Così l’arancione di Pisapia è diventato grigio-Milano

Vi ricordate il giorno in cui venne eletto Giuliano Pisapia? Quella sera le biciclette erano come rondini, araldi di una nuova stagione per la vita pubblica. A due anni di distanza, a parte l’euforia per aver mandato a casa la Moratti, che cosa rimane di quella festa della Liberazione? Di quella drogata primavera politica non rimane che tanta amarezza e parecchia delusione. Da dove viene dunque questa incapacità a produrre qualcosa di nuovo, o almeno di duraturo per Milano?

Di duraturo vi è soprattutto un colore divenuto la cifra di questa metropoli. Per Roma questo colore potrebbe essere il rosso, per Firenze il verde, per Milano è senza dubbio il grigio. Quel grigio che si ottiene dalla fusione di tre pigmenti naturali, presenti nelle fibre umane e architettoniche della metropoli lombarda: prima di tutto un giallo introverso che si riflette nei volumi, poi un magenta falso che proviene dalla mancanza di superfici specchianti, e infine un ciano asfissiante, proprio di una città «finita».

Questa visione cromatica di Milano non descrive un giudizio ma semmai un carattere, frutto di una serie di componenti, di additivi che pescano nelle pieghe della sua storia. Milano la si legge non solo nelle visioni ubertose di Bonvesin de la Riva, nelle vedute di Galliari o nei campi lunghi dei film del Dopoguerra. Esistono anche le aule dei tribunali di Tangentopoli. Moralità e immoralità della metropoli lombarda sono le facce di una medesima medaglia, scambiata pur sempre negli “interni” delle sue case.

Alla fine degli anni Trenta del XIX secolo, mentre la città stava procedendo al «rabbellimento» delle proprie abitazioni, Carlo Cattaneo guardava a Milano come ad un esempio di civiltà e progresso, un paradigma che ancora si specchiava nei costumi e nelle abitudini coagulate nella lingua dialettale del Maggi, del Balestrieri e naturalmente del Porta. Il progressivo smarrimento di una lingua dialettale ha coinciso con la perdita di uno strumento morale per affrontare la realtà, la perdita di una prospettiva sulle contraddizioni nascoste da sempre nelle pieghe della coscienza cittadina. Dal suo tavolo nel Senato milanese, laddove il Maggi aveva sott’occhio la macchina della corruzione politico-amministrativa, è nato il teatro dialettale che andava tessendo insieme ad una forma di religiosità popolare, lo specchio delle abitudini, delle simpatie e delle antipatie di un popolo. E lo strumento satirico ha proseguito con verità la sua funzione da Carlo Porta fino a Dario Fo.

Cent’anni dopo il Cattaneo, mentre l’Italia era occupata ad essecondare la propria vocazione “imperiale”, Giò Ponti dalle pagine di Domus raccomandava agli italiani di lasciare all’abitazione, alla casa, lo spazio della verità, dell’intimità, dell’io. Nel contempo Luigi Figini elaborava la via per un’«anti-città» come spazio intimo dell’abitare. Occorrerebbe allora entrare di nuovo nelle case di quei milanesi e indagare la qualità della conversazione: non solo durante i ricevimenti nel Salone degli Specchi di Palazzo Litta, ma anche tra le mura dell’abitazione di Alessandro Casati tra via Torino e via Soncino, di Jacini in via del Lauro o nel palazzo Gallarati Scotti. Probabilmente certa introversione dei milanesi viene proprio da qui: nella forma più autentica è il risultato di una lingua poetica che rifiuta la chiarezza retorica di superficie, cioè la banalità delle facili conclusioni. Nella peggiore, è il sintomo di una tendenza alla ritorsione dell’io all’interno delle proprie faccende: appare come frenesia, come incapacità a stare nelle piazze, ma in realtà deriva dalla predilezione per quelle che Leopardi chiamava «società strette», cioè che ambiscono ad essere uniche. E l’unica società ristretta che esige necessariamente mutui riconoscimenti è quella che partecipa alla grande “conversazione” dell’economia. In questo imbuto è cascato anche il primo cittadino che ha assecondato questa gialla tendenza alla ritorsione sull’io, dimenticando altri pigmenti politici e sociali pur sempre presenti nelle fibre del milanese.

Si è consumata in questa ritorsione il rapporto con Stefano Boeri: miopia tipica della sinistra che ama fare terra bruciata accanto e dentro di sè, producendo una solitudine che — diceva sempre Leopardi — se fa mancare gli stimoli ad agire, in compenso ingrandisce gli oggetti. Fin ora gli oggetti ingranditi da questa amministrazione sono veramente pochi: desideri da anni lasciati nei cassetti dei programmi elettorali e che mai verranno estratti da dove sono, mentre interessi di consorterie ingrandiscono problematiche che non meritano tutto questo spazio. Sarà anche per questo motivo che alcune architetture milanesi — per esempio quelle di Mario Bellini — sembrano più oggetti da tavolo che volumi urbani, cioè oggetti profondamente introversi. La ricaduta psicologica di tale introversione la si apprezza in certa apatia, certo egoismo e mancanza di futuro, segni più radicali della mancanza di una lingua.

Se tra Gadda e Portaluppi poteva esserci una comunanza tra il paradosso dell’architettura e quello della lingua, da allora dentro le mura di Milano non è più accaduto nulla di così fortemente immaginario. E invece proprio la Milano di oggi, devastata dalla povertà e dalla privazione del lavoro, desolata dalla mancanza di una lingua comune, dovrebbe ritrovare almeno un lessico minimo di sussistenza. Morto Raboni, è fisicamente scomparso anche uno stile di partecipazione alla vita della città — e quindi una lingua — che trovava la sua ragione d’essere in una linea “lombarda” raccolta sotto i tigli di Porta Orientale (Porta Venezia) nell’incontro tra l’Ortis-Foscolo e il Parini.

Dov’è oggi questa “linea”? Se fosse ancora vivo Dante Isella ce l’avrebbe detto. E temo che l’avrebbe dovuta reperire di nuovo in Sereni, Testori & Co. Non saranno certo le Milanesiane a far crescere questa linea lombarda e neppure le strategie dell’assessore alla cultura. Come può un musicista come Filippo Del Corno sedere su quella sedia, come può sentirsi a proprio agio nel teatro del buratto della cultura? Come fa a conciliare il rigore del metodo compositivo con l’estemporaneità di quello amministrativo? I due ambiti hanno forse in comune solo la povertà dei mezzi che, se nel caso della musica può sprigionare una sintesi fruttosa, in quello amministrativo diventa un alibi per l’autogestione delle strutture. Pertanto a Milano non serve andare alla ricerca di appropriati curatori di musei: basta affidarsi all’esperienza degli impiegati che hanno il pregio di essere rimasti da sempre al loro posto, a prescindere dal colore politico.

Nel grigio-Milano vi è pure un pigmento magenta prodotto da alcune decisive mancanze. Il progetto urbanistico della città non solo manca di sufficienti piste ciclabili (che liberano purtroppo, più che un senso di libertà, un’arroganza spaventosa). Milano non ha neppure una dose sufficiente di verde (l’avrebbe, ma il mattone vince su tutti i tavoli). E per finire ha pure una deficienza mitologica profonda: manca d’acqua. Che significa l’impossibilità di specchiare i propri volumi, raddoppiarne i movimenti sottraendoli alla cruda realtà. Le vie dell’acqua hanno infatti insegnato molto all’architettura: vi sono edifici la cui facciata si muove volutamente come riflesso e corrispondenza con quanto ci aspetta all’interno, mentre altri sono stati progettati proprio per contraddire la prima impressione che ci siamo fatti di loro – come per esempio casa Feltrinelli o altri edifici settecenteschi come il palazzo Sormani Andreani. Milano continua invece a contraddire un programma di architettura sostenibile a favore di nuovi volumi di vetro, proponendo semmai il radoppio di una classe imprenditoriale in serio degrado. Del resto a tali specchi rispondono gli spettri della moda, le cui vetrine del centro vengono “addobbate” dalle più chiare povertà dormienti, così che senza più una lingua e una patria, le stanze in cui visse e si spense Carlo Porta sono oggi occupate dalle boutique della moda.

Per finire, il terzo pigmento cittadino è il color ciano e chi l’ha meglio descritto è probabilmente il Papini de “Un uomo finito”: «Tutta la mia vita è fondata su questa fede: ch’io sia un uomo di genio. Ma se invece sbagliassi, se fossi invece uno di quei tanti orbi che prendono le reminiscenze per ispirazioni, i desideri per opere, e fossi, in una parola, imbecille? Che cosa ci sarebbe di strano? È forse la prima volta che un imbecille s’immagina di essere un eroe, che un letterato si crede un poeta e che un idiota si mette i panni del grand’uomo?». Pensaci, grigia Milano, quand’anche ti preparassi all’esposizione universale, quand’anche t’illudessi di essere una città di genio, potresti trovarti un giorno ad essere soltanto «una città finita».

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