Orwell gioca in borsa

Nell’agosto del 2007 l’indice S&P 500, quello che riporta l’andamento azionario delle 500 aziende america più capitalizzate, almeno secondo Standard e Poor’s, faceva segnare una media di 85 dollari per azione, cioè un valore 18,4 volte quello degli utili. La crisi si annunciava con questa falsificazione della realtà nella quale ormai consiste l’economia borsistica. Adesso va meglio? Per gli speculatori del mercato certamente si, perché oggi in presenza di una costante diminuzione degli utili e di un tendenziale o comunque un prevedile aumento dei tassi, quella cifra grottesca è passata dal 18 volte a 24,3 volte. Si tratta di rapporti non dissimili da quando avviene in tutto l’occidente e che talvolta arriva al grottesco come quando, fino a due anni fa Montepaschi veniva trattata a valori oltre 200 volte superiori al prezzo delle proprie azioni.

Non è solo che scommettitori e giocatori non sanno alzarsi dal tavolo verde fino a che non succede il disastro, è che ormai l’economia consiste in una falsificazione strutturale del mercato che finisce per alimentare le bolle, che esso stesso è una bolla, come dimostra benissimo il quantitative easing di Draghi che invece di riversare denaro destinato a finire nelle tasche delle persone e a rianimare l’economia reale, serve ad aumentare artatamente i valori azionari. Così la stragrande maggioranza delle persone s’impoverisce, mentre va in scena un film sulla ripresa, sulla fine della crisi, sulle promesse del futuro sulla percezione di ricchezza. Tutto il meccanismo che alla fine produce una quantità infima di ricchi e grandi masse di poveri sia in denaro che in futuro, si regge sulla fiducia, non diversamente da quanto accade negli studi delle cartomanti. Questa però non è una fiducia che può essere ispirata solo dal banchiere o dall’agente di borsa i quali agiscono in base a convinzioni fideistiche, ai dettami di una religione d’interesse, deve essere in qualche modo generalizzata e consolidata attraverso l’informazione e le istituzioni politiche che ormai in molti Paesi non sono che l’espressione del potere del denaro inesistente e pure mai così pervasivo.

Insomma lo spettacolo deve continuare fino a che il teatro va a fuoco, gli spettatori scappano, le banche centrali e i governi mandano i pompieri, rubano agli impoveriti per risarcire gli arricchiti e poi tutto ricomincia come prima. In effetti adoro l’ingenuità di chi crede che tutto questo non sia il mercato, ma la manipolazione dello stesso e la persistenza degli errori, quando invece l’economia della bolla è qualcosa di intrinseco al neo liberismo ed è ingestibile alla lunga senza una governance autoritaria che renda possibile la continuazione del gioco, senza che questo sia turbato né dalle accuse di baro, né dalla rabbia di chi si trova perdente senza nemmeno aver avuto accesso alla sala del gioco.

Il problema è: la prossima crisi potrà essere gestita attraverso un congelamento a vari livelli della democrazia come è accaduto dopo il 2008, oppure si tenteranno scelte apertamente autoritarie, magari imposte sull’onda di fattori emotivi del tutto estranei come l’immigrazione? Tutto dipende dalla nostra capacità e volontà di reazione, ma di certo si va già preparando il terreno e qui e là brillano le pepite del nuovo ordine: sulla rivista francese Atlantico, il cui titolo dice già tutto sul suo integralismo liberista, si legge che la maggioranza delle persone ( sondaggio ovviamente ordinato e dunque di per sé privo di credibilità) approva il prolungamento dello stato d’urgenza. Dopotutto si dice non tocca la vita quotidiana e nemmeno ” attenta alla libertà di stampa ; se c’è un controllo dei media questa è un altra cosa”. A volte invidio gli idioti capaci di pensare che qualcosa sia tutt’altra cosa a patto che glielo suggerisca il potere.

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