Get Adobe Flash player
Seguici su:

Malafede

Sesso e carriera i ricatti in Vaticano dietro la rinuncia di Benedetto XVI

Un miliardo di cattolici si interroga sul mistero delle ragioni dell’abdicazione di Benedetto XVI. “Sesso e carriera i ricatti in Vaticano dietro la rinuncia di Benedetto XVI” è la risposta di Repubblica al grande quesito posto all’addio del Papa.

Una simile tesi è argomentata dal primo quotidiano italiano con uno scoop mondiale: i contenuti della relazione della Commissione Cardinalizia che ha indagato sui documenti trafugati da Paolo Gabriele.

“Non fornicare, non rubare i due comandamenti violati nel dossier che sconvolge il Papa” è il titolo a tutta pagina, sottotitolato così: “Lotte di potere e denaro. E l’ipotesi di una lobby gay”. Boom. Il Fatto confessa di non conoscere i contenuti del dossier però annota un precedente.

Nel caso Mps, dopo avere preso un buco dalla concorrenza sui bilanci truccati da Giuseppe Mussari, Repubblica ha reagito sparando una notizia a tutta pagina: “Mps, sospetto mazzette per 2 miliardi nell’acquisto di banca Antonveneta”. Al Fatto risulta che i pm di Siena indagano sulla storia svelata dal Fatto e non sulla pista della presunta e inesistente mazzetta per i politici.

Il precedente induce a fare qualche verifica sullo scoop vaticano. “La relazione è esplicita”, sostiene Concita De Gregorio, “alcuni alti prelati subiscono l’influenza esterna – noi diremmo il ricatto – di laici a cui sono legati da vincoli di natura mondana. Sono quasi le stesse parole che aveva utilizzato monsignor Nicora, allora ai vertici dello Ior, nella lettera rubata dalle segrete stanze nel 2012: quella lettera poi pubblicata colma di omissis a coprire i nomi.

Molti di quei nomi e di quelle circostanze riaffiorano nella Relazione…” e giù un elenco di scandali a sfondo sessuale che sarebbero stati in qualche modo annunciati dalla lettera piena di omissis di Nicora, l’architrave del dossier.

Molte cose non tornano:

1) Il cardinale Attilio Nicora nel 2012 è il presidente dell’Aif, l’autorità antiriciclaggio istituita da Benedetto XVI, ed è stato fino a pochi giorni fa membro della commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior;

2) Nicora non ha mai scritto una lettera nella quale si sostengono i concetti riportati nel-l’articolo; ne ha scritta un’altra sullo Ior, svelata sempre dal Fatto;

3) Forse Repubblica si riferisce a monsignor Carlo Maria Viganò, che ha scritto una lettera l’8 maggio 2011, nella quale si fa riferimento alla corruzione e ai furti, all’omosessualità in Vaticano, pubblicata dal Fatto, in esclusiva il 27 gennaio 2012 e ripubblicata dal sito Chiesa del gruppo Repubblica prima senza citazione per una svista, poi con citazione su nostra richiesta. Quella lettera è stata ripubblicata mesi dopo da Gianluigi Nuzzi nel suo libro Sua Santità, senza citare il Fatto.

4) La lettera di Viganò è stata pubblicata dal Fatto con un solo omissis sul nome di Marco Simeon (già collaboratore del segretario di Stato Bertone) ‘accusato’ di omosessualità nella lettera da Viganò. La tutela della privacy è però svanita quando Nuzzi ha ripubblicato la medesima lettera riportando la parola omissata dal Fatto e omissando solo il nome.

Non sappiamo se la relazione dei Cardinali entri nei dettagli delle attività ludiche nelle saune romane o si dilunghi sui coristi di Angelo Balducci o sulle passioni di monsignor Stenico come scrive Repubblica. Attendiamo fiduciosi, come nel caso Mps, di leggere le carte prima di esprimere giudizi.

Una cosa però è certa: se leggerete altre puntate dell’inchiesta, se Repubblica farà riferimento a documenti pubblicati da un quotidiano anonimo, magari sullo Ior o sull’antiriciclaggio, sappiate che quel quotidiano è il Fatto.

A Repubblica si usa così: se Mussari si dimette dall’Abi perché il Fatto pubblica carte che lo inchiodano, Repubblica riesce a pubblicare un pezzo di Andrea Greco che racconta delle dimissioni di Mussari e si elencano le sue malefatte finanziarie negli ultimi anni senza ricordare che talvolta – vedi Antonveneta – erano state decantate come capolavori dallo stesso giornale, quando Mussari era forte e il gruppo De Benedetti faceva affari con Mps.

E senza spiegare le ragioni delle sue dimissioni. Allo stesso modo se l’ad di Finmeccanica, Alessandro Pansa, viene intervistato dal Fatto e per un attimo pensa a dimettersi davanti all’unico quotidiano che ha trovato il coraggio di chiedergli conto delle sue pressioni per aiutare la moglie del ministro Grilli, Repubblica che fa? Riporta dopo due giorni il tormento di Pansa senza dire a chi il manager ha detto: “Se lei scrive questa cosa dovrò trarne le conseguenze”.

I lettori di Repubblica credono che in Italia ci sia un’epidemia che affligge i manager e li porta a lasciare la carica. Ora però i suoi lettori sanno perché si è dimesso il Papa: la relazione segreta anticipata da Nicora con una lettera pubblicata da un ignoto quotidiano.

 

 

Marco Lillo per “Il Fatto Quotidiano”

Il patrimonio immobiliare della Chiesa, oltre 2 mila miliardi di €

Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2mila miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di “dipendenti” e quasi un miliardo e duecento milioni di “cittadini”. Questo Paese immaginario dotato delle infrastrutture di un big dell’economia occidentale e della popolazione della Cina va sotto il nome di Chiesa. Un universo dietro al quale non c’è solo e unicamente il Vaticano, ma una galassia di satelliti fatta di congregazioni, ordini religiosi, confraternite sparse ovunque nel mondo che, direttamente o attraverso decine di migliaia di enti morali, fondazioni e società, possiedono e gestiscono imperi immobiliari immensi che nessuno forse è in grado di stimare con precisione e che sono sempre in costante metamorfosi. Un patrimonio dove l’elenco dei beni, la maggior parte sicuramente no-profit ma una discreta fetta anche a fini commerciali, sembra non esaurirsi mai: chiese, sedi parrocchiali, case generalizie, istituti religiosi, missioni, monasteri, case di riposo, seminari, ospedali, conventi, ospizi, orfanotrofi, asili, scuole, università, fabbricati sedi di alberghi e strutture di ospitalità per turisti e pellegrini e tante, tantissime abitazioni civili in affitto. Un universo intorno al quale gravitano nel mondo 412mila sacerdoti e 721mila religiose – senza contare centinaia di migliaia di laici – che assistono 1 miliardo e 195 milioni di fedeli. Secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo Ojetti pubblicò sull’Europeo nel lontano 1977 dove riuscì per la prima volta a calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa. Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10mila testamenti l’anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide – finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti – valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po’ ovunque in Italia e concentrati, tra l’altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia.

Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400 miliardi di euro – come qualche giorno fa ha registrato il rapporto sugli immobili in Italia realizzato dall’Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze – si può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%). Se a questa ricchezza detenuta in Italia – dove pesa l’eredità di un potere temporale durato per quasi duemila anni – si aggiunge il patrimonio posseduto all’estero fatto di circa 700mila complessi immobiliari tra parrocchie, scuole e strutture di assistenza la stima, anche stavolta più che prudenziale, può raddoppiare almeno a 2mila miliardi. Numeri, questi, che nessuno conferma dall’interno della Chiesa perché per molti neanche esiste una stima ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l’altro, investimenti e depositi bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti. Ma quali sono i numeri più “sicuri” del patrimonio immobiliare e quindi della ricchezza economica della Chiesa cattolica nel mondo? I dati più dettagliati sono fotografati con precisione dalla Bibbia dei numeri del Vaticano: l’«Annuarium statisticum ecclesiae». Che fa risalire il suo aggiornamento a fine 2010. Secondo l’”Istat vaticano” nelle 4.851 diocesi e 105 nunziature apostoliche sparse in tutti e cinque i continenti del mondo ci sono la bellezza di 455.839 tra parrocchie, missioni, chiese e altri centri religiosi che possiedono terreni e fabbricati di ogni dimensione. A queste bisogna aggiungere 206.892 scuole cattoliche che dalla materna alle secondarie fanno studiare la bellezza di 55 milioni di ragazzi, a cui si aggiungono altri 6 milioni che si formano negli istituti superiori e negli atenei cattolici (circa 200 nel mondo) che si trovano spesso in edifici e sedi storici di grande valore. Più precisamente si contano 70.544 scuole religiose materne – 23.963, la fetta più grande, in Europa – che sono frequentate da 6,4 milioni di bambini, 92.847 istituti primari (23.624 nel continente americano) dove studiano oltre 31 milioni di piccoli studenti e 43.591 scuole medie (11.665 sempre in America) con 17 milioni di ragazzi che vanno nelle aule gestite da preti o religiosi. Ci sono poi almeno 200 atenei religiosi – molti concentrati in Europa e in Italia dove operano istituti dalla storia secolare come l’università Gregoriana o quella Lateranese – e altri centinaia di istituti superiori dove si formano circa 6 milioni di persone, tra laici e religiosi. A tutto questo vanno aggiunti 6mila circa tra convitti e seminari.

Infine nel patrimonio immobiliare una voce davvero importante è quella del “welfare” dove i numeri sono enormi e dove anche qui l’elenco non sembra esaurirsi mai: si contano nel mondo 121.564 strutture sanitarie e di assistenza di vario genere. La punta di diamante è rappresentata dai 5.305 ospedali della Chiesa (basti pensare che la sanità statunitense ne ha 5.700) dove dentro c’è un po’ di tutto: dalla struttura all’avanguardia – in Italia basta citare il polo pediatrico di Roma Bambino Gesù o la Casa del Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo – al piccolo centro di frontiera in Africa che fornisce l’assistenza di base. I numeri della sanità vaticana si dividono abbastanza equamente tra i principali continenti: in America sono 1.694 gli ospedali, in Africa 1.150, in Asia 1126, in Europa 1.145 dove l’Italia fa la parte del leone con 129 strutture sanitarie. Ma la realtà delle cure cattoliche è anche molto più ricca: con 18.179 strutture cosiddette ambulatoriali (oltre 10mila divise tra Africa e Americhe) che danno assistenza ai più svantaggiati e ben 17.223 strutture residenziali e assistenziali destinate alla terza età o ai disabili. Di quest’ultime ben 8mila sono concentrate in Europa e quasi 1.600 solo nel nostro Paese.

Completano l’elenco del welfare vaticano quasi 10mila orfanotrofi, oltre 11mila asili per i più piccoli, 15mila consultori familiari e quasi altre 60mila strutture che forniscono assistenza sociale e prestazioni di vario tipo.

 

 

Marzio Bartoloni per “Il Sole 24 Ore”

A chi va l’8×1000 se NON scelgo a chi devolverlo?

Esigenze di culto e pastorale 468 (41,8%) alle diocesi (per culto e pastorale) 156 (13,9%) edilizia di culto 190 (17,0%) fondo per la catechesi e l’educazione cristiana 50 (4,5%) tribunali ecclesiastici 12 (1,1%) esigenze di rilievo nazionale 60 (5,3%) Sostentamento del clero 361 (32,3%) Interventi caritativi 235 (21,0%) alle diocesi (per carità) 105 (9,4%) Terzo Mondo 85 (7,6%) Esigenze di rilievo nazionale 45 (4,0%) Accantonamenti 55 (4,9%)

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Otto_per_mille Link: http://www.uaar.it/laicita/otto-per-mille

La Chiesa ci costa ogni anno € 6.086.565.703: ai quali dobbiamo sommare i soldi che vengono devoluti “una tantum” dagli enti locali (comuni-provincie-regioni) che finanziano vari progetti, come le eventuali ristrutturazioni di Chiese e abbazie. Ovviamente il “conto” non tiene in considerazione nemmeno delle cifre che la Chiesa riceve da associazioni, fondazioni bancarie, privati cittadini, che offrono al Vaticano laute offerte, che ovviamente sono volontarie.

Volontarie “ma non troppo” (sono volontarie ma di fatto considerate un “atto dovuto”) anche le offerte per i “sacramenti”; dalle benedizioni pasquali (con la classica busta dell’offerta), alle Comunioni, Cresime, matrimoni e — ahimé — funerali.

http://youtu.be/kZ4xdbigHO4

 

Ecco la tabella dei costi: (dati in Euro) Otto per mille 1.067.000.000 Otto per mille di competenza dello stato 66.307.085 Cinque per mille 54.500.000 Erogazioni liberali 13.800.000 Esenzione ICI 500.000.000 Riduzione IRES 100.000.000 Riduzione IRAP 150.000.000 Esenzione IVA 100.000.000 Esenzioni fiscali e doganali relative alla Santa Sede 20.000.000 Pensioni 22.000.000 Benefici statali sulle pubbliche affissioni 2.000.000 Benefici statali per gli oratori 2.500.000 Contributi statali per i cappellani nelle Forze armate 12.000.000 Contributi statali per i cappellani nella Polizia di stato 6.000.000 Contributi statali per i cappellani nelle carceri 8.000.000 Contributi statali per i “grandi eventi” della Chiesa cattolica 3.651.315 Insegnamento della religione cattolica nelle scuole 1.500.000.000 Contributi statali alle scuole cattoliche 261.000.000 Contributi statali alle università cattoliche 53.216.886 Contributi statali all’editoria cattolica 12.000.000 Tariffe postali agevolate 7.500.000 Riduzione del canone TV 370.000 Copertura statale per il consumo idrico del Vaticano 4.000.000 Fondo edifici di culto 70.000.000 Servizio civile 20.000.000 Finanziamenti statali all’associazionismo sociale 3.720.417 “Legge mancia” 12.500.000 Altri contributi statali 50.000.000 Spese straordinarie delle amministrazioni locali in occasione di importanti eventi cattolici 20.000.000 Contributi delle amministrazioni locali alle scuole cattoliche 400.000.000 Utilizzo dei fondi strutturali europei 107.000.000 Cambi di destinazione d’uso 150.000.000 Altri contributi erogati dalle regioni 242.200.000 Servizi appaltati in convenzione ad organizzazioni cattoliche 150.000.000 Convenzioni pubbliche con la sanità cattolica 167.000.000 Contributi regionali per i cappellani negli ospedali 35.000.000 Contributi regionali agli oratori 50.000.000 Altri contributi erogati dalle province 70.700.000 Contributi comunali per l’edilizia di culto 94.100.000 Contributi comunali per i cappellani cimiteriali 6.000.000 Esenzioni comunali dalla tariffa per la gestione sui rifiuti 10.000.000 Edifici di proprietà comunale concessi a condizioni di favore a enti e associazioni cattoliche 3.000.000 Sconti comunali per l’accesso a zone a traffico limitato 1.000.000 Altri contributi erogati dai comuni 257.000.000 Benefici concessi da fondazioni e società a partecipazione pubblica 200.000.000 Cerimonie di culto in orario di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, negli enti e nelle società controllate dallo stato 1.500.000

 

Nella storia della Chiesa c’è un unico precedente, quello di Celestino V di cui sappiamo tutti per aver studiato la “Divina Commedia” negli anni del liceo. Gli altri sono tutti morti in carica; non tutti per morte naturale, va detto: ci sono stati i martiri della prima cristianità, poi qualche papa assassinato nel Medioevo… poi forse qualche altro. In Vaticano pare vada molto in voga il caffè corretto…Il codice canonico prevede la possibilità di dimissioni del Papa, ma la cosa è sempre parsa molto sconveniente. La Chiesa è monarchica e non ama i dualismi: pensate solo al problema della convivenza fra un Papa in carica ed uno emerito. Ogni starnuto del secondo (e questo scrive libri e twitta che è un piacere) potrebbe suonare come sconfessione del precedente. Poi, sul piano simbolico, la cosa può apparire come una fuga dalle proprie responsabilità.

Quando Woitjla era già molto grave chiesero ad un prete se avrebbe potuto dimettersi e la risposta fu: “Può dimettersi Gesù dalla croce?”. Quella è una carica carismatica e delle normali dimissioni la fanno sembrare una qualsiasi carica politica.

Quando Luciani esitava ad accettare l’elezione, un cardinale gli disse: “Se il Signore dà la prova, dà anche la forza”. E questo, per un prete, chiude il discorso. Dunque, cosa può esserci stato di così grave da indurre Ratzinger ad un gesto così clamoroso? La salute? Probabilmente questa sarà la spiegazione che verrà data fra poche ore, magari ci sarà uno scoop (naturalmente smentito con forza dal Vaticano) di  un Alzheimer o qualcosa del genere. Ma non è cosa da prendersi sul serio e non solo perché Ratzinger appare in buona salute (o per lo meno, nulla fa pensare ad un suo crollo imminente) e Woityla se l’è tirata per almeno otto anni (e negli ultimi due era palesemente malconcio), ma anche per altri aspetti.

Ad esempio, lo stesso Sodano ha parlato di “fulmine a ciel sereno” e se il Papa avesse avuto problemi di salute così gravi, la cosa si sarebbe saputa prima. E lo stesso secco comunicato d’agenzia, per ora non fa cenno a motivi di salute.

Poi un’altra cosa: nella Chiesa il periodo che precede la Pasqua è quello liturgicamente più intenso e (per chi crede) più importante. Il Papa avrebbe potuto benissimo dimettersi dopo la Pasqua se non proprio dopo la Pentecoste, sotto periodo estivo, quando la cosa, pur sempre clamorosa, sarebbe parsa un po’ più “naturale”. Magari preparando il terreno con qualche “indiscrezione” nei mesi precedenti. E, invece, tutto fa pensare ad una decisione scaturita da una vera e propria crisi politica dentro le mura leonine. Quindi, la domanda è: che diavolo sta succedendo in Vaticano?

Il pontificato del povero Ratzinger non poteva essere più tormentato (e, bisogna riconoscerglielo, ne è uscito dignitosamente): scandalo dei preti pedofili, polemiche aperte con il collegio cardinalizio, problema dei rapporti con l’Islam, confronto costante con il suo predecessore e, più di ogni altra cosa, la raffica di scandali finanziari dello Ior.

Prima la fuga di documenti di monsignor Caiola che consentirono a Nuzzi di scrivere il suo libro e che ha rivelato la prosecuzione dello Ior parallelo, che si credeva finito già anni prima. Poi a raffica gli scandali Fiorani, Anemone, Roveraro e riciclaggi vari. Poi l’inchiesta della Procura romana sui movimenti dello Ior presso la Jp Morgan e le pressioni della finanza mondiale perché lo Ior regolarizzasse la sua posizione giuridica (formalmente esso non è una banca e non è soggetto ai controlli internazionali del sistema bancario).

Conseguentemente, Benedetto XVI, dopo aver imposto Gotti Tedeschi (uomo dell’Opus Dei) a capo dello Ior (sino a quel punto più vicino all’ala massonica del “sacro collegio”), decise,  a fine 2010, di aderire alla convenzione monetaria Ue, accettando l’applicazione delle norme antiriciclaggio. Quel che non servì ad evitare nuovi scandali su sospetti movimenti di capitali. A proposito: nella stranissima vicenda dei falsi titoli di Stato americani, che girano dal 2009, il nome dello Ior spunta in 6 casi su 11. Forse solo un caso.

Poi continuò implacabile la fuga di documenti per tutto il 2011-12 dietro la quale non era difficile intravedere lo scontro fra gli uomini dell’Opus e quelli della “Loggia” vaticana. Al punto che, nel maggio dell’anno scorso, Gotti Tedeschi rassegnava le dimissioni, dando il via ad un aperto scontro in seno alla commissione cardinalizia presieduta dal cardinal Bertone, segretario di Stato. Da allora lo Ior non ha un presidente effettivo.

Il prossimo 23 febbraio occorrerà riformare la commissione cardinalizia, con l’uscita dei cardinali Attilio Nicora e Laois Tauran (grande amico di Gotti Tedeschi) entrambi assai polemici con Bertone. In queste stesse settimane il nome dello Ior è tornato all’onore (si fa per dire: onore!) delle cronache per l’acquisizione di Anton Veneta da parte del Monte dei Paschi di Siena e tutto fa pensare che altro verrà fuori, nonostante la scontata smentita vaticana.

Per completare il quadro, ricordiamo che, nell’autunno scorso, ci fu un altro strano caso che coinvolgeva Bertone. Una ventina di anni fa l’ordine dei salesiani ricevette una cospicua eredità che produsse un contenzioso giudiziario, risolto grazie alla mediazione di alcuni valenti avvocati e periti. Solo che, subito dopo i valenti mediatori presentarono richieste economiche che andavano anche oltre il totale dell’eredità,  esibendo un accordo sottoscritto dall’ordine. E, infatti, nell’ottobre scorso, l’Autorità giudiziaria dava torto ai salesiani che ora rischiano il sequestro di tutti i loro beni ed il puro e semplice fallimento (e su questo torneremo). Ma come hanno fatto i salesiani a cacciarsi in un pasticcio di questo genere? A indirizzarli in questa direzione sarebbe stato Tarcisio Bertone (che viene proprio da quell’ordine) all’epoca arcivescovo di Genova. Così, Il Reverendissimo Cardinale di Santa Romana Chiesa si vide costretto a scrivere una molto imbarazzata lettera al magistrato, lamentando si essere stato raggirato da persone che avrebbero abusato della sua ingenuità. Un salesiano ingenuo? Come è fatto? Ha le antenne in testa, tre braccia ed è coperto di squame? Del mio lontanissimo passato di giovane cattolico, ricordo una battuta che circolava in molti ambienti ecclesiali: “Non saprai mai cosa pensa un gesuita e dove trova i soldi un salesiano”. Don Bosco aveva un senso degli affari ed una spregiudicatezza che era pari solo alla sua straordinaria capacità organizzativa ed al suo genio educativo. Ed i suoi seguaci non sono mai stati da meno. Quello che più inquieta è la coincidenza temporale fra l’ “accordo” che avrebbe portato alla spoliazione i salesiani e l’approssimarsi della fine del pontificato di Woitjla. Certamente un caso. Sarà che ho letto troppo Andreotti, ma questo Bertone non mi pare che la conti proprio giusta.

Ed allora, è troppo pensare che le dimissioni del Papa siano il punto di arrivo di uno scontro politico in Vaticano e che il cuore della faccenda sia lo Ior? Ma c’è anche un’altra pista – peraltro complementare- che va valutata: Ratzinger è certamente nell’ultima fase del suo mandato (un uomo di 86 anni non può pensare di avere davanti a sé molti anni ancora) ma è ancora vigile ed efficiente. E se avesse deciso di dimettersi per pilotare, in qualche modo, la sua successione?

Ed anche qui torna lo scontro fra le varie cordate pontificie: Opus Dei, Massoneria, Cavalieri di Colombo…. Vedremo. Quello che ci sembra certo è che queste dimissioni sono la mossa politica di un uomo che vuole giocare d’anticipo su altri.

Aldo Giannuli

 

Giulio Anselmi scrive ciò che nessuno ha il coraggio di dire: il Papa ha fallito

Se papa Ratzinger ieri mattina avesse letto i giornali, anziché limitarsi alla rassegna-stampa della Segreteria che più di una volta gli ha fornito versioni edulcorate della realtà, si sarebbe meravigliato nel cogliere un netto cambiamento: all’elogio corale di martedì per la sua umile rinuncia, rotto solo da un’esplicita accusa di viltà da parte del cardinale arcivescovo di Cracovia, ex segretario di Giovanni Paolo II, e da pochissime altre sibilline prese di distanza, si sono succedute molte considerazioni sulla sua fragilità umana.

Troppe per non rendere chiaro che lo sbigottimento iniziale, malgrado il rispetto, le ovazioni di ieri e la nobiltà delle sue parole sulle rivalità e gli scandali nella Chiesa, è presto scivolato nella critica: la premiata sartoria vaticana, bravissima per ammissione dei suoi membri a tagliare i panni addosso a chiunque, foss’anche il pontefice, ha lavorato di gran lena. «Dato che aveva paura di cambiare tre uomini si è dimesso lui» è il filo conduttore di molte conversazioni fatte con un’occhiata allusiva al secondo piano del palazzo apostolico, dove risiede il cardinale segretario di Stato, il criticatissimo Bertone.

E non è un mistero che la proposta di una fiaccolata il 27 febbraio sera, alla vigilia dell’addio, fatta in vicariato ai parroci delle prefetture in cui si divide la diocesi di Roma, abbia incontrato molte perplessità. «Non ci si può dimettere da padre perché i figli non ti ubbidiscono», è stato il brusco commento di un parroco di lungo corso.

A parte l’ovazione che lo ha accolto ieri mattina nella sala Nervi, dov’era andato per la penultima udienza generale, e gli applausi ai riti delle Ceneri, sintomo di solidarietà umana e del diffuso fastidio da parte della base cattolica per gli uomini della Curia “nemici” del Papa, non c’è stato gran dispendio di carità per un uomo che ha perduto dieci chili in sei mesi. «È stanco dentro», commenta un cardinale italiano ultra-ottantenne, che ha servito da capo Congregazione tre papi a partire da Paolo VI. E conclude quasi sussurrando: «Lo aveva detto lui stesso di aver perduto il vigor corporis et animae. Del corpo lo capisco anch’io che ho circa la sua età. Ma dell’anima? Proprio il papa?»

Questo è il centro delle riflessioni. E delle critiche, in gran parte orientate a interpretare la rottura di Ratzinger come una drammatica dichiarazione d’impotenza. Anche se non mancano canonisti che ne lodano la coerenza e il realismo: nella Chiesa, dicono, comanda il Pontefice; se non ne ha la forza, soccorre la collegialità; e si apre il conclave. Altri interrogativi riguardano i tempi della scelta.

Alcuni parlano di riflessioni durate un anno, un vescovo piemontese emerito aveva annunciato il ritiro come imminente già all’inizio dello scorso dicembre, altri sostengono che a precipitare l’addio siano state le recenti difficoltà incontrate da Benedetto XVI nella gestione del caso Mahoney, l’ex arcivescovo di Los Angeles rimosso per aver protetto i preti pedofili e attorno al quale fa muro parte dell’episcopato americano.

Di certo il Papa ha avuto il tempo necessario per garantire chi gli sta vicino, per ruolo o per affetto. Prima ha rincuorato con una serie di attestazioni di stima il cardinale Bertone, sotto attacco per le vicende Ior e Vatileaks, inviso alla fazione “diplomatica” della Curia e a lungo incline a costruirsi un ruolo da vice-papa. Poi ha nominato prefetto della Casa pontificia e arcivescovo il segretario George, garantendogli il futuro.

Infine c’è stata una curiosa infornata di cardinali, che non ha affatto bilanciato in senso extra-europeo le nomine “bertoniane” del passato, ha lasciato senza porpora i titolari di arcidiocesi storiche come Venezia o importantissime come Rio de Janeiro e il prefetto di una congregazione come la Dottrina della Fede, ma ha elevato l’americano Harley, già prefetto della Casa pontificia, proprio quello che gli aveva raccomandato il maggiordomo poi rivelatosi infedele.

Quando si è mosso, Ratzinger lo ha fatto certamente per il bene della Chiesa. Ma è teologo troppo fine ed esperto, oltre che uomo di curia, per non aver capito quanto fosse deflagrante e quanto insidiose potessero rivelarsi le conseguenze della sua decisione: la più grande rivoluzione dal Concilio Vaticano II, si dice, di certo un pericoloso indebolimento della figura papale e della mitologia che la circonda.

Oggi per i grandi prelati la parola d’ordine è sdrammatizzare, cercando di fare apparire normale lo squarciarsi del velo del tempio. Sono molti a spiegare l’abdicazione col carattere del teologo bavarese che, già da cardinale, si era dimesso per le resistenze incontrate nel suo tentativo di processare l’allora arcivescovo di Vienna. Ma al tempo c’era Wojtyla. E non apparivano nemmeno immaginabili i fantasmi alimentati da una realtà nuovissima e inquieta: la sede pre-vacante.

 

 

Giulio Anselmi per “la Repubblica

Continuano i guai per i bancomat fuorilegge in Vaticano!

La lettera che ha decretato la chiusura del bancomat in Vaticano porta la data del 6 dicembre 2012, ma da più di due anni la Santa Sede era informata dei problemi legali del bancomat della Deutsche Bank Spa. E almeno dal novembre 2011 la filiale della banca tedesca (soggetta alla vigilanza di Bankitala) sapeva di non essere in regola. Eppure nessuno aveva segnalato in tempo il pericolo al Segretario di Stato Tarcisio Bertone che non l’ha presa bene. Il direttore generale dello Ior, Paolo Cipriani, è stato chiamato nei giorni scorsi a spiegare perché non siano state approntate valide alternative ai pos di Deutsche Bank.

L’impossibilità di accettare pagamenti con il bancomat ai musei vaticani e nella farmacia si sta rivelando un problema serio e in tutta fretta si sta correndo ai ripari. Giovedì scorso il direttore dell’Aif, l’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, René Brulhart, ha incontrato in via Nazionale i vertici dell’Area vigilanza della Banca d’Italia. La riunione istituzionale era fissata da tempo ma ovviamente buona parte dell’incontro è stato dedicato all’emergenza bancomat.

Brulhart giocava fuori casa: l’esperto antiriciclaggio a novembre ha soppiantato la vecchia guardia dell’Aif, capeggiata dall’ex funzionario di Bankitalia Marcello Condemi, ispiratore della linea più rigorosa poi sconfessata da Bertone. Brulhart in Vaticano non è passato inosservato, sia per l’aspetto da attore di fiction che per la sua indubbia competenza.

Nato in Svizzera a Friburgo 40 anni fa è stato descritto generosamente sui giornali italiani come un cacciatore di patrimoni dei dittatori, a partire da Saddam Hussein. Il suo bell’aspetto e l’abilità nei rapporti con la stampa (si è fatto fotografare abbronzato con le sue Alpi sullo sfondo) ha fatto dimenticare che l’Autorità da lui diretta per anni non è quella di un paese come l’Italia ma quella di un paradiso fiscale come il Liechtenstein.

Il suo sponsor in Vaticano è stato monsignor Ettore Balestrero, il 46enne sottosegretario ai rapporti con gli stati esteri.

Nonostante le sue arti diplomatiche, Brulhart non ha smosso i vertici dell’Area Vigilanza di via Nazionale dalle posizioni sostenute nel provvedimento del 16 dicembre. Leggendolo si scopre che il blocco dei pagamenti pos ha poco a che vedere con l’indagine della Procura di Roma, come sostenuto dalla stampa italiana.

Il provvedimento ripercorre la storia dall’inizio: “A conclusione dell’ispezione di vigilanza condotta fra il 24 maggio e il 10 ottobre 2010 è stato contestato a Deutsche Bank Spa di prestare servizi di pagamento mediante apparecchiature Pos installate nello Stato della Città del Vaticano in assenza dell’autorizzazione ex articolo 16, comma 2, Testo Unico”.

Dopo un carteggio con Deutsche, Bankitalia ha confermato all’istituto tedesco il 15 novembre del 2011 che “l’offerta di servizi di pagamento tramite Pos nello stato extra-comunitario (il Vaticano, ndr) costituisce una prestazione di servizi senza stabilimento all’estero”. Quindi soggetta ad autorizzazione, che però non era mai stata chiesta. In pratica da venti anni la Deutsche bank aveva un bancomat senza permesso. “La banca”, prosegue il provvedimento , “ha presentato il 18 maggio 2012, istanza di autorizzazione a sanatoria per lo svolgimento dell’attività di ‘convenzionamento’ degli esercizi commerciali”.

E la risposta è stata picche. “Con lettera del 10 settembre 2012 Banca d’Italia ha comunicato all’intermediario che l’istanza relativa allo svolgimento di servizi di pagamento tramite Pos nello Stato della Città del Vaticano non era suscettibile di accoglimento”.

La motivazione è una bocciatura del sistema antiriciclaggio e di vigilanza del Vaticano: “Mancando dei presupposti per il rilascio dell’autorizzazione relativamente all’adeguatezza della legislazione e del sistema di vigilanza, anche in materia di antiriciclaggio dello stato extracomunitario”. Ora il Vaticano può impugnare il provvedimento al Tar ma intanto deve risolvere il problema operativo subito.

La soluzione è stata individuata in una banca extra Ue, quindi non soggetta alla vigilanza di Bankitalia. La Segreteria di Stato sta esaminando le offerte. In lizza ci sono una banca svizzera e un istituto americano. Presto i bancomat del Vaticano ricominceranno a strisciare lontano dagli occhi della Banca d’Italia.

 

 

 

 

Marco Lillo per “il Fatto Quotidiano

Santa Sede, Bancomat e carte di credito

1 – CONTO «SOSPETTO» DA 40 MILIONI DIETRO AL BLOCCO DEI BANCOMAT

Si gioca su oltre 40 milioni di euro l’anno la partita tra Santa Sede e Banca d’Italia per l’autorizzazione a utilizzare Bancomat e carte di credito. È questa l’entità della movimentazione che risulta dai documenti contabili acquisiti dalla procura di Roma prima di segnalare quelle «anomalie» che hanno portato al blocco di tutti i Pos degli esercizi commerciali che si trovano all’interno del Vaticano.

Si tratta di ben ottanta «punti vendita», dai Musei alla farmacia, passando per decine di negozi e anche per lo spaccio. Per loro il colpo subito è gravissimo visto che dall’inizio dell’anno i pagamenti possono avvenire soltanto in contanti e ciò – tenendo conto dei milioni di turisti e visitatori che arrivano costantemente – sta causando serie difficoltà e anche perdite economiche.

Ma sembra assai difficile, se non impossibile, che il servizio possa essere nuovamente garantito. Anche perché quanto accaduto riporta in primo piano le «carenze» nel sistema antiriciclaggio dello Ior, l’Istituto per le opere religiose, già evidenziate dai pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sulla correttezza delle operazioni bancarie effettuate sui conti intestati a religiosi. Sono gli atti a svelare che cosa è accaduto prima che si arrivasse a questa iniziativa senza precedenti.

GLI 80 POS SUL CONTO DEUTSCH Secondo le relazioni dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Palazzo Koch, tutti i soldi acquisiti attraverso i Pos confluiscono su un unico conto intestato allo Ior e aperto presso una filiale della Deutsche Bank. Per l’installazione delle «macchinette» l’istituto di credito avrebbe dovuto chiedere una apposita autorizzazione, ma questo non è mai avvenuto. Un anno e mezzo fa era stato proprio il pool di magistrati guidati dal procuratore aggiunto Nello Rossi a segnalare l’anomalia e così era scattata l’ispezione di Bankitalia.

Siamo a settembre del 2011. Soltanto dopo l’avvio dei controlli l’Istituto di credito sollecita una «sanatoria». Gli accertamenti giudiziari che avevano determinato la segnalazione riguardavano un altro conto Ior sul quale erano stati depositati 23 milioni di euro dei quali si ignorava la provenienza. In questo nuovo caso bisognava stabilire se fosse invece possibile ricostruire il flusso del denaro.

IL SALDO DA 10 MILIONI All’11 settembre 2011, giorno in cui parte la verifica, risulta un saldo di circa 10 milioni di euro. I documenti relativi alla movimentazione annuale consentono però di accertare che sono più di 40 i milioni transitati su quel conto negli ultimi dodici mesi. Soldi dei quali non si sa praticamente nulla, come ha evidenziato anche Bankitalia in una nota pubblicata due giorni fa per evidenziare i motivi che hanno indotto i vertici a sospendere i pagamenti con Bancomat e carte di credito.

 

I responsabili di palazzo Koch sottolineano come «per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificati previsto per i rapporti con le banche comunitarie, che consente a queste ultime di non comunicare i nomi dei clienti per conto dei quali sono effettuate le singole operazioni». Il nodo è sempre lo stesso: non si conosce l’intestatario effettivo del deposito aperto presso Deutsche e soprattutto chi ha la delega ad operare, dunque non è possibile applicare la normativa antiriciclaggio.

I CONTI DI PRETI E SUORE La stessa situazione era già emersa in altri casi esaminati dai magistrati di depositi intestati a religiosi che in realtà risultavano messi a disposizione di persone estranee al Vaticano. Il 6 dicembre scorso Bankitalia ha notificato la decisione di non concedere la «sanatoria», il 3 gennaio non è stato più possibile pagare con le carte.

È stato verificato che sul conto Ior affluivano ogni giorno decine di migliaia di euro, ma poiché la maggior parte dei Pos sono intestati a società con sede in Vaticano non è possibile sapere da dove arrivi effettivamente il denaro e soprattutto chi lo utilizzi poi in uscita. In particolare, nonostante i controlli disposti, non si sa che fine abbiano fatto, nel 2011, i 30 milioni di euro che risultano prelevati dal conto, né tantomeno chi abbia compiuto le operazioni di prelievo.

 

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera

 

 

2 – L’EUROPA, LA SANTA SEDE E QUELLA PROMOZIONE MANCATA

Il signor Bruelhart, direttore generale dell’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, nell’intervista pubblicata sul Corriere della Sera di ieri non capisce perché Bankitalia abbia deciso di bloccare i Bancomat della Deutsche Bank in Vaticano. Come emerso nel corso di un’ispezione della Vigilanza della Banca d’Italia, Deutsche Bank Italia aveva stipulato una convenzione per lo svolgimento di sistemi di pagamento automatici (Pos) nell’ambito della Città del Vaticano, senza chiedere la prescritta autorizzazione alla stessa Vigilanza.

Autorizzazione chiesta successivamente, ma negata per le seguenti ragioni: 1) assenza presso la Città del Vaticano di un idoneo sistema di regole e controlli di vigilanza bancaria e, quindi, della possibilità di scambio di informazioni tra le rispettive autorità di controllo; 2) la Città del Vaticano non è presente nell’elenco degli Stati ritenuti equivalenti a quelli europei a fini antiriciclaggio.

Secondo il dottor Bruelhart invece lo Stato Vaticano avrebbe posto in essere adeguati sistemi di controllo, sia di vigilanza che antiriciclaggio, approvati lo scorso luglio nella riunione plenaria del MoneyVal (il Comitato di esperti per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali del Consiglio d’Europa).

Per quel che riguarda la normativa e i controlli bancari, bisognerebbe credergli sulla parola, poiché al momento sono del tutto assenti. Quanto all’antiriciclaggio, non è vero che il MoneyVal abbia promosso il Vaticano. Al termine di una riunione, disertata dai rappresentanti dell’Uif italiana (Unità di informazione finanziaria) in quanto diffidati dal ministero delle Finanze dall’esprimere le proprie valutazioni negative, il MoneyVal si è limitato a dare un giudizio di «insufficienza», rinviando a una successiva riunione un’ulteriore valutazione, che dovrà tener conto non solo delle regole, ma anche della loro effettiva attuazione.

Sotto il profilo antiriciclaggio, la definizione di un Paese extra Ue come «equivalente» a quelli comunitari, vuol dire che le banche extra Ue effettuano sui loro clienti una adeguata verifica, e che tale verifica è considerata valida dalle banche italiane. In assenza di equivalenza, l’adeguata verifica dev’essere effettuata dalle banche italiane sulla base delle informazioni fornite dalle corrispondenti banche extra Ue. In tale contesto, lo Ior ha più volte rifiutato le informazioni richieste dalle banche italiane presso le quali aveva aperto dei conti, preferendo chiudere tali conti e trasferire i relativi fondi in altri Paesi più disponibili.

All’affermazione che l’Aif vaticana (l’Autorità di informazione finanziaria) ha stipulato protocolli d’intesa con altri Stati, si può replicare che l’Italia – come l’esperienza del passato dovrebbe aver insegnato – è l’unico Paese effettivamente interessato alla regolarità dei comportamenti delle istituzioni finanziarie vaticane. Va inoltre considerato il fatto che è quasi impossibile realizzare all’interno della Città del Vaticano strutture pubbliche di controllo realmente autonome ed efficienti, proprio per le piccole dimensioni del suo territorio. Ciò rende molto probabile che le regole astratte vengano vanificate da comportamenti distorti e opportunistici.

Milena Gabanelli per “il Corriere della Sera

Nessuno tocchi Guzzanti! “Corrado Guzzanti denunciato per offesa alla religione”

L’Aiart si arrabbia per il personaggio del monsignore nello spettacolo di La7

‘Siamo stati sollecitati da telefonate e mail per il Recital ‘di e con Guzzanti’ andato in onda ieri sera su La7 in prima serata. Il programma e’ offensivo dei sentimenti religiosi dei cattolici e, piu’ in generale, di quanti liberamente professano una confessione religiosa. Guzzanti, credendo di fare satira, appare vestito da cardinale, e irride alla Trinita’, alla Madonna di Lourdes, al Vangelo, alla Chiesa, al Pontefice e con battutacce da caserma ‘liquida’ le posizioni della Chiesa sulla bioetica. Abbiamo dato mandato al nostro legale avvocato Caltagirone di presentare denuncia alla Procura della Repubblica di Roma’. Questo dice in un comunicato stampa Luca Borgomeo, presidente dell’associazione di telespettatori cattolici Aiart.

Lo spettacolo di ieri in versione integrale; il monsignore comincia a 1 ora e 25 minuti circa:

CORRADO GUZZANTI DENUNCIATO - ‘Per un’ora vomita falsita’ e dileggio alla Chiesa, offendendo il sentimento religioso dei telespettatori – continua Borgomeo -.

L’Aiart chiedera’ al Consiglio Nazionale Utenti, nella prossima assemblea plenaria, di presentare un esposto all’Agcom perche’ accerti violazioni e sanzioni questo programma, che non ha niente a che vedere con la satira e con lo spettacolo’.

A La7 l’Aiart chiede di ‘sospendere il programma che, pensiamo – conclude Borgomeo -, discrediti la stessa emittente che, con i suoi programmi, tanta credibilita’ ha acquisito tra i telespettatori’. In prime time Corrado Guzzanti Recital ha raggiunto il 6,79% di share con quasi 1,4 milioni di telespettatori (1.367.143) e 6,3 milioni di contatti (6.347.518). (ANSA)

 

Fonte

La Chiesa tace sul ruolo della donna… da duemila anni!

Quando Papa Giovanni XXIII nel 1959, dopo appena tre mesi dalla sua elezione, decise di indire il Concilio Vaticano II per rinnovare la Chiesa e aprirla alla società, molti influenti cardinali (su tutti Alfredo Ottaviani) non erano affatto favorevoli. L’idea che il papa fosse infallibile –dogma proclamato da Pio IX nel 1870- e la Chiesa dovesse porsi al di sopra alla società, e non nella società, continuava a trovare molti accoliti,  tant’è che la decisione di proclamare papa il cardinale Roncalli sembrava proprio rispondere a un compromesso tra rinnovatori e conservatori, con questi ultimi convinti che Angelo Roncalli, ormai anziano, non avesse la personalità per porsi a guida del rinnovamento.

La Chiesa alla fine degli anni Cinquanta era afflitta da una crisi di vocazioni e da una progressiva perdita di praticanti, sempre più distanti da una liturgia percepita come estranea e non rispondente alle esigenze dei tempi. L’Italia, viveva un profondo cambiamento: le vecchie deferenze del mondo contadino si stavano sgretolando, l’industrializzazione e l’urbanizzazione stavano creando altri tipi di comunità, nuovi stili di vita imponevano altre esigenze. I parroci di campagna che spesso erano paladini di un ordine economico che postulava un mondo immobile, apparivano retaggi di un passato sempre più inascoltato dove, non di rado, la fede si mescolava alla superstizione.

In città la capacità di attrazione della Chiesa era ancora più bassa. Quella Chiesa – e papa Giovanni l’aveva capito benissimo – faticava a portare il suo messaggio perché il suo contenuto era prescrittivo, giudicante e non invece una voce, una possibilità di cammino spirituale offerta all’uomo.

Serviva una Chiesa capace di dialogare con il mondo contemporaneo per conquistare autorevolezza parlando alla pari con gli altri soggetti, da qui anche l’abbandono di uno strumento, per sua natura intollerante, come la scomunica e una nuova attenzione, non più paternalistica, nei confronti degli ultimi.

Dal punto di vista del costume, delle relazioni tra uomo e donna e del ruolo della donna nella Chiesa e nella società l’impulso rinnovatore del Concilio è stato del tutto inadeguato. Un’ostinata fedeltà letterale alle Scritture ha impedito di vedere che quelle condizioni femminili erano il retaggio delle condizioni di 2000 anni fa e lo stesso divario tra uomo e donna è scontato anche nell’Islam, allo stesso modo bloccato alla fotografia sociale della sua nascita. Entrambe le religioni faticano a concepire un allineamento tra uomo e donna, per questa c’è rispetto, nel cattolicesimo anche la santificazione, ma la donna non è mai sullo stesso piano dell’uomo. Eppure il Concilio Vaticano II poteva essere un’occasione per rileggere una condizione femminile che il segno dei tempi mostrava mutata e quei segni andavano accolti, come incitano a fare alcuni passaggi del Vangelo (Luca 12, 54 e Matteo 16, 3) quest’ultimo, in particolare, era stato ripreso ai tempi del Concilio come esplicita spinta al rinnovamento.

Nel cammino verso l’emancipazione femminile la Chiesa non ha mai speso parole importanti che potessero sostenerla. Dopo la fine del fascismo la Chiesa non si è discostata dal modello propagandato dal Regime di donna angelo del focolare, madre e moglie esemplare. La donna lavoratrice rimandava a un’idea di promiscuità con l’uomo.

Anche sulla mercificazione del corpo e della vita delle donne, niente, nessuna parola sulle case di appuntamento tacitamente tollerate: le cattolicissime Italia (nel 1958) e Spagna sono state in Europa le ultime nazioni ad abolirle. Il tradimento è un peccato, certo, ma con una prostituta lo è un po’ meno: l’importante è non offendere la morale, si fa ma non si dice e nessuno deve vedere, da qui anche la formula delle “case chiuse”. La prostituta, più che una donna sfruttata, è una viziosa. Ancora nei “moderni” anni Sessanta e Settanta del Novecento era la salvaguardia del comune senso del pudore che interessava la Chiesa.

Ciò ha fatto sì che il principale retaggio culturale trascinatosi nel tempo ha portato nelle menti più retrograde a percepire la donna come un corpo (oggetto) e non come una persona (soggetto). In Italia per arrivare a una legge sulla violenza sessuale si è dovuto attendere il 1996, sino a quel momento lo stupro è stato considerato un reato contro la morale e non contro la persona. Prima di questa legge, i processi intentati contro i violentatori sono stati spesso ulteriore causa di umiliazione per le donne che avevano subito violenza. Non di rado alla donna veniva chiesto come era vestita e se aveva avuto un atteggiamento provocatorio, quasi che la vittima, alla fine, fosse stato lo stupratore.

Quello che in questi giorni ha scritto Bruno Volpe sul sito Pontifex (ripreso dal parroco di Lerici don Piero Corsi) sul femminicidio causato dalle donne che provocano, è figlio di una mentalità che ha albergato nella società italiana. Una mentalità diffusa, mai estirpata, che tra le altre cose ha prodotto l’abominio giuridico del delitto d’onore (abolito soltanto nel 1981) che consentiva l’uccisione del coniuge adultero con un notevole sconto di pena.

Viene da chiedersi: quale autorità morale può avere tra i fedeli un parroco che sostiene queste posizioni? A che prezzo la Chiesa può permettersi di soprassedere e  minimizzare? Su twitter il papa mostra tanto piglio contro i gay e i negatori di Dio (dov’è finito il dialogo?), ma quando si deve guardare in casa propria la prudenza fa rima con reticenza.

di 

“Schiacciate gli infami Odifreddi, Hack, Augias”, presepe allestito dal parroco Gianfranco Rolfi

“Schiacciate l’Infame”. La scritta su cartello triangolare è sul presepe della chiesa San Felice in Piazza, a Firenze.

Presepe allestito dal parroco Gianfranco Rolfi, ex concorrente del Rischiatutto di Mike Bongiorno. Gli “infami” sarebbero, secondo il sacerdote, oltre ad una serie di dittatori, come Hitler e Stalin, anche altri.

Tra questi campeggiano le fotografie del giornalista-scrittore Corrado Augias, del teologo Vito Mancuso e dell’astrofisica (atea dichiarata) Margherita Hack.

La notizia era stata pubblicata giorni fa dall’edizione fiorentina de La Repubblica. Ma ora c’è un video che parla chiaro.

 

 

Fonte

 

 

Mr. Monti “regala” (a spese nostre), 5 milioni di € alla Fondazione Gaslini cara al Cardinal Bagnasco

(Adnkronos) – L’approvazione al Senato del maxiemendamento alla Legge di Stabilita’ che prevede, tra l’altro, uno stanziamento di 5 milioni di euro a favore della Fondazione Gaslini di Genova “e’ un primo passo che apprezziamo molto rispetto della funzione che l’ospedale Gaslini ha, non soltanto per la Liguria ma per l’Italia, per molte regioni lontane e oltre, nel Mediterraneo”. Lo ha detto il presidente della Fondazione Gaslini, cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, in occasione dell’inaugurazione della nuova Aula Magna dell’ospedale pediatrico del capoluogo ligure. “Veramente – ha concluso il porporato – e’ un gesto piccolo in se’, ma significativo” e “speriamo che, poi, strada facendo, possa ampliarsi”.

 

‘’L'OSSERVATORE ROMANO”: MONTI VUOLE RECUPERARE IL SENSO ALTO DELLA POLITICA I cattolici favorevoli all’agenda Monti potrebbero proporre una nuova lista a sostegno del premier senza confluire in quella di Casini e Montezemolo. È un’ipotesi che viene discussa, a pochi giorni dalla pubblicazione dell’agenda Monti per il governo del Paese.

Dopo l’endorsement alla candidatura Monti da parte del presidente dei vescovi Angelo Bagnasco, preceduto e seguito da inequivocabili segnali di insofferenza per la ridiscesa in campo del Cavaliere, le gerarchie stanno alla finestra, non senza qualche preoccupazione. Oggi è arrivato anche l’elogio dell’Osservatore Romano. «L’espressione ‘”salire in politica”, usata da Monti è «l’espressione di un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune» si legge in un articolo intitolato «La salita in politica del senatore Monti».

«E’ questa domanda di politica alta – prosegue l’Osservatore – che probabilmente la figura di Mario Monti sta intercettando o sulla quale comunque il capo del Governo uscente intende legittimamente far leva e che interpella i partiti al di la’ dei contenuti del suo manifesto politico».

«Annunciando il suo impegno in politica attraverso le modalità illustrate – prosegue L’Osservatore -, il senatore a vita intende aprire la seconda fase di un programma riformatore che e’ stato solo abbozzato nel corso dell’ultimo anno sulla spinta della congiuntura finanziaria. Monti e’ stato chiamato dai partiti a prendere decisioni inderogabili, di cui nessuno intendeva pero’ prendersi la responsabilità diretta, per il timore di pagare un prezzo elettorale troppo alto. Quelle stesse forze politiche si ritrovano ora a interrogarsi sull’impatto che puo’ avere la ‘salita in politica’ di chi doveva, quasi per mandato, diventare impopolare».

I vertici della CEI, delusi dal mancato rinnovamento del PDL, speravano che il premier riuscisse a recuperare spezzoni del centrodestra e che fosse in grado di riunire innanzitutto i moderati. Gli accenti decisamente anti-berlusconiani usati da Monti in conferenza stampa, e la sua strategia, sono sembrati restringere gli spazi di manovra nel campo del centrodestra.

La decisione del ministro Andrea Riccardi e dell’ex presidente delle Acli Andrea Olivero di impegnarsi col movimento di Montezemolo, senza un dibattito interno delle associazioni di Todi, non è stata indolore. Raffaele Bonanni, il segretario della Cisl, si è già defilato dal progetto. E ora le associazioni di Todi, che non si sentono rappresentate da Italia Futura e dall’UDC, potrebbero costituire una nuova lista montiana, separata da quella di Casini, Fini e Montezemolo. Una lista aperta al mondo cattolico e alla società civile, guardata con interesse dalle gerarchie, che faccia riferimento al PPE puntando a recuperare i delusi del PDL, nella quale potrebbero candidarsi anche ministri dell’attuale governo, come Passera, Catania, Moavero e Clini.

Un incontro per discutere il da farsi si terrà il 10 gennaio: oltre alle associazioni del Forum – dalla Cisl alla Coldiretti fino alla Compagnia delle Opere – vi parteciperanno i movimenti religiosi (Neocatecumenali, Rinnovamento nello Spirito, Focolarini, Azione Cattolica) insieme alle «reti» riconosciute dalla CEI (Forum delle famiglie, Scienza & vita, Retinopera).

«Consideriamo chiusa l’era Berlusconi, guardiamo con interesse a Monti e vogliamo concordare un’azione unitaria – spiega il presidente del MCL, Carlo Costalli, che presiede il Forum – anche per evitare fughe in avanti e rappresentanze del mondo cattolico non delegate…». Il segnale a Monti e ai suoi più stretti consiglieri dovrebbe essere quello di non affidarsi soltanto ad alcuni interlocutori.

Su posizioni diverse i politici ciellini: Maurizio Lupi rimane nel PDL con Berlusconi – dove peraltro restano anche altri parlamentari stimati dalla CEI. «Speravamo che Monti potesse riunire i moderati – spiega Lupi alla Stampa – ma non è accaduto. Non credo che la Chiesa si schiererà per sostenerlo».

Mentre un altro ciellino, Mario Mauro, parlamentare europeo, si è molto esposto in favore di Monti e contro la ri-candidatura del Cavaliere ma è contrario ad alleanze a sinistra: potrebbe anche lui confluire nella nuova lista di sostegno al Professore, più marcatamente cattolica anche come sottolineatura dei valori di riferimento. Sempre che questa riesca a vedere la luce. Un accenno non causale alla «gerarchia di valori con cui attuare le scelte più importanti» era contenuto anche negli auguri di Natale agli italiani di Papa Ratzinger.

 

Andrea Tornielli La Stampa

Formigine5Stelle
Formigine5Stelle
Clicca qui!
Cittadini in Parlamento
Michele Dell’Orco
Segui gli aggiornamenti del nostro Deputato Cittadino Formiginese
LA COSA web channel
Tsunami Tour CLICCA QUI
In Libreria
Libro Labirinti del Male Dazzo Diaz Rossella
Geopolitica
geopolitica
Articoli recenti
SatirAmara
SatirAmara
Il fatto quotidiano
Archivi
Cosa ne penso…
Clicca, leggi e commenta
Seguimi su twitter
twitter
Camera News!
Ultime Notizie!
Senato News!
Ultime Notizie!
Calendario
Calendario

Eventi Meetup Modena

Informazione
Informazione

Politica & cronaca

Flyer
Flyer

Scarica e diffondi

Se si votasse Oggi!
Se si votasse Oggi!
Incredibile Parlamento!
Incredibile Parlamento
Comuni a 5 Stelle!
Italia-ListeCivicheMoVimento

Cerca la tua Lista

Politiche 2013
risultati politiche 2013