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Fateci lavorare!
“In commissione ambiente stiamo discutendo gli emendamenti che abbiamo presentato entro venerdì 14 giugno.
Il decreto legge è il n. 43, riguardante Piombino e Emergenze Ambientali. Il Senato se l’è tenuto in pancia per un mese e mezzo, a noi della Camera è stato presentato giovedì 13 giugno con meno di 24 ore di tempo per emendare il testo.
Ora il PD (menoelle, ndr), e così la maggioranza, chiede il ritiro di tutti gli emendamenti presentati da tutti gli schieramenti altrimenti il Governo ne darà parere sfavorevole in fase di voto in Aula. Questo per non dover ripresentare un testo emendato al Senato. Perché? Perché il 25 giugno il decreto decade. Sottolineo che il testo è a prima firma Monti, un testo presentato lo scorso 26 aprile 2013 da un governo dimissionario. Ci chiedono di ritirare tutti gli emendamenti!
Ora stiamo votando ogni singolo emendamento che noi NON intendiamo ritirare perché ci sentiamo esautorati dalla funzione di Deputati della Camera. Vogliamo lavorare! Per correttezza il testo deve essere emendato, ripresentato al Senato e se non stiamo nei tempi, il Decreto Legge può anche decadere! Siamo esautorati dalla nostra funzione!”
Ecco da chi è controllata la Stampa italiana!
IL CORRIERE DELLA SERA: appartiene al gruppo internazionale Mediagroup, è quotato in Borsa e controlla altri giornali e riviste popolari come “Il Mondo” “L’Europeo” “Oggi” “Visto” “Novella” “Max”. Nel suo Consiglio di Amministrazione ci sono personaggi indissolubilmente legati all’elite finanziaria internazionale e ai suoi circoli mondialisti come John Elkan (Gruppo Bilderberg), presidente di FIAT e di Exor (la holding finanziaria della famiglia Agnelli); Carlo Pesenti, consigliere di Italcementi, Unicredit, Italmobiliare e Mediobanca; Berardino Libonati, consigliere di Telecom Italia e Pirelli; Diego Della Valle, possessore del 4% di Banca Nazionale del Lavoro, consigliere di Tod’s e Generali Assicurazioni, ex dirigente della Fiorentina coinvolto nello scandalo di Calciopoli; Renato Pagliaro, consigliere di Telecom Italia, Pirelli e Mediobanca.
LA REPUBBLICA: è il quotidiano del Gruppo l’Espresso di Carlo de Benedetti (Gruppo Bilderberg) ex amministratore delegato FIAT, banchiere ex vicepresidente del Banco Ambrosiano. Nel consiglio di amministrazione del Gruppo l’Espresso siedono Sergio Erede, amministratore di Luxottica e Carlo Secchi ex Rettore della Bocconi e amministratore di Mediaset.
IL GIORNALE: edito dal Gruppo Mondadori è il quotidiano della Famiglia Berlusconi.
LA STAMPA: è il quotidiano torinese della Famiglia Agnelli (Club Bilderberg)
IL MESSAGGERO DI ROMA, IL MATTINO DI NAPOLI, IL GAZZETTINO DI VENEZIA e IL NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA sono quotidiani editi dalla Caltagirone Editori (Club Bilderberg) di proprietà della Famiglia Caltagirone (Grandi Opere,, cementifici, immobili). Francesco Gaetano Caltagirone, anche noto come Franco (Roma, 2 marzo 1943), è un imprenditore italiano, a capo di uno dei più importanti gruppi industriali italiani, con un fatturato globale di circa 1,7 miliardi di euro e oltre 5.600 dipendenti; le sue ricchezze ammontano a circa 2,6 miliardi di dollari, questo fece di lui nel 2008 il decimo uomo più ricco d’Italia e il 446° uomo più ricco del mondo. Siedono nel consiglio di amministrazione di Caltagirone Editore Azzurra Caltagirone, moglie dell’Onorevole Pier Ferdinando Casini e Francesco Gaetano Caltagirone, consigliere di Monte dei Paschi di Siena e di Generali Assicurazioni.
IL RESTO DEL CARLINO di Bologna, LA NAZIONE di Firenze e IL GIORNO di Milano appartengono alla Poligrafici Editorile, collegata a Telecom Italia, Generali Assicurazioni e alla Premafin di della famiglia Ligresti. Salvatore Ligresti è stato membro del consiglio di amministrazione di Unicredit, è presidente onorario di Fondiaria Sai, gruppo assicurativo torinese quotato sulla Borsa di Milano e controllato dalla famiglia Ligresti; è coinvolto nei più rilevanti interventi urbanistici di Milano (Expo, Fiera e Garibaldi-Repubblica), di Firenze (Castello e Manifattura Tabacchi) e di Torino.
LIBERO (l’aggressiva testata di destra) e IL RIFORMISTA (quotidiano timidamente di sinistra) hanno lo stesso editore Giampaolo Angelucci proprietario di un impero fatto di cliniche e strutture sanitarie, fra cui l’Ospedale San Raffaele di Roma, condannato agli arresti domiciliari per falso e truffa ai danni delle ASL
L’UNITA’: il quotidiano fondato da Gramsci e attualmente vicino al principale partito della sinistra
italiana , il PD, ha come editore Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A. il cui azionista principale è Renato Soru, presidente e amministratore delegato della compagnia di servizi internet Tiscali Italia S.p.A. Renato Soru è apparso nella lista edita da “Forbes” come uno degli uomini più ricchi del mondo con un capitale stimato in 4 miliardi di dollari nel 2001. Negli ultimi anni la sua compagnia ha rilevato sei compagnie telefoniche in Germania, Francia, Svizzera, Belgio e Repubblica Ceca.
IL SOLE 24 ORE: ha nel suo consiglio di amministrazione Luigi Abete, Membro del Comitato Esecutivo dell’Aspen Institute Italia e presidente della Banca Nazionale del Lavoro; fa anche parte del consiglio di amministrazione della Carlo Erba Farmitalia; il fratello di Giancarlo Abete (Presidente della Figc) è consigliere della Tod’s di Diego Della Valle.
Tutte le aziende citate sono direttamente collegate fra di loro: grande finanza, banche, assicurazioni, telecomunicazioni, cementifici, costruzioni, farmaceutica, acciaierie, pneumatici, moda.
Mentre nelle dittature il popolo è sempre consapevole di essere oppresso e l’ordine deve necessariamente essere mantenuto con la forza, nei regimi dove vige la “democrazia rappresentativa” il sistema sociale è stabile poiché il controllo sull’informazione e sul consenso avviene in maniera occulta, proprio per lasciar credere alla popolazione di vivere in un mondo libero
Venerdì 28 Giugno, Carla Poli del centro di Riciclo Vedelago sarà a Formigine (MO)!
Il Movimento 5 Stelle Formigine organizza un incontro con il “Centro Riciclo Vedelago”
Venerdì 28 Giugno, gli attivisti del MoVimento 5 Stelle Formigine, hanno fissato un incontro con Carla Poli, direttrice del Centro Riciclo Vedelago (TV), di cui si fa una breve presentazione :
La Società Centro Riciclo Vedelago Srl gestisce dal 1999 un impianto di stoccaggio e selezione meccanica di rifiuti ai fini del recupero dei materiali.
L’attività consiste nel ricevere le frazioni secche riciclabili dei rifiuti urbani e assimilati, selezionare i materiali in base alla composizione merceologica, compiere le operazioni necessarie per la riduzione volumetrica e gestire la fase di destinazione in uscita delle singole tipologie di materiali che, in relazione alla possibilità di riutilizzo, vengono consegnati a impianti di seconda lavorazione o a specifiche aziende che impiegano i materiali nei loro cicli produttivi.
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Input: Conferiscono presso il Centro i Comuni, i Consorzi di Comuni e le Aziende produttive che attuano la raccolta differenziata : i conferimenti in ingresso al Centro vengono autorizzati solo in presenza di sicura possibilità di riutilizzo dei materiali selezionabili.
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Output: Per la consegna dei materiali in uscita il Centro è piattaforma convenzionata dei seguenti Consorzi Nazionali di filiera: CO.RE.PLA. per la plastica, C.N.A. per l’acciaio e i ferrosi, C.I.AL. per l’alluminio, CO.RE.VE. per il vetro, COMIECO per la carta e RILEGNO per il legno ; per la consegna dei materiali selezionati di provenienza industriale il Centro ricerca nel mercato le destinazioni più idonee e remunerative.
L’incontro è finalizzato alla ricerca di una proposta ecocompatibile e non onerosa per la gestione dei rifiuti nel nostro Comune ed in prospettiva da estendere a tutta la Provincia.
Proposta che non preveda l’utilizzo di discariche e inceneritori.
Il Centro Riciclo Vedelago, da diversi anni, attua questa politica vincente, addirittura esportandola sul territorio nazionale con risultati che arrivano al 99% del riciclo delle materie derivanti dai RSU.
Un grande esempio, non secondario, del vantaggio economico derivante da questo sistema di gestione dei rifiuti, è rappresentato dall’evento Woodstock a 5 Stelle organizzato nel 2010 a Cesena, dove il conferimento dei rifiuti, già differenziati, alla ditta Centro Riciclo Vedelago, ha fruttato all’organizzazione un totale di €. 4.000,00 (impiegati a parziale ammortamento delle spese sostenute per la manifestazione medesima).
Si invitano i Sigg. Sindaci – o loro delegati – dei Comuni della Provincia di Modena e i giornalisti delle testate provinciali, a partecipare per valutare insieme, liberamente, la possibilità di attivare sul territorio modenese – che ha già ampiamente dimostrato l’interesse e la sensibilità per i temi legati all’ecologia ed al riciclo – lo stesso ciclo virtuoso di trattamento dei rifiuti.
La strada realmente percorribile per la soluzione del problema dell’eliminazione dei rifiuti prodotti dalla società umana risiede nel loro economico riutilizzo produttivo, un riutilizzo che può diventare un opportunità di guadagno, sia economico che in salute, per tutta la collettività.
Vi aspettiamo dalle 20.45, Venerdì 28 Giugno a Casinalbo di Formigine, presso la Sala Civica delle Scuole medie Fiori di Casinalbo in Via Landucci 1B.
INGRESSO LIBERO
INFO info@formigine5stelle.it – 329 09 600 60
Una bottiglia di plastica anche se usata resta sempre una bottiglia di plastica!
Imu, come funziona la tassa che tutti vogliono abolire
Il dibattito politico in questi giorni è nuovamente dominato dall’imposizione immobiliare. Sembra addirittura che la sorte del Governo dipenda dall’eliminazione dell’Imu sulla prima casa. Non c’è dubbio che la sensibilità dell’opinione pubblica su questo tema dipenda dall’alta quota di famiglie che è proprietaria dell’abitazione (oltre il 70 per cento). La sensibilità è ancora più marcata oggi, poiché in un periodo di crisi economica per molte famiglie può essere difficile affrontare il pagamento dell’imposta. È dunque importante conoscere sia l’impatto distributivo complessivo dell’attuale tributo sul possesso degli immobili, sia le conseguenze distributive derivanti dall’esenzione delle abitazioni di residenza.
In Italia non c’è una vera e propria imposta sul complesso del patrimonio personale; abbiamo un’imposta su ogni singolo immobile, fondamentale per finanziare le spese dei comuni. L’obiettivo principale dell’Imu non è dunque la redistribuzione del reddito e della ricchezza, che dovrebbe essere perseguita con altri strumenti. Ma in Italia il dibattito sembra focalizzarsi solo sul suo impatto sul reddito monetario delle famiglie, dimenticando che a parità di reddito monetario due famiglie con diverse proprietà immobiliari non sono sullo stesso piano. E dimenticando anche che una quota rilevante dell’l’Imu viene pagata dalle imprese, non solo dalle famiglie.
Date queste premesse, vediamo come si distribuisce l’Imu sulla base dell’indagine Silc (Statistics on income and living conditions) del 2008, che rileva le caratteristiche delle famiglie italiane nel 2008 e i redditi e le imposte del 2007, compresa l’Ici. […]
Trattandosi di imposte patrimoniali, la loro incidenza va calcolata sul patrimonio oppure sul reddito? Se si usa il reddito, quale definizione è più appropriata? Utilizziamo qui la nozione di reddito disponibile monetario comprensivo dell’affitto imputato sulla casa di residenza, al netto degli interessi passivi su eventuali mutui e delle spese di mantenimento dell’abitazione. Attribuiamo così un reddito reale alle famiglie che, a parità di reddito monetario, vivono in proprietà rispetto alle altre, poiché l’affitto imputato è economicamente un autoconsumo.
Se consideriamo tutte le famiglie che sono soggetti passivi dell’imposta sulla prima casa, sia l’Ici sia l’Imu sull’abitazione di residenza sono sostanzialmente proporzionali, fatta eccezione per il primo decile. Questo risultato non è sorprendente: le rendite catastali sono non solo molto basse, circa un decimo del fitto imputato, ma crescono poco all’aumentare del reddito: rispetto al reddito, quindi, l’imposta penalizza leggermente le famiglie più povere.
Nonostante ciò, la composizione del gettito è fortemente concentrata, soprattutto per l’Imu: più della metà del gettito è pagato dagli ultimi tre decili. Letto in altri termini, questo significa che l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa andrebbe a vantaggio prevalentemente dei decili elevati di famiglie.
Su tutte le famiglie italiane, però, il quadro cambia (figura 1). L’Ici prima casa risulta proporzionale, l’Imu prima casa è invece lievemente progressiva. Considerando anche gli altri immobili, l’Imu è decisamente più progressiva dell’Ici grazie al forte incremento del prelievo sugli immobili diversi dall’abitazione di residenza. […]
La percentuale di contribuenti nei decili poveri è bassa, anche perché le famiglie in affitto hanno di solito redditi modesti. Se poi calcoliamo l’incidenza sull’Isee, un indicatore che tiene conto sia del reddito, sia del patrimonio, le imposte risultano ancora più progressive, perché nei decili più ricchi di Isee vi sono famiglie con molto patrimonio, che pagano quindi molta Ici/Imu.
Figura 1 – Incidenza di Ici e Imu sul reddito disponibile con affitto imputato netto, tutte le famiglie italiane
Abbiamo visto che l’Ici e l’Imu sono leggermente progressive, anche se l’incidenza media è piuttosto modesta. Queste imposte realizzano anche altre forme di redistribuzione, forse più significative, ad esempio tra generazioni.
Lo stock di patrimonio tende infatti a crescere durante il ciclo di vita, anche grazie ai lasciti ereditari, e quindi l’imposta patrimoniale aumenta con l’età. L’incidenza di Ici e Imu è infatti superiore per le famiglie con persona di riferimento con almeno 50 anni rispetto alle altre (figura 3). Le famiglie anziane povere pagano per l’imposta sulla casa una quota del proprio reddito superiore a quanto mediamente pagato dalle famiglie giovani ad alto reddito.
Il passaggio all’Imu, inoltre, è stato pagato soprattutto dagli anziani perché, grazie alla detrazione di 50 euro per ogni figlio, l’incidenza dell’imposta sulla prima casa non è sostanzialmente cambiata per le famiglie con persona di riferimento fino a 50 anni, anzi è diminuita per quelle con reddito medio-basso, mentre è aumentata sulle famiglie più anziane. L’imposta sugli altri immobili è cresciuta per tutti, ma l’incremento, anche in questo caso, è stato superiore per gli anziani.
Infine, vediamo come muterebbe la distribuzione dell’imposta ipotizzando il passaggio dagli attuali valori catastali ai valori di mercato, mantenendo le stesse detrazioni e riducendo l’aliquota in modo da garantire la parità di gettito. […]
La correlazione tra rendita catastale e valore di mercato è positiva, ma vi sono casi di famiglie con rendita bassa e valore di mercato alto, e viceversa. Nel passaggio ai valori di mercato alcune famiglie guadagneranno, altre perderanno. Dal momento però che gli incroci tra rendite alte o basse e valori di mercato alti o bassi sono possibili a tutti i livelli di reddito, è ragionevole attendersi che il passaggio dai valori catastali ai valori di mercato possa migliorare soprattutto l’equità orizzontale del tributo, e poco quella verticale.
In effetti, la figura 2 evidenzia che l’incidenza media sul reddito dell’imposta sulla casa non cambierebbe. All’interno dei decili vi sono notevoli riordinamenti, ma senza effetti significativi sul saldo netto. Se si vuole evitare che alcune famiglie si trovino in difficoltà nel pagamento dell’imposta, sarà quindi importante introdurre detrazioni o deduzioni differenziate per area, per non penalizzare le famiglie a reddito basso che vivono in zone con alti prezzi immobiliari.
Se invece l’imposta sulla prima casa verrà abolita, le conseguenze distributive per le famiglie non rifletteranno solo le osservazioni qui presentate, ma dipenderanno anche da come il Governo deciderà di ristrutturare l’imposizione complessiva sul comparto immobiliare.
Figura 2 – Incidenza dell’Imu sulla prima casa sul reddito disponibile con fitti imputati, tutte le famiglie
Nota: La curva relativa al valore catastale è la stessa della figura 1.
(1) Si veda ad esempio l’articolo di Vincenzo Visco su Il Sole-24Ore del 16 maggio.
*Pubblicato originariamente su lavoce.info
Fonte
La Rai è un finanziamento pubblico ai partiti
Il finanziamento pubblico ai partiti è scomparso dalle scene, dalle prime, seconde e terze pagine dei giornali. Il famoso tweet di Capitan Findus dal Consiglio dei ministri, segno di una sensibilità alle nuove tecnologie, con il quale annunciava la fine dei miliardi di euro incassati dai partiti è ormai Storia. O meglio, storiella per i babbei, quelli che “E’ vero lo ho letto sul giornale!“, “E’ certo, l’ho sentito in televisione“. I soldi dei finanziamenti pubblici Letta Nipote e lo psiconano se li sono tenuti ben stretti.
E nessuno sa ancora chi abbia beneficiato dell’opera di Lusi, il cassiere che paga sempre due volte. La seconda con il carcere e l’isolamento. Il finanziamento pubblico ai partiti, più pubblico che non si può, non sono i 46 milioni di euro trattenuti dal pdmenoelle, non i 38 trattenuti dal pdl, ma la Rai. Infatti, la cosiddetta televisione pubblica è, come sanno anche gli uscieri di via Teulada, in realtà proprietà dei partiti. Propaganda gratis a spese di chi paga il canone e di tutti i contribuenti italiani che hanno, grazie alle loro tasse, ripianato la perdita di 200 milioni di euro del 2012.
Senza questa Rai i partiti si estinguerebbero in una settimana. Le palle raccontate dai loro galoppini a tutte le ore non infetterebbero più le menti degli italiani. Il cielo diventerebbe sempre più blu. Il costo della Rai dovrebbe essere addebitato integralmente ai tesorieri di partito.
E’ il loro megafono, la loro ragione di esistenza. I telegiornali sono consigli per gli acquisti per il partito di riferimento. Ogni giornalista che si rispetti ha il suo partito di riferimento, la sua stella polare. Se lavori in Rai non puoi essere un giornalista libero e se sei un giornalista libero non puoi lavorare in Rai. La Rai è, di fatto, un finanziamento occulto ai partiti che la usano come strumento di consenso. Se la usano, allora se la paghino.
Perché un cittadino deve sorbirsi i sermoni pro pdmenoelle di Fazio, Floris, Berlinguer o quelli pro pdl di Vespa e doverli pure pagare. A proposito quanto guadagnano Fazio, Floris, Berlinguer e Vespa? E, se la Rai è in profondo rosso, non si sentono in parte responsabili?
La Rai va scissa con un taglio netto dai partiti, come un nodo gordiano. La Rai è la prima responsabile del coma assistito in cui versa il Paese.
La rivoluzione passa obbligatoriamente da qui. Pillola rossa o pillola blu? Di Matrix a pagamento ne abbiamo pieni i coglioni.
Partecipa alla discussione su Twitter per una #RAIsenzapartiti
Fate sentire la vostra voce!
Fate sentire la vostra voce! L’Italia sta crollando. Non è una previsione, è una certezza. Chiunque sia stato colpito dal morbo della disoccupazione, dello sfratto, della chiusura della sua azienda lo sa. La vostra voce è esplosa a fine febbraio, con nove milioni di voti al MoVimento 5 Stelle. Poi è diventata più flebile.
L’Italia potrà cambiare solo grazie a voi, alla vostra partecipazione, al vostro sdegno. Non perdete la capacità di incazzarvi, non dovete. Fate sentire più forte la vostra voce a chi ha distrutto il Paese, ai ladri, ai corruttori, ai politici prescritti, ai mafiosi. Io ho una voce sola, ora roca, dopo centinaia di comizi. I media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il MoVimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito, si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime. Fate sentire vostra voce alta e forte o l’Italia sarà perduta.
Non potete credere che io, con l’aiuto di una srl e con un pugno di ragazzi in Parlamento, possa combattere da solo contro la partitocrazia, la massoneria, il sistema bancario, la BCE, la criminalità organizzata, contro tutti i media. Senza di voi, vinceranno loro. Ognuno deve valere uno per riportare la democrazia in questo Paese espropriato di ogni cosa, dalla sovranità territoriale, a quella monetaria, a quella economica, alla rappresentanza in Parlamento. Un Paese che perde le sue imprese a ritmo impressionante, con le autostrade che si svuotano, i giovani che emigrano, che si sta giocando il futuro. Tenuto sotto sedazione da giornali e televisioni che fanno impallidire la censura sotto il fascismo. Fate sentire la vostra voce! La vostra voce è fondamentale, tiratela fuori nei bar, nei taxi, al lavoro, negli studi televisivi, in rete, nei tribunali. Ovunque ci sia qualcuno da informare, una verità da gridare. Stampate volantini, diffondeteli, fate banchetti, tenete comizi anche di fronte a poche persone. Non abbassate mai la testa. Nessuno di questi predatori impuniti e dei loro lacché nei media vi può dare lezioni. Loro sono la causa dello sfascio. La realtà è intorno a voi: raccontatela! Nessuno verrà a salvarvi se non cercherete di salvarvi da soli. Siete nove milioni di voci a cui è stata negata la democrazia, esclusi da qualunque decisione parlamentare, come dei paria. Fate sentire la vostra voce! Il Sistema sa che se vincerete sarà distrutto per sempre con conseguenze inimmaginabili come fanno presagire MPS e il processo di Palermo per i rapporti Stato-mafia. Lotta per la sua sopravvivenza come una bestia ferita.
Con il vostro voto avete cambiato la Storia del Paese. Ma è solo un inizio.
Ovunque voi siate, fate sentire la vostra voce.
Ognuno di voi è importante.
Io ho una voce sola.
Un piano del terrore: la ‘ndrangheta dietro a Preiti?
“Francamente, a me la storia di Preiti, così come ce l’hanno raccontata, non ha mai convinto. Un disadattato che decide di fare un atto eclatante in segno di disperazione? No, non mi sembra proprio”. Parla convinto Luigi Bonaventura, ex ‘ndranghetista di spicco, reggente del clan Vrenna-Bonaventura di Crotone, che dal 2006 ha deciso di collaborare con la giustizia. Parla convinto, eppure nella sua voce non c’è arroganza: “Sia chiaro – precisa subito – che tutto quello che dirò non lo dirò per volermi sostituire agli investigatori, che fanno egregiamente il loro mestiere. Il collaboratore di giustizia non è un mago che risolve i casi, o un professore che arriva a spiegare come sono andate le cose. Il punto è che quando hai vissuto in una determinata mentalità criminale fin dalla nascita, quando hai sparato e ordinato di sparare, quando hai avuto a che fare per anni con dei corpi riservati e azioni del genere le hai pianificate ed eseguite, certe anomalie ti risultano più evidenti. Le annusi subito”.
Corpi riservati?
La ‘ndrangheta se ne serve moltissimo. Sono criminali non necessariamente affiliati o organici all’organizzazione. Persone che possono essere reclutate all’occorrenza per commettere attentati, e che di solito sono pronti a morire nel corso di queste missioni. Persone spesso disperate, ma molto preparate. Dei kamikaze, insomma. Ecco, a me Preiti sembra rispondere perfettamente a questo identikit. E di certo le sue origini potrebbero essere un’ulteriore conferma di questa teoria.
E perché?
Innanzitutto, so per certo che la famiglia Preiti è vicino ad ambienti legati alla ‘ndrangheta. E poi non dimentichiamoci che a Rosarno c’è da sempre una situazione un po’ particolare.
Si spieghi meglio.
Da sempre a Rosarno ci sono dei clan molto propensi a ricorrere alla violenza e ad atti eclatanti. Clan che agiscono spesso autonomamente, senza il consenso di tutta l’organizzazione. Diciamo che non sono stati molto inquadrati. Però stavolta la cosa sembra diversa, e non a caso Preiti non è partito dalla stazione di Rosarno, ma da quella di Gioia Tauro.
Un segnale? O voleva semplicemente farsi riprendere dalla videocamera di sorveglianza?
Sicuramente lui sapeva che alla stazione di Gioia Tauro sarebbe stato ripreso da quella videocamera. Ma qui il messaggio è un altro, e ben più importante. Se io da Rosarno devo raggiungere Roma in treno, non ha alcun senso che io vada in auto fino alla stazione di Gioia Tauro. Il fatto che Preiti lo abbia fatto, significa che si voleva far sapere a tutti che il suo gesto folle non era stato deciso solo dai clan di Rosarno, ma aveva il consenso di tutta la mamma [nel gergo ‘ndranghetistico, l’organo di controllo supremo dell’organizzazione criminale, ndr]. Gioia Tauro è il centro del mandamento della Piana: aver lasciato la macchina lì equivale ad affermare che il vertice assoluto della ‘ndrangheta ha approvato.
Questo significherebbe che la ‘ndrangheta ha intenzione di inaugurare una stagione di destabilizzazione? C’è un progetto preciso?
Più volte, dopo esser diventato collaboratore di giustizia, ho avuto incontri con finti pentiti che descrivevano prospettive inquietanti. In particolare, nel 2011, fui abbordato due volte da esponenti della cosca De Stefano-Tegano, [le ‘ndrine che controllano Reggio Calabria, ndr], che cercavano di reclutarmi e di corrompermi. Mi parlarono di un piano del terrore che sarebbe stato messo in atto, un piano contro magistrati e forze dell’ordine, teso a destabilizzare. E si vantarono di avere a disposizione truppe di criminali pronte ad ammazzare e a farsi ammazzare. Ecco, quando ho appreso dell’attentato di Preiti, non ho potuto non ripensare a quegli incontri.
Ma perché l’idea che Preiti possa semplicemente essere un disoccupato, magari anche mentalmente instabile, non riesce proprio a convincerti?
In realtà è proprio se penso a Preiti come un disperato che i conti non tornano. Se io non avessi un lavoro e non riuscissi ad arrivare a fine mese, perché dovrei partire il giorno prima dell’attentato e pagare un pernottamento in hotel, anziché prendere il treno la mattina stessa? E poi c’è la pistola: se fossi in condizioni economiche così disastrate, la prima cosa che farei sarebbe andare a rivendere una pistola, comprata al mercato nero, che vale da sola almeno 1200 o 1300 euro. Senza contare che quella non è una pistola qualunque. Si tratta di una 7 e 65 Pietro Beretta, modello A 35, usata già nella Seconda Guerra Mondiale, e spesso data in dotazione alle forze dell’ordine. La canna è facilmente estraibile: basta aprire il carrello, e con un colpo la si fa uscire; ed è per questo che è comoda anche da sostituire, ad esempio con una calibro 9 corto. È l’arma preferita dalla ‘ndrangheta, che infatti quando vuole lasciare una firma, spara sempre con quel modello lì, anche perché di fatto non si inceppa mai. Ha un solo difetto: non è molto precisa. E questo la dice lunga sulle capacità di questo Preiti, che va bersaglio quattro volte sparando sette colpi. Un’efficienza incredibile: io con quell’arma ho sparato decine di volte, e le assicuro che non è facile andare a bersaglio con tanta precisione, soprattutto in una situazione così concitata come quella, e soprattutto per uno che dice di aver mai sparato prima.
Poco credibile, in effetti.
E non solo: Preiti sapeva perfettamente che doveva sparare da vicino, perché quel modello di Beretta non è precisa a grande distanza. E sapeva anche, o almeno sospettava, che i carabinieri dovevano avere una qualche protezione al torace, magari un giubbotto antiproiettile. E guarda caso lui ne colpisce uno al collo e uno alla gamba. Una freddezza pazzesca. Viene da chiedersi dove abbia imparato a sparare così bene. Una cosa è indubbia: se vivi a Rosarno, non puoi certo metterti ad esercitarti al tiro al bersaglio, perché è praticamente impossibile non richiamare l’attenzione di chi, su quel territorio, ha il controllo assoluto. E poi, ancora, perché, se sono incensurato, devo comprare un’arma al mercato nero, con una matricola abrasa?
Per un solo motivo: perché so già, fin dal giorno in cui la acquisto, che quell’arma mi servirà per uccidere. Altrimenti non ha alcun senso: Preiti era incensurato, poteva benissimo ottenere il porto d’armi e comprare regolarmente una pistola, se davvero intendesse usarla per difesa personale. Anche perché niente gli avrebbe vietato di utilizzarla, un domani, per fare una rapina. I disperati fanno così. Non comprano una pistola al mercato nero, tra l’altro con la matricola abrasa.
Possibile che l’abbia cancellata Preiti stesso, la matricola, magari con la punta di trapano che è stata ritrovata nel suo borsello?
Lo escludo. Non ci si inventa autodidatti per certe cose: punzonare un’arma è un lavoro da professionisti. Soprattutto per fare in modo che, come in questo caso, a distanza di settimane gli inquirenti non riescano a risalire alla matricola originale: per lavori del genere si usano liquidi speciali, ci servono attrezzature apposite e una certa manualità. Impossibile farlo soltanto con una punta di trapano. Secondo me, ma questa è una mia ipotesi, quella punta di trapano è stata messa lì per confondere le acque, per sviare le indagini.
Nel borsello è stato trovato anche un cellulare.
Con una carta SIM intestata ad un extracomunitario. Gli appartenenti alle organizzazioni criminali sono soliti ricorrere a questo sistema, per rimanere invisibili e non lasciare tracce, mentre discutono di traffici e di progetti.
Nelle interviste che hanno rilasciato, i familiari sembravano sinceramente sconvolti. Erano molto lontani dall’immaginario comune della tipica famiglia ‘ndranghetista.
Vero. Ma molto spesso, mi creda, quando fai quel mestiere lì, i tuoi familiari non ti conoscono affatto. Soprattutto se sei un corpo riservato. Tra l’altro sembra che lui sia uscito di casa senza il borsello con cui poi è stato ritrovato davanti a Palazzo Chigi. Dove lo ha preso? Chi glielo ha dato? Anche questo, a mio avviso, potrebbe essere un indizio importante. E poi c’è la questione della cocaina. Se davvero Preiti aveva quel vizio, è impossibile che non fosse in contatto con ambienti criminali, specialmente se pensiamo che a Rosarno le ‘ndrine controllano anche lo spaccio in maniera capillare.
In molti potrebbero accusarti di alimentare, con questa sua lettura dei fatti, il luogo comune, un po’ meschino, per cui tutti i calabresi, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la ‘ndrangheta.
Non è assolutamente vero. La Calabria è piena di persone per bene, onesti lavoratori. E lo stesso vale per Rosarno. Ma il punto è proprio questo: nessuna persona per bene, nessuna persona che non sappia di godere della protezione della ‘ndrangheta potrebbe anche solo pensare di partire da Rosarno e fare un atto del genere. Significherebbe condannare a morte non solo se stessi, ma anche la propria famiglia.
Ma qual è il segnale che voleva lanciare la ‘ndrangheta, allora?
Difficile dirlo. Però sicuramente un messaggio è arrivato chiaro: il fatto che Preiti, subito dopo esser stato immobilizzato, ha dichiarato che aveva intenzione di far fuori un uomo delle istituzioni, significa che la ‘ndrangheta ha lanciato un segnale a tutta la politica. Secondo me, Preiti è andato diritto contro il bersaglio che aveva designato: lui voleva ammazzare i carabinieri, quella mattina. Ma è evidente che non era un segnale di odio contro le forze dell’ordine; è alla politica che era diretto, quel segnale.
Un attentato politico, quindi?
Be’, certamente dei risultati li ha ottenuti subito, visto che molti giornali hanno immediatamente collegato quell’atto col clima di odio fomentato ad arte da un certo movimentismo politico. Ma preferisco comunque non entrare direttamente in questi risvolti.
Quest’attentato arriva poche settimane dopo la lettera inviata a Nino De Matteo, nella quale si dice chiaramente che non si può mettere il Paese in mano a comici e froci. Potrebbe essere il segnale che la ‘ndrangheta, e le altre organizzazioni criminali, vogliono ottenere qualcosa dallo Stato?
Guarda, quando la ‘ndrangheta alza il tiro è sempre perché vuole arrivare ad aprire una trattativa. Che ormai è una parola abusata. Quando si parla di trattativa si pensa spesso, perché così ci hanno abituato a fare, ad un grande tavolo in cui tutti si riuniscono per prendere chissà quali accordi. In Italia la trattativa si vive ogni giorno, tra lo Stato e le mafie: è fatta spesso più di silenzi che di parole, si regge su taciti accordi. Quando si spara, di solito, è perché si vuole arrivare ad una rinegoziazione.
Intervista realizzata il 15 maggio 2013
L’incoerenza della Lettanomics
Enrico Letta ha messo il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro delle sua agenda di governo. Si tratta di (buoni) propositi che però mal si conciliano con la zelante accettazione dei vincoli europei (le famigerate politiche di austerity) più volte ribadita dallo stesso premier. Molte riserve suscita anche il “modello di crescita” sul quale si impernia la politica del nuovo governo: trasformare l’Italia nella “piattaforma logistica d’Europa” è davvero una buona soluzione per uscire dalla crisi?
Un governo di larghe intese difficilmente può proporre una linea coerente di politica economica. L’analisi economica delle istituzioni politiche (new political economy) – una linea di ricerca sviluppatasi a partire dalla scuola della Public Choice i cui risultati, costruiti su ipotesi comportamentali talora eroiche, sono senza dubbio da approfondire – mostra che il disavanzo fiscale sia tendenzialmente più elevato nei governi di coalizione, in cui il potere politico è più disperso. In tal caso infatti tenderà a prevalere una logica di gestione delle risorse pubbliche finalizzata a ridurre gli elementi conflittuali che caratterizzano le varie anime della coalizione[1]. Da qui sorge l’incoerenza che può segnare le politiche economiche messe in campo da un governo di larghe intese.
Certamente tra i lettori ci sarà chi ricorderà l’aforisma di Giuseppe Prezzolini, secondo il quale “La coerenza è la virtù degli imbecilli”, oppure quello di Oscar Wilde, “La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione”. Negli aforismi in effetti si può proteggere il buon senso, e forse quanto detto dagli artisti appena ricordati può valere per la coerenza intesa nel senso della logica matematica; in tal senso si dice coerente un sistema in cui non è dimostrabile nulla di contraddittorio, quando cioè non sono dimostrabili contemporaneamente un’espressione e la sua negazione. Dinanzi alla complessità della politica, del funzionamento delle istituzioni, degli imprevisti che sempre caratterizzano la storia, la coerenza logico-matematica può risultare dannosa. Ciò che invece conta è una coerenza di diversa natura, quella stessa che a ben vedere è data dal buon senso. Si può dire che un sistema economico e sociale è coerente se è in grado di cambiare nel corso del tempo quello che c’è da cambiare, facendolo in tempi ragionevoli. La coerenza di un sistema economico e sociale non riguarda tanto la capacità di mantenere semplicemente un sentiero di sviluppo, ma riguarda la capacità di costruire la propria evoluzione, riguarda cioè la capacità di governare dei processi complessi[2].
Il governo Letta ha quanto meno il pregio di aver presentato un’agenda chiara sin dal discorso con cui i ministri designati hanno chiesto la fiducia del Parlamento[3]. Il primo paragrafo del testo del discorso ha un titolo molto significativo – Un governo al servizio dell’Italia e dell’Europa – vera e propria chiave musicale che ci fa comprendere come leggere le note che compongono la sinfonia che segue. Gli altri punti del programma pongono temi rilevanti – le risorse per la crescita, la priorità lavoro, la riforma della politica, la riforma delle istituzioni – che nelle intenzioni del Primo Ministro costituiscono degli impegni cui adempiere per rafforzare l’Italia e l’Europa, ma che rischiano di tradursi in riforme che, sotto la pressione dei vincoli imposti dalla stessa Europa alle politiche economiche nazionali, non aiuteranno il Paese a sollevarsi dalla recessione in cui è precipitato.
La nostra tesi è che ciò che emerge dall’ordine del discorso, dalle parole posate, dai riconoscimenti generosi (da Napolitano a Bersani, sino a Brunetta) con cui il neo Presidente del Consiglio vorrebbe comunicare la sua abilità nel ricercare compromessi, siano indicazioni di politica economica estremamente disattente ai problemi di coerenza – nel senso da noi proposto – del sistema economico e sociale sia italiano, che europeo.
2. Preservare i vincoli europei alle politiche economiche nazionaliNelle brevi dichiarazioni del 23 Aprile 2013 successive alle consultazioni del Presidente della Repubblica, l’onorevole Letta aveva emblematicamente definito essenziali il problema del lavoro che non c’è e quello della disoccupazione giovanile, riconoscendo addirittura la necessità “di far cambiar linea a una Unione Europea che, fino a oggi, su questi temi non ha dato risposte sufficienti”[4]. Eppure nel discorso per ottenere la fiducia del Parlamento, il primo riferimento all’Europa, che coincide con il primo punto dell’azione di politica economica di questo governo, consiste nell’accettazione di quei vincoli in cui, a ben vedere, è sintetizzata la moda imperante dell’austerity. Letta parla di “processo necessario di risanamento della finanza pubblica”, e lo fa indicando chiaramente una linea di continuità con l’operato del governo Monti. Paradossalmente, lo fa nello stesso periodo in cui è stata dimostrata la non fondatezza di uno dei principali lavori scientifici volti a sostenere l’esistenza di un nesso causale significativo che va dalla riduzione del rapporto debito pubblico/PIL all’incremento della crescita del PIL stesso: “Growth in a Time of Debt”.
Per essere più precisi quel nesso causale – dato per scontato in Italia da tanti giornalisti, opinionisti ed anche da alcuni economisti che nonostante non abbiano mai fatto una ricerca scientifica sul tema specifico occupano spesso le colonne dei più prestigiosi quotidiani italiani – non è stato mai dimostrato[5]; ciò che invece gli eminenti economisti autori del lavoro su richiamato, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno sostenuto è che i Paesi con un rapporto debito pubblico/PIL superiore al 90% hanno un tasso di crescita medio leggermente negativo[6]. La scoperta di un errore tecnico, e di alcune scelte molto opinabili nella selezione del campione utilizzato per le stime, ha smentito clamorosamente questo risultato. Senza entrare nelle intenzioni dei due economisti, ciò che più conta – come non ha mancato di notare Paul Krugman[7] - “è come il loro lavoro fu analizzato”. Infatti “gli appassionati dell’austerità strombazzarono che il supposto 90% come punto di non ritorno fosse un fatto provato e quindi un motivo per tagliare la spesa pubblica, anche a fronte di una disoccupazione di massa. Così il fiasco dei Reinhart-Rogoff deve essere visto nel più ampio contesto inerente la mania d’austerità: il desiderio ovviamente intenso dei policy makers, dei politici e degli esperti di tutto il mondo occidentale di voltare le spalle ai disoccupati e utilizzare la crisi economica come una scusa per tagliare i programmi sociali.”
Tutto ciò non sembra scalfire le convinzioni del Primo Ministro Letta che considera probabilmente l’accettazione delle critiche provenienti dalla Germania nei confronti dei PIIGS[8], di conseguenza l’interpretazione totalmente errata e ideologica della crisi europea come una crisi scatenata a causa dello stato delle finanze pubbliche dei Paesi dell’Europa mediterranea più l’Irlanda, e la dipendenza non dichiarabile ma fattuale delle politiche monetarie della BCE dagli umori del sistema creditizio e finanziario all’ombra di Berlino, come passi necessari per giungere agli Stati Uniti d’Europa. In questa convinzione, espressa e confermata in tante occasioni[9], vi potrebbe essere anche una personale rielaborazione della correttezza (in realtà opinabilissima) della scelta impopolare presa dal suo maestro Nino Andreatta nel 1981: il così detto divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, cioè il fatto che il finanziamento del fabbisogno pubblico non fosse più garantito dalla Banca Centrale, che anzi, per legge, non sarebbe più intervenuta per acquistare all’emissione i titoli di Stato.
Vale la pena riproporre alcuni passi di un articolo che Andreatta scrisse dieci anni dopo. In esso si trovano tante affermazioni che costituiscono molto probabilmente l’imprinting di un allievo come Letta, colmo di gratitudine, con una formazione da scienziato politico e privo degli strumenti di teoria economica necessari ad individuare le debolezze che caratterizzano le idee del maestro (il quale si mostra consapevole quanto meno di un grande problema, che di seguito mettiamo in luce utilizzando il carattere corsivo):
“I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalità dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al ‘divorzio’. Il termine intendeva sottolineare una discontinuità , un mutamento appunto di regime della politica economica … Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come ‘congiura aperta’ tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato. … Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’ adesione allo Sme (di cui era un’ inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione. Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato. … Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuò ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa.”[10]
Letta sembra non ricordarsi la parte oggi più importante della lezione di Andreatta, il fatto cioè che la crescita del debito pubblico rispetto al PIL dipende sostanzialmente dalla spesa per interessi, che a sua volta è significativamente incrementata dopo il divorzio del 1981; egli ha invece continuato a più riprese a sostenere che l’Italia ha fatto nei decenni scorsi troppi debiti[11]. Ciò che invece Letta sembra aver fatto propria è l’idea che l’Italia abbia bisogno di vincoli esteri necessari a sostenere la propria credibilità politica dinanzi agli altri Paesi europei.
Eppure alcuni obiettivi che il governo Letta fa propri non possono che comportare una forzatura di quei vincoli, non solo per essere attuati, ma anche per dare dei risultati significativi in termini occupazionali e commerciali. Ci riferiamo al progetto per il rilancio dell’occupazione dei giovani in Europa e ai project bondscon cui finanziare la ricerca, due temi su cui il Primo Ministro sembra riporre una grande fiducia, ma che se attuati alle condizioni attuali si rivelano dei palliativi.
L’Unione Europea avrebbe stanziato per il 2014 6 miliardi di euro per il piano europeo Youth Garantee, che si tradurrebbe in agevolazioni fiscali sulle assunzioni dei giovani alle prime esperienze lavorative. La proposta che il Primo Ministro vorrebbe avanzare comporterebbe un’anticipazione già a partire da Giugno del piano. Occorre segnalare che all’Italia giungerebbero 500 milioni di euro, e che il piano prevede che i giovani si rivolgano ai centri per l’impiego i quali dovrebbero poi trovare le condizioni per attivare entro quattro mesi un contratto di stage o di apprendistato. Tutto ciò avverrebbe in un contesto in cui i datori di lavoro devono fare i conti con una lunga lista di problemi che difficilmente può garantire la riuscita del progetto: il calo degli ordinativi, la difficoltà crescente nel riscuotere i crediti vantati, l’acuirsi delle condizioni alle quali è possibile avere credito da parte delle banche. Occorre inoltre ricordare che il tasso di disoccupazione giovanile in Italia nell’Aprile del 2013 è pari al 40,5% (dati Istat), dichiarano di essere in cerca di lavoro 656 mila giovani (tra i 15 e i 24 anni) che rappresentano il 10,9% della popolazione.
I project bond sono emissioni obbligazionarie riservate a investitori qualificati (società coinvolte nella realizzazione di infrastrutture stradali, reti di telecomunicazione, reti elettriche e di trasporto del gas e altri servizi di rilevanza pubblica) in grado di finanziare nuovi progetti di pubblico interesse, o anche di terminare opere incompiute. L’iniziativa europea “Prestiti obbligazionari Europa 2020” prevede che la Banca Europea per gli Investimenti sostenga parte del rischio entro la percentuale massima del 20%[12]. Letta vorrebbe prevedere nuovi ambiti di applicazione per rilanciare le attività di ricerca e sviluppo, in relazione – ci pare di comprendere – ai settori hi-tech, dell’ambiente e dell’energia.
È verissimo che la ricerca e sviluppo come quota del PIL, soprattutto quella fatta privatamente dalle imprese (la così detta BERD) è molto bassa in Italia, ma il problema che sembra sfuggire a Letta è che, se si confrontano correttamente le rispettive strutture industriali, le imprese italiane spendono in ricerca quanto le loro omologhe negli altri Paesi[13]. Il problema sta nella specializzazione del sistema produttivo italiano, il quale, prima in seguito alla particolarissima declinazione che la politica industriale nazionale ha assunto a partire dal processo di convergenza verso l’unione monetaria europea, poi in seguito alla deflazione competitiva perseguita dalla Germania[14], appare tecnologicamente in ritardo. Iproject bond per finanziare la ricerca nelle imprese difficilmente potrebbero trasformare il sistema produttivo italiano senza una politica di programmazione nazionale che guidi un cambiamento strutturale volto a sostenere la produzione di beni in grado, da un lato, di ridurre la dipendenza delle imprese italiane dai beni strumentali prodotti all’estero, dall’altro di aspirare a riconquistare quote di mercato estero nei settori a più alto valore aggiunto[15].
Tuttavia una politica industriale nazionale del genere comporta necessariamente la possibilità di escludere le spese per investimenti dal conteggio del deficit dello Stato – punto su cui lo stesso Mario Monti cercò invano di convincere all’inizio del suo mandato la signora Merkel. Certo i project bond potranno sempre trasformarsi in incentivi di cui potranno beneficiare ipoteticamente nuove sedi italiane di grandi multinazionali impegnate in quei mercati in cui la specializzazione produttiva necessita della ricerca. In tal caso alcuni effetti positivi, quanto meno in termini occupazionali, potrebbero esserci, saremo tuttavia molto distanti dalla realizzazione di un sistema nazionale di innovazione e di un modello di crescita stabile. Soprattutto legheremo il nostro destino non tanto all’Europa, come auspicato da Enrico Letta, quanto alle scelte strategiche di alcuni capitalisti dei Paesi del Nord Europa.
3. Grande coalizione e politiche incoerenti. L’esempio dell’Imu e Expo 2015Il 5 Maggio, in una nota trasmissione televisiva, il conduttore ha chiesto al neo Primo Ministro delucidazioni circa l’impegno di abolire l’Imu. Il punto è percepito come una delle condizioni dalla quale dipende la stabilità di questo governo. La risposta è significativa: “Parlare di Imu è riduttivo. Il tema è la casa. … Il nostro è un Paese che ha visto negli ultimi tempi il crollo dell’edilizia, il crollo dell’edilizia ha buttato giù profondamente l’economia italiana … nel mio programma c’è scritto con chiarezza che andrà superata l’Imu così come è stata costruita, andrà messo, con grande impegno, un progetto che abbia a che fare con gli affitti agevolati per le giovani coppie; terzo, sempre in materia fiscale, bisogna rilanciare il tema delle ristrutturazioni, incentivate fiscalmente, ecologiche ed eco-compatibili.”[16] Letta si sforza di dare un messaggio che rinvia in effetti ad un modello di crescita che, a determinate condizioni, può presentare una certa coerenza, senza per questo essere esente da critiche importanti. Sebbene ciò su cui vorremmo porre maggiormente l’attenzione, come si vedrà, è il gioco delle parti che per tutto Maggio ha caratterizzato le due diverse anime del consiglio dei ministri, sino al consiglio implicito ricavabile dalle recentissime Considerazioni finali da parte del Governatore della Banca d’Italia, l’ipotetico modello di crescita che il Primo Ministro sembra avere in mente merita alcune considerazioni.
In linea con il precedente governo Monti, il fine principale consiste nell’attrazione di capitali stranieri in Italia, nella forma di investimenti diretti esteri, creando opportunità di business[17]. In più rispetto al precedente governo c’è l’accento posto sul presunto ruolo trainante dell’edilizia. A questo schema andrebbero ricondotte anche le considerazioni sul made in Italy e su Expo 2015 – che Letta ha definito nel suo discorso di insediamento “grande occasione che non dobbiamo mancare” ed “evento strategico” – ma che a ben guardare rappresenta un evento che rischia di alimentare orizzonti di redditività di breve periodo. Il progetto Expo è stato per molto tempo solo un brand che ha incontrato enormi difficoltà nel coinvolgimento delle banche finanziatrici. Esso si concretizzerà, soprattutto, in enormi padiglioni istallati in aree agricole nel hinterland milanese, che al termine dell’evento saranno snaturate e risulteranno pronte per nuovi permessi di edificazione. Ciò rischia di alimentare l’eccesso di offerta, che nonostante la crisi dell’edilizia, continua a caratterizzare molte recenti costruzioni soprattutto nel Nord del Paese[18].
In sintesi Letta sembra aver in mente un’affermazione mal pensata, ma spesso riproposta soprattutto dal centro-sinistra: occorre trasformare l’Italia nella piattaforma logistica d’Europa. Come ha ricordato a più riprese uno studioso esperto di economia regionale ed urbana, Antonio Giulio Calafati, diventare la piattaforma logistica d’Europa sta conducendo alla concretizzazione disordinata di un faraonico programma infrastrutturale per vedere transitare le merci attraverso il nostro territorio. Il dibattito politico e l’informazione pubblica sono vittime di ciò che Calafati definisce un blocco cognitivo: si diffonde la certezza che da questo transito si avranno benefici economici collettivi. La sola eccezione al blocco cognitivo è rappresentata dai movimenti di protesta, nei confronti dei quali, nonostante l’appoggio espresso da molti amministratori locali, si programma e si realizza una repressione estremamente calibrata sotto l’attenzione vigile della Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, colei che già nel precedente governo – dove fu Ministro dell’Interno – si è dimostrata più in grado di richiamare dinanzi a questi episodi la ragion di Stato.
Expo 2015 ha cominciato a raccogliere i capitali necessari alla sua realizzazione solo dopo che sono emerse alcune condizioni coerenti con questo modello di crescita, estremamente instabile, e caratterizzato da alti costi sociali. Da qui emerge un indizio: forse il declino italiano nasce proprio dall’incapacità di fornire un resoconto attendibile, pertinente e fondato, degli effetti delle politiche pubbliche[19].
Torniamo all’Imu. Negli ultimi giorni di Maggio, dopo critiche molto ben argomentate sollevate da economisti e da esperti di ragioneria pubblica[20] - alle quali vorremo aggiungerne un’altra ricordando lo stato di grande incertezza in cui sono cadute le finanze di molti Comuni, anche virtuosi, dopo l’abolizione dell’Ici, situazione che paradossalmente è stata acuita dalle modalità con cui l’Imu è stata introdotta[21] - non si sono fatti passi avanti rispetto all’espediente tecnico già dichiarato nel discorso del 29 Aprile: la sospensione decisa dal Consiglio dei Ministri della prima rata di pagamento del tributo fino al 16 Settembre, nell’attesa che il governo riformi l’imposta.
Il garante del tanto lavoro che occorrerebbe svolgere, è un ex uomo di Banca d’Italia, il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni. Un Ministro che, per l’appunto, non può trascurare i punti di vista che il Governatore della Banca Centrale propone tra le righe dei suoi interventi. Nelle recentiConsiderazioni finali, Ignazio Visco ha utilizzato parole che, sebbene non si riferiscano mai esplicitamente all’imposta sulla prima casa, sono estremamente chiare: “Riduzioni di imposte, necessarie nel medio termine, pianificabili fin d’ora, non possono che essere selettive, privilegiando il lavoro e la produzione: il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l’occupazione e l’attività d’impresa. L’evasione distorce l’allocazione dei fattori produttivi, causa concorrenza sleale, è di ostacolo alla crescita della dimensione delle imprese, aumenta il carico tributario per i contribuenti in regola. Va contrastata anche nella dimensione sovranazionale. Un contributo importante a migliorare la correttezza fiscale può derivare da interventi di semplificazione e razionalizzazione delle imposte e degli adempimenti. La certezza delle misure fiscali e il loro attento ed equilibrato disegno possono incidere sulle aspettative, quindi sulla domanda, più e meglio di sgravi immediati ma dall’incerta sostenibilità.”[22]
Ci pare che le parole espresse dal Governatore Visco possano tradursi nel modo seguente: l’eliminazione dell’Imu non è necessaria, anzi porre al centro dell’agenda governativa questo tema può contribuire ad incrementare l’incertezza che caratterizza da troppo tempo l’intero sistema tributario italiano, e che ha effetti negativi sulla domanda effettiva. I veri problemi del sistema tributario italiano riguardano due punti innanzitutto: 1. la riduzione della differenza fra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore (il così detto cuneo fiscale); 2. la lotta all’evasione fiscale.
4. Chi è Golia?L’attuale Presidente del Consiglio ha concluso il suo discorso alle Camere richiamando un celebre racconto biblico, e proponendo una interessante sequela di metafore:
“Davide ‘prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese in mano la fionda e si avvicinò a Golia’. Noi, dal ‘torrente’ delle idee sulle quali ci siamo confrontati abbiamo scelto i nostri ‘ciottoli’, le nostre proposte di programma. La ‘fionda’ l’abbiamo in mano insieme, governo e Parlamento. Ma di Davide ci servono il coraggio e la fiducia. Il coraggio di mettere da parte quella ‘prudenza politica’ che spinge a evitare il confronto con le nostre paure, a rimanere nella valle e, se proprio decidiamo di muoverci, a farlo con indosso l’armatura. Il coraggio di affrontare la sfida liberandoci dell’armatura, forse lo abbiamo trovato. La fiducia è quella che chiediamo al Parlamento e agli italiani.” Diamo pure fiducia al nostro Davide e facciamo eroicamente finta che egli sia stato in grado di scegliere i ‘ciottoli’ più adeguati alla situazione e che la ‘fionda’ di cui si è armato sia effettivamente quella capace di lanciare quei ciottoli nel modo migliore. Eppure le nostre perplessità non verrebbero meno: non ci appare casuale il fatto che in questa affastellata stipa di figure non sia spiegato cosa rappresenti Golia. Purtroppo un Davide che non sappia individuare il gigante nemico che deve abbattere partirebbe con il piede sbagliato. Soprattutto nel caso in cui Golia fosse quell’Unione Monetaria Europea – un’Europa senza Europa – della quale l’onorevole Letta sembra proclamarsi fedele servitore.
NOTE [1] Il lettore italiano può innanzitutto riferirsi a Tabellini G., Economia e Politica, “Enciclopedia del Novecento III Supplemento”, Treccani, 2004, [link] . Si veda anche Alesina A. e Roubini N., Economia Elettorale. Tra promesse e realtà, EGEA, 2004. Per una critica intelligente a questo approccio e una proposta alternativa all’analisi economica delle istituzioni politiche si veda Palombarini S., Dalla crisi politica alla crisi sistemica. Interessi sociali e mediazione pubblica nell’Italia contemporanea, Franco Angeli, 2003.
[2] Al massimo grado di astrazione questo concetto può essere ritrovato tra le pagine di un importante testo di analisi economica, su cui, purtroppo, hanno posto l’attenzione un numero estremamente ridotto di economisti: Pasinetti L.,Dinamica strutturale e sviluppo economico. Un’indagine teorica sui mutamenti nella ricchezza delle nazioni, UTET, 1984.
[3] Letta E., Testo del discorso del Presidente del Consiglio dei Ministri, 29 Aprile 2013 [link]
[4] Letta E., Gruppi Parlamentari del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati del “Partito Democratico”, Consultazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la formazione del Governo – XVII Legislatura, Palazzo del Quirinale 23 Aprile 2013, http://www.quirinale.it .
[5] Si veda come prima lettura introduttiva sull’argomento Panizza U. e Presbitero A.F., Quel nesso da dimostrare tra debito e crescita, 30 Aprile 2013, http://www.lavoce.info . Questo intervento divulga i principali risultati ottenuti dagli autori nel loro Public Debt and Economic Growth in Advanced Economies: A Survey, Mo.Fi.R Working Papers, 78, 2013. Si tratta di risultati empirici che non possono sorprendere quegli economisti critici del mainstream i quali, seguendo altri approcci teorici, hanno ricordato a più riprese le nefaste conseguenze di una politica di riduzione del disavanzo nel pieno di una recessione. Si possono vedere i contributi raccolti in Cesaratto S. e Pivetti M. (a cura di), Oltre l’austerità, e-book di MicroMega, diffuso a partire dal 20 Luglio 2012 e scaricabile gratuitamente dal sito http://temi.repubblica.it/micromega-online/ .
[6] Reinhart C. e Rogoff K. “Growth in a Time of Debt”, American Economic Review, vol. 100, No. 2, pp. 573–78, 2010.
[7] Krugman P., “The excel epression”, 18 Aprile 2013, New York Times. Una traduzione in italiano è al seguente link .
[8] Estremamente interessanti in tutta la loro volgarità quelle pubblicate dalla rivista tedesca Focus in Marzo, la traduzione in italiano è disponibile su Voci della Germania.
[9] Si veda ad esempio il libro – dialogo fra Enrico Letta e Lucio Caracciolo, L’Europa è finita?, ADD editore, 2010.
[10] Andreatta N., “Il divorzio tra Teosoro e Bankitalia e la lite delle comari”, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.
[11] Il lettore deve invece sapere che se si guarda ai valori del saldo primario del bilancio dello Stato (indebitamento netto – spesa per interessi) questi sono sempre positivi, tra il 2000 e il 2012, con le sole eccezioni del 2009 e del 2010, in cui si registrano dei valori negativi molto lievi.
[12] Per un approfondimento si veda Azzolini V., “Project bond anche per i rischi da burocrazia?”, 22 Aprile 2013, http://www.chicago-blog.it .
[13] Ferrari S., “Crisi internazionale e crisi nazionale”, Moneta e Credito, vol. 65, n. 257, 2012, pp. 49-58.
[14] Cesaratto S., “Passato, presente e futuro dell’Europa”, Goodwin Box, 20 Maggio 2010, [link].
[15] Sia consentito rinviare a Romano R. e Lucarelli S., “La struttura industriale italiana e il vincolo degli investimenti”, in in Laura Pennacchi (a cura di), Tra crisi e grande trasformazione. Libro bianco per il Piano del Lavoro 2013, Prefazione di Susanna Camusso, Roma, Ediesse, pp. 257-271. Il capitolo è scaricabile liberamente al seguente link.
[16] Letta E., intervistato da Fabio Fazio, Che tempo che fa, Rai 1, 5 Maggio 2013, http://www.rai.tv .
[17] Su questo mi permetto di rinviare all’intervista fattami da Antonio Vanuzzo per Linkiesta, “Non c’è solo il debito, il governo dimentica la crescita”, 9 Aprile 2012 [link] .
[18] Si consiglia al lettore il libro, drammaticamente divertente, di Maggioni R. e Off Topic, Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, Agenzia X, 2013.
[19] Calafati A.G., Economie in cerca di città. La questione urbana in Italia, Donzelli, 2009.
[20] I ragionieri hanno sottolineato la grande mancanza di trasparenza che caratterizza la discussione: quali voci del bilancio pubblico andranno toccate a seguito dell’abolizione del tributo. Gli economisti pubblici si sono concentrati su altri problemi: Baldini M. e Pellegrino S., nel loro contributo “La redistribuzione dell’Imu”, 17 Maggio 2013, http://www.lavoce.info , hanno calcolato – sotto alcune ipotesi la cui rimozione potrebbe anche condurre a risultati un po’ diversi – gli effetti redistributivi di Ici e Imu, e della eliminazione dell’Imu sulla prima casa. Gli autori segnalano anche che l’abolizione dell’imposta potrà generare effetti diversi a seconda di come il governo sceglierà di ristrutturare l’imposizione complessiva sul comparto immobiliare.
[21] Sul punto si veda il case study di Fiorillo F. e Romano D., Alcuni profili economici della riforma Imu: un case study su Ancona e Senigallia, Working Paper Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali, n. 387, Università Poitecnica delle Marche, 2013.
[22] Visco I., Considerazioni finali, Banca d’Italia, Assemblea ordinaria dei partecipanti, Roma, 31 maggio 2013, p. 13.
di Stefano Lucarelli da Micromega online
“Mali” quotidiani
“Cosa succede in Mali? In cosa consiste il supporto logistico dato ai caccia francesi? Ci sono nostri militari coinvolti nelle operazioni nel Paese? Il Parlamento è stato adeguatamente coinvolto? L’Italia ripudia la guerra sì o no?
Queste sono le domande che noi cittadini nelle istituzioni ci poniamo ogni giorno. Lavoriamo sodo per fare pressione al Governo perché venga rispettata la Costituzione, per ottenere risposte, per studiare documenti su documenti grazie ai quali scrivere mozioni che diano un indirizzo chiaro ai Ministri. Il M5S ha depositato una mozione sul conflitto in Mali con la quale si impegna il Governo a fornire tutti i dati relativi alla missione deliberata in ambito UE (chiamata EUTM Mali) nonché della futura missione deliberata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede l’utilizzo in Mali di 12640 uomini (missione MINUSMA).
Lo sapevate? Qualcuno ve lo ha raccontato? Perché i cittadini non sono mai informati o coinvolti?
L’intervento in Mali ci è costato circa 2 milioni di euro. Può sembrare una cifra ed un impegno irrilevante da parte dello Stato, ma noi riteniamo che sia di fondamentale importanza agire ora per risparmiare, in futuro, vite umane e risorse economiche in un conflitto che potrebbe trasformarsi in qualcosa di grande.
Questo è fare politica, questo significa avere una visione del futuro! Con questa mozione intendiamo ribadire che la decretazione di urgenza è uno strumento che non ci piace. Quante vergogne sono passate nascoste dall’urgenza, celate dall’emergenza?
Non ci stancheremo mai di ripeterlo, i nostri padri costituenti ci hanno regalato l’articolo 11 con il quale si stabilisce, senza se e senza ma, che “l’Italia ripudia la Guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Per questo impegniamo il Governo ad agire nelle sedi europee e sovranazionali affinché si possa finalmente parlare di un’Unione europea dei diritti e dei popoli nonché a promuovere la soluzione di conflitti internazionali privilegiando le vie diplomatiche ed ascoltando le Associazioni non governative presenti da anni sui territori in conflitto. L’Italia in nome della lotta al terrorismo o del ristabilimento della democrazia non deve più intervenire in missioni internazionali che si traducono in veri e propri conflitti armati dove gli interessi in gioco sono, come al solito, soprattutto economici.”
Commissioni Affari esteri e Difesa M5S Camera
Leggi la Mozione depositata alla Camera dei Deputati
Boldrini, studi la Costituzione!
La Boldrini, “nominata” alla Camera per grazia di Vendola, entrata in Parlamento grazie alla coalizione farlocca con il pdmenoelle, subito rinnegata (a parole) per occupare le poltrone dovute all’opposizione, eletta presidente della Camera a tavolino in una notte, ha un piccolo problema. Non legge le mie dichiarazioni prima di parlare o, cosa più grave, non è in grado di capirle.
Nel mio intervento ho denunciato che da vent’anni il Parlamento viene spogliato dei suoi poteri, sanciti dalla Costituzione, senza che nessun partito abbia da ridire. Un Parlamento di “nominati” dai partiti, non di votati dai cittadini, il cui potere di legiferare è stato di fatto trasferito al Governo con i decreti legge, un Parlamento neppure messo in grado di sfiduciare il Governo, come è stato per Berlusconi e Monti, e che prende ordini dai partiti. Questo è il Parlamento oggi.
Negarlo è negare la realtà. Studi la Costituzione, cara Boldrini, e la legga attentamente prima di commentare le mie parole a uso suo e dei partiti. Il M5S vuole da sempre la centralità del Parlamento.
Il resto sono balle. Leggiamo le sue parole: “Le dichiarazioni di Beppe Grillo, scomposte e offensive, tendono di nuovo a colpire il Parlamento e quindi la democrazia. Sono dannose per il paese, per la sua immagine all’estero, per chi lavora a rinnovare le istituzioni rendendole più sobrie, efficaci e trasparenti e per gli stessi deputati del gruppo M5S, presenti con grande impegno nell’attività della Camera“.





















