Alto e basso, Milano come laboratorio

UnknownFa un effetto un po’ straniante leggere i giornali di oggi, magari mescolando quelli americani e quelli italiani. Perché i primi riportano della battaglia di Bernie Sanders contro la “democrazia distorta”, quella dove ci sono solo candidati della business community, insomma espressioni dell’establishment economico; mentre i secondi ci spiegano come a Milano a questo punto la corsa a sindaco potrebbe essere fra tre super manager: un ex bocconiano già amministratore delegato degli pneumatici Pirelli, un ex direttore generale di Confindustria, un ex McKinsey-boy amministratore delegato di Banca Intesa.

Tanti auguri a tutti e tre – Sala, Parisi e Passera – ma forse il problemino su cui batte Sanders iniziamo un po’ ad averlo anche noi.
Indistinguibili sotto il profilo tanto dei curriculum quanto delle visioni culturali e politiche, i tre hanno in comune anche la piena appartenenza a quello che, in modo un po’ semplicistico ma efficace, da Zuccotti Park in poi viene chiamato “l’uno per cento”: non sono né di destra né di sinistra, sono semplicemente in alto, cioè nella punta della piramide della società e del potere. Non solo e non tanto per redditi, quanto per ruolo, per adesione di una vita, per rappresentanza di interessi.

Come si sia arrivati a questo – a Milano e non solo – è storia lunga: ha a che fare con la fine della sinistra storica (con la sua perduta capacità di stefano_parisi.jpg_370468210rappresentare i cittadini comuni, il “99 per cento”) e con un trentennio di egemonia culturale della destra economica; ma ha probabilmente a che fare anche con la crisi della democrazia nel suo complesso: l’altro giorno, quando lo intervistavo al Future Forum di Udine, Zygmunt Bauman mi spiegava come la sfiducia verso la possibilità che le democrazie possano fare davvero qualcosa per le persone comuni – nell’era dei mercati imperanti – porta talvolta a spostare la rappresentanza dalla leadership al management, da quelli che si presentano per fare le cose giuste (“to do right things”) a quelli che presentano semplicemente promettendo fare le cose bene (“to do things right”), cioè esibendo vere o presunte capacità tecniche che tuttavia sono messe al servizio del sistema, dell’establishment, dello status quo economico e politico.

Qui siamo a Milano nel 2016.DV1079413

Ed è interessante vedere come – seppellito anche lì il centrosinistra che fino a 48 ore fa vi sopravviveva come in un villaggio di Asterix – adesso la città esprima questo tipo di realtà, più chiaro lì che in qualunque altrove: con tre manager politicamente indistinguibili che esprimono la stessa parte della società, cioè l’establishment economico.

Ecco, adesso sento parlare in giro di una possibile “lista di sinistra”, a Milano, e capisco la reazione un po’ pavloviana di far sopravvivere la sinistra dopo la fine del centrosinistra.

Penso tuttavia che fare una semplice “lista di sinistra” – che poi sarebbe subito invasa e lottizzata dai reduci dei partitini che con i propri errori tanto hanno contribuito a farla sparire, la sinistra – sarebbe solo una legittimazione perdente dei tre top manager di cui sopra.

Servirebbe semmai una lista del basso, contro quei tre che stanno in alto.

Una lista del “99 per cento”, per usare quella formula imprecisa quanto volete ma chiara.

Una lista che non si attacchi a nostalgismi simbolici né si consoli della presenza dei suoi colori sulla scheda, e che piuttosto tragga linfa, idee, proposte e persone dai tanti ceti economici e dalle tante realtà sociali che a Milano come altrove esistono, e sono appunto il 99 per cento, tutti più in basso e tutti diversi dal trio di top manager in cima alla piramide che ci vogliono ammannire.

Allora sì che Milano sarebbe di nuovo, anziché il villaggio di Asterix, il laboratorio che spesso è stato.

 

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