Perchè il prezzo dell’oro è crollato del 20% in 3 giorni?

Nel corso degli ultimi tre giorni sui mercati finanziari si è assistito ad una enorme discesa dell’oro e di tutte le materie prime preziose (argento, platino, ecc.) con ribassi che nel caso dell’oro hanno toccato quasi il 20%. Il movimento al ribasso è stato il più ampio degli ultimi trent’anni, guidato da imponenti vendite di contratti derivati (future) su Londra e New York. Molti si chiedono a cosa attribuire tale movimento ed analizzando i flussi sui contratti quotati sulle due borse valori citate si capisce che tra venerdì e lunedì scorsi sono state vendute circa 400 tonnellate di oro, equivalenti a circa il 15% della produzione mondiale annua del metallo giallo.

Le ipotesi che si raccontano nelle sale operative delle comunità finanziarie sono due. La prima parte dal presupposto che l’oro è moneta (e non un bene rifugio) ed è l’unica moneta a non essere debito di banca centrale, come invece capita a tutte le monete fiduciarie (Dollaro USA, Sterlina inglese, Euro, Yen giapponese, ecc.); l’apprezzamento che questo ha avuto negli ultimi anni è legato al tentativo da parte dei risparmiatori di tutelarsi dell’enorme processo inflattivo portato avanti dalle banche centrali di tutto il mondo (attraverso la stampa di moneta) per tentare di raddrizzare le sorti di un sistema bancario mondiale sull’orlo del fallimento fin dal 2008.

Il gioco è stato molto semplice: fornire nuova moneta stampata nelle stanze delle banche centrali, trasferire questa enorme massa di liquidità alle banche private e manipolare al ribasso i tassi di interesse del mercato finanziario (anche e soprattutto sui titoli di stato, compresi i BTP), per far realizzare giganteschi profitti alle suddette banche, utili ad evitare il fallimento tecnico delle istituzioni stesse.

La manipolazione al ribasso sui tassi di interesse ha consentito un enorme trasferimento di ricchezza dai risparmiatori (le formiche) ai grandi istituti finanziari (le cicale) attraverso un’artificiale riduzione dei rendimenti. Questo gioco ha funzionato finché i risparmiatori hanno iniziato a diversificare i propri patrimoni nell’unica vera moneta del sistema mondiale (l’oro) utilizzato per proteggersi dall’inflazione monetaria.

Questo trend stava diventando molto pericoloso per il successo della strategia delle banche centrali e le quantità di oro vendute negli ultimi tre giorni sembrano mostrare chiaramente la mano dietro tale operazione, preoccupata dal successo riscosso dall’unica via di fuga dalla follia monetaria in corso.

Una seconda ipotesi, che si lega alla prima, vuole che il movimento sull’oro sia stata un’operazione concertata tra le c.d. bullion banks (i principali operatori in oro nel mondo) che, avendo venduto allo scoperto (senza possedere il metallo fisico) importanti quantità di oro nel corso degli ultimi anni rischiavano di registrare perdite colossali sul continuo rialzo del metallo. La concordia di interessi tra queste banche e la principale manipolatrice del mercato (la Fed) ha fatto il resto.

Una terza ipotesi è legata ai possibili rischi di deflazione presenti oggi nelle principali economie occidentali, il cui effetto sarebbe la discesa di prezzo di qualunque asset finanziario e non (azioni ed immobili compresi). Restate sintonizzati perché ne vedremo delle belle!

 

LA CORSA DELL’ORO AL CAPOLINEA: L’ORDINE È VENDERE E IL VALORE CROLLA

 

La corsa al metallo giallo, dopo dieci anni d’oro in cui il lingotto ha moltiplicato per sette il suo valore, è arrivata – almeno per il momento – al capolinea. Fino a pochi mesi fa, con il mondo in crisi e l’euro nella bufera, risparmiatori ed hedge fund si strappavano di mano le poche oncie del bene rifugio per eccellenza in vendita sul mercato.

Oggi il vento è girato: la Caporetto dei subprime è andata in archivio, il crac Lehman è materia dei libri di storia e persino la crisi dei debiti sovrani (toccando ferro) pare avviata – giurano molti analisti – verso la soluzione. Risultato: l’oro, all’improvviso, non luccica più. Tre giorni fa un’oncia costava ancora oltre 1.600 dollari. Ieri sera ne bastavano 1.390, dopo un lunedì nero – la peggior seduta dall’83 – in cui ha lasciato per strada 100 dollari (8,7%) in poche ore.

Cosa è successo? L’addio allo status di bene rifugio a favore di investimenti più redditizi è solo una spiegazione. A far saltare gli equilibri – dice qualche operatore – è stata Cipro, costretta a mettere all’asta un po’ delle riserve auree per puntellare i conti traballanti delle sue banche. «Un’eccezione» ha messo le mani avanti la Ue. Ma i listini non si fidano. E il timore che la stessa ricetta possa essere applicata a paesi più grandi (la Banca d’Italia ha in cassaforte 2.451 tonnellate d’oro, valore 70 miliardi circa) ha mandato in fibrillazione
i trader.

La slavina è diventata così una valanga «Qualche hedge fund in difficoltà sta liquidando le sue posizioni per evitare il crac» è il tam tam allarmistico di un mercato dove il “guru” John Paulson, considerato il Messi dei fondi speculativi, ha perso 1 miliardo in 48 ore. Tutti, nel dubbio vendono. E senza il paracadute degli acquisti di Cina e India – dove il Pil sale meno del previsto – e dello shopping delle banche centrali (nel 2012 ne hanno comprato 536 tonnellate, un record) arginare il crollo è difficile.

I capricci della finanza ci hanno abituato a questi ottovolante. E mentre le banche d’affari si precipitano a rivedere le loro stime al ribasso (come sempre dopo che i buoi sono scappati dalla stalla) i fan dell’oro non alzano ancora bandiera bianca. «Questi prezzi sono un’ottima opportunità d’acquisto», ha detto ieri Ajivit Navard Cabraal, governatore della banca centrale di Sri Lanka.

Un parere autorevole visto che le riserve auree dei paesi emergenti sono bassissime e Turchia, Brasile, Filippine e Kazakhstan sono stati grandi compratori di lingotti nel 2012.
A pensarla così non è solo lui. Anche la Bundesbank, che ha lo sguardo più lungo degli speculatori, sta lavorando dietro le quinte per mettere in sicurezza il suo metallo giallo.

L’euro in fondo è ancora una moneta giovane e fragile. La bomba ad orologeria dei derivati – quelli in circolazione valgono nove volte il Pil mondiale – non è stata dissinnescata. Così la Buba, per non sapere né leggere né scrivere, ha chiesto alla Fed di restituirle qualche centinaio di tonnellate di “oro del Reno” custodito dai tempi della cortina di ferro 25 metri sotto terra nei caveau della banca centrale Usa a Manhattan.

«Ma come, non si fidano più l’una dell’altra?», ha twittato preoccupatissimo Bill Gross, manager di Pimco. Magari sì. Ma se il vento dovesse girare di nuovo, almeno così sembrano pensarla a Francoforte, niente di meglio e di più solido che qualche oncia di metallo giallo in più nel materasso tedesco.

 

 

Ettore Livini per “La Repubblica

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