati dalla legge. Ma da più parti sono stati sollevati dubbi sul rispetto delle norme. Al punto che lo stesso Bagnasco ha chiesto che vengano sanzionati gli eventuali abusi. Il controllo «fiscale» sui beni della Chiesa spetterebbe alle amministrazioni, che però su questo fronte fanno poco o nulla.
Secondo alcune rilevazione, addirittura il 20% del patrimonio immobiliare italiano farebbe capo alla Chiesa. Il catasto comprenderebbe 100mila fabbricati, il cui valore si aggirerebbe attorno ai 9 miliardi di euro. Le stime di settore parlano di circa 115mila immobili, quasi 9mila scuole e oltre 4mila tra ospedali e centri sanitari. Solo a Roma ci sono 23mila tra terreni e fabbricati, 20 case di riposo, 18 istituti di ricovero, 6 ospizi. Ma di questi quanti realmente dovrebbero essere tassate?
L’INCHIESTA DEI RADICALI - I Radicali da anni, spesso come voce solitaria, segnalano l’anomalia dei
beni di proprietà della chiesa sfruttati a fini commerciali e tuttavia esentati dall’Ici. Il consigliere comunale di Milano Marco Cappato ha presentato un’interrogazione per conoscere quali solo i beni della Chiesa e quanti controlli fiscali sono stati fatti fino ad oggi e con quale risultato: «Non ho ancora ricevuto risposta – spiega – nell’attesa ho chiesto conferma del trattamento riservato ad alcuni dei beni ecclesiastici chiedendo se fossero esentati. Ed ottenuta risposta positiva, abbiamo provveduto noi a fare una piccola verifica».
Il segretario dei Radicali Mario Staderini si è presentato in alcuni studentati e convitti ecclesiastici chiedendo una stanza per qualche notte. Ha così scoperto che in qualche caso, dietro la parvenza di una struttura religiosa, si celava un vero e proprio albergo, con tanto di tariffe perfettamente in linea con i costi del mercato. Il tutto filmato da una telecamera nascosta.
LA FISSAZIONE - Per Avvenire bisognerebbe diffidare dalla «Fissazione radicale». Come spiega il direttore Marco Tarquinio, quella in corso è un’offensiva contro la solidarietà: «I promotori della nuova campagna anti-Chiesa, che ha risposto acremente agli appelli del mondo cattolico per misure fiscali pro famiglia e anti evasione, vogliono in realtà tassare la solidarietà». Il giornale dei vescovi ribadisce che l’esenzione compensa il welfare erogato dalle strutture ecclesiastiche.
LE ALTRE ESENZIONI - In un altro articolo appare anche una breve elencazione degli «esenti meno noti», ossia «partiti, circoli culturali e sindacati». Tesi poi ribadita anche da alcuni esponenti politici di primo piano, come Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo alla Camera del Pdl: «Esistono esenzioni fiscali per le attività non lucrative – prosegue – di cui beneficiano non solo le confessioni religiose ma ad esempio anche i sindacati e la vasta galassia dell’associazionismo».
Avvenire cita il caso delle sedi associative che diventano ristoranti: «Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve allegramente? Prima di entrare vi fanno pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l’Ici». E in un duello che inevitabilmente riporta la memoria ai tempi di don Camillo e Peppone, passa poi alle case del popolo. «Così pure i partiti politici», aggiunge il quotidiano, elencando le categorie che, in virtù della loro funzione sociale, sarebbero esenti dall’imposta.
I PARTITI PAGANO - Quindi anche il Partito Radicale, che da anni è l’alfiere della caccia all’esenzione, non pagherebbe l’Ici? «Non è affatto vero – replica Staderini – per la nostra sede noi paghiamo eccome, anche 2-3mila euro all’anno». È ancora più preciso il tesoriere del Pd, Antonio Misiani: «La normativa vigente prevede che i partiti politici siano soggetti al pagamento dell’Ici, salvo diversa deliberazione delle amministrazioni comunali». Che però vengono gestite dai partiti medesimi. Allo stesso tempo, tutte le sigle sindacali hanno provveduto a fare lo stesso comunicato: «Paghiamo regolarmente l’Ici». Su un patrimonio che del resto, restando solo ai confederali, sfiora quota diecimila immobili.
Antonio Castaldo per Corriere.it
2- LA CGIL: 3000 SEDI IN TUTTA ITALIA E NEPPURE UN EURO DI ICI
Altro che Vaticano. I sindacati vantano un patrimonio immobiliare immenso, ma non pagano un solo euro di Ici. Questo grazie ad una legge, la numero 504 del 30 dicembre 1992 (in pieno governo Amato), che di fatto impedisce allo Stato italiano di avanzare richieste ai sindacati.
E i soldi sottratti, o meglio non percepiti, dalle casse statali sono davvero tanti: la Cgil, ad esempio, sostiene di avere circa 3mila sedi in tutta Italia, ma si tratta di una specie di autocertificazione, in quanto i sindacati non sono assolutamente tenuti a presentare i loro bilanci. Solo un altro dei tanti privilegi dell’”altra Casta”, come è stata brillantemente definita dal giornalista dell’Espresso Stefano Liviadotti, che con tale formula ha dato il titolo al suo libro/inchiesta sulla Triplice.
Se la Cgil dichiara 3mila sedi, la Cisl addirittura 5mila. E la Uil sarebbe in possesso di immobili per un valore di 35 milioni di euro. La legge, però, paragona in modo del tutto immotivato i sindacati alle Onlus, ossia alle organizzazioni di utilità sociale senza scopo di lucro. Senza scopo di lucro? I sindacati? Un paradosso.
Ma c’è di più. Cgil, Cisl, Uil, Cisnal (poi diventata Ugl) e Cida hanno ereditato immobili dai sindacati del Ventennio fascista, senza dover pagare tasse. Tutto secondo legge, in questo caso la 902 del 1977, che con l’articolo 2 disciplina la suddivisione dei patrimoni residui delle organizzazioni sindacali fasciste.
Non c’è da stupirsi: soltanto nella scorsa legislatura, 53 deputati e 27 senatori, quindi 80 parlamentari in totale, provenivano dalla Triplice. Logico che in parlamento si facciano leggi “ad personam”, o meglio ad usum sindacati.
I regali più importanti, inutile dirlo, arrivano però sempre quando al governo c’è una coalizione di centro-
sinistra.
Eccone alcuni: nel maggio 1997 il governo Prodi, per iniziativa del ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini, ha tirato fuori dal cilindro la legge 127, la quale grazie all’articolo 13 libera le associazioni dall’obbligo di autorizzazione nelle attività e nelle operazioni immobiliari. Con la finanziaria del 2000 vengono invece istituiti fondi per la formazione continua gestiti da sindacati e associazioni degli imprenditori. Ancora con il governo Amato, nel 2001 è fissato l’importo fisso per i patronati calcolato su tutti i contributi obbligatori versati da aziende e lavoratori agli enti.
Attraverso i patronati, i Caf (Centri di assistenza fiscale) e le deleghe sindacali sulle pensioni giungono fiumi di denaro nelle casse dei sindacati. Un meccanismo infallibile: i patronati si occupano di previdenza, richieste di aumento e pratiche di invalidità. E per ogni pratica l’Inps rimborsa.
L’assistito del patronato è però logicamente anche un potenziale cliente dei Caf: i Centri di assistenza fiscale, nati ovviamente con la sinistra al governo (Amato, anno 1992), compilano le dichiarazioni dei redditi e le spediscono via internet all’Inps. Ad ogni spedizione corrisponde un rimborso, anche se i costi sono pressoché azzerati.
In soccorso dei Caf è arrivato persino il decreto legislativo 241 del 1997, governo D’Alema, che concedeva loro l’esclusiva sulla verifica dei dati inseriti sui 730. Costringendo il Ministero delle Finanze a elargire un rimborso per ogni 730 inviato dai Caf.
Peccato che tale decreto sia stato “bastonato” nel 2006 dalla Corte di Giustizia Europea, senza che nessun quotidiano nazionale sempre attento alle sanzioni europee ne abbia dato notizia. Ma su internet la notizia si trova. Alla fine le entrate che derivano dai tesseramenti, la cui revoca è pressoché impossibile, sono quelle meno importanti. Allora, i sindacati davvero meritano agevolazioni fiscali?
Riccardo Ghezzi
Santa Evasione!
Si parla di 23.000 immobili solo a Roma!
In Vaticano è scattato l’allarme rosso. Riusciranno i tanti Santi di cui gode la Chiesa in Parlamento a fargliela scampare anche questa volta?
Le stime più caute calcolano in 4,5 miliardi l’anno il valore dei suoi privilegi fiscali (tra i 400 ed i 700 mln solo dall’Ici), intanto Bruxelles indaga…
Ci sono gli aspirantati, i commissariati, le case sante, le pie società, le arcidiocesi, le curie generalizie, le arciconfraternite e i capitoli. Poi: i seminari pontifici, i pellegrinaggi, i vescovadi, gli stabilimenti, i sodalizi e le postulazioni generali. E ancora: i segretariati, gli asili, le confraternite, le nunziature e le segnature apostoliche… È accuratamente nascosto dietro una babele di migliaia di sigle spesso imperscrutabili il patrimonio immobiliare italiano della Chiesa, il più grande del mondo intero, che alcuni arrivano a stimare nell’iperbolica cifra di un miliardo di metri quadrati.
Un tesoro comunque immenso, ormai circondato dalla leggenda e che costituisce uno dei segreti meglio custoditi del Paese. Da sempre. E più che mai oggi, nel momento in cui intorno a questa montagna di mattoni, e alla Santa Evasione, legalizzata sotto forma di elusione, infuria una polemica politica al calor bianco. E che potrebbe presto trasferirsi clamorosamente nelle aule del Parlamento.
Un’ici radicale – “Quante divisioni ha il Papa?”, chiedeva Joseph Stalin a chi gli riportava le accuse del Vaticano. Si vedrà quando il Parlamento sarà chiamato a votare la maxi manovra balneare da 45 miliardi abborracciata dal governo per tentare di far fronte alla crisi economica. I radicali hanno infatti presentato un emendamento che farebbe cadere l’esenzione dall’Ici, l’imposta comunale sul mattone, per tutti gli immobili della Chiesa non utilizzati per finalità di culto (quelli cioè in cui si svolgono attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, spesso in concorrenza con privati che al fisco non possono opporre scudi di sorta).
Una partita decisiva per la Santa Casta della Chiesa e per il suo vertice, una pletorica nomenklatura autoreferenziale e interamente formata per cooptazione che, secondo tutti i sondaggi più recenti, rischia di strappare alla partitocrazia la palma dell’impopolarità nazionale. Dopo averle già scippato il primato in termini di costo per la collettività.
L’altra casta – Anni di trattative con la politica, spesso sfociati in accordi di favore ai confini con la legalità, hanno infatti assicurato alla Chiesa un pacchetto di privilegi che, tra sovvenzioni statali dirette e indirette (quelle garantite attraverso gli enti locali) ed esenzioni fiscali vale – secondo i calcoli di Curzio Maltese (“La Questua”) – quattro miliardi e mezzo l’anno, 500 milioni in più rispetto all’apparato politico (ma in un altro libro Piergiorgio Odifreddi arriva addirittura a una cifra doppia). Una parte consistente di questa ricchissima torta deriva proprio dall’esenzione sull’Ici.
Un privilegio che una prudentissima analisi dei Comuni ha valutato in un mancato gettito fiscale compreso tra i 400 e i 700 milioni di euro l’anno (ma secondo Odifreddi le esenzioni fiscali immobiliari del Vaticano valgono invece dieci volte di più: 6 miliardi) e per il quale Roma rischia una salata condanna a Bruxelles per aiuti di Stato. Se il bonus venisse abrogato, allora anche tutto il resto potrebbe essere messo in discussione. In Vaticano è dunque allarme rosso. Anche perché la crociata lanciata dai radicali sta guadagnando consensi.
Nei giorni scorsi l’incauta sortita contro l’evasione fiscale del capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ha suscitato una reazione forte in un Paese chiamato al sacrificio per fronteggiare la crisi. Nel giro di poche ore, su Internet decine di migliaia di firme (120 mila solo su Facebook) sono comparse in calce alla proposta di presentare al Vaticano il conto della manovra. Così ora anche il vertice dei Pd propone di dare una sforbiciata ai bonus della Santa Sede. Che ha spedito i suoi al contrattacco: “Vogliono tassare la beneficenza”, s’è lamentato il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, facendo balenare la prospettiva di una chiusura della Caritas.
Quanti santi in parlamento – I nemici sono forse più agguerriti di sempre. Ma la Chiesa è tutt’altro che disarmata: nei palazzi del potere romano il Vaticano dispone da sempre di una lobby formidabile, trasversale all’intero schieramento partitico e pronta a scattare al primo cenno di comando. Quella che lesta è entrata in azione, nell’autunno 2007, con il governo di Romano Prodi, per spazzare via con 240 voti contrari (contro appena 12 a favore) un emendamento della stessa maggioranza che avrebbe costretto gli enti ecclesiastici a pagare l’odiata Ici.
La stessa che pochi mesi prima, stavolta a Montecitorio, era riuscita a mobilitare 435 voti intorno agli interessi fiscali della Chiesa. E che all’inizio di quest’anno ha strappato la conferma dello sconto milionario, inizialmente soppresso, anche nell’Imu, la nuova imposta destinata a sostituire l’Ici dal 2014. “Oggi c’è più attenzione mediatica rispetto al passato, ma alla fine non se ne farà nulla”, dice sconsolato il deputato radicale Maurizio Turco, uno degli alfieri della battaglia contro i privilegi del Vaticano.
Grazie all’otto per mille – Il pessimismo dei radicali è più che giustificato se si guarda alla storia dell’altro
grande privilegio strappato dalla gerarchia ecclesiastica allo Stato e quindi in ultima analisi ai cittadini. Quello dell’otto per mille, messo a punto nel 1985 (con la consulenza di Giulio Tremonti) in sostituzione della cosiddetta congrua, e cioé dello stipendio di Stato ai sacerdoti.
Un marchingegno furbetto: in teoria ogni contribuente può destinare la sua percentuale a una delle confessioni che hanno firmato l’intesa con lo Stato; in pratica funziona come un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si contano le scelte effettuate, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e in base a queste si ripartiscono tutti i fondi, compresi quelli di chi non ha espresso alcuna preferenza. Così, se coloro che mettono una croce sono solo una minoranza rispetto al totale, nel 2007 la Chiesa (attraverso la Conferenza episcopale) s’è vista assegnare l’85,01 per cento del montepremi.
Non solo: ogni tre anni, secondo la legge, una commissione avrebbe dovuto valutare la congruità del gettito ed eventualmente rivedere la percentuale destinata alla Chiesa. Dell’organismo s’è subito persa ogni traccia. Eppure i numeri dicono che tra il 1990 e il 2008 l’incasso della Cei è salito di cinque volte (da 210 a 1003 milioni), mentre la spesa dei vescovi per il sostentamento dei preti è poco più che raddoppiata (da 145 a 373 milioni). La Chiesa dunque ci guadagna, eccome. Ma nessuno pensa di chiedere ai suoi dignitari di tirare la cinghia, come tocca fare ai comuni mortali.
Mattone nascosto – Logico dunque attendersi che la rete protettiva della Chiesa avvolga anche la partita Ici. Del resto, sono passati più di trent’anni da quando Gianluigi Melega è stato congedato dalla direzione de “L’Europeo” dopo la pubblicazione, alla fine del 1977, dell’inchiesta sugli immobili della Chiesa a Roma intitolata “Vaticano spa”. Ma da allora nulla o quasi è cambiato. Appartamenti, uffici, negozi, capannoni e garage di proprietà della Chiesa sono sempre irrintracciabili. Tuttora una mappa del tesoro non esiste: un emendamento del radicale Turco alla Finanziaria 2008, che prevedeva un censimento del mattone vaticano, è stato considerato neanche meritevole di voto. Amen.
In barba a ogni esigenza di trasparenza, di fatto la Chiesa, proprio come i sindacati, non si sogna neanche di predisporre un bilancio consolidato. In quello della Santa Sede, per esempio, non sono compresi i numeri del governatorato della Città del Vaticano, né quelli dello Ior, delle conferenze episcopali e degli ordini religiosi. Così, chi si cimenta nel seguire le tracce delle singole sigle si ritrova davanti a un groviglio che avrebbe disorientato anche il mago Houdini.
Quanto alle poche cifre ufficiali, compulsarle è davvero tempo perso: farebbero alzare il sopracciglio anche a un bambino. Per farsi un’idea basta provare a spulciare i conti dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica: si legge di un portafoglio immobiliare di 430 milioni (dati 2006), capace di produrre un reddito di 36 milioni, a fronte di 18 di spese. Decisamente, i conti non tornano: vorrebbe dire infatti che l’Apsa è in grado di spremere dai suoi palazzi un rendimento dell’8,4 per cento, più di quattro volte superiore a quello che, in media, portano a casa gli enti previdenziali italiani. E dato che nessuno è così fesso da gonfiare artificialmente le proprie entrate, si deve supporre che sia il valore iscritto in bilancio a essere sottostimato di almeno tre quarti.
Un miliardo di metri quadrati – In mancanza di dati certificati, bisogna affidarsi alle valutazioni, più o meno spannometriche che siano. Quelle del gruppo Re (Religiosi ecclesiastici), da sempre vicino alla gerarchia vaticana nel business del mattone, attribuiscono alla Chiesa il 20-22 per cento dell’intero patrimonio immobiliare italiano, che è pari a 4,7 miliardi di metri quadrati. Se fosse vero (“La stima mi pare comunque esagerata”, è la pallida smentita del presidente dell’Apsa, Domenico Calcagno) si arriverebbe appunto intorno a un miliardo di metri quadrati, per un valore appossimativo di 1.200 miliardi di euro.
Per altri immobiliaristi non si va invece oltre i 100 milioni di metri quadrati: che tradotti in euro varrebbero comunque tre volte la manovra economica di quest’estate. Le inchieste condotte sul campo danno in ogni caso l’idea di un patrimonio davvero sconfinato. Secondo i dati raccolti dal solito Turco, che ha passato due anni a setacciare il catasto, solo a Roma la Chiesa avrebbe in portafoglio 23 mila immobili. E le sue proprietà sarebbero in continua crescita, dato che nel 2008 ha beneficiato di qualcosa come 8 mila donazioni (esentasse, ça va sans dire). Così, nel 2010, Propaganda Fide (una sorta di ministero degli Esteri vaticano, accreditato di immobili per complessivi 9 miliardi di euro) risulta intestataria a Roma di 2.211 vani e 325 terreni.
Alla fine, comunque, tutte le indagini si sono arenate davanti ai depistaggi messi in campo dalla gerarchia vaticana. Non solo, per esempio, a Roma le proprietà sono suddivise tra una miriade di soggetti (circa duemila, tra cui 325 ordini femminili e 87 maschili). Di più: anche quelle che fanno capo a una stessa sigla risultano ben mimetizzate. È il caso dei possedimenti di Propaganda Fide, che usa come schermo alle sue proprietà 48 denominazioni sociali diverse, sia pure sempre con lo stesso codice fiscale.
Destra e sinistra pari sono – Quello sull’Ici e il Vaticano (che in base al concordato non paga tasse sugli edifici di culto come le chiese) è un tormentone che va avanti da anni. Esattamente dal 2004, quando a mettere provvisoriamente fine alla diatriba tra comuni e Chiesa è intervenuta una sentenza della Cassazione, che ha dato ragione ai primi. A ribaltare il verdetto, a fine 2005, ci ha pensato il governo di Silvio Berlusconi, che, pressato dai vescovi, ha ribadito l’esenzione. L’anno dopo è toccata a Prodi, autore di un capolavoro di ambiguità all’italiana, in base al quale lo sconto vale solo per gli immobili in cui non si esercita un’attività esclusivamente commerciale.
Basta dunque che una qualunque struttura, per esempio turistica, abbia una piccola cappella incorporata et voila: il gioco è fatto (secondo i comuni, oggi infatti la Chiesa paga solo nel 10 per cento dei casi in cui dovrebbe). Tutto regolare, ha stabilito all’epoca una commissione istituita dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. L’Unione europea, però, non l’ha bevuta.
Ma Bruxelles indaga – A quel punto, su iniziativa dei soliti radicali, la partita s’è dunque trasferita a Bruxelles. Che, dopo aver costretto la Spagna ad abolire l’esenzione Iva per la Chiesa, ha invece archiviato per due volte la pratica italiana. Ma è stata poi costretta a riaprirla quando gli autori della denuncia si sono rivolti alla Corte di giustizia.
Nel mirino della commissione Ue (per la quale alcuni parlamentari italiani hanno invocato tutti seri la scomunica) ci sono, oltre all’esenzione Ici, lo sconto del 50 per cento sull’Ires concesso agli enti della Chiesa che operano nella sanità e nell’istruzione (valore: circa 500 milioni l’anno) e l’articolo 149 del Testo unico delle imposte sui redditi, che, in base a una logica stringente, conferisce a vita agli enti ecclesiastici la qualifica (e i relativi benefici fiscali) di enti non commerciali, indipendentemente dalla loro reale attività. Turco spera in Bruxelles più che in Roma: “A livello tecnico”, dice, “i funzionari si sono già espressi, con un pollice verso alla normativa italiana”.
Resta il fatto che la Santa Casta della Chiesa sta giocando la sua partita con un mazzo di carte truccate. “Amministrare i beni della Chiesa”, si legge in un solenne documento sottoscritto dai vescovi e datato 4 ottobre 2008, “esige chiarezza… su questo fronte, tuttavia, dobbiamo ancora crescere”. Sante parole, davvero.
2 – E LO STATO PAGA UN’IRES SUMISURA
Sono 998 le Opere pie e società di mutuo soccorso che hanno beneficiato della riduzione dell’aliquota Ires (dal 33 al 16,5 per cento) per il 2006. Tutte insieme hanno risparmiato 12 milioni e 929 mila euro. I 133 ospedali hanno invece evitato di mettere mano al portafogli per 16 milioni e 899 euro.
Una redazione in parrocchia – Nove milioni,781 mila,901 euro e 78 centesimi. È il totale dei contributi all’editoria incassati per il 2006 dai giornali che fanno capo alla Chiesa. Al primo posto nella classifica si piazza “Avvenire” (6.300.774 euro), seguito da “Famiglia Cristiana” e “Il Giornalino” (entrambi della Periodici San Paolo e a quota 312mila euro), “L’Aurora della Lomellina” (Diocesi di Vigevano: 45.197 euro), “L’Appennino Camerte” (Arcidiocesi di Camerino: 40.780 euro) e “Porziuncola Assisi” (8.995 euro).
3 – DALL’ACQUA GRATIS ALLO SCONTO DEL CANONE Nel carnevale di prebende rastrellate nel tempo dalla Chiesa non mancano neanche le curiosità.
Un canone rai molto speciale - È quello che si applica (in base a un decreto del ministero dello Sviluppo economico sui televisori installati fuori dagli appartamenti) agli apparecchi degli istituti religiosi: 185 euro e 10 cent simi per il 2009,meno della metà rispetto ai 370 euro e 17 centesimi richiesti ad affittacamere e campeggi a una o due stelle.
L’acqua di pantalone – I giardini del Vaticano sono da sempre molto rigogliosi. Grazie anche a un’innaffiatura abbondante. I preti non lesinano di certo. Tanto non pagano. La bolletta,e vai a capire perché,tocca infatti allo Stato (articolo 6 dei Patti Lateranensi),che negli anni scorsi s’è anche fatto carico di arretrati per oltre 50 milioni di euro.
Il lasciapassare scontato – Nel 2006 il Comune di Roma ha ceduto alle pressioni e ha concesso alle auto del Vaticano il pass per il centro al prezzo politico di 55 euro. Ai comuni mortali costa esattamente dieci volte di più. «Usare la parola privilegio è totalmente sbagliato»,ha detto il 29 agosto il presidente della Cei,Angelo Bagnasco,Regalìe fa meno casta?
4 – BENEDETTO SIA IL SACRIFICIO: COLLOQUIO CON FRANCO GARELLI
“Per gli italiani è ben chiaro il ruolo di supplenza sociale svolto dalla Chiesa nel nostro Paese. Per di più a costi inferiori rispetto a quelli che dovrebbe accollarsi al suo posto lo Stato. Poi è inevitabile che nei momenti di crisi ci sia un occhio più critico rispetto a certi privilegi”, dice Franco Garelli, docente di sociologia a Torino ed esperto di temi religiosi.
Gli italiani vorrebbero la cancellazione dei vantaggi fiscali concessi negli anni alla Chiesa? “Le ricerche più recenti dicono che molti si chiedono perché per esempio la Chiesa non debba pagare l’Ici sulle strutture utilizzate per le attività commerciali in concorrenza con i privati. Diverso, ovviamente, è il discorso per gli immobili di culto, dove vale anche l’esempio di altri Paesi”.
A cosa si riferisce? “Per non andare troppo lontano, nella laicissima Francia le chiese sono di proprietà dello Stato, che quindi provvede a mantenerle. Da noi non è così e quindi alcune agevolazioni concesse agli enti ecclesiastici continuano comunque a riscuotere il consenso da parte della maggioranza”.
In questo quadro, secondo lei cosa dovrebbe fare oggi la Chiesa in Italia? “Premesso che ci sono Paesi in cui ma Chiesa ottiene più che da noi, ritengo che dovrebbe partecipare al sacrificio comune imposto dalla crisi. Magari decidendo di rinunciare unilateralmente a qualche vantaggio”.
Stefano Livadiotti per “L’Espresso”
Chiesa: è il momento dei sacrifici !
La Chiesa italiana finge di non capire. Di fronte alla richiesta di partecipare in prima persona ai sacrifici richiesti per evitare il crac dell’Italia fa spallucce, si affida a interventi di amici che esaltano il suo ruolo sociale di assistenza, sparge la voce che tutto si riduce a un polverone. Giorni fa sull’Avvenire è apparsa una sorta di imitazione della celebre canzone di Jannacci “Quelli che…” nel tentativo di presentare come sprovveduti coloro che pongono domande. Meglio additarli come nemici della Chiesa alla ricerca di un “mostro” da demonizzare. Nell’arena politica i maggiori partiti – da destra a sinistra – si guardano bene dall’entrare nel merito, terrorizzati che in campagna elettorale la gerarchia ecclesiastica possa vendicarsi. Ma il gioco non sta funzionando con l’opinione pubblica e il tentativo di tirare in ballo il laicismo o l’anticlericalismo non attacca. Conviene allora rimettere in fila le questioni, in attesa che la gerarchia ecclesiastica dia quelle risposte puntuali che finora non si sono sentite.
Separiamo le problematiche degli enti vaticani dalla sfera che attiene alle responsabilità e ai privilegi
della Chiesa italiana. Sono due ambiti distinti, uno internazionale e l’altro nazionale. Fermiamoci all’ambito nazionale. La domanda primaria è questa. Perchè la Conferenza episcopale, percettore di finanziamenti statali pari a circa un miliardo di euro (attraverso l’8 per mille) ritiene di non dovere partecipare a una parte dei versamenti di denaro pubblico nel momento in cui sono intervenuti pesanti tagli all’istruzione, alla sanità, agli enti locali con riflessi pesantissimi sulla vita dei cittadini italiani? Perché deve trionfare il motto, assai poco evangelico, “quello che mio è mio, però sul vostro deficit offro utili consigli”? Finora non è venuta dalla Chiesa nessuna risposta convincente. Nessuno nega che dagli enti ecclesiali di assistenza, da tante parrocchie, da molti vescovi, dalla stessa Cei siano venute in questi anni di crisi iniziative molteplici a favore dei più deboli. Il punto è un altro. Ora che il bilancio statale è sull’orlo del tracollo, la Chiesa è disposta o no a rinunciare a una quota del finanziamento pubblico?
Tra le voci indignate di parte ecclesiastica o tra i frettolosi difensori d’ufficio nessuno è riuscito a spiegare perché non si possa ricalcolare – in base allo stesso accordo che istituì l’8 per mille – il gettito che arriva alla Chiesa cattolica grazie a una macroscopica stortura del meccanismo di conteggio delle indicazioni dei cittadini. È un dato di fatto che gli introiti percepiti dalla Cei sono cresciuti in maniera sproporzionata rispetto alla somma iniziale della “congrua” che venne abolita nel 1989. Se allora corrispondeva a 406 miliardi di lire all’anno, l’attuale miliardo di euro equivale a quasi 2000 miliardi di lire. Persino tra i negoziatori della revisione concordataria attuata da Craxi, c’è chi avverte il problema. Anni addietro, uno dei negoziatori – il professore Carlo Cardia, editorialista dell’Avvenire – conveniva su fatto che l’8 per mille potesse diventare un 7 per mille per frenare la crescita esponenziale delle somme versate dal bilancio statale. È facile per i difensori perinde ac cadaver dell’istituzione ecclesiastica affermare che si dicono “balle” sugli immobili della Chiesa. Peccato che al momento di rinnovare il concordato il Vaticano non abbia voluto imboccare la via tedesca, dove i finanziamenti pubblici a una diocesi arrivano solo se la diocesi pubblica il suo bilancio. In Italia questo non si è fatto. La Chiesa rende conto dell’8 per mille, ma resta oscura sullo stato patrimoniale delle sue diocesi.
Così come non c’è trasparenza sull’ambiguità scandalosa di molte situazioni di frontiera di tanti immobili religiosi in cui l’ospitalità non è più semplicemente elargita al viandante pellegrino o al fedele in cerca di raccoglimento, ma è parte coerente di un’offerta alberghiera per il turismo religioso-culturale. Attività legittima e degna, ma su cui è giusto che si paghino tutte le tasse senza scappatoie. In realtà in campo finanziario la Chiesa italiana si è sempre comportata nei confronti dello Stato come una lobby tra le altre lobby, pronte a mungere le casse pubbliche. C’è un esempio eclatante. L’8 per mille è il finanziamento ideato per assicurare alla Chiesa i mezzi necessari alle sue finalità spirituali, di culto e umanitarie. Sostituisce la “congrua”, popolarmente considerata come lo stipendio dei preti.
In nome di quale principio allora lo Stato deve pagare nuovamente il personale ecclesiastico presente nelle carceri, negli ospedali e nelle case di cura? Nessuno disconosce la loro funzione – specialmente l’impegno straordinario di tanti preti e e tante suore nelle prigioni – ma è già stata finanziata globalmente dall’8 per mille. Se la funzione di assistenza spirituale è stata garantita dallo Stato alla Cei per tutto il personale religioso, diventa un fatto interno dell’istituzione ecclesiastica su quali fronti impegnarlo. Dopo il Concilio la Chiesa si è resa conto che non corrispondeva al profilo religioso di una comunità che si richiama Gesù Cristo chiedere soldi ai fedeli per una messa o un funerale. Si capì che bisognava cambiare rispetto alle “tariffe” del passato. Ora è l’ora per la gerarchia ecclesiastica di fare un altro salto: rinunciare a spremere lo Stato il più possibile. Nell’ora della crisi è inutile fingere di non capire.
Marco Politi
L’Avvenire vuole che gli orfani vengano a Lui…
Il giornale dei vescovi si arrabbia con la decisione della Cassazione sulle adozioni per i single
“La prospettiva che si possano affidare programmaticamente bambini a persone sole ha un senso educativo? Oppure ci si arriva solo per assecondare una deriva sociale, che non tiene conto del bene supremo del bambino ad avere un padre e una madre?”. Sono queste le domande che pone il quotidiano cattolico Avvenire all’indomani della sentenza con la quale la Cassazione ha applicato le leggi vigenti, e ha dunque respinto la domanda di una single di Genova a vedere riconosciuta un’adozione ottenuta in Russia, esortando pero’ il legislatore italiano a intervenire, in quanto sarebbero maturi i tempi affinche’ i single possano adottare, con meno difficolta’, i bambini rimasti soli o abbandonati dai genitori naturali.
RIDUZIONE DEL DANNO – “Dopo la sentenza della Cassazione – rileva il giornale della Cei in un breve corsivo – gia’ si sente discutere di male maggiore e bene minore, quasi fossimo alla politica della riduzione del danno”. Ma nella sentenza la Cassazione ha riconosciuto, scrive Avvenire in un altro articolo, che “l’adozione legittimante e’ consentita soltanto ai coniugi uniti in matrimonio, avendo finora ritenuto il legislatore tale situazione opportuna e necessaria nell’interesse dei minori”. “Lo stesso – sottolinea – cui guarda il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Consiglio per la famiglia. Nei procedimenti di adozione, ha ricordato infatti il porporato, “in linea generale, la priorita’ e’ il bene del bambino, che esige un padre e una madre: questa dovrebbe essere la normalita’”. E – continua l’articolo – cosi’ la pensa anche il presidente del Tribunale per i minori di Roma, Melita Cavallo”. “Un’evidenza che pero’ – nota ancora il giornale della Cei – per alcuni tanto evidente non e’ – richiamata anche dal presidente del Forum delle famiglie, Francesco Belletti, che ricorda come in Italia ci sia una “grandissima disponibilita’ di coppie pronte all’adozione sia nazionale che internazionale”. Mentre “non esiste un diritto dell’adulto all’adozione – conclude Avvenire citando ancora Belletti – ma esiste soltanto il diritto del bambino ad essere educato in una famiglia. Per questo va garantita la completa genitorialita’, il fatto cioe’ di avere un padre e una madre, a chi e’ gia’ stato cosi’ duramente colpito dalla vita”.
LASCIATE CHE GLI ORFANI… – Il ragionamento dell’Avvenire non fa una grinza, ma ne fa due. La prima: se è giusto che un figlio abbia un padre e una madre, non si capisce perché non proponga un provvedimento legislativo che obblighi a sposarsi le madri single, pena l’addio alla figliolanza. Se è vero quello che i vescovi pensano, questo potrebbe essere un problema, o no? La seconda: la Cassazione ha chiaramente specificato che se l’offerta (di adozioni) è superiore alla domanda, è meglio che ci siano le adozioni ai single rispetto a che i bambini rimangano negli orfanotrofi. E’ vero che ci sono molte coppie che sono disponibili all’adozione, ma è anche vero che per l’atto c’è da valutare l’idoneità delle stesse. Anche dal punto di vista economico: un single che guadagna migliaia di euro al mese può essere valutato lo stesso positivamente. Ma forse dalle parti dell’Avvenire c’è chi preferisce che gli orfani (e, in generale, i bambini abbandonati) rimangano tali. Perché questo è il modo migliore affinché vengano a Lui.
Alessandro D’Amato

















