Monti ai suoi “amici” in Europa aveva garantito di prendere un 25% di voti!

Il 25 febbraio 2005 Mario Monti e noi “duellammo” a Bruxelles, come scrisse il giornalista che moderava il confronto, in un incontro organizzato dal circolo culturale “Palombella” molto noto nella capitale belga. Il professore era reduce da dieci anni di commissario europeo, prima al Mercato interno e poi alla Concorrenza, mentre noi eravamo componenti della commissione Affari economici e monetari del Parlamento di Strasburgo.

Prima nell’incontro pubblico e poi nella successiva cena, condividemmo con il professore larga parte dell’analisi sull’Europa, ancora priva di un comune governo dell’economia, e sull’Italia che già a quell’epoca era la cenerentola d’Europa per tasso di crescita. Quella sera, a cena, il professor Monti ci disse che dieci anni da commissario europeo gli avevano fatto comprendere fino in fondo cosa fosse la politica della cui ignoranza noi lo accusavamo, scherzosamente ma non troppo, durante i tre anni di collaborazione al ministero del Bilancio.

A quel punto lo incoraggiammo a scendere in politica ma avemmo l’impressione che fosse affaccendato in più lucrosi rapporti di tipo internazionale. Abbiamo raccontato tutto questo per dire che, dopo quasi un anno e mezzo di governo, Monti di politica capisce molto poco o, per meglio dire, ha un’idea distorta della politica ritenendola solo sinonimo di potere. E lo ha dimostrato nei fatti. Il professor Monti ha preteso di essere nominato senatore a vita da un presidente della Repubblica terrorizzato dai circoli finanziari e politici internazionali prima di assumere la guida di un governo di emergenza.

Una pretesa che non ebbero né Ciampi né Dini, neanche dopo aver reso un grande servizio al paese. Nonostante gli impegni assunti con il presidente della Repubblica e dopo aver combinato non pochi guai nei suoi 15 mesi di governo mettendo il paese in ginocchio, l’esimio professor Monti decise, noblesse oblige, di salire in politica mentre tutti gli altri scendevano in politica.

Nei suoi colloqui internazionali, lì dove risiede la sua vera maggioranza, Monti aveva spiegato che la sua “salita” in politica avrebbe intercettato tra il 20 per cento e il 25 per cento del consenso popolare e che solo per questo motivo lui era disposto ancora una volta a sacrificarsi come già aveva fatto lasciandosi nominare senatore a vita. Come è andata a finire è fin troppo noto. La sua coalizione non è scomparsa del tutto solo per uno 0,7 per cento che gli ha fatto superare la soglia di accesso al Parlamento del 10 per cento.

Un gran professore stile Luigi XIV
E’ inutile ricordare che la lista, insieme ai “liberali” (!!??) di Montezemolo, fu denominata “Scelta civica per Monti”, una sorta di riedizione, a distanza di quasi 300 anni, de “l’Etat c’est moi” di Luigi XIV o, forse più giustamente, “la politique c’est moi”. Non c’è, infatti, nella storia democratica europea alcun precedente di una lista civica candidata a governare un grande paese.

Ma Mario Monti è un grande professore. E che questa fosse la ratio della sua “salita” in politica lo ha dimostrato anche in questi giorni quando ha tentato di farsi nominare presidente del Senato lasciando, senza alcun senso dello stato, il governo allo sbando.

Una volta fermato giustamente dal presidente Napolitano in questa sua tracimante sete di potere, Monti, dopo aver impedito a chiunque della sua lista di andare alla presidenza della Camera, non ha disarmato e dopo aver chiesto invano di parlare con Berlusconi ha riferito a Gianni Letta la sua “oscena” proposta.

I cosiddetti “montiani” (una nuova specie politica) avrebbero votato Schifani alla presidenza del Senato se il Pdl avesse fatto nascere un governo Bersani-Monti e subito dopo avesse favorito l’ascesa, sul colle più alto di Roma, dello stesso Monti ancora una volta disponibile a un sacrificio personale nell’interesse del paese. Monti è un uomo che non conosce l’autorevolezza senza funzione: nel suo caso, è la funzione a essere autorevole. E con questa filosofia ha del tutto annientato l’ultima presenza del cattolicesimo politico nel Parlamento italiano rappresentato da Casini e i suoi cari. Se questo è il frutto della discesa in politica della nostra società civile che Dio salvi l’Italia.

 

 

Paolo Cirino Pomicino per “Il Foglio

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