Berlusconi convocato dai PM di Palermo

«Che strana coincidenza: appena annuncio l’intenzione di presentarmi alle elezioni, ecco che riparte la caccia all’uomo». Berlusconi in queste ore ha l’umore sotto i tacchi. Ma ad angosciarlo non è la ventilata scissione degli ex An.Tantomeno il colpo basso di Alfano, che ha chiesto le dimissioni della Minetti mettendolo in imbarazzo.

A farlo infuriare è la convocazione arrivata dalla procura di Palermo. Un avviso di comparizione recapitato nei giorni scorsi all’avvocato Niccolò Ghedini e tenuto rigorosamente segreto. Un invito a cui il Cavaliere ha dato ordine per ora di rispondere picche: «Legittimo impedimento».

Anche perché l’appuntamento era per lunedì scorso, il giorno in cui a villa Gernetto si è svolto il “workshop” sulla crisi finanziaria organizzato da Martino, Moles e Bergamini con una mezza dozzina di economisti europei e americani. «Ci stiamo lavorando da due mesi – ha detto il leader del Pdl – e non ci rinuncio certo per compiacere un pubblico ministero».

Ma il Cavaliere sa che, prima o poi, davanti a quella scrivania del palazzo di Giustizia palermitano dovrà sedersi. E ogni sua parola sarà passata al setaccio, ogni frase peserà e potrà metterlo nei guai. Si parlerà della trattativa fra lo Stato e la Mafia, dei suoi rapporti con Marcello Dell’Utri, del suo primo mandato come presidente del Consiglio. Anche se non formalmente indagato, Berlusconi non si fida affatto.

Anzi, è convinto e lo ha confidato ieri a un fedelissimo, che si sia «rimesso in moto il circo mediatico-giudiziario per sputtanarmi prima delle elezioni ». E stavolta non sono le sue notti ad Arcore a essere messe sotto la lente degli inquirenti. Ma i suoi atti di governo, le sue riunioni, le telefonate, i suoi ricordi di quel periodo.

L’allarme tra gli avvocati del Cavaliere è molto alto da settimane. Mentre a Milano andava avanti il processo Ruby, in realtà era l’inchiesta siciliana sulla mafia quella che destava più preoccupazione. A fine giugno poi la mossa del pm Ingroia, che decide di svelare i contorni dell’inchiesta, arrovella ancora di più i consiglieri di Berlusconi.

Perché proprio ora? C’è un messaggio occulto che la procura palermitana sta lanciando? L’intervista che genera sconcerto nel quartier generale berlusconiano è quella rilasciata a fine giugno dal pm antimafia Antonio Ingroia a Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Nel lungo colloquio, durante il quale il magistrato parla della mafiosità di Dell’Utri e della condizione di «vittima consapevole» di Berlusconi (vittima dell’estorsione), a un certo punto Ingroia solleva per un attimo il velo sulle indagini ancora in corso: «Posso solo dire che, accanto all’estorsione di cui abbiamo parlato, ci sarebbe stato un altro tentativo di “estorsione” politica, quando Berlusconi era già presidente del Consiglio. Dell’Utri si fece
di questa minaccia e per questo è indagato».

Ecco, a quanto pare è su questo che i magistrati vogliono vederci chiaro. Chiedere il perché e il percome a Berlusconi, fargli raccontare quali richieste arrivarono dal «mafioso» Dell’Utri dopo la vittoria del 1994 e la presa di palazzo Chigi.

Un’indagine potenzialmente devastante, soprattutto perché la condizione di Berlusconi potrebbe cambiare repentinamente, in base alle sue risposte, da «persona informata sui fatti» a indagato. Per questo l’appuntamento di Palermo è considerato ad altissimo rischio dal Cavaliere.

«Non mi fido, vogliono solo incastrarmi», continua a ripetere cercando di rinviare la data del confronto. Berlusconi medita di appellarsi anche Napolitano. Spera che l’alzata di scudi che ha accompagnato la decisione della procura di Palermo di non fermarsi con le intercettazioni nemmeno davanti al portone del Quirinale possa «far capire finalmente a
tutti che c’è una parte della magistratura che ormai fa politica con le inchieste senza alcun limite ».

È un fiume in piena l’ex premier. Teme che questa iniziativa della magistratura possa inficiare anche l’operazione di ripulitura della sua immagine coltivata con cura da mesi. L’ex premier, in vista della ricandidatura a palazzo Chigi, ha infatti programmato una serie di interviste alla stampa internazionale per ripresentarsi sulla scena in veste nuova, provando a far dimenticare il bunga-bunga e gli scandali.

Un’operazione che franerebbe in caso di un coinvolgimento in un’inchiesta per mafia, rendendolo nuovamente impresentabile, un paria internazionale da tenere alla larga. «Ma io non me ne resterò zitto – preannuncia agli amici – perché l’idea di coinvolgermi nella mafia è semplicemente ridicola. Io ho presieduto i governi che l’hanno combattuta di più. Chiedete a Maroni e a Grasso».

Alla Zanzara il procuratore antimafia Piero Grasso arrivò in effetti a proporre, pochi giorni fa, «un premio speciale a Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia». Parole che verranno stampate su manifesti 6×3 se necessario. Come i numeri dei beni sequestrati ai mafiosi durante i tre anni di gestione Berlusconi-Maroni, «pari a oltre 40 miliardi ».umore sotto i tacchi. Ma ad angosciarlo non è la ventilata scissione degli ex An.

 

Francesco Bei per La Repubblica

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