L’economia pre-keynesiana del ministro Saccomanni

Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, è il nuovo ministro dell’Economia del governo presieduto da Enrico Letta.

Ancora nel novembre 2011, quando il governo Monti si insediava e il mondo accademico già si interrogava sull’inefficacia della cosiddetta “austerità espansiva”, Saccomanni sosteneva in una conferenza stampa a Parigi che “le misure di austerity più che causare una recessione, spingerebbero la crescita attraverso una riduzione dei tassi di interesse in tutti i settori dell’economia.”

Non si tratta di un’affermazione nuova. E’, in effetti, la conseguenza di un ben preciso modello,  in auge prima di Keynes: la cosiddetta “Treasury view“, il punto di vista del Tesoro.

Secondo questo modello, un aumento della spesa pubblica provocherebbe un conseguente incremento dei tassi di interesse. Le imprese avrebbero quindi maggiore difficoltà a finanziarsi e ciò provocherebbe una maggiore recessione. Al contrario, la riduzione della spesa pubblica – sostenevano i pre-keynesiani e sostiene Saccomanni – farebbe calare il tasso d’interesse e questo riporterebbe l’economia in equilibrio, favorendo la crescita del settore privato.

Queste conclusioni sono però errate perché errate sono le premesse. Non è vero cioè che il tasso d’interesse equilibra domanda e offerta di capitali,  investimento e risparmio. Questo sarebbe ammissibile se il denaro fosse una merce, se cioè la moneta fosse “neutra”, ma in una economia monetaria il tasso d’interesse (bancario) è invece determinato da altri fattori, in particolare la politica monetaria della banca centrale (il tasso di sconto al quale essa rifinanzia le banche commerciali) e la propensione al rischio delle banche stesse, che a sua volta è influenzata dalle aspettative generali sull’economia, le quali certo non migliorano, come abbiamo visto, con l’austerità, poiché essa, riducendo i redditi, rende più difficile il rimborso dei prestiti.

Non c’è neppure bisogno di uscire dal mainstream per criticare le conclusioni di Saccomanni. Il modello IS-LM che ogni studente di economia affronta al primo anno è sufficiente per dire che, durante una crisi, non solo il tasso d’interesse non è influenzato dalla spesa pubblica ma che quest’ultima è l’unico strumento che rimane data l’inefficacia della politica monetaria.

Saccomanni, in definitiva, appare ancorato ad assunzioni e modelli ortodossi superati già 80 anni fa ma, purtroppo, mai abbandonati definitivamente.

Il neoministro sembra non aver rivisto la fallace impostazione del 2011. In un colloquio con Repubblica il giorno della sua nomina è tornato a ribadire che, attraverso i tagli alla spesa pubblica, i tassi scenderanno, addirittura prevedendo uno spread a soli 100 punti. E a invocare quella che ironicamente Krugman chiama “la fatina della fiducia”.

Alle dichiarazioni programmatiche di Saccomanni fa da contr’altrate Giuliano Amato, al quale non è sfuggito il fragore del crollo dei fondamenti teorici dell’austerità. In un articolo sul Sole 24 Ore,  l’ex premier nota che la strategia del rigore ha fallito anche in Italia e che una significativa riduzione della spesa, auspicata da Saccomanni, è già avvenuta:

Nel testo che ha depositato alla Camera sul DEF 2013, la Corte dei Conti nota che la spesa pubblica al netto degli interessi si è ridotta nell’ultimo triennio di quasi il 2 per cento, contro un aumento di circa il 10 nel triennio 2007-2009. Un risultato in sé straordinario, che tuttavia – aggiunge la Corte – «non si è tradotto in alcuna riduzione della spesa totale sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». Mentre le entrate, nonostante l’abnorme pressione esercitata sui contribuenti, «sono risultate inferiori per poco meno di 30 miliardi alla stima avanzata nel Def della primavera 2012». Che cosa è successo? Ha ceduto il Pil e lo sforzo di ridurre il debito rispetto a esso comprimendo spese e aumentando entrate è sempre meno efficace

Dalle prime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Letta circa la necessità di allentare l’austerità, si poteva sperare in qualche cambiamento di rotta rispetto all’esecutivo precedente. Ma la scelta del titolare del dicastero dell’Economia sembra al momento denotare un avvitamento della politica italiana in un paradigma obsoleto e incapace di dare risposte nella crisi attuale, come già accadde nella Grande Depressione degli anni ’30 del Novecento.

 

 

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