UDC di Casini quasi sparito nei sondaggi!

Allo sbando. Tra ritardi, ribellioni, diaspore, esclusioni eccellenti e liti furibonde, la presentazione delle liste elettorali sta diventando lo spettacolare showdown di un partito, l’Udc, che studiava da ago della bilancia e ora si trova a fare piuttosto l’ago nel pagliaio.
Praticamente introvabile. I sondaggi gli attribuiscono una cifra che dondola attorno al 4 per cento: non siamo alle percentuali da albumina (zero-virgola-qualcosa) del Fli, ma il ridimensionamento è evidente.

Pier Ferdinando Casini, grande navigante della politica italiana, l’antifona l’ha capita da tempo. E sta di fatto mollando il partito al suo destino di irrilevanza elettorale. Ha accontentato l’alleato (nonché leader della coalizione) Mario Monti accettando la lista unica al Senato per ragioni di contabilità elettorale e avrebbe accettato anche di fare lo stesso alla Camera, dove necessità non c’era, se il presidente del partito Lorenzo Cesa, titolare del simbolo, non avesse minacciato la scissione; ha rottamato qualche parlamentare di lungo corso, salvo poi infarcire le liste di figli, fratelli, generi e fidanzati; ha tollerato anche la diaspora dei 55 esponenti dello scudo crociato trasferiti armi e bagagli al Pdl in Campania e della componente della «Rosa per l’Italia» di Savino Pezzotta, fuoriuscita dopo avere preso atto che l’Udc «ha ignorato tutte le sollecitazioni volte a dare concrete risposte al disagio sociale, di cui l’Agenda Monti è carente».

Casini pensa solo a giocare al suo gioco: prendere le distanze dal partito più Prima Repubblica che c’è, rifarsi una verginità col brand Mario Monti e puntare a una poltrona importante: la presidenza del Senato o addirittura il Quirinale.
La manovra è avvolgente e non priva di malizia: l’Udc è destinato a diluirsi dentro la componente montiana della coalizione?

Allora tanto vale smarcarsi e puntare al bordeggio istituzionale, lasciando a Monti il ruolo di fare a cazzotti con i contendenti, per poi passare all’incasso qualora si verifichi un’alleanza post-voto con un centrosinistra vincitore zoppo. Peccato che Monti non sia affatto intenzionato a fare da foglia di fico: la sposti e spunta Pierferdy a caccia di poltrone. Voci di corridoio raccontano di una litigata furibonda tra i due. Roba da far tremare i vetri.

Sullo sfondo c’è poi la grana fatidica delle liste. Nei giorni scorsi ha suscitato scalpore la miniparentopoli che infesta le liste rese note, con nomi come Silvia Noè (moglie del fratello di Casini), Giuseppe De Mita (figlio di Ciriaco), Fabrizio Anzolini (ex fidanzato della figlia di Casini) e i figli di alcuni maggiorenti (Giuseppe Zinzi, Giuseppe Delfino, Michele Trematerra). Agitano le acque alcuni dei grandi esclusi, che non si rassegnano.

Mario Tassone, rottamato per la sua lunga militanza parlamentare (nove legislature) ha chiesto formalmente a Rocco Buttiglione, presidente del consiglio nazionale Udc – e altro dinosauro che però sfugge alla tagliola trovando posto come capolista alla Camera nella circoscrizione Campania 1 – di convocare il consiglio nazionale del partito per l’approvazione delle liste elettorali.

Formalmente una prassi, di fatto un tentativo di riaprire la partita. E non si arrende nemmeno Enzo Carra, escluso per una vecchia condanna per false o reticenti dichiarazioni al pm (che era Antonio Di Pietro): «Voglio che si dica che sono stato escluso perché sono un noto criminale, mentre gli altri che verranno candidati nell’Udc sono tutte persone perbene», ha detto Carra a Brontolo, su Rai3. E intanto la scadenza per le liste si avvicina inesorabile.


 

 

 

Andrea Cuomo per “il Giornale

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