Melenchon contro l’uomo da 3 milioni di euro

Jean-Luc Melenchon, candidate of the French far-left Parti de Gauche and candidate for the French 2017 presidential election, leaves after speaking to supporters after the first round of 2017 French presidential election in Paris, France, April 23, 2017. REUTERS/Stephane Mahe

L’informazione a cottimo ha scoperto il leader della sinistra Melenchon: dopo averlo ignorato per tutta la campagna elettorale adesso che si è rivelato fortissimo e non è arrivato al ballottaggio per un pelo, lo attacca selvaggiamente dopo che egli ha rifiutato di indicare Macron come salvezza dalla Le Pen. Un assalto incessante a cui partecipano tutti i cocopro dell’oligarchia, più deciso e feroce di quello inscenato contro la candidata del Front national. C’è da chiedersi perché darsi tanto affanno per uno che non partecipa allo scontro finale dovendo già sopportare l’enorme  peso di rendere politicamente credibile l’impiegatuccio di Rothschild, smorzarne le dichiarazioni antioperaie e antipopolari che dimostrano ancora una volta la nullità del personaggio,  presentarlo come un presidente per i francesi e non come come il capo di stato di qualcun altro e last but not least cercare di spacciare per falsa notizia la documentazione apparsa in rete che testimonia di un conto segreto di Macron alle Bahamas: 3 milioni di euro, tondi tondi, i risparmi, si direbbe, di una breve, ma intensa malavita da caveau.

Altro che fake news, qui siamo nel campo dell’ informazione metafisica, in un feuilleton così grottesco che Le Monde, giornale un tempo considerato molto autorevole prima di essere comprato sostanzialmente dalla banca d’affari Lazard, attribuisce la comparsa dei documenti (qui per chi vuole approfondire) ad una sorta di complotto messo in piedi da Trump e Putin insieme. Ma perché la demonizzazione di Melenchon così ossessiva dopo che ha sostenuto il non voto per il signorino di Rothschild? Semplice, perché dietro l’angolo ci sono le elezioni legislative di giugno ed è probabile che il leader della sinistra ottenga un ottimo risultato, mangiandosi i voti socialisti e prefigurando sia un parlamento senza maggioranza, sia un ampio fronte anti Macron. Fino ad ora l’esistenza di un PS rotto ad ogni compromesso aveva fatto da tampone alle varie situazioni di coabitazione, ovvero di contrasto fra l’inquilino dell’Eliseo e il governo espresso dal Parlamento. Ma con un Macron oltre il  20 per cento tutto questo diventa impossibile, anzi prefigura un’assemblea radicalizzata e divisa tra eurobanchisti atlantici e opposizioni popolari certo diverse fra loro, ma comunque in sintonia sul rifiuto dei massacri sociali.

Questo significa che l’oligarchia ha fatto il passo più lungo della gamba, ha costruito Macron dal nulla e lo ha portato alla vittoria, ma per ritrovarsi molto probabilmente con un presidente dimezzato: non hanno pensato che appoggiare con tutta la forza disponibile un candidato di quel tipo significava radicalizzare la battaglia e dunque far cadere il birillo socialista che aveva dato tante soddisfazioni all’elite di comando. E senza considerare il fatto evidente che se il leader della sinistra avesse detto di fare barriera contro la Le Pen anche a costo di votare l’uomo da tre milioni di euro non avrebbe ottenuto altro risultato che palesare la propria impotenza a rappresentare efficacemente un vasto elettorato che si era rivolto a lui e in sostanza avrebbe regalato a Macron una vittoria vera. Per questo la campagna disperatissima anti Melenchon , volta a riportare sulla retta via il qualunquismo di sinistra messo in crisi dall’inaspettata vittoria e dalle possibilità di azione e di futuro che essa apre. Erano già così contenti questi qualunquemente progressisti di festeggiare una ennesima resa, conservando però la coscienza orgogliosa di essersi opposti alla destra, che adesso sono disorientati. Persino il partito comunista ha avuto uno sbandamento iniziale di fronte alla non scelta di Melenchon, ma adesso sembra si stia rendendo conto dell’errore catastrofico a cui stava andando incontro e ha offerto al leader della Francia ribelle un’alleanza elettorale in vista delle legislative che comprende una sorta di patto di desistenza in una trentina di circoscrizioni. Non è mai troppo tardi, si direbbe, anche per chi si rassegna troppo presto.

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