Truffe
L’acqua NON si tocca! Nuovo schiaffo al Comune di Roma e al sindaco Gianni Alemanno
Nuovo schiaffo al Comune di Roma e al sindaco Gianni Alemanno sulla vendita (sempre più difficile e contestata) del pacchetto azionario del 21% della municipalizzata capitolina Acea. Dopo la sentenza di venerdì della Corte Costituzionale che ha sostanzialmente bocciato la privatizzazione dell’acqua, ieri il Consiglio di Stato ha stabilito che il Comune di Roma non potrà approvare la delibera sulla vendita del 21% di Acea se non saranno prima esaminati i migliaia di ordini del giorno presentati dai consiglieri dell’opposizione.
Una decisione quella del Consiglio di Stato che accoglie le richieste avanzate dall’opposizione in Campidoglio e di fatto allontana sempre di più la vendita di una quota di minoranza di Acea che avrebbe permesso al Comune, in un momento così difficile per le finanze degli enti locali, di fare cassa anche se a prezzi di saldo.
Ieri il titolo Acea è sprofondato in Borsa arrivando a perdere fino al 7,8% a 3,9 euro, una perdita secca del 43% rispetto a un anno fa quando l’azione veleggiava intorno ai 7 euro. Ma una bocciatura più pesante sul caso Acea era arrivata venerdì scorso dalla Consulta che aveva dichiarato la illegittimità di privatizzare i servizi pubblici da parte degli enti locali.
Per la decisione del Consiglio di Stato esulta, intanto, l’avvocato Gianluigi Pellegrino che per alcuni consiglieri comunali ha proposto il ricorso: «Si è evitato che si giungesse a una provvedimento di grandissimo impatto economico e sui servizi pubblici essenziali, in violazione di elementari regole democratiche di funzionamento delle assemblea elettiva di Roma Capitale e di formazione di atti fondamentali per la vita e l’economia della capitale».
Il rischio secondo Pellegrino era quello «di rivoluzionare il controllo azionario di una società quotata in
Borsa ed erogatrice di un servizio pubblico essenziale violando le prerogative del consiglio comunale. Ora Alemanno deve scegliere. Accantonare il progetto oppure misurarsi nel merito con le proposte di tutti i consiglieri…».
Alemanno affida la sua replica in un video pubblicato sul suo blog. La sentenza del Consiglio di Stato, spiega il sindaco «è una sconfitta per i cittadini romani. Roma Capitale non ha più a disposizione 200 milioni circa da investire nella città, ovvero 200 milioni in meno per intervenire su marciapiedi, manutenzione stradale, metro e autobus, scuole e servizi nei quartieri». Per Alemanno, quella di ieri è stata una «brutta giornata per i cittadini romani che hanno perso un pezzo importante di respiro in un momento di difficoltà».
Di parere nettamente opposto il Pd che, insieme a tutte le opposizioni, sindacati e movimenti per l’acqua pubblica, parla di una vittoria importante per Roma e per i romani. «Il Consiglio di Stato ha finalmente riconosciuto le nostre ragioni», dice il capogruppo del Pd in Assemblea Capitolina, Umberto Marroni per cui «ora il sindaco Alemanno eviti di umiliare ulteriormente le istituzioni di Roma Capitale e, anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, ritiri la delibera 32 e apra finalmente la discussione sul bilancio dopo aver bloccato Roma per tre mesi». Marroni lancia anche un velato invito ad Alemanno a lasciare la poltrona di sindaco. «Dopo quanto accaduto in questi mesi – conclude il capogruppo Pd – qualcuno dovrebbe responsabilmente pensare alle sue dimissioni».
Luca Fornovo per “la Stampa“
Amici della Lega Nord: è ufficialmente finita!
Dopo gli investimenti finanziari in Tanzania, i diamanti, i lingotti d’oro, il tesoriere e la n’drangheta, le schede sim intestate a cittadini extracomunitari del Senegal e del Bangladesh, siamo a questo.
Custodita nella cassaforte di Belsito – cartella “The Family”, probabilmente pagata con i soldi del partito – è stata ritrovata la laurea albanese di Renzo Bossi.
Risalente al settembre 2010. In economia aziendale. Siccome all’inizio pensavo ad uno scherzo, ve lo ripeto. “La laurea albanese di Renzo Bossi”.
Tratto da nonleggerlo.blogspot.it
La Camera distribuisce pasta come la Caritas… ma a gente che guadagna ventimila euro al mese!
E ora, dopo l’accumularsi di tanti privilegi, sono cinque (enormi) borse della spesa a far tremare i signori della Casta. Potenza delle immagini e dei simboli: le immagini della tv e il simbolo del cibo come di un accaparramento che malgrado i tanti denari non si ferma davanti a nulla.
Parlo delle cinque borse della spesa cariche di cibo e portate da due dipendenti della Camera in divisa (e in orario) da lavoro, immortalate dalle telecamere delle Jene con tanto di scritte sulle buste “Camera dei deputati”…
Incredibilmente, dopo il servizio televisivo, il segretario generale della Camera Ugo Zampetti ha imposto il silenzio assoluto a tutti, lasciando intendere così che fosse un abuso dei dipendenti. Ma i sindacati non ci stanno.
E le voci di dentro assicurano che i destinatari di quelle borse della spesa sono da ricercare tra i quattro vicepresidenti della Camera (Rosy Bindi, Rocco Buttiglione, Antonio Leone e Maurizio Lupi) e i tre potentissimi deputati “questori” (Francesco Colucci, Antonio Mazocchi e Gabriele Albonetti). Soprattutto questi ultimi sono al centro dei sospetti, perchè è nei pressi dei loro appartamenti di rappresentanza che sono avvenute le riprese. E sarebbe clamoroso che la Camera dei deputati distribuisca pacchi di cibo come la Caritas ma a persone che ai quindicimila euro al mese dei deputati normali aggiungono 2800 euro al mese netti per il ruolo e un plafond di 12mila euro l’anno di spese ulteriori. In più i deputati questori abitano in appartamenti di rappresentanza lussuosissimi e costosissimi, che lo scorso anno sono costati sette milioni di euro di fitto!! E così la Casta trema di fronte a un pò di pacchi di pasta, ricordando la potenza dei simboli e che anche la regina Maria Antonietta cadde di fronte a una battuta infelice sulle brioches….
Tratto da isegretidellacasta
Fatta la norma che vieta di doppi incarichi… trovato l’inganno!
Dimissioni a raffica, nuove nomine, discussioni bizantine su tempi e modi degli incarichi societari. Mai vista tanta agitazione ai piani alti della finanza nostrana. Il fatto è che scade oggi il tempo limite per mettersi in regola con l’articolo 36 del decreto salva Italia, quello varato a dicembre dal governo di Mario Monti. Una norma a dir poco innovativa, mai vista dalle nostre parti. E con rari precedenti anche all’estero. In sostanza, d’ora in poi gli amministratori di banche, assicurazioni e società finanziarie potranno ricoprire un solo incarico.
Al bando, allora, le doppie e a volte anche triple poltrone in società concorrenti. La legge, fortemente voluta dal sottosegretario Antonio Catricalà, già presidente dell’Anti-trust, ha innescato una girandola di dimissioni al vertice dei grandi gruppi. A cominciare, ed era inevitabile, da quello che è considerato il nocciolo duro del sistema. E cioè l’intreccio di partecipazioni e incarichi che ruota intorno a Mediobanca e comprende, per citare i nomi più importanti, le Assicurazioni Generali e l’Unicredit.
Novità in arrivo anche in Banca Intesa, l’altro colosso nazionale del credito. Ma i professionisti della poltrona hanno dovuto fare marcia indietro anche in molte altre grandi società quotate. Obiettivo dichiarato del governo era quello di dare un colpo al conflitto d’interessi, di arginare il potere della casta della finanza che perpetua se stessa scambiandosi incarichi da una società all’altra. Bersaglio centrato? Dipende dai punti di vista. Di sicuro la nuova legge ha sciolto alcuni nodi vistosi del capitalismo di relazione in salsa italiana.
La sostanza delle cose però non cambia. Il potere dei soliti noti resta blindato da patti di sindacato e
partecipazioni incrociate. Senza contare che la nuova norma può essere facilmente aggirata. Prendiamo il caso di Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore ed editore romano che siede nel consiglio di amministrazione delle Generali. Nelle settimane scorse Caltagirone ha rilevato una partecipazione superiore all’uno per cento di Unicredit.
Nel board della banca sarà però nominato suo figlio Alessandro, manager di punta del gruppo di famiglia. Risultato: papà sta a Trieste, alle Generali, e l’erede esordisce a Milano all’Unicredit. Insomma, formalmente le regole sono rispettate, ma l’alternanza padre-figlio serve di fatto a lasciare le cose come stanno. D’altra parte non sono attese novità clamorose neppure nelle prossime settimane. I consiglieri dimissionari saranno sostituiti nel rispetto degli equilibri azionari esistenti.
Nessuna rivoluzione, quindi. Ma questa piccola iniezione di concorrenza ha comunque messo in allarme il sistema. E così, nei mesi scorsi, i lobbisti delle grandi banche hanno fatto un pressing discreto sul governo nel tentativo di limitare la portata della legge. C’è stato dibattito anche sulle modalità di applicazione della norma. Ad esempio, quando due società sono da intendersi concorrenti?
E la regola riguarda tutte le banche e le assicurazioni oppure solo quelle di una certa dimensione? Consob e Bankitalia hanno messo fine alle discussioni con un regolamento pubblicato quattro giorni fa. La soglia dimensionale minima è stata fissata a 47 milioni di euro di giro d’affari. Una soglia piuttosto bassa che ha finito per allargare a diverse centinaia le società interessate al provvedimento. E secondo alcune stime sarebbero oltre mille gli incarichi doppi o tripli da sfoltire.
A poche ore dalla chiusura dei termini i giochi più importanti sono già stati fatti. Grandi novità soprattutto nel sistema Medio-banca-Generali Unicredit. E così Fabrizio Palenzona ha lasciato Mediobanca per concentarsi su Unicredit. Alberto Nagel, amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia, ha invece dato l’addio alle Generali, mentre si è mosso in direzione opposta Vincent Bolloré, che resta comunque il capofila degli azionisti francesi di Mediobanca. Gabriele Galateri ha scelto Generali, è lascerà il consiglio di Banca Carige. Ennio Doris, invece, com’era prevedibile, resterà in Banca Mediolanum, di cui è fondatore e maggiore azionista lasciando l’incarico in Mediobanca.
Fin qui i nomi di peso che hanno già reso nota la loro scelta. Altri invece comunicheranno le loro intenzioni nelle prossime ore. Tra questi Giovani Bazoli, che dopo aver dato le dimissioni dal consiglio di sorveglianza di Ubi banca dovrà scegliere tra Intesa (molto probabile) e Mittel.
Sono attese anche le decisioni di Luigi Maramotti, diviso tra il Credem, la banca controllata dalla sua famiglia, e Unicredit, dove sarà riconfermato in consiglio nell’assemblea del mese prossimo. Il record però spetta a Jonella Ligresti. L’erede di Salvatore Ligresti è presidente di Fondiaria e siede nel board della controllata Milano e di Mediobanca. Tutte poltrone a rischio, se Fondiaria per evitare il crac dovrà fondersi con Unipol.
Vittorio Malagutti per il “Fatto quotidiano“
L’assistenza sanitaria integrativa dei parlamentari chiude in rosso! E adesso chi paga?
L’unico limite è il tetto massimo previsto: 1.860 euro l’anno. Sopra quella somma debbono mettere a disposizione il loro portafoglio. Al di sotto sono i contribuenti italiani invece ad offrire a ciascuno di loro la balneoterapia e i massaggi shiatsu per ritemprarsi dalle fatiche di aula. Lo prevede il tariffario della Camera dei deputati per la assistenza sanitaria integrativa degli onorevoli che evidentemente si fidano assai poco del servizio sanitario nazionale.
Le prestazioni sono offerte degli italiani attraverso una quota dello stipendio lordo dei deputati versata per l’assistenza sanitaria integrativa al fondo di solidarietà dei deputati. Loro che si scordano spesso chi eroga lo stipendio netto e lordo percepito ogni mese (i contribuenti italiani), hanno l’impressione di pagarsi di tasca propria la sanità vip che si sono concessi con regolamento. Ma non è così. E la Camera li coccola per ogni esigenza di salute, anche quelle non proprio irrinunciabili.
BEAUTY FARM Così il 12 marzo 2009 un funzionario di Gianfranco Fini, il consigliere capo servizio per le competenze dei parlamentari, Mauro De Dominicis, ha trovato e firmato una convenzione con un vicino centro sanitario privato polivalente, lo studio diagnostico Pantheon. Rita Bernardini e i radicali hanno chiesto il testo della convenzione sanitaria e dopo un bel po’ di resistenze, i Fini boys hanno ceduto e trasmesso l’atto.
In uno degli allegati è prevista entro i famosi 1.860 euro l’anno una serie di servizi aggiuntivi che partono
proprio dalla balneoterapia e dalla shiatzuterapia. Sono possibili per i deputati anche la crenoterapia curativa con acque termali, la fangoterapia e le grotte termali. Tutte a due passi da Montecitorio per consentirsi una pausa da beauty farm.
PREZZI POPOLARI Tra i servizi erogati con lo stesso plafond anche ogni variante della termoterapia, crioterapia compresa. Prezzi ribassati per consentire ai deputati di stare comodamente dentro il plafond: per una seduta di shiatzuterapia si spendono 75 euro, come per l’elettroscultura e le sedute di balneoterapia, per un massaggio sportivo appena 50 euro.
SOLIDARIETÀ Le prestazioni sono pagate direttamente in convenzione dal fondo per la solidarietà dei deputati. Siccome sono tantissimi quelli in carica e gli ex (ci sono pure due giudici della Corte Costituzionale) a richiedere quei servizi, la maggiore parte degli anni il fondo dell’assistenza integrativa chiude in deficit.
IN ROSSO
Fra il 2005 e il 2008 è andato in rosso di oltre 3 milioni di euro, compensati al momento con gli interessi percepiti dalla gestione finanziaria degli assegni di fine mandato dei deputati. Nel 2009 si è registrato un attivo di 3.874 euro, anche qui grazie a 14.719 euro di interessi bancari. Nel 2010 i deputati sono stati meglio o avranno fatto meno bagni, perché è stata la prima volta nelle ultime due legislature che si è speso 9mila euro meno dei contributi incassati. Una inezia su una spesa annua che oscilla fra gli 11 e i 12 milioni di euro, ma pur sempre un tampone alla falla.
Franco Bechis per “Libero“
E poi dice che l’Antipolitica cresce…
Oggi facciamo un semplice esercizio di logica: analizziamo il significato della parola “rimborso”. Il vocabolario della lingua italiana ci dice che è la restituzione di una somma di denaro speso per acquistare beni e/o servizi a favore di altri o per una qualcosa che non è stato possibile utilizzare (ad esempio un rimborso per i biglietti di concerto cancellato). In nessuno dei due casi c’è un guadagno: tanto spendo, tanto mi restituiscono.
Bene, veniamo alle cifre:
- Lega nord: spesi € 3.476.704, incassa dallo Stato € 41.384.000
- PDL: spesi € 68.500.000, incassa € 206.500.000
- PD: spesi € 18.400.000, incassa € 180.200.000
- IDV: spesi € 4.400.000, incassa € 21.600.000
- UDC:spesi € 21.000.000, incassa € 46.000.000Vi risparmio tutti i “rimborsi” dei partiti che son stati fuori dal parlamento (tipo “La Destra di Storace” e “Rifondazione comunista”, per par condicio).
I casi sono due: o è stata riscritta la definizione di rimborso, o semplicemente non si tratta di una restituzione ma di un finanziamento (e piuttosto copioso mi vien da dire). Ma la cosa che mi fa più imbestialire è che adesso fan tutti le verginelle al grido di “io restituirò tutto”.
Cari partiti, il problema non è restituire: non dovevate neanche prenderli. E poi continuano a stupirsi dell’antipolitica… strano, eh?
Pd, dallo Stato riceve 200 milioni, ma ai circoli finiscono solo le briciole
Solo una piccola parte dei fondi del partito finisce alle “sezioni” sul territorio. Anzi, spesso i soldi delle tessere servono a mantenere le strutture regionali. Massimo Gnudi, tesoriere del Pd dell’Emilia: “Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo”
“Il circolo lo abbiamo dovuto chiudere. Non potevamo più permetterci l’affitto della sede”. Luigi Colacchi è il segretario del Circolo Pd del quartiere Monti a Roma. Cento iscritti, una delle tantissime realtà territoriali democratiche in giro per l’Italia. Quelle che una volta si chiamavano “sezioni”. Ovvero uno di quei luoghi deputati a militanti, iscritti o simpatizzanti che dovrebbe beneficiare dei milioni e milioni di rimborsi elettorali che arrivano al Partito democratico nazionale.
Diceva ieri al Fatto il tesoriere Antonio Misiani: “Noi siamo un partito vero, che esiste tutto l’anno. E i rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio”. Due conti: nel 2010 e nel 2011 il Pd ha preso di rimborsi elettorali rispettivamente 60 e 58 milioni di euro.
Di questi, per le regionali ne ha ricevuti circa 12 milioni annui. Dunque, solo un quinto dei fondi complessivi è destinato al territorio. Ancora Colacchi: “Mi hanno assicurato dalla Federazione di Roma che appena hanno i soldi, ci aiuteranno ad affittare un’altra sede. Fino ad ora avevano i debiti, e non hanno potuto”. Conferma Andrea Miccoli, segretario provinciale di Roma: “Ci arrivano 200mila euro l’anno in due tranche dal partito nazionale. Ma i circoli sono 150: troppi perché possiamo aiutarli tutti”. Ma insomma, allora con questi soldi cosa si fa? “Vanno soprattutto per le spese della struttura del partito, per il personale: abbiamo nove dipendenti. E poi i manifesti, i volantini”. Adesso, poi “va meglio. Prima abbiamo dovuto ripianare i debiti”.
BERSANI evidentemente ha le sue ragioni per ribadire in ogni sede che no, “i finanziamenti ai partiti non si possono cancellare” e che all’ultima tranche evidentemente non si può rinunciare, ma al massimo “si può rimandare”. Nonostante i 200 milioni ricevuti dal 2008 a oggi, i Democratici sono in bolletta. Solo che di questi soldi sul territorio arrivano sostanzialmente solo le briciole.
Spiega Raffaello Badursi, segretario del Circolo storico della Bolognina (quello della svolta di Occhetto, per intendersi): “Noi ci autofinanziamo. Con il tesseramento e con le feste dell’Unità, prima di tutto. Oltre a qualche donazione e a iniziative come quella della notte di Bologna”. Il circolo della Bolognina è uno di quelli ricchi: circa 300 tesserati e una tradizione che pesa. Ma il sistema è un po’ lo stesso ovunque: i circoli sostanzialmente si autofinanziano. Al massimo dall’alto (in questo caso, dalla federazione provinciale di riferimento) arriva qualche materiale, come i manifesti, un aiuto straordinario in casi estremi, o un contributo per le campagne elettorali. Per il resto, è più facile il contrario, ovvero che i circoli diano un aiuto finanziario al partito, di solito versando parte dei soldi ricevuti dal tesseramento. “Noi come Emilia Romagna riceviamo un milione e 200 mila euro l’anno – spiega Massimo Gnudi, tesoriere del Pd regionale – di questi 600mila rimangono al partito e 600mila vengono divisi tra le varie federazioni provinciali”.
Direttamente dal territorio, ovvero dalle tessere fatte nei circoli, però, arrivano al partito regionale 150 mila euro l’anno, 1 euro e mezzo a tessera. Ma insomma, la domanda è sempre la stessa, come si spendono questi soldi? “Noi abbiamo un bilancio complessivo di circa 2 milioni di euro (500mila ci arrivano dalle quote versate dagli eletti). Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo”.
LA PIRAMIDE dei soldi è discendente, e via via si restringe: dallo Stato arrivano al partito centrale, dal partito nazionale alle federazioni regionali, poi alle provinciali. E alla fine (forse, se proprio non se ne può fare a meno) qualche briciola arriva direttamente sul territorio, ai circoli. Dice Giulia Urso di un altro circolo storico, quello di via de’ Giubbonari a Roma: “Noi soldi non ne riceviamo. D’altra parte, siamo un circolo ricco: i nostri tesserati a volte sono molto generosi. Ma siamo certi che se ne avessimo bisogno, qualcosa arriverebbe”. Intanto, qualcosa va: “Noi tra le feste, le quote che ci arrivano dai nostri amministratori e le tessere ce la caviamo bene – racconta Emanuele Bugnone del circolo di Rivoli (provincia di Torino) – ma una parte dei soldi la diamo al provinciale. Cinque euro per ogni tessera”. I partiti “veri” funzionano così.
Wanda Marra
I Partiti Politici in Italia sono gli unici ad avere bilanci in attivo!
«Il finanziamento pubblico è un baluardo della democrazia, senza quello i partiti dipenderebbero dai soldi delle lobby private», tuonano i politici paladini del rimborso elettorale. Attenzione: trattasi di bufala andata a male. Se abolissimo domattina il finanziamento pubblico ai partiti (2,7 miliardi dal ’94 ad oggi, 210 milioni solo nel 2011), i partiti sarebbero ancora ricchi sfondati. Perché? Perché le temute lobby industriali, spauracchio per mantenere il sussidio statale, già rimpinguano generosamente le casse dei tesorieri di partito (se ciò comportasse il rischio di influenzare la politica, il rischio ci sarebbe già da anni).
Qualche cifra. Dalle dichiarazioni che per legge i partiti sono obbligati a presentare (sì, ma solo in caso di finanziamenti superiori ai 50mila euro, sotto quel limite c’è la privacy), si calcola che nel 2010 le contribuzioni private hanno superato i 70 milioni di euro, mentre nel 2008 si attestavano sui 103.407.130 euro. Nel 2007 un po’ meno, 62.197.643 euro, ma l’anno prima, in cui ci sono state le elezioni, molto meglio: 95.323.019 euro. Nel 2005 altri 100.868.960 euro, nel 2004 99.352.204 euro e nel 2003 70.208.270 euro. Grosso modo, i partiti ricevono mediamente 80 milioni di euro all’anno dai privati (cioè industrie, imprenditori, associazioni di categoria o anche singoli cittadini). Una somma che equivale al finanziamento pubblico annuale dei partiti francesi e di quelli spagnoli. Non basta?
«Senza il finanziamento pubblico ci sarebbero solo partiti di Paperon de’ Paperoni», sostiene Anna
Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. Paperoni come i banchieri del Monte dei Paschi di Siena, che ogni anno finanziano con 200mila euro il loro Pd? O come le cooperative rosse che hanno donato 175.000 al Pd (sezione di Milano), 500mila euro al candidato del Pd Filippo Penati (poi indagato per corruzione e concussione), 85mila euro a Bersani, e altre centinaia di migliaia di euro sempre ai democratici? O Paperoni come il gruppo siderurgico Riva, che ha finanziato con 100mila euro Pierlugi Bersani? O forse la Finocchiaro intendeva ricconi come Diego Della Valle, che nel 2006 ha regalato 100mila euro alla Margherita di Lusi e Rutelli, fondatrice del Pd (mentre il fratello Andrea Della Valle ne donava 150mila all’Udeur)?
Anche l’Udc difende il rimborso elettorale perché (come dice Rao a SkyTg24) «altrimenti solo i ricchi farebbero politica». Ricchi come la famiglia di Gaetano Caltagirone, suocero del leader Casini, che nel 2010 ha finanziato l’Udc con 600mila euro e che nel 2008 ha regalato la metà dei 4.400.000 euro privati arrivati al partito di Casini? I costruttori sono generosi anche con la A del terzetto ABC (Alfano, Bersani, Casini). Al Pdl come partito (senza contare i contributi ai singoli candidati) nel 2010 è arrivato un milione di euro da varie imprese edili come Metro C Spa, Italiana Costruzioni Spa, Master immobiliare Spa, Mezzaroma Ingegneria Spa etc.
Poi ci sarebbero le contribuzioni private dei parlamentari, che di norma per statuto devono versare una quota dell’indennità da parlamentare o consigliere al partito. Sono ancora soldi pubblici ai partiti, perché gli stipendi degli eletti sono pubblici, ma non tutti lo fanno (nel Pdl il tasso di «evasione» è del 52% tra i parlamentari e del 78% tra i consiglieri regionali).
La Lega (che ha ricevuto soldi da Federfarma e piccoli imprenditori) riceve un milione all’anno dai suoi parlamentari (manca però Umberto Bossi). Tra i donatori di soldi ai partiti ci sono poi tutte la lobby dell’acciaio, quella dei concessionari autostradali (Benetton, Gavio), la lobby delle scommesse (la Snai), la lobby del farmaco, quella del tabacco, quella dell’acciaio. In tutto almeno 80 milioni privati ai partiti. Non bastano?
Paolo Bracalini per “il Giornale”
Sanità privata ingrassata dai soldi pubblici!
Tra gli amici più stretti di Roberto Formigoni c’è un club di fedelissimi che vale un tesoro. Fanno parte della cerchia ristretta dei big di Comunione e liberazione. Sono diventati milionari partendo dal basso. Hanno svariate proprietà e imprese in Italia, ma gestiscono gran parte dei soldi tramite società anonime e conti esteri. E sono molto bravi a fare affari soprattutto nel settore più assistito dai finanziamenti pubblici gestiti dalla Regione Lombardia: la sanità privata.
Nel circolo dei ricchi amici del governatore Formigoni, i più chiacchierati oggi sono Piero Daccò e Antonio Simone. Il primo è in carcere dal 15 novembre per lo scandalo dei fondi neri del San Raffaele. Simone invece è inciampato nell’indagine scivolando su un bonifico di 510 mila euro: soldi che Daccò gli aveva girato su un conto di Praga, attraverso un fiduciario svizzero che nel frattempo ha vuotato il sacco. Entrambi si proclamano innocenti. Per ora la Procura ha chiuso solo il capitolo iniziale della maxi-inchiesta.
I verbali più scottanti sono ancora segreti. In attesa delle prime verità giudiziarie, che solo i magistrati potranno accertare nei processi, “l’Espresso” ha ricostruito la storia economica dei due uomini d’oro cresciuti all’ombra della politica. E i legami con altri personaggi del sistema di potere ciellino, come loro vicinissimi al presidente Formigoni. Il dato fondamentale, il più vistoso, è che Daccò e Simone fanno affari d’oro, insieme, da più di dieci anni. Nel ventennio di Formigoni si sono divisi più di 30 milioni di euro, ma la cifra totale, compresi gli investimenti tuttora in corso, potrebbe superare (e di molto) quota 50 milioni.
Nel grande giro lombardo i due ciellini millantavano consulenze e mediazioni con almeno tre grandi gruppi
della sanità privata, tutti accreditati (e quindi rimborsati con fondi pubblici) dalla Regione Lombardia: San Raffaele, Fondazione Maugeri e Ordine dei Fatebenefratelli. Quando si arrivava a un contratto, questo era intestato al solo Daccò, che poi girava circa un quarto della somma a Simone, ma con una fattura separata, segno di un lavoro autonomo. La Guardia di Finanza ha trovato le prime tracce dei due tesoretti analizzando i conti esteri che secondo l’accusa sono serviti a far sparire i fondi neri del San Raffaele.
Questo pasticcio finanziario ora sta togliendo il sonno a un personaggio del calibro di Antonio Simone. Che non è un ciellino qualsiasi: è uno dei cervelli che hanno creato il Movimento Popolare, lo storico braccio politico di Cl. Dopo l’elezione di Formigoni, l’amico di entrambi Piero Daccò è il primo a inserirsi nel sistema della sanità lombarda: riesce a strappare qualche consulenza all’Ordine dei Fatebenefratelli, l’ente religioso proprietario di strutture sanitarie e di immobili dall’Italia al Sudamerica. Poi nel 2002, Daccò e Simone riescono a conquistare un nuovo cliente.
È la Fondazione Maugeri, un altro colosso privato che ha lo status di istituto scientifico ed è specializzato nella riabilitazione. I nomi dei due ciellini non compaiono nei contratti. Di fatto però è Daccò a fare lobby in Regione. S’impegna a tal punto che la nuova normativa che dal 2007 finanzia le fondazioni private con soldi pubblici viene ribattezzata perfino dai tecnici ciellini con il suo nome: “legge Daccò”; ben 176 milioni distribuiti a istituti soprattutto a carattere religioso.
Intanto la Maugeri paga consulenze milionarie a società estere. Alcune delle quali farebbero capo proprio a Daccò. Che a sua volta avrebbe girato circa un quarto dei ricavi ad altre imprese straniere. Controllate da un suo “consulente”: guarda caso, il solito Simone.
Il capitolo finale dell’avventura economica dei due businessman ciellini è documentato dagli atti ormai depositati dai pm con la prima richiesta di giudizio immediato sul San Raffaele. «Almeno dal 2006 e fino al 2011», secondo l’accusa, Daccò si fa versare pacchi di soldi usciti in nero dalle casse della sempre più indebitata Fondazione di don Verzè: 957 mila euro se li fa portare «in contanti» nello studio del suo fiduciario di Lugano, Giancarlo Grenci; altri 7 milioni li incassa con bonifici giustificati da «fatture false», sempre secondo i pm, intestate a società-paravento con base da Madeira al Lussemburgo; ulteriori 35 milioni li ottiene vendendo al San Raffaele, «per un importo del tutto sproporzionato», un aereo Challenger 604, intestato alla Assion Limited, l’ennesima scatola straniera.
Nel conto sono compresi anche i 2 milioni sborsati dal San Raffaele per acquistare un secondo velivolo Bombardier con una mediazione ritenuta «inutile» e «fasulla». E proprio qui spunta Simone, che riceve i suoi 510 mila euro a Praga. Tirando le somme, se ai fondi neri del San Raffaele si aggiungono i compensi pagati da altre fondazioni sanitarie private, il bilancio si fa pesante: Simone risulta aver intascato almeno 8 milioni di euro, Daccò circa il triplo.
A Formigoni personalmente, beninteso, non si può attribuire alcun reato. Dal ciellino Daccò si è limitato a farsi regalare vacanze in yacht in Costa Smeralda e viaggi in aereo ai Caraibi, ma fino a prova contraria non immaginava che il suo amico si arricchisse con fondi neri e fatture false.
Ricostruendo questi affari segreti, però, ora è un po’ più chiaro come funzionava davvero il modello di sanità nella Lombardia del governatore celeste: da una parte gli ospedali pubblici che faticano a sopravvivere ai tagli; dall’altra alcune strutture private, quelle sponsorizzate da Cl, che riescono invece a moltiplicare i rimborsi pubblici, fino al record di 450 milioni di euro all’anno concessi al San Raffaele; e in mezzo i consulenti di comprovata fede ciellina, che intascano percentuali milionarie su conti esteri a prova di fisco.
Paolo Biondani e Luca Piana per “l’Espresso”





















