Una vergogna per l’Italia l’espulsione di Shalabayeva

Con la revoca del provvedimento di espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua di sei anni, il governo Letta ha fatto marcia indietro sulla procedura tutt’altro che trasparente, che ha riportato in Kazakistan la moglie e la figlia del dissidente Ablyazov. Una retromarcia imbarazzante, soprattutto per il titolare del dicastero dell’Interno Angelino Alfano, arrivata in seguito dell’incontro a porte chiuse tra il presidente del Consiglio Enrico Letta, il ministro degli Esteri Emma Bonino, la guardasigilli Anna Maria Cancellieri Cancellieri e lo stesso Alfano.
«Resta grave» si legge nel comunicato del governo «la mancata informativa al governo sull’intera vicenda, che comunque presentava sin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari. Tale aspetto sarà oggetto di apposito indagine affidata dal Ministro dell’Interno al Capo della Polizia, al fine di accertare responsabilità connesse alla mancata informativa».
Un’indagine interna che potrebbe e dovrebbe chiarire alcuni punti oscuri della vicenda e soprattutto verificare il comportamento delle persone coinvolte nei fatti accaduti tra la notte del 28 e 29 maggio e le 48 ore successive. Tuttavia il rientro delle due kazake in Italia è tutt’altro che scontato, e a confermarlo c’è anche una lettera dello stesso Ablyazov inviata alla redazione de La Stampa: «Caro Mr Letta» scrive Ablyazov «grazie per questa decisione coraggiosa, ma adesso temo che il regime di Nazarbayev reagirà mandando mia moglie Alma in prigione e la mia bambina Alua all’orfanotrofio», impedendo di fatto il loro rientro in Italia. «Temo che il Kazakistan» continua Ablyazov «adesso non lascerà andare Alma e Alua, non potranno lasciare il Paese».
Il rientro di Shalabayeva e della figlia in Italia è infatti appeso anche alla buona volontà del governo kazako, guidato da Nazarbayev, nemico numero uno di Ablyazov, ricercato ufficialmente per una storia di truffa e tangenti e storicamente inviso al leader kazako. Ablyazov infatti è un ex dirigente di una delle maggiori banche dell’ex Unione Sovietica, e tra gli oligarchi di regime prima dell’era al potere di Nazarbayev, iniziata ormai nel 1991.
Attorno alla vicenda si gioca infatti una partita tutta politica per la successione all’attuale presidente, autentico “padre padrone” della Repubblica Kazaka. «Shalabayeva» dice a Linkiesta Paolo Bergamaschi, consigliere per gli affari esteri del parlamento europeo, e autore del libro L’Europa oltre il muro, che sta seguendo in prima persona la vicenda presso le istituzioni comunitarie «è una pedina nello scacchiere di Nazarbayev. Una pedina per negoziare la successione e mettere Ablyazov in difficoltà».
Aldilà delle partite di potere interne al Kazakistan, snodo importante per lo shopping energetico occidentale, rimane il caso di una donna e di una bambina rimpatriate in tutta fretta dopo una operazione ancora tutta da definire. «La stessa commissione diritti umani dell’Europarlamento», precisa Bergamaschi «già nella seduta di quindici giorni fa ha ravvisato delle irregolarità nell’intera procedura, quantomeno riguardo la correttezza sull’operato delle autorità italiane e sull’esame della richiesta di asilo di Shalabayeva. A giorni arriverà anche la risposta ufficiale all’interrogazione sul tema presentata dalla presidente della commissione Barbara Lochbihler, riguardante proprio questi punti».
Intanto Shalabayeva e la figlia si trovano nella capitale kazaka Astana, a casa dei genitori della donna con l’ordine di non lasciare la città, quindi in regime di “residenza sorvegliata”: Shalabayeva è infatti in attesa di un processo in cui è accusata dalle autorità kazake di corruzione, e, dicono fonti qualificate a Linkiesta, «l’obiettivo di Nazarbayev è chiaramente quello di vederla condannata nel più breve tempo possibile, così da non essere più condotta fuori dal Paese. In questo modo Shalabayeva continuerà a essere una pedina preziosa nelle mani dell’attuale presidente».
«Le speranze di rivedere Shalabayeva in Italia a questo punto sono prossime allo zero» confida Bergamaschi a Linkiesta «e il processo pendente, se dovesse risolversi con una condanna, azzererebbe ulteriormente questa speranza. La retromarcia del governo non servirà a molto». Intanto per monitorare la situazione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua si è attivato anche il servizio diplomatico europeo, che rassicura sulle condizioni sia dell’una sia dell’altra. Secondo alcune fonti l’ambasciatore italiano in Kazakistan starebbe formalizzando davanti alle autorità la richiesta per il ritorno in Italia delle due donne, certificando quindi l’impegno del governo italiano anche nell’accertamento delle condizioni di Shalabayeva e della figlia. «A questo punto» conclude Bergamaschi «o si dimette chi ha coordinato le azioni di polizia, o si dimette il ministro dell’Interno Alfano. Questa ennesima situazione gestita malissimo non fa altro che far cadere ancora più in basso la reputazione internazionale dell’Italia, già bassissima».
Nella giornata di sabato 13 luglio, ha parlato anche l’avvocato di Alma Shalabayeva, Riccardo Olivo. In linea con quanto detto a Linkiesta da Bergamaschi, il legale ha riconosciuto le scarse possibilità di rivedere la donna e la figlia in Italia. Olivo non ha contatti con Shalabayeva dai giorni dell’espulsione, e dice di valutare appunto un’azione congiunta «attraverso canali diplomatici a livello europeo e internazionale». Settimana scorsa al Parlamento Europeo ha fatto capolino anche la figlia maggiore di Alma Shalabayeva, che ha incontrato la commissione diritti umani e confidato che «vorrebbe venire in Italia per la causa della madre, ma il timore di subire lo stesso trattamento è troppo elevato».
Twitter: @LucaRinaldi

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