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Tutte le contraddizioni del JobsAct di Matteo Renzi

Contratto unico, tutele universali, valorizzazione delle diverse forme di occupazione. Potrebbe essere l’inizio di una vera e propria rivoluzione culturale, a partire da uno sguardo realmente consapevole e trasformativo dell’esistente. Ma sarà così?

La grande proposta di Matteo Renzi sul lavoro e il Welfare è stata ancora una volta rimandata. Nessuno documento scritto è stato presentato alla Direzione del PD di giovedì 16 gennaio. Siamo ancora ai titoli di dieci giorni fa. Perché Renzi è stato risucchiato dall’eterno dibattito “politicistico” sulle riforme istituzionali e il sistema elettorale: un dialogo polemico con le mille anime dell’attuale PD.

Cento cantieri? Così Renzi in merito al lavoro si è limitato a ripetere la sua vecchia proposta dei cento cantieri, semplificati e deburocratizzati, in cento caserme in disuso, per rilanciare l’edilizia. Una visione che ha il sapore antico dei piani straordinari per ampliare o ricostruire i fabbricati, presentati dall’ultimo Governo Berlusconi. Insomma si torna al caro vecchio mattone del piccolo capitalismo all’italiana: altro che Green Economy o nuove tecnologie. Con in più l’idea di creare delle zone, oltre che senza burocrazia, anche senza regole. Manco fossimo nella zona franca di Shanghai.

Contratto unico? In ogni caso, in attesa del documento scritto che presenterà ufficialmente il JobsAct, l’impianto sembra già definito. Gli intenti, assai condivisibili, sarebbero quelli di eliminare, o comunque ridurre, la precarietà nelle forme del lavoro. Perciò si favorisce l’assunzione tramite un “contratto unico di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti“. È una ricetta proposta negli anni scorsi, con toni differenti, da Pietro Ichino, Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Non è dato sapere quanto possa funzionare in una fase di crisi come quella attuale, visto che negli ultimi cinque anni si sono persi migliaia di posti di lavoro difficilmente recuperabili. Con milioni di giovani NEET e meno giovani di fatto esclusi dal mercato del lavoro, oltre che dal ciclo dell’istruzione e formazione. Mentre gli economisti più ottimisti, ed ora anche il Ministro del Welfare Enrico Giovannini, parlano di una Jobless Recovery, cioè un’eventuale ripresa economica, senza recuperare i posti di lavoro.

Tutele universali La proposta di Renzi prevede poi un assegno universale di disoccupazione, ma vincolandolo al corso di formazione professionale da frequentare e al «non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro». È bene ribadire che la maggior parte dell’attuale formazione istituzionalizzata è molto redditizia solo per gli enti formatori e poco o nulla per le persone che devono subirla. Mentre nel secondo caso vi è una chiara violazione del parametro di congruità dell’offerta lavorativa rispetto al profilo del lavoratore: vincolo stabilito anche in sede europea e che deve essere rispettato. Ma proprio nella giusta esigenza di rendere universali le tutele di un nuovo Welfare, in Parlamento ci sono tre proposte di legge in merito al reddito minimo garantito e alla previsione di un sussidio di disoccupazione universale. Le si accorpi, migliorandole, e si proceda. In questo settore è possibile trovare una nuova larga intesa. Perché c’è il “Sistema Paese” in attesa da oltre un ventennio non certo di riforme massimaliste, ma di concreti interventi sul lavoro e sul Welfare. Avendo la consapevolezza di quanto siano cambiate le forme di produzione e del lavoro, in tutti questi anni. E fare di questo cambiamento una ricchezza. Non illudendo le persone di rincorrere un contratto unico a tempo indeterminato per tutti. Ma valorizzando e rilanciando le mille forme di attività lavorativa. Ed estendere i diritti e le tutele (cominciando da malattia e maternità) a tutti i lavori, in modo da rilanciare un progetto di vita e società.

Valorizzare tutte le forme dei lavori Tutelare i diritti delle persone contro la precarizzazione del lavoro, può andare di pari passo con un sistema fiscale e previdenziale più equo per le forme del lavoro indipendente e autonomo. Come abbiamo mostrato nel libro su Il Quinto Stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro. Precari, autonomi, free lance per una nuova società (Ponte alle Grazie, 2013). Potrebbe essere l’inizio di una vera e propria rivoluzione culturale, a partire da uno sguardo realmente consapevole e trasformativo dell’esistente. Guardando ai bisogni e ai desideri delle persone. Da subito, senza aspettare improbabili riforme di sistema, né tergiversare nella polemica con le oligarchie economiche, politiche e sindacali. Chissà se Renzi è pronto ad accettare la sfida. E partire. Intanto aspettiamo di poter leggere il testo del JobsAct.

 

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