Musei italiani: le occasioni perdute, tra promozione e web

Per valorizzare la cultura si fa poco, in modo antiquato e dispersivo. Pensate a che cosa ci si potrebbe inventare per i musei italiani: basterebbero un po’ d’intelligenza, di accuratezza, di creatività e di voglia di raccontare l’arte in modo coinvolgente

D’accordo, abbiamo problemi più urgenti. Poiché ne avremo sempre, mentre ci occupiamo di quelli converrebbe affrontare anche questo: che cosa fare per la cultura in Italia?
Tra l’altro, a proposito del problema più urgente di tutti: il rapporto Symbola-Unioncamere 2012 dice che oggi la cultura frutta al Paese il 5,4% della ricchezza prodotta, equivalente a quasi 76 miliardi di euro, e dà lavoro a un milione e quattrocentomila persone, cioè al 5,6% del totale degli occupati. Converrebbe prenderne nota.
Torniamo al punto: per valorizzare la cultura (nel senso sia di riconoscerne sia di ricavarne un valore) si fa poco, in modo antiquato e dispersivo. Prendiamo il caso emblematico dei musei italiani.
In Italia sono 4000 circa, in Francia appena 1900. Gian Antonio Stella ricorda che tutti i musei pubblici guadagnano meno del Louvre da solo. È un cane che si morde la coda: entrate irrisorie, pubblico scarso tranne che nei musei maggiori e scarsi contributi statali fanno sì che manchino le risorse necessarie alla manutenzione e quelle, altrettanto necessarie, alla promozione.

Museum Analytics censisce la presenza sul web di oltre 3000 dei più importanti musei al mondo. La situazione è sconfortante: nessuno fra i siti dei musei italiani è tra i più visitati. Al primo posto il Metropolitan di New York, seguito dal Victoria and Albert Museum di Londra e dal MoMa. Ma c’è anche un sorprendente settimo posto del National Museum di Seoul, Corea.
La presenza sui social network è scarsa. Il record “social” delle ultime settimane appartiene al Rijksmuseum di Amsterdam: il post con cui annuncia su Facebook la propria riapertura dopo oltre dieci anni di restauri in breve arriva a raccogliere oltre 11.000 feedback tra commenti e like. Questa settimana il migliore è il museo Frida Kahlo di Coyoacàn, Messico: non precisamente uno dei più noti al mondo. A questa pagina potete divertirvi con tutte le statistiche.
E ancora: che cosa vi viene in mente se dico “pubblicità per i musei”? Al massimo, temo, qualche manifesto sussiegoso con il titolo di una mostra, una foto un po’ così e troppi testi scritti in caratteri troppo piccoli.
Si può fare di meglio? Torniamo al Rijksmuseum: il suo dipinto più noto è la Ronda di notte di Rembrandt. Guardate che cosa si è inventato, ottenenendo un’ampia diffusione virale gratuita sul web, per celebrare la riapertura.
Soluzione bella ma costosa? Guardate questo: per costruire un video virale che vince al Festival della pubblicità di Cannes, al Senckenberg Museum di Francoforte basta… un osso. Il Denver Museum of Nature and Science invece, per la gioia dei bambini, prende un dinosauro e lo fa danzare.
Troppo lieve? Guardate come il Czech National Museum pubblicizza una mostra sull’accordo di Monaco che nel 1938 stabilisce il passaggio dei Sudeti, un’ampia porzione di territorio cecoslovacco, alla Germania hitleriana.
Per restare a Praga: questo, invece, è un annuncio per il il Museum of Communism.
Per cambiare, invece, genere: ecco come il Vancouver Science World trova il modo di incuriosire i passanti. Come il National Geographic Museum valorizza le proprie foto.
E per finire nel modo più classico, cioè al coffee shop, ecco come si propone il Van Gogh Museum Cafe di Amsterdam.
Ora, chiudete un attimo gli occhi e pensate a che cosa ci si potrebbe inventare per i musei italiani, senza nemmeno investire troppe risorse: basterebbero, credo un po’ d’intelligenza, di accuratezza, di creatività e di voglia di raccontare l’arte e la scienza in modo coinvolgente, moderno e, soprattutto, non condiscendente.

Dal blog Nuovo e Utile

di Annamaria Testa

 

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