La Milano da bere… se la sono bevuta tutta!

Dove c’era la “capitale morale”, c’è adesso Mimmo Zambetti, il primo assessore regionale beccato a comprare il portafoglio dei voti della ‘ndrangheta. Ci sono le intercettazioni, una microspia nell’auto, e i carabinieri che lo fotografano dopo l’incontro con le persone che vanno a ritirare in un’associazione politica l’ultima rata, 30 mila euro.

«Bisogna fare attenzione, quando si mangia», gli dicono, e lui, l’assessore pdl, è così stressato, spaventato, che a sessant’anni scoppia a piangere, e i boss si divertono. In Lombardia, a Milano, oggi. Non nel Sud di vent’anni fa. Roberto Formigoni, presidente della Regione, sotto inchiesta per corruzione, all’inizio sorvola la questione: «Riguarda lui, Zambetti, e non ha più le deleghe», dice. Come se bastasse. Come se non ascoltasse.

E ci vuole la Lega, in tarda serata, per fargli capire che ormai il banco della Regione può saltare: «Ho in mano le dimissioni di tutti i consiglieri e assessori della Lega e lasciamo a Formigoni la scelta se fare un passo indietro o di lato», dice Matteo Salvini. E il suo ultimatum a Formigoni sembra diverso da quelli di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi: «O azzera la giunta, o dimissioni. Siamo consci che ad aprile si va a votare».

Si vedrà, ma intanto abbiamo visto già parecchio in questa post-Milano dove abbandonano gli affaristi senza più tanti soldi, e dove anche i clan si sbattono come precari per fare e ricevere favori e mazzette, ecco anche persone come Formigoni, o come il prefetto Valerio Lombardi, finire dentro storie e atteggiamenti che ti fanno dire: «Ma siamo ancora a Milano?».

Come non scorgere un misto di sorpresa e indignazione, di «dove siamo?», anche nelle parole pronunciate ieri mattina da un’altra immigrata, del procuratore aggiunto Ilda Boccassini: «È un fatto che la ‘ndrangheta – dice, scandendo le parole – può inquinare la vita politica in Lombardia. In questa inchiesta è acclarato che un rappresentante delle istituzioni si rivolge a un gruppo criminale, in questo caso a soggetti in ruoli apicali. Zambetti ha la consapevolezza di rivolgersi a dei mafiosi».

È la prima volta che viene «dimostrato» – questo il verbo usato: dimostrato – uno scambio di voti con criminalità: «La ‘ndrangheta può incidere sulla democrazia del Paese e sulla libertà di voto», dice Boccassini, come se fosse nella Reggio Calabria con il consiglio comunale sciolto dal ministero dell’Interno e non nella metropoli più mondiale d’Italia.

Oggi, come vent’anni fa, esattamente come vent’anni fa quando c’era Tangentopoli, quando avvennero le stragi a Palermo, due parole tornano a scuotere il Paese: mafia e corruzione. Zambetti, con il suo ufficio alla Regione, seduto nella ora traballante giunta Formigoni, dentro un palazzone dove non mancano inquisiti, sembra evocarle tutt’e due. Persino al di là dei suoi demeriti. «Lo scambio dei voti – ripete Ilda Boccassini, come se fosse già in requisitoria – è devastante per la democrazia e Zambetti era un patrimonio per l’organizzazione».

Viene perciò da chiedere: qual è il patrimonio dell’altra Milano, della Milano pulita? Di quella delle istituzioni, della Milano che dovrebbe funzionare? Formigoni dice che è innocente, è un suo diritto, ma da uomo delle istituzioni non ha mai sinora sentito il dovere di spendere una parola per spiegare come mai sono due suoi amici, Piero Daccò e Antonio Simone, a prendersi con le loro avide mani ricche fette della torta che la mano pubblica, e cioè la Regione, versa a due Fondazioni, San Raffaele e Maugeri.

Come non spiega Formigoni, così fa finta di niente Nicole Minetti, consigliere e modella, pluri-intercettata, e accusata di concorso in sfruttamento della prostituzione. Franco Nicoli Cristiani, Pdl, arrestato con una mazzetta in tasca, tace allo stesso modo. Ma si è dimesso dal consiglio regionale, da dove non si dimette Filippo Penati, Pd, che aspetta per decidere se arriva o no il rinvio a giudizio. Un altro ex assessore, Massimo Ponzoni, è stato arrestato, in tutto sono tredici gli inquisiti, compreso Davide Boni, della Lega.

Allo stesso modo di costoro, nella post-Milano nemmeno il prefetto Lombardi ha voglia di spiegarsi troppo. A Milano, quando governava il centrodestra di Letizia Moratti, il pericolo erano «i negher», gli stranieri, gli zingari, gli abusivi. Anche se gli attentati non mancavano, le infiltrazioni pure, la parola ‘ndrangheta veniva pronunciata rarissime volte. Quasi mai. Così come la politica al potere pretendeva, anche Lombardi, da occhio dello Stato sulla città, provò ad andare in soccorso di questa visione miope, e disse che la mafia non controlla il territorio. Si espresse male, venne fuori il classico «la mafia non esiste».

Al potere Lombardi è sempre stato sensibile, anche quando aveva le forme di Marysthelle Polanco, compagna di un narcos appena arrestato e nel medesimo periodo anche amica di bunga bunga di Silvio Berlusconi. È rimasta leggendaria anche su Internet la telefonata, con la ballerina che entrava con l’auto nel cortile, con lui che lanciava un sonante: «Mi saluti il presidente».

Tutto questo è passato, ma ora Lombardi, prefetto di Milano, si trova impelagato in un’altra questione: quella dei soldi mandati alle associazioni solidali dal Comune gestione Moratti e «spariti». La questione non riguarda la casa che il figlio ha avuto dall’Istituto Ciechi. È – bisogna essere precisi – questa: lui ha nominato come amministratore della Fondazione Pini un tizio e questo tizio è stato arrestato. E come mai?

Perché un funzionario comunale infedele gli ha girato un contributo di 100mila euro e questi 100mila sono scomparsi. E i due, il nominato dal prefetto e il funzionario amicissimo della giunta Moratti, insieme parlavano dell’aiuto che avrebbero potuto ricevere dal prefetto.

E lo vanno a trovare un giorno, e una sera lo invitano a cena con il figlio, ma Lombardi all’ultimo non va. Ora – la domanda – ma perché un funzionario pubblico, un rappresentante del governo, non spiega alla parte di città che ha letto Repubblica come stanno le cose su questi suoi rapporti d’amicizia con un arrestato? Non immagina che, appena finito il giro degli interrogatori ai detenuti, sarà interrogato anche lui dalla magistratura? Dov’è la trasparenza? E dove sono anche quelli che la chiedono davvero?

Forse, a spiegare lo stato delle cose, può essere ancora utile un ultimo pezzo dello sconcerto dell’immigrata e procuratore aggiunto antimafia Boccassini: «Una pletora di imprenditori lombardi – questa la sua analisi, impietosa – preferisce la scelta illegale di rivolgersi al crimine organizzato, piuttosto che intentare cause civili lunghe anni» per il recupero crediti. E «chi usa metodi violenti, esce vincente sullo Stato ».

Non si denuncia e non si parla, questa è diventata Milano. Chissà se tornerà più l’altra Milano: quella che si sapeva far valere, quella di chi qui aveva cercato e realizzato un sogno, un’idea. Di chi aveva fatto fortuna o l’aveva comunque cercata, e che fosse operaio, o fosse ricco, comunque non si faceva mettere sotto. Non aveva troppa paura né dei politici, né dei criminali. Di quelli che talvolta sono la stessa cosa, anche a Milano, ormai anche a Milano.

 

 

Piero Colaprico per “la Repubblica

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