Interni
Montecitorio liberato
Porcellum o Provincellum, il problema è stare “in listum”». L’urlo, nel mezzo di raffinati dibattiti sulla legge elettorale, proviene da un anonimo deputato leghista. Ma il terrore, quello di non riavere la poltroncina rossa, è trasversale. Ferisce in pratica mezzo Parlamento. Girano previsioni da paura, salmodiate tra i banchi d’Aula come versetti dell’Apocalisse. Alla Camera 130 pidiellini su 210 non torneranno più, e così pure se ci riprovano accadrà a 35 leghisti su 60 (ma ci sono sondaggi che li danno sotto la soglia fatidica del 4 per cento).
Spazzati via i Responsabili e gruppuscoli satellite del centrodestra (altre venti-trenta persone), letteralmente dimezzati i futuristi. A casa – stando alle regole del Pd – un’ottantina di parlamentari democratici, candidati alla rottamazione per legge interna. Mentre il gruppo dell’Italia dei Valori attende d’essere raso al suolo in nome del rinnovamento. Insomma una carneficina. Molto più ampia di un fisiologico turnover.
Conclusione degna di una legislatura lunga, sgangherata e ormai estenuante, cominciata all’insegna dell’ordine costituito e finita in una inarrestabile slavina dell’esistente. In mezzo alle rovine si aggira, dunque, il gregge di coloro che non torneranno. Una marea dolente, il cui lamento non è ancora esploso ma serpeggia eccome. Centinaia di persone, centrodestra per lo più, che ballano l’ultima estate, l’ultimo tango da parlamentari: odore della fine che accomuna sconosciuti baciati dal colpo di fortuna, elefanti marini arrivati a fine corsa, ragazze non più ragazzine, vecchi non anziani, stufi, entusiasti e non rassegnati.
Fra qualche mese, dopo la mareggiata delle elezioni, la gran parte di loro non ci sarà più. Non là dentro, almeno, ma fuori, nel vasto mondo e ignoto. Molti già l’hanno capito – come il peone di rango Mario Pepe che teorizza un ritorno al policlinico Umberto I, dove è in aspettativa da endocrinologo. Altri, come supernovae che brillano pur essendo stelle morte, non se l’aspettano.
INCONSAPEVOLI. «Io sto lavorando come e più di prima, incertezza non ne vedo, ho un sacco da fare e sono molto sereno», si bea Maurizio Paniz. Balzato di botto, un annetto fa, nell’olimpo berlusconiano in quanto alfiere della strepitosa teoria per cui il Cavaliere credeva seriamente di tutelare, in Ruby la nipote di Mubarak, l’avvocato di Belluno continua a lavorare così, «con tutto l’impegno possibile», come ai tempi in cui pareva la quadratura del cerchio (un nuovo Ghedini, non dipendente del Cav), ma con gli occhi chiusi sul futuro: «La prossima legislatura? Un problema che non mi sono posto. Sono sereno, molto sereno, molto», spiega bordeggiando la rimozione.
Forse, l’atteggiamento di chi, privo di una cordata che lo agganci a una rielezione, si puntella da sé. Come fa
Catia Polidori, pidiellina di ritorno (fu ricompensata con un posto da viceministro) che, nella speranza di recuperare (forse) posizioni, intanto socializza dando feste. Sempre sorridenti, e per lo più sostanzialmente inconsapevoli, le cosiddette “ragazze”, le quindici-venti giovani e belle del Pdl come Gabriella Giammanco e Barbara Mannucci: a rischio, in realtà, non tanto perché Berlusconi non intenda garantire la categoria in sé (“Forza gnocca” è tra le poche sue certezze), quanto perché – spiegano spietati – «esiste già il ricambio, le nuove leve: stessa categoria, più giovani».
EX PICCONATORI . Nel si salvi chi può di un Pdl dove ormai si ragiona nelle proporzioni del ne sopravviverà uno su tre, stile formicaio impazzito, particolarmente abili nel consolarsi da soli (perché già sicuri di essere falciati via) sono quelli che hanno picconato la coda del berlusconismo di governo.
«Io francamente mi sarei anche stufato di stare in un posto dove si fa sempre il contrario di quel che sostengo», dice Giorgio Stracquadanio, da un anno in cerca di una strada diversa, da ultimo insieme con Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e altri (vedasi la neo associazione “Un’altra Italia”): «Non dovesse funzionare, avrei il mio piano B: comunicazione d’impresa, relazioni istituzionali. Qualche proposta di consulenza l’ho già avuta», prova a rassicurarsi. Il partito di chi, in mancanza di un futuro da parlamentare, si ricorda di avere un’alternativa, è del resto folto – e va forte soprattutto tra chi sa di aver tirato molto la corda.
«Tornerò a fare l’avvocato, pazienza. Peccato però», ripete da mesi (a giorni alterni) il futurista Nino Lo Presti, che qui si prende ad esempio per quella trentina di parlamentari che ha seguito fino in fondo Gianfranco Fini nel divorzio da Berlusconi, e che oggi sa che, tra grandi coalizioni e società civile, ben che vada ci sarà spazio per una metà del gruppo attuale. «La paura della rielezione», l’ha chiamata il presidente della Camera nell’ultima riunione, beccandosi applausi caldi e spauriti (del resto il leader centrista Pier Ferdinando Casini, potesse decidere da solo, ne salverebbe giusto due: Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno).
AUTO-ROTTAMATI . «Il cosa fare nessuno lo sa, bisogna aspettare che passi agosto. Però certo, l’idea di
mollare c’è: un altro giro, mi chiedo, per fare cosa?». Paolo Guzzanti, agitatore d’altra stagione (si pensi alla Mitrokhin), oggi parte di una componente liberale del gruppo misto («Siamo in tre»), dà voce a una ipotesi che – a carature e forze d’urto diverse – percorre nomi noti del Parlamento.
Prossimo al passo indietro, dicono nel Pdl, è per esempio Sandro Bondi, per il quale è già apparecchiato un posto in Mondadori: l’apparente mite triumviro del Pdl, che ormai siede mansueto nella sua poltroncina da senatore con l’aria di chi alla politica non saprebbe più che chiedere, potrebbe così lasciare spazio per la rielezione della compagna Manuela Repetti (peraltro anche in questo caso tutt’altro che scontata).
Si vocifera, poi, che Claudio Scajola stia cercando sì di piazzare i suoi (forse con Casini) ma restando lui fermo un giro: non a sua insaputa, stavolta, ma in rottamazione forzata, causa una legislatura nella quale, a furia d’essere evocato, si è soprattutto consumato. Nel Pd, invece, l’aver ventilato Massimo D’Alema di essere forse disposto al passo indietro ha diffuso il panico tra i big: Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Franco Marini, Livia Turco, Walter Veltroni, Beppe Fioroni, Giovanna Melandri e la restante ottantina di parlamentari che ha raggiunto il limite dei tre mandati previsto dallo statuto del partito. Perché è vero che sono prevedibili (non poche) eccezioni alla regola, ma se il lìder Maximo volesse sua sponte non ricandidarsi, sarebbe assai più difficile per gli altri tenersi lo scranno. Di qui l’agitazione.
VIETATO MOLLARE. «Sono entrato in Parlamento per cambiare la politica, da dentro è 100 mila volte peggio che da fuori, ma voglio continuare». Santo Versace, ex Pdl, ora deputato Api, resiste attaccato allo scoglio e non lo nega. Non è che facciano a gara per contenderselo: «Ma io non mollo. Chi mi candiderà? Si vedrà, non lo so. Vorrei un movimento nuovo, leader nuovi. A Parma avrei votato per Pizzarotti, ma di diventare grillino non me la sento. Vedremo».
Più raffinato, il centrista Rocco Buttiglione gioca l’argomento del cosa farebbero senza di me: «È bello il segnale per cui rinnovamento significa che qualcuno va a casa, e a me non dispiacerebbe tornare all’Università», dice il professore che siede in Parlamento da diciotto anni. Poi aggiunge: «Però sto contribuendo a generare un nuovo partito, non mi sembrerebbe leale lasciare proprio ora». Ci rifletterà, assicura.
PRIMA FILA ADDIO . Domenico Scilipoti, reuccio dell’epoca dei Responsabili, da qualche tempo è ancora più agitato del solito. Ha capito che si è abbattuto su di lui lo stesso virus che colpì Clemente Mastella ai tempi della caduta del secondo governo Prodi: preziosissimo fino a un momento prima, «inacquistabile» un momento dopo (proprio così lo definì il Professore).
Additato oggi come sovrana causa della rovina del governo Berlusconi (altro che tappeti rossi) Scilipoti ha annunciato l’abbandono del gruppo Popolo e territorio per dedicarsi anima e corpo alla sua creatura dall’impronunciabile sigla Mrn: dove finirà, non sa. Su tutt’altro livello, ma accomunati dalla cesura netta tra un prima e un poi, ce ne sono tanti.
Ex golden boy come il leader dell’Api Francesco Rutelli che, in attesa di riprendersi dal colpo mortale dell’inchiesta sui rimborsi della Margherita che ha portato in galera il suo ex tesoriere, si sarebbe fatto garantire una postazione nel polo casiniano: a patto però – par di capire – che tenga almeno per qualche tempo un conveniente basso profilo.
O Giulio Tremonti: già leader in pectore del centrodestra berlusconiano, già protagonista di qualsiasi scenario politico-istituzionale, squagliatisi tra le mani Pdl e Lega (per non parlare delle proprie aspettative dopo il caso Milanese) starebbe lavorando con l’ottantacinquenne Rino Formica per rifare una sorta di partito socialista. Un futuro scintillante.
SPETTRO GRILLINI . Non è solo lo stare all’opposizione del governo Monti che accomuna i parlamentari di Lega e Idv. È anche l’incertezza verso il proprio futuro, diversamente minato dal Movimento 5 Stelle, che incarna in modo più efficace l’attacco ai tecnici e all’ordine esistente.
Nel Carroccio, l’annuncio del “via da Roma” del neosegretario Roberto Maroni è soprattutto oggetto di rimozione collettiva: tra gli 80 parlamentari leghisti in teoria prossimi a fare le valigie, c’è chi dice di aver «comunque già aperto una segreteria elettorale in Valcamonica, non si sa mai»; chi teorizza la soluzione schizofrenica di un piede a Roma e un altro in Padania; chi, come Jonny Crosio, immagina disperato l’espatrio elettorale: «Mi potrei candidare in Svizzera».
Nel partito di Antonio Di Pietro, invece, la faccenda ha preso una piega strana: il leader ha infatti
annunciato l’intenzione di radere al suolo l’attuale dirigenza, non tanto perché scottato dalle esperienze scilipotesche, ma soprattutto perché si attrezza contro la concorrenza dei grillini. Conseguenza: terrorizzati dal finire sotto la mannaia, i parlamentari dell’Idv non aprono più bocca.
Non si azzardano a criticare il leader in pubblico (vedasi il più recente attacco a Napolitano, ad esempio), e nemmeno a discuterci in privato: nelle ultime due riunioni del partito, a differenza del solito, ha parlato solo Di Pietro e tutti rasenti il muro. Risultato: il para-grillino Franco Barbato, sempre più raffinato («Avete rotto i coglioni»), dilaga. Lui, par di capire, tornerà.
Susanna Turco per “l’Espresso“
Napolitano intercettato. Il Quirinale adesso è nel panico
Ma esistono davvero quelle registrazioni che hanno “pizzicato” la voce di Napolitano al telefono con Mancino? Quante sono? E cosa dice il Capo dello Stato in quei colloqui che hanno gettato nello scompiglio lo staff del Colle, provocando fibrillazioni ai piani più alti del giornalismo italiano?
Ora dagli uffici giudiziari romani arriva a Palermo una richiesta ufficiale di informazioni sulle misteriose intercettazioni telefoniche, tuttora top secret, che avrebbero registrato la voce del Capo dello Stato, al telefono con Nicola Mancino, coinvolto nell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato e impegnato in un’azione di pressing sul Quirinale per evitare di finire nel registro degli indagati.
Una lettera proveniente dall’Avvocatura dello Stato di Roma è stata recapitata nei giorni scorsi al Procuratore di Palermo Francesco Messineo con una richiesta formale di chiarimenti sulla presenza – nei brogliacci dell’indagine non ancora depositati – di alcune trascrizioni di conversazioni telefoniche che avrebbero captato la voce di Giorgio Napolitano.
“Una lettera dell’avvocatura dello Stato? Si tratta di una cosa riservata, e sulle cose riservate non rispondo”, ha detto al Fatto Messineo, che adesso ha il compito di redigere una risposta, dopo avere ricevuto le controdeduzioni dal pm chiamato in causa nella missiva, Nino Di Matteo.
Nel documento, redatto su input della segreteria generale del Quirinale, l’Avvocato dello Stato chiede a Messineo di confermare o smentire l’esistenza di quelle intercettazioni, facendo esplicito riferimento a un’intervista pubblicata il 22 giugno scorso dal quotidiano Repubblica, nella quale Di Matteo sosteneva che “negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del Capo dello Stato, e questo significa che non sono minimamente rilevanti”, ma poi, riferendosi alle intercettazioni non ancora depositate, aggiungeva: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip, saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”.
Un’affermazione che evidentemente ha attivato l’interesse della segreteria generale del Colle che, adesso, su quelle bobine di Palermo vuole vederci più chiaro. Una curiosità condivisa da un altro inquilino temporaneo del Quirinale, il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio che, ai sensi dell’articolo 116 del cpp, chiede formalmente di accedere agli atti dell’inchiesta sulla trattativa e in particolare alle trascrizioni di tutte le telefonate che lo riguardano.
Nella sua lettera, in pratica, lo spin doctor del Quirinale fa sapere di voler acquisire per intero il voluminoso dossier delle intercettazioni che hanno registrato – dallo scorso novembre fino alla primavera di quest’anno – la nervosa escalation di telefonate da parte di Mancino, impegnato in una costante invocazione di aiuto e protezione nei confronti del Colle.
Alla richiesta di D’Ambrosio fino a questo momento la procura non ha risposto, lo ha fatto invece Di Matteo che avrebbe già fornito per via gerarchica, al capo del suo ufficio, tutti i chiarimenti richiesti sui passaggi dell’ intervista a Repubblica.
E mentre da Viterbo, ospite della rassegna “Caffeina cultura”, il Procuratore nazionale Antimafia Pietro
Grasso ribadisce che “le intercettazioni del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non possono essere distrutte, se non dopo l’autorizzazione da parte di un giudice, sentite le parti e i loro avvocati”, il procuratore Messineo è tornato ieri sulla nuova nota di Scalfari, che dalle colonne del quotidiano romano ha citato norme e codici, e persino una sentenza della Corte costituzionale in materia di uso giudiziario di attrezzature di sorveglianza.
“Premesso che non ho lezioni da dare a nessuno – ha detto il Procuratore di Palermo – il fondatore di Repubblica è entrato ieri nelle specifico delle norme presuntamente violate; la risposta non può che attenere, dunque, a un contesto di carattere giuridico”. “Scalfari – esordisce Messineo – cita norme vigenti, operative ed efficaci nel caso dell’intercettazione diretta, ma non è questa la fattispecie che ci troviamo ad analizzare”.
“In questo caso – prosegue il capo dell’ufficio – si tratta di un ascolto occasionale, e cioè dell’ascolto della voce di una persona coperta da immunità a colloquio con un’altra legittimamente sottoposta a intercettazione. In questo ambito le norme citate da Scalfari non possono trovare applicazione”.
Ma non solo. A sostegno della sua tesi, il fondatore di Repubblica cita anche una sentenza della Corte costituzionale. “Mi è sembrata una citazione poco pertinente – replica Messineo – il riferimento ci ha incuriositi e siamo andati a leggere quella sentenza. Se non ricordo male prende in considerazione il caso della liceità di una ripresa video di un locale sospetto, sottoposto a controllo, ma non ha nulla a che vedere con personalità coperte da immunità”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per il “Fatto quotidiano“
Casini pronto all’inciucione
1 – CASINI, NON SONO STUFO DI UDC MA CASACCHE POLITICHE SUPERATE
(ANSA) – “Non mi sono stufato dell’Udc ma le attuali casacche politiche sono ormai superate”. Lo dice il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, partecipando ad un dibattito con Enrico Cisnetto e Giuliano Ferrara. Secondo Casini nel 2012 non serve più un partito di cattolici che è “superato” così come non servono più partiti leaderistici su cui, riflette, “abbiamo già dato”.
2 – CASINI: SPERO CHE MONTEZEMOLO VOGLIA SCENDERE IN CAMPO (AGI) – “Ben venga Montezemolo, e’ una personalita’ che ha fatto tante cose, ha messo insieme persone che ragionano e io spero che lui e queste persone scendano in campo”. “Mi auguro – ha aggiunto Casini – che quelle persone vogliano dare il loro contributo. Io non mi sono stufato dell’Udc, in senso dispregiativo, pero’ non c’e’ dubbio che le attuali casacche politiche vanno tutte superate: abbiamo necessita’ di creare delle coalizioni politiche, non omologate, ma omogenee”. A questo proposito, Casini ha anche rivelato un suo personale “sogno”: quello di “vedere Enrico Letta e Angelino Alfano dalla stessa parte” perche’, ha aggiunto “che motivo hanno per non militare nello stesso partito?”. Stessa cosa valga per Fioroni e Fitto: io vorrei stare nella loro stessa, comune casa”.
3 – GOVERNO: CASINI, MONTI IN POLITICA? SAREBBE AUTOLESIONISMO (AGI) – “Il giorno in cui Monti dovesse scendere in campo con una sua formazione politica perderebbe il suo aplomb, la popolarita’ che si e’ fin qui guadagnata”. Lo ha detto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, durante il faccia a faccia con il direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, moderato da Enrico Cisnetto che con il suo ‘Roma Incontra’ ha organizzato l’evento presso l’Auditorium dell’Ara Pacis. Per Casini, se Monti dovesse compiere un’azione di questo genere: “sarebbe un atto di autolesionismo, contraddittorio. Monti e’ una persona trasparente, non ha secondi fini”, ha chiosato Casini. .
4 – RIFORME: CASINI, INCONTRO CON ALFANO E BERSANI NEI PROSSIMI GIORNI (ASCA) – ”Ci vedremo con Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani nei prossimi giorni perche’ siamo in zona Cesarini in materia di riforme costituzionali. Se vogliamo farle dobbiamo impostarle in Parlamento prima di Pasqua o i tempi tecnici non ci saranno piu”’. Lo afferma il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, durante un dibattito alla manifestazione ‘Roma incontra’ con il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara.
5 – FERRARA: BERLUSCONI SI SVEGLI E OFFRA PREMIERSHIP A CASINI (TMNews) – “Berlusconi sta dormendo. Si svegli e dica a Casini ‘il candidato a Palazzo Chigi sei tu’, gli lasci la guida di Tutti per l’Italia, una formazione che intercetti il significato del governo Monti”. Giuliano Ferrara è convinto che sia questa la formula per scongiurare – se nel 2013 si va al voto con l’attuale legge elettorale – “un governo laburista con Vendola ministro del Tesoro”. Il direttore del Foglio lo ha spiegato anche allo stesso leader dell’Udc, ospite con lui dell’appuntamento ‘Romaincontra’ organizzato all’Auditorium dell’Ara Pacis, sollecitandolo a incontrare il Cavaliere, evocando addirittura l’incontro tra Nenni e Saragat a Pralognan.
Casini, però, non cede. Non ci sta a “una sorta di restyling del Pdl magari con me dentro…Se non cambia la legge elettorale, io ho già scelto. Vado al centro cercando di mettere in piedi una formazione politica che sia capace di raddoppiare i consensi e il giorno dopo le elezioni propongo agli altri partiti di ricreare le condizioni che ci sono oggi”, cioè le larghe intese. Ma Ferrara ha insistito suggerendo al leader Udc cosa proporre a Berlusconi: “Devi dirgli che se vuole fare una ‘pecionata’ appiccicando l’Udc al Pdl tu non ci stai, a costo di far vincere i laburisti. O delega Alfano a trattare con te una candidatura a premier altrimenti ci ritroviamo Vendola ministro delle Comunicazioni”.
Uno spauracchio quello del leader di Sel alle Comunicazioni che, secondo Ferrara, potrebbe far breccia in Berlusconi più della prospettiva di un ministero del Tesoro affidato all’attuale presidente della Regione Puglia. Casini tuttavia preferisce non sbilanciarsi, è “attendista”, come rileva Ferrara, ancora attento a quanto accade nel Partito democratico: “Il Pd avrà tutti i problemi che ha, oggi criticarlo è lo sport nazionale, ma il Pd non è Vendola e non è l’Idv. E’ fatto di persone affidabili che sotto il profilo economico non la pensano diversamente da me e Ferrara”.
La beffa della nuova Imu, sulle seconde case risparmiano i più ricchi
Secondo i calcoli della Cgia di Mestre e della Uil, la tassazione della seconda casa diventerà più alta per i redditi annui intorno ai 25mila euro ma scenderà per chi ha, ad esempio, un reddito di 100mila euro. E sulla stangata peseranno le nuove aliquote di base dei Comuni
La mazzata c’è ma non è per tutti. A salvarsi dal salasso Imu (imposta municipale unica) non saranno però categorie particolarmente deboli ma anzi i benestanti con casa vacanza o che affittano un’abitazione in nero. Non solo non subiranno un inasprimento del prelievo ma in alcuni casi arriveranno addirittura a risparmiare qualcosa rispetto al sistema di tassazione precedente. Quello che appare come un vero e proprio obbrobrio tributario deriva dal fatto che l’Imu sostituisce sia l’Ici sia l’Irpef sui redditi fondiari che si applicava agli immobili non affittati. In questo modo viene meno la progressività del prelievo tipica dell’Irpef a tutto vantaggio di chi guadagna di più.
Secondo la Cgia di Mestre la tassazione sulla seconda casa di un proprietario con reddito di 100mila euro lordi annui potrebbe, ad esempio, scendere di 14 euro e passare da 1163 a 1149 euro. Viceversa se il proprietario guadagna 25mila euro il prelievo sale da 641 a 766 euro. A conclusioni simili arrivano simulazioni effettuate della Uil. Per redditi fino a 23mila euro annui l’aumento medio del prelievo su una seconda casa di 90 mq viene calcolato in 95 euro. Al contrario un lavoratore autonomo che guadagna più di 90mila euro risparmierà 7 euro.
Tolti questi casi per tutti gli altri sono dolori. L’Imu rappresenta infatti l’architrave della manovra lacrime e sangue varata lo scorso dicembre dal governo Monti ed è una fonte di introiti a cui si abbeverano in molti. Lo Stato centrale, innanzitutto, che si attende incassi per 10 miliardi di euro ma anche i Comuni che, alzando le addizionali di base, cercheranno di compensare i tagli dei trasferimenti. La prima casa risulta in parte “graziata” in virtù di una detrazione base di 200 euro che sale di altri 50 per ogni figlio a carico. Lo sgravio si applica alla cifra ottenuta dal valore catastale dell’immobile aumentato del 5% e poi moltiplicato per l’aliquota del 4 per mille. Tuttavia per appartamenti dai tre locali in su il conto finale risulta lo stesso salato. Secondo i calcoli de Il Sole 24 Ore, per un 100 mq in zona semicentrale a Roma è infatti previsto un prelievo di oltre 800 euro mentre per lo stesso tipo di abitazione a Torino o Bologna l’Imu costerà tra i 600 e i 700 euro.
Nel caso delle seconde abitazioni le aliquote salgono (al 7,6 per mille), le detrazioni spariscono e i conti finali si fanno davvero da brivido. Ecco alcuni esempi: per chi ha scelto di affittare con regolare contratto un’ abitazione di 100 mq a Milano il prelievo vola dai 431 euro del 2011 agli oltre 1300 euro di quest’anno; a Roma si sale invece da 739 a 1790 euro mentre a Lecce da 268 a 593 euro. Va anche peggio al proprietario che ha optato per il canone concordato. In questo caso, ha calcolato Confedilizia, gli aumenti possono variare dal 300% di Siena fino al 700% di Parma con un record assoluto a Forlì dove il rincaro supera il 3000%.
Stessa brutta musica per gli uffici. Chi possiede 250 metri quadri a Roma dovrà prepararsi a versare all’erario oltre 10mila euro contro i 4mila che pagava prima. A Milano il prelievo triplica da 3mila a 9 mila euro, a Torino da 2.800 ad oltre 9mila. Negozi e terreni agricoli sono a loro volta colpiti duramente dal nuovo prelievo con rincari spesso superiori al 100% e con un’ ulteriore beffa finale per tutti i cittadini. Secondo Federconsumatori, l’aumento della tassazione sui terreni si trasferirà in parte sui prezzi finali dei prodotti agricoli così come l’inasprimento del prelievo sui negozi causerà verosimilmente un rincaro su tutte le merci in vendita. Il risultato finale sarà una spesa aggiuntiva di 185 euro in media a famiglia.
Mauro Del Corno
Politico mondo marcio…
1 – MONTI: ‘SE IL PAESE NON SI SENTE PRONTO NON CHIEDEREMMO DI CONTINUARE’
Radiocor – ‘Se il Paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data’. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, a proposito della riforma del lavoro. Citando una massima di Giulio Andreotti, ‘meglio tirare a campare che tirare le cuoia’, Monti ha spiegato che per lui ‘nessuna delle due espressioni vale perche’ l’obiettivo e’ molto piu’ ambizioso della durata ed e’ fare un buon lavoro’.
2 – LAVORO: MONTI, CON PIU’ TEMPO FORSE RIFORMA MIGLIORE (ANSA) – “Avrebbe fatto piacere anche a me e al ministro Fornero avere a disposizione 3 anni”, come li ebbe la Germania “e sicuramente sarebbe uscita una riforma del lavoro ancora migliore”. Mario Monti, a margine del vertice di Seul, torna a parlare della riforma che tante polemiche ha suscitato in Italia. Il premier ha comunque sottolineato che, anche grazie ai tanti studi che esistono in materia, nonostante i tempi stretti, il governo ha fatto il meglio possibile.
3 – LAVORO: MONTI, ORA OBIETTIVO E’ SPIEGARE RIFORMA (ANSA) – “Ora credo che il dovere che abbiamo é di spiegare sempre meglio e in modo più persuasivo questa riforma” del lavoro “che era notoriamente un punto tra i più difficili”, allo scopo di “cercare di convincere l’opinione pubblica e il Parlamento”. Così Mario Monti, durante un briefing con la stampa a margine del vertice di Seul.
4 – SPAGNA-ITALIA: RAJOY A MONTI, NON FAREI QUESTE DICHIARAZIONI
(ANSA) – Rimane qualche nuvola nei rapporti fra il premier spagnolo Mariano Rajoy e Mario Monti dopo le parole di sabato del capo del governo italiano a Cernobbio, criticate ancora oggi dalla stampa di Madrid, che avevano provocato il “malessere” della Moncloa. Al suo arrivo a Seul per il ‘vertice nucleare’, i cronisti hanno chiesto a Rajoy di rispondere a Monti, che aveva parlato di “grande preoccupazione” dell’Europa rispetto alla Spagna. Il premier di Madrid, riferisce la stampa spagnola, non ha voluto commentare le dichiarazioni di Monti, ma ha solo risposto ai giornalisti: “Diciamo che io non farei mai dichiarazioni di questo tipo”. Secondo i giornali spagnoli un incontro fra i due premier è in programma domani nella capitale coreana.
5 – ITALIA-SPAGNA: MONTI SCHERZA, MEGLIO TACERE PER UN PO’ (ANSA) – Mario Monti scherza sulle polemiche provocate in Spagna per le sue frasi sul rischio di contagio di Madrid sul resto di Eurolandia. Di Madrid, ha detto sorridendo in risposta a una domanda sul divario tra Italia e Spagna in materia di turismo, “per uno o due giorni non parlo: è un Paese che ammiro sempre in tutto quello che fa…”.
6 – MARO’: MONTI, CON PROVE MUSCOLARI MENO CHANCE SUCCESSO (ANSA) – “Se l’obiettivo non è quello di avere espressioni di consenso nel Paese da parte di chi si sente più accesamente italiano e vorrebbe che si battessero i pugni, ma è quello di alzare il più possibile le probabilità di esiti non sfavorevoli – date le circostanze – e di accelerare gli esiti non sfavorevoli, credo sia importante avere azioni più pazienzi ma forse più profonde”, ha aggiunto Monti.
Quanto alla pazienza nota come virtù indiana, il premier ha rilevato che “in questo caso è una virtù indiana che si richiede anche a noi e mi rendo conto che in particolare le famiglie di questi due militari trovino duro avere fiducia, freddezza e pazienza come è necessario, d’altra parte sono situazioni oggettivamente molto complicate, ci sono stati due cittadini indiani morti”.
7 – INDIA: MONTI, IMPEGNO SINGH PER LIBERAZIONE BOSUSCO
(ANSA) – Il premier Manmohan Singh “mi ha assicurato che farà tutti gli sforzi da parte indiana per liberare”, Paolo Bosusco, ancora nelle mani dei ribelli maoisti, dopo la liberazione di Colangelo. Lo ha riferito il presidente del Consiglio, Mario Monti, in merito alla bilaterale avuto con Singh, a margine del summit nucleare in corso a Seul.
8 – CRISI: MONTI, RASSICURO INVESTITORI SU DOPO 2013 (ANSA) – I leader dei paesi emergenti e non hanno il “palpabile desiderio” di investire in Italia, ma poi chiedono cosa succederà dopo il 2013 e io “li rassicuro” sul fatto che le cose stanno cambiando. Così Mario Monti, a margine del vertice di Seul, sottolinea che per l’arrivo di nuovi investitori “ci vorrà del tempo”.
9 – LAVORO: FERRERO, BENE MONTI, SE NE VADA DAVVERO (ANSA) – “Accogliamo con favore l’esternazione del premier Monti, che dice che se l’Italia non é pronta il governo se ne potrebbe pure andare: confermiamo che gli italiani non sono pronti a farsi macellare da questo governo dei poteri forti. Se ne vadano subito a casa prima di fare altri danni”. Lo afferma il segretario del Prc Paolo Ferrero. “Con Berlusconi – sostiene – pensavamo di aver visto tutto, ma Monti è riuscito a stupirci: ha trasformato l’Italia in un protettorato tedesco in cui comanda la Merkel, ha messo in ginocchio l’economia, sta distruggendo il welfare e attaccando a testa bassa i diritti dei lavoratori a partire dall’articolo 18. Prima se ne va a casa questo governo e meglio è per il paese”.
10 – BAGNASCO, E’ TEMPO DI RINNOVARE TUTTI I PARTITI
(ANSA) – E’ bene approfittare di questa fase “per rinnovare i partiti, tutti i partiti: non hanno alternativa se vogliono tornare – com’é fisiologico – ad essere via ordinaria della politica ed essere pronti – quando sarà – a riassumere direttamente nelle loro mani la guida del Paese”. Lo ha detto il card. Angelo Bagnasco. (
11 – BAGNASCO, ABORTO ED EUTANASIA MINANO GARANZIE DELLO STATO (ANSA) – “Quale tranquillità può garantire uno Stato che permette aborto, eutanasia, suicidio assistito, infanticidio?. Quando il piano è stato volutamente inclinato chi può prevedere e guidare la deriva? Il limite sarà spostato sempre oltre”. Così il card. Bagnasco. Il presidente della Cei condanna come “mostruose” le tesi sulla soppressione di bimbi con malformazioni emerse in sede scientifica e avverte che “non ci sono vite non degne” né “esistono razioni economiche per sopprimere o abbandonare una vita malata”.
12 – BAGNASCO, NO A DIVORZIO BREVE, INDEBOLISCE LA SOCIETA’ (ANSA) – “In una cultura del tutto-provvisorio, l’introduzione di istituti che per natura loro consacrino la precarietà affettiva, e a loro volta contribuiscano a diffonderla, non sono un ausilio né alla stabilità dell’amore, né alla società stessa”. Lo ha detto il presidente della Cei, card. Bagnasco, citando espressamente il divorzio breve e difendendo la famiglia, che “non può essere dichiarata cosa d’altri tempi”.
13 – BAGNASCO, VICINI A SILVESTRI, LAMOLINARA E ITALIANI RAPITI
(ANSA) – “Vogliamo esprimere la nostra vicinanza ai connazionali ancora – in diversi Paesi e per diverse congiunture – sotto sequestro, affinché quanto prima siano lasciati liberi” e “porgiamo le più sentite condoglianze ai familiari dell’ingegner Franco Lamolinara e del sergente Michele Silvestri, che hanno perso la vita in circostanze drammatiche”. Così il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco ha ricordato gli italiani rapiti e uccisi recentemente in aree di guerra e o di conflitto.
14 – PD: DIREZIONE VOTA ALL’UNANIMITA’ RELAZIONE BERSANI (ANSA) – La Direzione del Pd ha votato all’unanimità la relazione del segretario Pier Luigi Bersani che, pur impegnandosi al sostegno al governo Monti, chiede tra l’altro in Parlamento modifiche alla riforma del lavoro per “colmare le lacune” sull’art.18.
15 – L. ELETTORALE:PARISI A BERSANI, AZZERARE INIZIATIVA VIOLANTE (ANSA) – “E’ bene che Bersani continui a ripetere che una nuova legge elettorale sia ‘prioritaria e indifferibile’. Sarebbe però meglio e anche più onesto che Bersani avesse il coraggio di riconoscere che la legge che lui dichiara ‘prioritaria e indifferibile’, quella che Violante, sotto la guida di D’Alema, a nome del partito sta cercando di varare assieme a Berlusconi e Casini, rappresenta il rovesciamento della ispirazione che ha accompagnato la nascita del PD e che è ancora depositata nelle carte e nelle delibere ufficiali del partito”: così Arturo Parisi in una nota.
“Al posto di una legge che consenta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e il governo che si propone alla guida del paese – aggiunge – il gruppo dirigente del Pd cerca da tempo di imporre con l’aiuto di Berlusconi e Casini, per di più in modo dissimulato, il mantenimento nelle mani dei capipartito della nomina della maggioranza dei parlamentari, aggiungendo a questo la delega a decidere del governo alle spalle degli elettori. In questo momento ‘prioritario e indifferibile’ è quindi l’approvazione di una nuova legge elettorale, ma a partire dall’azzeramento della inziativa promossa da Violante a nome del Pd, o dal riconoscimento dell’abbandono delle ragioni che sono alla base della nascita del partito. Senza questo azzeramento non si illuda Bersani che chi non intende arrendersi alla logica del fatto compiuto si presti a partecipare all’interno del partito a confronti già pregiudicati, o a legittimare decisioni che la dirigenza ha già preso e sottratto da tempo ad ogni aperta verifica democratica”.
16 – L. ELETTORALE: BINDI, BOZZA VIOLANTE NON MI CONVINCE (ANSA) – “Prima di una nuova cornice istituzionale, di cui non convince né l’ipotesi di sfiducia costruttiva né quella sul superamento del bicameralismo perfetto, la vera priorità è la riforma della legge elettorale”: lo ribadisce Rosy Bindi alla direzione del partito. “Bene la decisione di convocare l’Assemblea nazionale, come avevamo chiesto. Concordo sulle priorità indicate nella relazione di Bersani: restituire agli elettori la scelta dei parlamentari e la scelta delle coalizioni di governo. Non mi convince la bozza Violante – fa presente – e non sono d’accordo con l’impostazione di D’Alema: un conto è chiedere i voti per un partito e il suo programma di governo, altro è lasciare ai partiti le mani libere dopo il voto per formare le alleanze. Come si fa una campagna elettorale senza dire ai cittadini chi sono i nostri alleati e con chi vogliamo governare? Lo considero un passo indietro – conclude Rosy Bindi – che non farebbe bene alla politica, al Pd e al Bipolarismo”.
17 – L. ELETTORALE: PISICCHIO,SI’ TEDESCO PER CAMBIARE PORCELLUM
(ANSA) – “Guardiamo con rispetto al dibattito che si è aperto nel PD anche con riferimento alla riforma della legge elettorale. Vorremmo tuttavia che, coloro i quali criticano la cosiddetta ‘bozza Violante’ dal lato di una fideistica adesione allo schema maggioritario, tenessero conto del fatto che essa rappresenta il punto d’incontro possibile tra le forze politiche presenti in parlamento”: così Pino Pisicchio, capogruppo di Api alla Camera.
“Il quale fatto – aggiunge – vista la natura ‘sostanzialmente’ costituzionale della legge elettorale, significa che il sistema ‘tedesco’, che presenta forti connotati proporzionalistici, è il sistema che in questo contesto può diventare legge con la stragrande maggioranza del consenso. Fuori da questa ipotesi il ‘porcellum’ oggi in vigore, e che tutti vorrebbero abrogare, paradossalmente allungherebbe la sua ombra nera sulle prossime elezioni”.
18 – PAPA: MESSICO; PAESE LACERATO,CATTOLICI AIUTINO RINNOVAMENTO (ANSA) – Nel lasciare il Messico per dirigersi a Cuba, Benedetto XVI ha detto di partire “colmo di esperienze indimenticabili” per le “tante attenzioni e dimostrazioni di affetto ricevute”, ma anche di essere stato “testimone di segni di preoccupazione per diversi aspetti di questo amato Paese”, che “continuano a causare tante lacerazioni”.
Alla cerimonia di congedo all’aeroporto di Leon-Guanajuato, alla presenza del presidente federale Felipe Calderon, il Papa ha esortato “i cattolici messicani e tutti gli uomini e donne di buona volontà, a non cedere alla mentalità utilitarista, che – ha detto – finisce sempre col sacrificare i più deboli e indifesi”. “Li invito – ha concluso – ad uno sforzo solidale che permetta alla società di rinnovarsi dalle sue fondamenta per realizzare una vita degna, giusta ed in pace per tutti”.
19 – GAY:OTTIENE PERMESSO SOGGIORNO URUGUAYANO SPOSATO A ITALIANO (ANSA) – La Questura di Reggio Emilia ha rilasciato il permesso di soggiorno a Rafael, l’uruguayano che si era sposato in Spagna con Flavio, un cittadino italiano, che lo scorso 13 febbraio aveva vinto il ricorso presentato al Tribunale di Reggio Emilia dopo che la Questura gli aveva negato il documento. L’Associazione Radicale Certi Diritti aveva sostenuto il ricorso della coppia gay proprio a causa del fatto che la Questura di Reggio Emilia non rilasciava a Rafael il permesso di soggiorno perché in Italia il loro matrimonio non è riconosciuto.
“Ciò – sostiene l’associazione – in violazione del Trattato di Nizza, sulla libera circolazione e del Trattato di Lisbona sulla lotta alle discriminazioni”. Nel ricorso pur non richiedendo la trascrizione del matrimonio, materia che con il diritto di famiglia viene lasciata alla competenza esclusiva di ogni Stato membro dell’Unione Europea, si chiedeva l’applicazione delle norme che regolamentano la libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari. Il Tribunale aveva accolto il ricorso. “Il rilascio del documento a Rafael da parte della Questura di Reggio Emilia – scrive l’associazione – è il primo documento nella storia italiana che dà efficacia al riconoscimento dello status familiare delle coppie omosessuali, un altro grande passo di civilità per il superamento delle diseguaglianze e delle discriminazioni”.
20 – GAY: CONCIA (PD),SENTENZA REGGIO ENNESIMO SEGNALE A POLITICA
(ANSA) – “La sentenza del Tribunale di Reggio Emilia, che ha permesso a un giovane uruguayano sposato all’estero con un cittadino italiano di ottenere il permesso di soggiorno, grazie alle norme che regolamentano la libera circolazione dei cittadini europei e dei loro famigliari, è un altro importantissimo segnale che arriva alla politica italiana dopo le storiche sentenze della Corte di Cassazione, della Corte Costituzionale e il pronunciamento del Parlamento Europeo”.
Lo afferma la deputata del Pd Anna Paola Concia. “E’ ormai evidente che la magistratura italiana è chiamata, suo malgrado, a riempire un vuoto normativo – aggiunge la parlamentare – che ormai risulta inaccettabile per un paese che vuole stare dentro l’Europa. Le coppie omosessuali hanno dei diritti che devono essere garantiti e tutelati. Adesso è il tempo del Parlamento italiano, che ha il dovere di fare una buona legge, non più rinviabile, ristabilendo così l’equilibrio; in una democrazia il Parlamento fa le leggi e i giudici le applicano”. “Il ricongiungimento familiare e la libera circolazione delle persone sono pilastri fondamentali del processo di integrazione europea – conclude Concia – e il Governo Monti deve dar prova di credere fino in fondo nell’Europa, perché non si può essere europeisti sui temi dell’agenda economica e non esserlo quando si parla di leggi di civiltà”.
Lavoratori e Pensionati fate sacrifici, è per il bene del Paese, ce lo chiede l’Europa! Ma è davvero così?
Non so perché ma da qualche tempo con la scusa che occorre fare in fretta, che non c’è più tempo, che dobbiamo fare sacrifici per il bene del Paese, che siamo sul baratro, che dobbiamo stare attenti perché l’Europa ci osserva come un cecchino pronto a far risalire lo Spread, … l’uomo del Monti invece di attuare politiche volte a rilanciare il nostro Stato, progettare un orizzonte di reale crescita e sviluppo, ha di fatto messo in atto un operazione di mera macelleria sociale.
Il fine non troppo velato è raccattare più soldi possibile nel minor tempo possibile, scaricando i danni fatti dai suoi amici economisti sulle fasce medio basse e scardinare quelle poche ed effimere forme di tutela dei Lavoratori che ancora la Carta Costituzionale garantisce.
Se consideriamo che da oggi aumenta l’addizionale Irpef, presto riceveremo una stangata per il pagamento dell’IMU (che abbiamo appreso sarà molto più cara della vecchia ICI), l’IVA presto sarà portata al 23%, l’età pensionabile è stata elevata, si vuole cancellare l’articolo 18 (lasciandolo in vigore per i dipendenti pubblici), se ne deduce che è solo la parte più debole della nostra società che sta pagando il tributo del risanamento!
Dell’equità tanto propagandata da Monti e dai suoi Ministri non se ne ha notizie.
Se poi analizziamo il grande flop sulle liberalizzazioni (tassisti e farmacisti ringraziano), l’infima riduzione delle spese militari (oltre ad aver ordinato altri 90 caccia F35 che i cittadini pagheranno 15 miliardi di euro ed incredibilmente non sono ancora stati richiamati i nostri soldati dai territori di Guerra!), l’irrisorio prelievo una-tantum del 1,5% sui capitali fatti rientrare in Italia con lo scudo fiscale ed una Patrimoniale che non è ancora stata scritta, ci si chiede se ci volessero dei super tecnici pluri laureati alla guida di un Governo non eletto democraticamente, per spolpare i Pensionati d’Italia e cancellare i diritti dei Lavoratori!
In questo scenario surreale, da qualche giorno hanno ricominciato a balbettare frasi incomprensibili coloro che negli ultimi 20 anni ci hanno condotto fin qui.
I politici, si proprio loro, ve li ricordate? Pensavate di esservene liberati ed invece sono ancora li, a fare, … cosa non è dato sapere, ma notizie certe ci comunicano che lo stipendio continuano a riceverlo puntualmente e stanno maturando la loro bella pensione allo scadere della legislatura. Questa si che si chiama equità.
Ci avviciniamo alle amministrative di Maggio e quindi si sono aperti i giochi per accaparrarsi le ambite poltrone. Questo vuol dire che se fino ad oggi Monti ha avuto di fatto carta bianca nel proporre provvedimenti per perseguire i suoi obiettivi, da adesso i politicanti che siedono in Parlamento prima di avvallarli, devono ascoltare gli umori della Piazza.
É venuto il momento di prendere posizione su determinati argomenti, uno su tutti l’Abolizione dell’Articolo 18!
Premesso che il neopresidente di Confindustria Squinzi ha affermato che: “In linea generale non credo sia l’art. 18 a bloccare lo sviluppo del Paese. Le urgenze sono altre: burocrazia, mancanza di infrastrutture, costi eccessivi dell’energia, criminalità”
Napolitano continua a ripeterci che eliminando l’Art.18 non si avrà un incremento dei licenziati. Qualcuno lo avvisi che al momento in Italia le imprese hanno chiesto l’autorizzazione per 82 milioni di ore di cig con un aumento del 49,1% rispetto ai 55 milioni di Gennaio e che la Fiat, a Melfi ha cacciato tre lavoratori solo perché facevano i sindacalisti, mentre a Pomigliano richiama al lavoro solo i cassintegrati non iscritti alla Cgil!
Casini alle prese con la fusione a freddo di un grande centro ha già detto che per lui si può procedere alla cancellazione.
Bersani ed il Partito Democratico, alle prese con diverse visioni del mondo del lavoro, inizialmente d’accordo con la riforma Fornero, dopo la grande manifestazione FIOM del 9 Marzo ed a seguito della proclamazione dello Sciopero Generale indetto dalla CGIL, ora forse sembra essere tornato sui suoi passi.
Alfano ed il PDL si riscoprono sempre più in sintonia con le scelte di Monti. Anche perché di fatto è sospesa la trattativa per le concessioni delle frequenze televisive ed in RAI non avverrà nessun commissariamento per risanarne il bilancio.
Mentre l’itinerante teatrino della Malapolitica riapre le rappresentazioni (il cui biglietto ci costa carissimo), in Europa e precisamente nell’industriosa Germania, è consentito ad ogni licenziato, per qualunque motivo, di appellarsi al giudice che può decidere sempre fra l’indennizzo e il reintegro.
E sempre nella tanto amata Europa, un operaio della Volkswagen oltre ad avere i diritti tutelati dalla legge, prende 2600 euro netti al mese! Quindi se davvero ci dobbiamo adeguare alle linee guida dettate dall’Europa facciamolo, ma seriamente!
Rocco Cipriano
Attivista MoVimento 5 Stelle
Caro Bersani e adesso chi glielo spiega alla CGIL (ed agli elettori) che il PD voterà SI alla Riforma del Lavoro?
Al Pd lo hanno battezzato il «disaccordo concordato». E ai più anziani tra i dirigenti del partito ha ricordato un termine del politichese del tempo che fu: le convergenze parallele. Tradotto, significa che a Largo del Nazareno sperano di gestire senza strappi, rotture e polemiche con la Cgil questa vicenda della riforma del lavoro.
Non sarà facile. Quando il provvedimento arriverà in aula il Pd sarà costretto a dire il suo sì, anche di fronte al no di Camusso. «Il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere in discussione», sottolinea infatti Enrico Letta. Bersani, che in serata parla con la leader della Cgil, preferisce non essere così esplicito. È fortemente irritato con il governo: «Non ha cercato con convinzione l’accordo. I patti non erano questi, i patti erano che si sarebbe tentata l’intesa in tutti i modi», è il suo rimprovero.
Quello che più temono in questo momento i vertici del Pd è lo scoppio di focolai di tensione sociale. Il segretario è stato chiaro con i suoi: «Prepariamoci, perché adesso si apre una fase non facile. La questione sociale esiste e potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Chi protesta, chi non ce la fa più a fare sacrifici va ascoltato». A questo proposito si mostra preoccupato anche Stefano Fassina: «Il governo rifiutando le aperture fatte dalla segreteria della Cgil alimenta una tensione sociale che non fa bene a nessuno. Quando parlava dell’articolo 18 in conferenza stampa Monti sembrava Sacconi».
Sul merito del provvedimento, come era prevedibile, nel Pd ci sono reazioni diverse. Beppe Fioroni non ha
dubbi: «Credo che sia stata trovata, sia nel metodo che nel contenuto, una soluzione importante. Si incentiva il lavoro a tempo indeterminato, vengono rafforzati gli ammortizzatori sociali, l’articolo 18 resta con una significativa manutenzione. Nella riunione, altro fattore degno di nota, si è registrata l’unità su tanti punti. Adesso nessuno faccia saltare il banco».
Di tutt’altro tenore le osservazioni di Fassina: «Da quello che si può capire finora ci sono dei punti positivi, ma anche molti buchi, per esempio per quel che riguarda gli ammortizzatori sociali. La parte che riguarda l’articolo 18 non va bene perché lo svuota completamente».
Secondo il responsabile economico infatti va introdotto il sistema tedesco nel senso pieno del termine, ossia affidando sempre al giudice la decisione, anche nel caso dei licenziamenti economici. La pensa nello stesso modo Cesare Damiano: «Il modello tedesco, al quale si fa spesso riferimento, prevede nel caso di licenziamento per motivi economici senza giusta causa di lasciare al giudice la possibilità di scegliere tra reintegrazione e risarcimenti».
La linea ufficiale del Pd sull’articolo 18 è questa. E pubblicamente Bersani dice: «Su questa riforma dovrà pronunciarsi il Parlamento». Come a dire che è pronto a chiedere delle modifiche: «Prenderemo le nostre iniziative», assicura Fassina. Ma Bersani sa bene che non si faranno altri passi avanti nella ricerca di un’intesa con la Cgil. Inevitabilmente, le strade del Pd e quelle del sindacato di Camusso si divideranno.
E a largo del Nazareno, nonostante le dichiarazioni contrarie, ci si prepara già ad affrontare l’eventuale richiesta del governo di inserire la riforma in un decreto.
Maria Teresa Meli per il “Corriere della Sera“
Alla faccia del «popolo sovrano»
Capita spesso, nella dinamica società in cui viviamo, di assistere a degli spettacoli, nei quali, di volta in volta, possiamo essere spettatori o protagonisti. È noto che un certo tipo di spettacolo, politico, soprattutto, legato allo spirito dell’inciucio, tende più a soddisfare le esigenze delle cricche che le necessità del Popolo. Ripetutamente, nel corso delle legislature, esso si è presentato come strumento di gozzovigliamento per gruppi privilegiati: i partiti.
Lo spettacolo, quindi, si è chiuso nelle corti, o segreterie signorili dei partiti proponendo argomenti e affrontando problemi di esclusivo interesse dei detentori del potere politico ed economico. Re con la corona ne sono rimasti pochi, ma re senza corona, ben più potenti degli antichi e pittoreschi sovrani, ne conosciamo tutti, e sono innumerevoli gli imbecilli d’Italia che girotondeggiando nel corridoio dei passi perduti, si sono ingrassati spergiurando sull’esercizio delle loro funzioni senza vincolo di mandato.
I gradi delle loro responsabilità sono differenti, ma continuano a macchiare la loro biografia con insufficiente ed artificioso riconoscimento. «La nomina di Monti -ha spiegato il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano- non è stato uno strappo istituzionale e non mi risulta il tradimento della volontà popolare». Che cosa debba intendersi per «popolo sovrano», non è dato sapersi. Nel BelPaese, la sovranità popolare è una clausola generale di emancipazione politica. E da questo siffatto sistema emerge un complesso e articolato disegno di democrazia politica, che in parte riproduce, ma in larga parte supera, gli schemi classici della democrazia rappresentativa borghese: il «popolo» sovrano è anche, ma non è solo, il corpo elettorale; «le forme» di espressione della sovranità popolare sono anche, ma non sono solo, quelle della elezione dei membri del parlamento.
Uno spettacolo di dubbio gusto in cui le grandi manovre sono imposte da avidi banksters attraverso proposte operative che i governi, tramite istituzioni parimenti occulte, si badano bene dal respingere con l’obiettivo strategico di giungere alla realizzazione di un progetto che prevede la instaurazione di un unico governo depositario del potere economico, politico e culturale che ci ha portato al disastro attuale: abolizione delle pensioni di anzianità, liberalizzazioni, blitz fiscali, lavoratori condannati a lavorare in eterno, giovani senza più speranza di un futuro migliore. Mutazioni profonde, talvolta sorprendenti per rapidità e disinvoltura, ma pur sempre avvenute all’italiana: in modo furbesco, confuso, e sotto la frusta di Berlino, Bruxelles e Francoforte.
Negli ultimi venti anni l’accelerazione del processo europeo ha riconfigurato e trasformato tutte le forze politiche. I mandanti all’interno del governo senza più sovranità nazionale sono personaggi già appartenuti all’establishment bancario e finanziario del quale recepiscono genuflessi gli ordini. Dalle grandi banche e dai gruppi della borghesia industriale del Nord, ai vescovi, ovvero i grandi elettori dell’attuale esecutivo. Il calcolo di questa porcilaia politica è quindi una grande coalizione, guidata da un ex commissario europeo, composta da partiti, oggi semidelegittimati nell’opinione pubblica, che possa meglio gestire i propri interessi, e le tensioni sociali derivanti da una ristrutturazione condotta a colpi di scure tedesca.
Ma molti elettori di questi partiti di plastica hanno capito di essere stati traditi e si comporteranno di conseguenza. La differenza tra il mondo delle fiabe e il nostro è che in quel mondo non avvenivano rivoluzioni.
Tratto da ilgraffionews
Lega Nord amministrative 2012
1- LEGA NORD, C’È L’INTESA CON TOSI
PER LA LISTA DEL SINDACO A VERONA
I vertici della Lega Nord e Flavio Tosi trovano finalmente ‘la quadra’ per la famosa lista del sindaco che si ricandida a Verona. Ma il mistero (fino a venerdì) resta. Perché nonostante Roberto Calderoli e il ‘ribelle’ di Verona si siano spesi in sorrisi davanti ai cronisti che li aspettavano al varco del Parlamento padano a Vicenza, nessuno sa ancora quale sarà – e se sarà – la lista di Tosi.
Ovvero se sarà una civica personale, come il sindaco aveva chiesto, o la lista della Lega più altre civiche di appoggio, ma non nominative. Calderoli ha invitato ad aspettare venerdì prossimo – probabilmente a Milano – quando “saranno presentati tutti i simboli che sosterranno la lista che porterà Tosi a fare il sindaco di Verona per la seconda tornata”.
La riunione vicentina ha offerto anche l’occasione ai vertici del Carroccio per difendere Davide Boni, il presidente del consiglio regionale lombardo indagato per corruzione, e a Bossi per attaccare il premier Mario Monti, “messo lì dalle banche per fare il cattivo”.
Su Boni e le accuse di mazzette, Bossi è stato chiaro: “Non credo a spartizioni tra Pdl e Lega – ha detto –
Personalmente non ho mai avuto sentore di cose del genere”. Più cauto è apparso Roberto Maroni: “Non lo difendiamo a oltranza – ha spiegato – Lo abbiamo incontrato e ha spiegato la propria posizione. Ci ha spiegato che non è vero niente e che questo personaggio che lo accusa è un millantatore”.
Lega all’attacco, invece, sul governo dei professori. “Ma quali mercati… – ha replicato Bossi ai cronisti che evidenziavano i segnali di miglioramento dello spread – Monti è un figlio delle banche e dell’Europa che rischia di fallire”.
Duro il Senatur anche sulle pensioni – “non ci piace la riforma Monti” – mentre sulla ‘foto di famiglia’ con assieme Mario Monti, Pierferdinando Casini, Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano non se l’è sentita di leggere il futuro: “Non lo so, non sono un mago”. La vicenda Boni, la rottura con Berlusconi, le fibrillazioni leghiste nel territorio non preoccupano comunque il movimento vista delle amministrative di maggio.
“Non penso che potrà andare male, la gente sa distinguere”, ha osservato Bossi. E sulla partita di Verona, Calderoli si è detto “convinto che Tosi riuscirà a superare il 60 per cento in prima battuta”.
La tipica espressione bossiana è stata usata stavolta da Flavio Tosi: “Finalmente è stata trovata la quadra. Perché nella nostra soluzione non c’è uno che prevarica l’altro e nessuno cede. Ci siamo parlati e abbiamo trovato l’accordo”. Difficile pensare che Bossi abbia fatto un passo indietro, dopo aver sibilato che “se Tosi fa la lista con il suo nome è fuori dalla Lega”.
Potrebbe essere stato trovato il modo per ricondurre chiaramente le ‘civiche’ di appoggio al nome di Tosi. Il quale qualcosa in più sulla lista l’ha detto: “Molti esponenti del Pdl scaligero – ha spiegato – non correranno sotto il simbolo dello stesso Pdl ma con il sottoscritto, perché abbiamo amministrato bene”. Quasi una conferma ai sospetti del segretario veneto Gianpaolo Gobbo, per il quale bisogna dire ‘no’ al sindaco di Verona perché “la Lista Tosi non è fatta di leghisti, è un partito a sé”.
2. “DA SOLI ALLE URNE PER CONTARCI”
«Se dovesse andare male? Almeno avremmo dimostrato la necessità dell’alleanza con Berlusconi». Nella
notte bavarese, Umberto Bossi lo dice. Elena Artioli, leader leghista dell’Alto Adige nonché sua interprete in terra di Germania, lo invita al silenzio: la stampa ascolta. Ma il Senatur è di ottimo umore. L’accordo firmato ieri mattina tra l’assessore lombardo Luciano Bresciani, suo fedelissimo, e il ministro della Sanità del land, Marcel Huber, è un pezzo pregiato della strategia leghista di Europa delle Regioni.
E, sorpresa, la birraia tedesca, Sara, lo ha riconosciuto: «Perché noi siamo una forza popolare». E così, il capo padano – qui tutti lo chiamano «Panzer Bossi» – si lascia andare a qualche considerazione più nostrana: «Berlusconi continua a dirmi che dobbiamo vederci per le amministrative. Ma quelle, ormai sono andate…». Sulla corsa solitaria, nessun ripensamento.
Per «tre motivi. Il primo è che dobbiamo contarci. Vedere quanti siamo. Il secondo è che ormai alla gente è arrivato quel messaggio. Il terzo…». Il Senatur – giacca blu, cravatta a righe sur tone e pochette verde che affiora a stento dal taschino – si prende un attimo. Poi, la butta fuori: «Se andasse male, non ci saranno più dubbi sulla necessità dell’alleanza con Berlusconi».
Insomma, Umberto Bossi per la prima volta lo ammette. Non ha mai condiviso la scelta dell’«amico Silvio» di porre fine al suo governo. Ancor meno ha digerito la scelta di sostenere l’esecutivo degli «affamatori». Eppure, non è mai stato convinto fino in fondo dell’opportunità di spezzare il rapporto con il Pdl per le elezioni nei municipi: la convinzione profonda di Bossi era, e resta, che da Berlusconi non si possa prescindere.
E allora, si superino le amministrative: se si vince, bene.
Se si perde, basta con gli schizzinosi: con la puzza sotto il naso rispetto al Cavaliere non si va da nessuna parte. Certo: l’ex premier, dice Bossi, è «sottotono perché non riesce a trovare l’idea giusta». Ma lì, prima o poi, si dovrà tornare. Intanto, guerra a Mario Monti. Con l’aiuto di un altro amico, Giulio Tremonti. Entrerà nella Lega? «Vedremo, vedremo… per adesso lo teniamo un po’ lì…».
Di certo, non sembra un no. Anche perché con l’ex superministro all’economia, Umberto Bossi da tempo lavora al programma elettorale per le prossime politiche. Ma perché ora? Perché così presto? È guerra non convenzionale: «Perché se noi presentiamo un programma forte, anche gli altri dovranno farlo». Dovranno rispondere a tono e spiegare i loro progetti per il dopo: «E quando i programmi elettorali ci saranno, Monti cade e si va alle urne».
E così, la campagna elettorale per le amministrative sarà assai politica: «Tra poco – annuncia Bossi –
partiranno migliaia di gazebo in tutta la Padania. Raccoglieremo le firme per una serie di leggi di iniziativa popolare». La prima, è la più nota: «Li martelleremo sulla riforma delle pensioni». Ma il Carroccio aprirà almeno due nuovi fronti. Parola di Bossi: «No ai mafiosi al nord, basta con i soggiorni obbligati». E poi, dato che «le banche non danno più una lira a nessuno e l’economia muore», la Lega chiederà una legge per «separare le banche d’affari da quelle commerciali».
Ma oggi potrebbe essere il d-day anche per la questione più lacerante: sì o no alla lista Tosi per Verona. Il leader padano incontrerà Flavio Tosi nel primo pomeriggio, al termine della sessione del Parlamento della Padania di Vicenza. Il sindaco scaligero porterà sondaggi comparati sull’esito elettorale con e senza la sua lista. Corredati, pare, da proiezioni sulla composizione del consiglio comunale veronese nelle due ipotesi.
A Bossi sarà mostrato anche materiale propagandistico non più per la «lista Tosi», ma per un simbolo con la sola scritta «Tosi»: la mediazione si gioca su un filo sottile. La questione non è solo locale. Tra i maroniani più spinti, già da tempo serpeggia un dubbio: non è che un eventuale insuccesso elettorale sarà messo sul conto dei «barbari sognanti» e del loro leader?
Un deputato vicino a Roberto Maroni respinge anche la sola ipotesi: «Primo, perché la decisione della corsa solitaria è stata presa all’unanimità dal consiglio federale. Secondo, perché Maroni ha sempre sostenuto la possibilità per i sindaci di battersi al meglio, e dunque anche con le liste a loro intitolate. Terzo, perché Bossi ha la possibilità di decidere deroghe alla corsa solitaria in tutti i casi in cui lo ritenga necessario».
Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera”
Politico mondo marcio…
1 – QUIRINALE: COLAZIONE NAPOLITANO CON NUOVI CARDINALI ITALIANI
(Adnkronos) – Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha offerto oggi, al Palazzo del Quirinale, una colazione in onore dei nuovi Cardinali italiani nominati nel Concistoro del 18 febbraio scorso.
2 – FORNERO VEDE I SINDACATI: VERSO L’ACCORDO SU RIFORMA LAVORO (LaPresse) – Si avvicina l’accordo sulla riforma del mercato del lavoro dopo l’incontro di stamane in via Veneto tra il titolare del dicastero, Elsa Fornero e i sindacati. Per la Fornero “l’obiettivo rimane trovare un accordo con le parti sociali entro il 23″ e quindi “un accordo”, dice, “credo che potremmo farlo la prossima settimana”. “Siamo relativamente pronti alle proposte – ha sottolineato la titolare del dicastero – non tutto è blindato”.
L’incontro di oggi, confermano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e
Luigi Angeletti, che in mattinata sono stati ricevuti dalla Fornero, “è stato utile. Abbiamo concordato con il Governo che i contenuti di questa conversazione resteranno patrimonio di chi li ha fatti”. “Mi pare che stiano maturando cose positive: è ricominciato un confronto utile e costruttivo, con un impegno a costruire un sistema di tutele universale”, ha commentato la Camusso.
Bonanni ha fatto una apertura sull’articolo 18 che, ha detto, “può essere ristrutturato”. “Gli abusi bisogna combatterli comunque – ha chiarito Bonanni -. Ovunque in Europa abusi e discriminazioni vengono contrastati. Detto questo l’articolo 18 può essere ristrutturato, accelerando i tempi della giustizia e facendo come in Germania dove c’è il reintegro per casi più gravi e l’indennizzo per quelli meno gravi”.
Inoltre, ha aggiunto Bonanni, “per i licenziamenti di carattere economico si può ricorrere a un sistema diverso dall’articolo 18, che potrebbe anche andare nell’interesse del lavoratore se questo accedesse alla mobilità dopo essere stato licenziato, cosa che non avviene oggi”. Per ribadire che gli abusi vanno comunque combattuti il leader della Cisl ha raccontato che “io stesso all’inizio della mia carriera lavorativa fui licenziato ingiustamente perché ero sindacalista e fui poi reintegrato proprio grazie all’articolo 18″.
Fornero ha precisato il senso delle sue parole di ieri sulla “paccata di miliardi”, che hanno suscitato qualche polemica: “Con la frase di ieri – ha detto il ministro – non volevo dire che se non c’è l’accordo non ci sono i soldi. Volevo dire che non si vede perché i soldi debbano essere messi prima, se c’è l’accordo si definisce tutto insieme prima, ma se non c’è accordo uno fa le sue scelte e le finanzia”.
3 – CAMUSSO: LINGUAGGIO FORNERO A VOLTE UN PÒ ARROGANTE
(LaPresse) – “In alcune occasioni il suo linguaggio non è nè chiaro nè diretto, a volte un pò arrogante quando viene proposta l’idea che loro hanno un’interpretazione del mondo e noi abbiamo fatto sempre tutto male”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, in merito al linguaggio utilizzato dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, intervenendo alla registrazione della puntata di ‘La storia siamo noi’, ‘Marco Biagi: chi tocca muore’, in onda stasera alle 21 su Rai 2. Al giornalista Giovanni Minoli che le chiedeva quale fosse un pregio del ministro, Camusso ha risposto: “Ha tenacia, a volte mal riposta, ma sicuramente una gran tenacia, mentre tra i suoi difetti c’è l’idea di pensare di essere sempre in una classe ad insegnare e non in un confronto con persone dalle istanze diverse”.
4 – LAVORO: RICCARDI, QUANDO MONTI ERA CONTRO CONSOCIATIVISMO (ANSA) – “La consultazione con le parti sociali è importante, ma in questa grave situazione una volta che il governo persuade il Parlamento che non possono essere seguite altre vie, che bisogno c’é di autoinfliggersi l’onere di una ricerca faticosa in riunioni spesso notturne di un accordo con le parti sociali?”. E’ quanto diceva Mario Monti il 6 settembre del 1992. La citazione è stata fatta dal ministro Andrea Riccardi nel corso della presentazione di un libro sugli anni di Tangentopoli.
5 – GIANLUCA PINI (LEGA NORD) A RADIO 24: “NON MI SENTO ITALIANO. IO DEPUTATO DELLA REPUBBLICA? NO, DELLA LEGA”. “No, non mi sento italiano. E non mi sento neppure deputato della Repubblica italiana. Sono deputato della Lega”. Così Gianluca Pini, della Lega Nord alla Zanzara su Radio 24. Pini, uomo molto vicino a Roberto Maroni, ha detto di sentirsi “romagnolo” e ha ripetuto: “non mi sento affatto italiano”. Ma prende lo stipendio dallo Stato italiano, chiedono i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo. “Veramente faccio l’imprenditore – dice Pini a Radio 24 – e i soldi dello stipendio lo ripago almeno due volte con i soldi che verso al fisco. Non rubo nulla, anzi”.
Pini ha poi commentato il caso Boni: “Non si deve dimettere finchè non emergono evidenze. Finora non ci sono”. Poi torna a parlare di Renzo Bossi, il figlio del Senatur: “Bossi è una figura che domina la politica da vent’anni, ha fatto la storia. – continua alla Zanzara su Radio 24 – Renzo è un ragazzo di 23 anni con un cognome pesante, fossi stato in lui non lo avrei fatto, avrei deciso di fare altro”. Infine la Padania, i suoi confini. “Secondo me – conclude Pini – finisce poco sotto Rimini, prendendo un pezzettino delle Marche. Il resto delle Marche mi pare difficile poterlo chiamare Padania”.
6 – PRIMARIE PD: OK GARANTI NON FERMA IL CAOS A PALERMO – IDV INSISTE SU
BORSELLINO
Alfredo Pecoraro per l’ANSA – Chi si aspettava un clima più sereno nel centrosinistra dopo la convalida delle primarie da parte dei garanti è rimasto deluso. Anzi. Il day after è ancora più velenoso. Mentre il Pd per bocca di Bersani e Zoggia cerca di ricompattarsi attorno a Fabrizio Ferrandelli, vincitore delle consultazioni, il resto della coalizione è in frantumi. Arroccato sull’Aventino, Leoluca Orlando è riuscito a convincere Antonio Di Pietro a seguirlo sul terreno, alquanto tortuoso, dello scontro aperto. L’ex sindaco della ‘Primavera di Palermo’ non riconosce la vittoria dell’ex pupillo Ferrandelli (allontanato dal partito) e continua il pressing su Rita Borsellino perché si candidi al primo turno, anche se è stata sconfitta alle primarie, seppur con 126 voti di scarto.
A fianco di Idv ci sono anche un pezzo dei Verdi e la Federazione della sinistra e Sel. “Il verdetto dei garanti conferma da un lato il grave inquinamento etico e politico delle primarie e dall’altro quanto fin dall’inizio denunciato da Idv, circa le innumerevoli accertate irregolarità e anomalie in molti seggi, nonché l’evidente massiccio intervento di consensi d’apparato del centrodestra” dicono Di Pietro, Orlando e gli altri esponenti del partito Ignazio Messina, Fabio Giambrone, Pippo Russo e Fausto Torta. Alle forze del centrosinistra chiedono di candidare al primo turno “chi possa rappresentare la parte migliore della città”. Idv proverà a convincere Rita Borsellino, che intanto prende le distanze da Ferrandelli.
“Non servono vittorie a tavolino, tanto più se inquinate da inaccettabili comportamenti sul piano etico e su quello politico: il centrosinistra deve trovare una candidatura unitaria e credibilé”, tuona l’eurodeputato che dunque volta le spalle all’appello all’unità lanciato da Ferrandelli. Il Pd prova a fare il pompiere. “Come abbiamo affermato fin dal primo momento, il Pd nazionale riconosce il risultato ufficiale delle primarie, con l’affermazione di Ferrandelli, e lavorerà affinche” attorno a lui si formi uno schieramento forte e coeso, che unisca tutto il campo del centrosinistra, per vincere alla amministrative contro la destra. Palermo merita di cambiare”. E Bersani aggiunge: “Si é creata una situazione complicata ma per le scelte fatte non sento niente da rimproverarmi. Spero che il centrosinistra trovi coesione per non lasciare Palermo in una situazione disastrosa”.
7 – LUSI – SEN. BIANCO A RADIO 24: “PROPORRO’ CHE LA MARGHERITA RESTITUISCA ALLO STATO I SOLDI IN CASSA” – “VICENDA LUSI DOLOROSA, MA COLPE INDIVIDUALI: SUCCEDE TALVOLTA CHE UNA PERSONA RUBI”
“Convocherò nei prossimi giorni l’Assemblea federale della Margherita e proporrò che le risorse non spese, per così dire ‘risparmiate’ in questi anni siano destinate a iniziative di carattere sociale pubblico, in modo da restituirle allo Stato”. Così il senatore Enzo Bianco del Pd, ospite di “24 Mattino” su Radio 24, interviene sul caso dell’ex tesoriere della Margherita Lusi, accusato di avere sottratto milioni alle casse del partito. “Noi abbiamo collaborato in modo totale con i magistrati – ha aggiunto Bianco -. Intanto daremo il buon esempio restituendo allo Stato con iniziative di carattere sociale e pubblico le risorse non spese”.
Bianco sostiene la tesi della ‘mela marcia’ nel partito: “E’ una vicenda dolorosa – ha detto -, abbiamo bisogno di recuperare credibilità rispetto a una vicenda nella quale, lo dicono i magistrati, c’è stata una grande professionalità grazie a un sistema di doppia contabilità che ha occultato risorse destinate probabilmente a uso personale. C’era un sistema di controllo, ma capita anche nel sistema finanziario o delle banche che ci siano persone che rubano. Purtroppo è capitato anche in un partito politico, ora da questa esperienza scriviamo una legge severa. La colpa sarà anche del sistema ma i comportamenti sono individuali. Se quello che abbiamo letto e confessato è vero, Lusi è una persona che ha acquistato per sé appartamenti, ha accumulato risorse, un classico caso di appropriazione indebita. Doloroso perché purtroppo è stata carpita la buona fede di molte persone”.
8 – PORTO IMPERIA: RESPINTA ISTANZA,CALTAGIRONE RESTA IN CARCERE (ANSA) – Francesco Caltagirone Bellavista resta in carcere. Secondo il gip Ottavio Colamartino, per il patron di Acqua Marcia, arrestato ad Imperia nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per la costruzione del porto turistico della città, “non sono venute meno le esigenze cautelari. Per questo il gip ha respinto l’istanza dei difensori per la concessione degli arresti domiciliari. Caltagirone, 73 anni, è in carcere da lunedì 5 marzo con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato.
9 – FIGLIO CALTAGIRONE,INNOCENZA IN CARTE PROCURA
(ANSA) – “Ribadiamo la nostra totale innocenza, non è stato fatto nulla di illecito e ciò si evince anche da tutte le carte della procura”. E’ quanto dichiara Camillo Caltagirone Bellavista, figlio di Francesco, il noto imprenditore che è in carcere dal 5 marzo con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato in merito alla realizzazione del porto turistico di Imperia. “E’ inumano – ha aggiunto – che un uomo di 73 anni, non condannato e in cura da 15 anni, sia in carcere. Lui è sempre più forte e determinato a dimostrare la sua totale estraneità dai fatti”.
10 – GOVERNO: RICCARDI, NON DISPREZZO LA POLITICA MA NON SARA’ IL MIO LAVORO (Adnkronos) – ‘Non ho mai disprezzato la politica, anzi credo che con Sant’Egidio, in un certo senso, facciamo politica da piu’ di 40 anni’. E i politici? ‘Alla gente non interessa piu’ stare davanti alla tv a vedere leader che litigano. I partiti dovrebbero tornare fra la gente’. Lo dichiara Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, in un’intervista che il settimanale ‘Panorama’ pubblica sul numero in edicola da domani.
Il ministro rompe cosi’ il silenzio stampa dopo la bufera dei giorni scorsi per una sua frase sulla ‘politica che fa schifo’. Alla domanda su una possibile candidatura a sindaco di Roma o su un impegno come leader del terzo polo Riccardi risponde: ‘Assolutamente no, ne’ l’uno ne’ l’altro. A 62 anni non vedo davanti a me un futuro da sindaco o da leader politico’.
Quanto all’asse con il ministro Corrado Passera, per un impegno politico comune in futuro: ‘Passera non mi ha mai parlato dei suoi progetti – assicura – Io stesso non riesco neppure a immaginarmi come ‘consigliori’ cultural-politico di qualcuno’. E i presunti attriti con il ministro degli Esteri, Giulio Terzi? ‘Mi sono trovato a dover costruire il mio ministero, a dover perimetrare le mie competenze anche rispetto a quello degli Esteri». Infine: rinascera’ la Dc? «I cattolici – risponde Riccardi a Panorama – saranno in tutte le parti politiche ma forse si condenseranno un po’ piu’ in qualche schieramento’.
11 – MAFIA: POLEMICHE SU IACOVIELLO ARRRIVANO AL CSM, SOLIDARIETA’ DA CONSIGLIERI (Adnkronos) – Le polemiche sulla contestata requisitoria del sostituto pg della Corte Cassazione, Francesco Iacoviello, sul caso di Marcello Dell’Utri sono state al centro di un acceso dibattito in apertura della seduta del plenum del Consiglio superiore della magistratura. E sul caso il Csm non ha aperto nessuna pratica a tutela: come ha confermato il vicepresidente, Michele Vietti, nessuna richiesta in tal senso e’ infatti arrivata al Comitato di Presidenza. Unanime la solidarieta’ espressa a Iacoviello dai consiglieri intervenuti, espressa soprattutto dal procuratore generale della cassazione, Vitaliano Esposito.
12 – EDITORIA: DOMANI CONFERENZA ‘STAMPA ROMANA’ SU ‘IL RIFORMISTA’ (Adnkronos) – “‘Il Riformista’ chiude? Sembrerebbe questa l’intenzione dell’attuale compagine editoriale che ha convocato un’assemblea dei soci per venerdi’ 16 marzo prossimo con all’ordine del giorno la liquidazione della societa’. Tutto senza aver dato comunicazione di questo ne aver aperto un confronto con le organizzazioni sindacali, con le quali, non piu’ tardi di tre mesi fa, l’azienda aveva chiuso un accordo per un contratto di solidarieta’. Un atto sconcertante, assimilabile in qualche modo al comportamento della Mrc, societa’ editrice di ‘Liberazione’: si fanno gli accordi, poi si cambia idea e si stracciano senza battere ciglio”. Lo sottolinea una nota dell’Associazione stampa romana.
“Nel caso de ‘Il Riformista’, come in altri, tutto cio’ -prosegue il comunicato- avviene in un contesto in movimento, senza che siano ancora chiari i termini e le quantita’ del finanziamento pubblico, rischiando cosi’ di buttare a mare un’esperienza editoriale e un’intera redazione. Il Cdr de ‘Il Riformista’ e l’Associazione stampa romana convocano una conferenza stampa per domani, alle 12.30, a piazza della Torretta, nella quale verra’ illustrata la situazione della testata e le iniziative che il sindacato ha intenzione di prendere”.
13 – HDC: PER GIUDICI MEDIASET MINACCIATA DA CRESPI, CONFALONIERI ASSOLTO
(Adnkronos) – “Risulta evidente che Crespi ha utilizzato la minaccia rivolta a Alfredo Messina di raccontare ai pm fatti compromettenti forse riconducibili alla legge Mammi’ o a qualche corresponsabilita’ piu’ o meno ipotetica delle societa’ facenti capo alla famiglia Berlusconi nel fallimento di Hdc per rafforzare in qualche modo la sua richiesta di rimborso di quanto elargito con i fondi della societa’ fallita”. Lo scrivono i giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza con la quale il 15 dicembre scorso hanno assolto Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, e il manager Alfredo Messina ora parlamentare Pdl dall’accusa di favoreggimaneto nei confronti di Luigi Crespi, ex sondaggista di Berlusconi, condananto invece a 6 anni di reclusione per la bancarotta della sua ex societa’ di sondaggi.
Crespi, secondo il Tribunale, avrebbe quindi utilizzato la minaccia per arrivare ad avere un contratto di consulenza in materia di digitale terrestre del valore di circa 500 mila euro. Per la procura quei soldi sono stati distratti dal fallimento Hdc perche’ Crespi, in passato, avrebbe anticipato il denaro, per conto di Mediaset, ad alcune emittenti private. Per questo la procura aveva chiesto per Confalonieri e Messina un anno di reclusione.
“Non c’e’ prova che tale credito sia mai giuridicamente sorto -scrivono i giudici- per l’evidenziata carenza di documenti e testimoni e per alcuni dubbi sulla sua configurabilita’. Crespi per 4 anni non aveva ritenuto di far valere il presunto credito nonostante la sua societa’ si trovasse in forte crisi di liquidita’”.
14 – HDC/LUIGI CRESPI: SCONCERTANTI LE CONCLUSIONI DELLA CORTE SU MEDIASET. MI DIFENDERO’ IN APPELLO ”La lettura delle motivazioni della sentenza di primo grado è ancora più sconcertante del dispositivo pronunciato a suo tempo. Non solo mi hanno condannato dove avrei dovuto avere giustizia, ma vi è stato accanimento su una storia marginale quale quella di Mediaset, in realtà estranea alle motivazioni del dissesto che ha portato al fallimento di HDC”. Così Luigi Crespi risponde ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Milano che hanno presentato le motivazioni della sentenza con cui il 15 dicembre scorso avevano assolto Fedele Confalonieri presidente di Mediaset e il manager Alfredo Messina.
”Ciò’ ha determinato attenzioni mediatiche eccessive che hanno nuociuto alla reale comprensione dei fatti e che hanno finito col danneggiarmi anche perché’ il primo a sostenere l’estraneità di Fedele Confalonieri dalla vicenda HDC sono stato io” ha aggiunto Crespi, che conclude ”Non mi rassegno, forte delle mie ragioni e condurrò senza indugio la mia personale battaglia in sede di appello ”.

















