La Spagna è avanguardia: nel bene e nel male. La lezione che viene da Siviglia

“Desidero che il giornalismo si renda conto delle necessità storiche, di certe ineluttabilità storiche; desidero che il giornalismo collabori con la Nazione.”
                                                       Benito Mussolini, 27 ottobre 1923

 Dopo tre apparizioni in video, qualunque coglione che viene intervistato dice la sua e anche quella degli altri

Enzo Biagi, 10 ottobre 1997

 

La Spagna è in ginocchio, sta molto peggio di noi. Ma loro hanno qualcosa che noi italiani non abbiamo più. Hanno qualcosa di molto importante che a noi manca. “Che cos’è che ci manca?”. Forse, questa domanda è quella più diffusa in questo momento nelle menti di ogni italiano pensante. Perché comincia a essere chiaro a chiunque, anche ai più riottosi, che c’è qualcosa nella nostra etnia, nella nostra collettività, nella nostra essenza, che frena il decollo verso una società più evoluta, più onesta, più umana. Soprattutto più allegra, viva, dinamica. Non ho idea di che cosa sia, quel qualcosa che ci manca. Ma non vi è dubbio che siamo deludenti, prima di tutto per noi stessi. Esistono diverse interpretazioni di questa mancanza italiana, sulla quale schiere di pensatori, sociologi, opinionisti, ancora oggi si accapigliano per riuscire a sintetizzare una definizione accettabile da tutti. Se dovessi sintetizzare oggi, 26 aprile, che cosa c’è che non va, e quindi che cosa è che ci manca, e quindi definire ciò che siamo agli occhi del resto del mondo, direi che noi italiani siamo diventati un popolo “di ignoranti mitomani”. Il che vuol dire un paese che ha perso la cognizione della struttura del reale perché ha sostituito la realtà con la fantasia individuale, scambiando il proprio virtuale individualista per una realtà oggettiva. La frase che ho riportato sotto l’immagine, a firma di Enzo Biagi, datata sedici anni fa, è una indicazione di questa tendenza che è davvero nostra, che nessuno ci ha mai imposto, un vero autentico prodotto del made in Italy.

Il vero lascito testamentario del berlusconismo consiste nell’essere riuscito a sostituire alla pertinenza professionale il concetto di visibilità, reale e televisivo: una formula micidiale, molto efficace, che ha istituito, costituito e fondato la sostituzione del concetto di “immagine” a quello del “valore”. Ciò che conta, nella società italiana di oggi, non è più la sostanza bensì l’apparenza; un vero obbrobrio per chi aspira a una visione pragmatica del reale. L’abbattimento/annullamento del concetto di Valore ha comportato la promozione di un narcisismo esasperante, in una etnia tendente all’individualismo come la nostra, ed ha prodotto una classe dirigente, sia politica che sociale, priva di talento, di capacità esecutiva, di efficienza. L’attuale disfacimento del PD è soltanto un sintomo di questa degenerazione avviata da lungo tempo e il numero dei voti non c’entra niente. Si tratta della perdita del concetto di egemonia gramsciana, che per decenni era stata la spina dorsale del PCI e dell’intera sinistra; una chiara posizione del militante politico che lo individuava come rappresentante/delegato del popolo in quanto persona capace di gestire, elaborare, progettare, visionare, controllare, ma soprattutto produrre idee efficaci ed effettive ponendosi come guida, punto di riferimento, sostegno rassicurante. Non a caso la Cultura era un elemento fondamentale di questo processo perché essa veniva vissuta come una “vera e propria arma” e non più come vacua erudizione o piatto nozionismo. Ad un dirigente della sinistra, al quale si faceva capire che avrebbe potuto far carriera, si imponevano delle rigorose tabelle di marcia, davvero impietose, e i quadri venivano formati attraverso dure selezioni, e chi si impegnava come attivista, investiva una enorme massa di energia e tempo per studiare. Il dirigente politico era sempre presente nel suo territorio e spiegava alla gente della sua regione, provincia, comune, quartiere, come stavano le cose a Roma, quale fosse il senso di una certa Legge che stava per essere varata o bocciata, discuteva con i suoi votanti ogni clausola e ne spiegava gli effetti e l’impatto che avrebbero avuto sulla vita di tutti, raccogliendo le loro opinioni, suggerimenti, contestazioni. Dopodichè riferiva alla direzione e quando andava all’incontro con i responsabili dell’esecutivo al governo, era in grado di sostenere qualunque tipo di confronto ma soprattutto era consapevole di rappresentare un’idea comune, di cui  era il portavoce. Tutto ciò è andato perso e la sinistra ha scelto di entrare dentro al castello di una oligarchia privilegiata e invece di approfittare per denunciare ai propri elettori, ai propri militanti, alla cittadinanza tutta ciò che vedevano, sapevano e toccavano con mano, hanno scelto di sedersi al banchetto dando ordine ai camerieri di sprangare le porte d’accesso per non essere disturbati dal rumore assordante della plebaglia che strillava per le strade del disagio. Hanno tradito la fiducia e si sono trasformati in animali televisivi, vanagloriosi e vanitosi. Sono morti della morte di ogni traditore: sono stati a loro volta traditi.

Hanno dimenticato la Cultura, hanno scelto di abdicare al patrimonio di provenienza, hanno deciso di non pescare nell’immenso bacino di risorse intellettuali, vive e dinamiche della società, optando per l’applicazione marketing del berlusconismo dando la caccia alle poltrone per se stessi, i loro parenti, amici, amici degli amici. Hanno prodotto il Vuoto Culturale. Hanno applicato il principio dell’Alzheimer sociale italiota rinunciando ad educare la gente. Come sosteneva Pier Paolo Pasolini in Scritti Corsari nel 1975 “Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblìo dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili. Imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.”

 

Ecco che cosa ci manca.

Questa era una necessaria premessa, per introdurre il post di oggi.

Non è così in Spagna. Terra addolorata, oggi, più che mai. Travolti dalla crisi economica e dai dettami della BCE che ha sfiancato il paese, gli spagnoli stanno facendo appello alle loro più profonde risorse per ritrovare il senso di una ritrovata resurrezione. Mentre la manifestazione di “Plataforma En Piè” a Madrid è andata male (ma era da prevedere e lo sapevano) per via delle ingenti forze di polizia e per il fatto che a parteciparvi era la parte del movimento più arrabbiata, più disperata, esistenzialmente devastata, e quindi la più radicale, a Sevilla –alla stessa ora- si svolgeva la più bella manifestazione di massa avvenuta in Europa negli ultimi anni. L’immagine che vedete in bacheca è la fotografia della prima linea di quello splendido corteo, un vero e proprio salto estetico. Era un raduno di protesta degli studenti di tutti i licei e centri universitari della zona per manifestare il loro accorato sdegno di fronte agli ennesimi tagli. Era in alternativa alla manifestazione di Madrid ma allo stesso tempo era in appoggio e sostegno a ciò che stava accadendo nella capitale. A Sevilla, migliaia e migliaia di giovani sono scesi in piazza con la più inquietante richiesta mai avanzata in Europa da molti decenni: la Cultura. Ogni studente ha scelto un grande libro della tradizione classica europea, ne ha scritto titolo e autore su un cartellone e se l’è messo addosso. La gente, sbalordita, ha visto così sfilare per le strade migliaia di giovani che sono diventati il simbolo dinamico, in carne e ossa, del più antico, autentico, profondo e insostituibile tesoro del nostro continente: la tradizione della cultura sapienziale ereditata nei secoli, quella che è oggi sotto attacco da parte delle dinastie oligarchiche che non vogliono garantire più l’accesso all’istruzione, alla diffusione della Cultura, perché non la vogliono più produrre, perché non vogliono che noi, cittadini europei, ci rendiamo consapevoli che la Cultura fa mercato e può risolvere la crisi economica. Talmente dirompente, quel corteo, da colpire l’immaginario della vicina Francia, che da sempre si è considerata il baluardo a difesa della cultura europea. “Occupy Barcelona” ha trasmesso in streaming la manifestazione che ha commosso i francesi, toccandoli nell’orgoglio nazionale, tanto che la stampa e la televisione ha diffuso immagini e interviste con i manifestanti, commentandole con un misto di rispetto e invidia. Anche i francesi cominciano adesso a vedere l’inizio della annunciata catastrofe collettiva, perché gli indici economici diffusi proprio questa mattina indicano un inatteso aumento della disoccupazione, un peggioramento dei conti, un indebitamento insostenibile delle banche, una contrazione del consumo interno e l’inevitabile inizio di proteste sociali non facile da risolvere né da affrontare.

Ecco che cosa ci manca, ecco che cosa non abbiamo più.

Perché in Spagna le case editrici sono l’unico settore dell’economia che è in netta ripresa, come del resto anche in Francia, in Gran Bretagna. Perché, in quei tre paesi, gli indici statistici parlano chiaro e netto: sono in vertiginoso aumento gli indici della vendita di libri e del numero di lettori ed è in aumento esponenziale la domanda di cultura e di istruzione da parte dei cittadini.

E’ da lì che si comincia.

Come ebbe a scrivere parecchi secoli fa un grande genio europeo, l’olandese Erasmo da Rotterdam, nel suo testo “Elogio della follia”: “ci vuole Coraggio per essere Folli e ci vuole Follia per provare a Cambiare le Cose”.

Gli spagnoli stanno scegliendo di impazzire, trovando alimento nella bellissima follia di questo splendido corteo pieno di “senso”, questa è la strada immediata da dover percorrere, a costo zero. Per poter impossessarsi quanto prima delle armi d’istruzione di massa che sono l’unica strada percorribile per cancellare per sempre il berlusconismo ereditato, che si è diffuso come una cancrena nella nostra società. Con queste armi ben oliate si va a combattere l’incompetenza, il demerito, la supponenza, l’arroganza e la cattiveria di una inguardabile classe politica dirigente, blindata dentro al castello, composta da individui che rappresentano un sistema fatiscente e non vogliono che i cittadini sappiano ciò che c’è sotto, ciò che c’è sopra, ma soprattutto ciò che c’è dentro. Non vogliono che ci impossessiamo delle chiavi d’accesso.

Oggi in Spagna, domani in Italia.

Buon week end a tutti.

 

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