Montecitorio liberato

Porcellum o Provincellum, il problema è stare “in listum”». L’urlo, nel mezzo di raffinati dibattiti sulla legge elettorale, proviene da un anonimo deputato leghista. Ma il terrore, quello di non riavere la poltroncina rossa, è trasversale. Ferisce in pratica mezzo Parlamento. Girano previsioni da paura, salmodiate tra i banchi d’Aula come versetti dell’Apocalisse. Alla Camera 130 pidiellini su 210 non torneranno più, e così pure se ci riprovano accadrà a 35 leghisti su 60 (ma ci sono sondaggi che li danno sotto la soglia fatidica del 4 per cento).

Spazzati via i Responsabili e gruppuscoli satellite del centrodestra (altre venti-trenta persone), letteralmente dimezzati i futuristi. A casa – stando alle regole del Pd – un’ottantina di parlamentari democratici, candidati alla rottamazione per legge interna. Mentre il gruppo dell’Italia dei Valori attende d’essere raso al suolo in nome del rinnovamento. Insomma una carneficina. Molto più ampia di un fisiologico turnover.

Conclusione degna di una legislatura lunga, sgangherata e ormai estenuante, cominciata all’insegna dell’ordine costituito e finita in una inarrestabile slavina dell’esistente. In mezzo alle rovine si aggira, dunque, il gregge di coloro che non torneranno. Una marea dolente, il cui lamento non è ancora esploso ma serpeggia eccome. Centinaia di persone, centrodestra per lo più, che ballano l’ultima estate, l’ultimo tango da parlamentari: odore della fine che accomuna sconosciuti baciati dal colpo di fortuna, elefanti marini arrivati a fine corsa, ragazze non più ragazzine, vecchi non anziani, stufi, entusiasti e non rassegnati.

Fra qualche mese, dopo la mareggiata delle elezioni, la gran parte di loro non ci sarà più. Non là dentro, almeno, ma fuori, nel vasto mondo e ignoto. Molti già l’hanno capito – come il peone di rango Mario Pepe che teorizza un ritorno al policlinico Umberto I, dove è in aspettativa da endocrinologo. Altri, come supernovae che brillano pur essendo stelle morte, non se l’aspettano.

INCONSAPEVOLI. «Io sto lavorando come e più di prima, incertezza non ne vedo, ho un sacco da fare e sono molto sereno», si bea Maurizio Paniz. Balzato di botto, un annetto fa, nell’olimpo berlusconiano in quanto alfiere della strepitosa teoria per cui il Cavaliere credeva seriamente di tutelare, in Ruby la nipote di Mubarak, l’avvocato di Belluno continua a lavorare così, «con tutto l’impegno possibile», come ai tempi in cui pareva la quadratura del cerchio (un nuovo Ghedini, non dipendente del Cav), ma con gli occhi chiusi sul futuro: «La prossima legislatura? Un problema che non mi sono posto. Sono sereno, molto sereno, molto», spiega bordeggiando la rimozione.

Forse, l’atteggiamento di chi, privo di una cordata che lo agganci a una rielezione, si puntella da sé. Come fa Catia Polidori, pidiellina di ritorno (fu ricompensata con un posto da viceministro) che, nella speranza di recuperare (forse) posizioni, intanto socializza dando feste. Sempre sorridenti, e per lo più sostanzialmente inconsapevoli, le cosiddette “ragazze”, le quindici-venti giovani e belle del Pdl come Gabriella Giammanco e Barbara Mannucci: a rischio, in realtà, non tanto perché Berlusconi non intenda garantire la categoria in sé (“Forza gnocca” è tra le poche sue certezze), quanto perché – spiegano spietati – «esiste già il ricambio, le nuove leve: stessa categoria, più giovani».

EX PICCONATORI . Nel si salvi chi può di un Pdl dove ormai si ragiona nelle proporzioni del ne sopravviverà uno su tre, stile formicaio impazzito, particolarmente abili nel consolarsi da soli (perché già sicuri di essere falciati via) sono quelli che hanno picconato la coda del berlusconismo di governo.

«Io francamente mi sarei anche stufato di stare in un posto dove si fa sempre il contrario di quel che sostengo», dice Giorgio Stracquadanio, da un anno in cerca di una strada diversa, da ultimo insieme con Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e altri (vedasi la neo associazione “Un’altra Italia”): «Non dovesse funzionare, avrei il mio piano B: comunicazione d’impresa, relazioni istituzionali. Qualche proposta di consulenza l’ho già avuta», prova a rassicurarsi. Il partito di chi, in mancanza di un futuro da parlamentare, si ricorda di avere un’alternativa, è del resto folto – e va forte soprattutto tra chi sa di aver tirato molto la corda.

«Tornerò a fare l’avvocato, pazienza. Peccato però», ripete da mesi (a giorni alterni) il futurista Nino Lo Presti, che qui si prende ad esempio per quella trentina di parlamentari che ha seguito fino in fondo Gianfranco Fini nel divorzio da Berlusconi, e che oggi sa che, tra grandi coalizioni e società civile, ben che vada ci sarà spazio per una metà del gruppo attuale. «La paura della rielezione», l’ha chiamata il presidente della Camera nell’ultima riunione, beccandosi applausi caldi e spauriti (del resto il leader centrista Pier Ferdinando Casini, potesse decidere da solo, ne salverebbe giusto due: Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno).

AUTO-ROTTAMATI . «Il cosa fare nessuno lo sa, bisogna aspettare che passi agosto. Però certo, l’idea di mollare c’è: un altro giro, mi chiedo, per fare cosa?». Paolo Guzzanti, agitatore d’altra stagione (si pensi alla Mitrokhin), oggi parte di una componente liberale del gruppo misto («Siamo in tre»), dà voce a una ipotesi che – a carature e forze d’urto diverse – percorre nomi noti del Parlamento.

Prossimo al passo indietro, dicono nel Pdl, è per esempio Sandro Bondi, per il quale è già apparecchiato un posto in Mondadori: l’apparente mite triumviro del Pdl, che ormai siede mansueto nella sua poltroncina da senatore con l’aria di chi alla politica non saprebbe più che chiedere, potrebbe così lasciare spazio per la rielezione della compagna Manuela Repetti (peraltro anche in questo caso tutt’altro che scontata).

Si vocifera, poi, che Claudio Scajola stia cercando sì di piazzare i suoi (forse con Casini) ma restando lui fermo un giro: non a sua insaputa, stavolta, ma in rottamazione forzata, causa una legislatura nella quale, a furia d’essere evocato, si è soprattutto consumato. Nel Pd, invece, l’aver ventilato Massimo D’Alema di essere forse disposto al passo indietro ha diffuso il panico tra i big: Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Franco Marini, Livia Turco, Walter Veltroni, Beppe Fioroni, Giovanna Melandri e la restante ottantina di parlamentari che ha raggiunto il limite dei tre mandati previsto dallo statuto del partito. Perché è vero che sono prevedibili (non poche) eccezioni alla regola, ma se il lìder Maximo volesse sua sponte non ricandidarsi, sarebbe assai più difficile per gli altri tenersi lo scranno. Di qui l’agitazione.

VIETATO MOLLARE. «Sono entrato in Parlamento per cambiare la politica, da dentro è 100 mila volte peggio che da fuori, ma voglio continuare». Santo Versace, ex Pdl, ora deputato Api, resiste attaccato allo scoglio e non lo nega. Non è che facciano a gara per contenderselo: «Ma io non mollo. Chi mi candiderà? Si vedrà, non lo so. Vorrei un movimento nuovo, leader nuovi. A Parma avrei votato per Pizzarotti, ma di diventare grillino non me la sento. Vedremo».

Più raffinato, il centrista Rocco Buttiglione gioca l’argomento del cosa farebbero senza di me: «È bello il segnale per cui rinnovamento significa che qualcuno va a casa, e a me non dispiacerebbe tornare all’Università», dice il professore che siede in Parlamento da diciotto anni. Poi aggiunge: «Però sto contribuendo a generare un nuovo partito, non mi sembrerebbe leale lasciare proprio ora». Ci rifletterà, assicura.

PRIMA FILA ADDIO . Domenico Scilipoti, reuccio dell’epoca dei Responsabili, da qualche tempo è ancora più agitato del solito. Ha capito che si è abbattuto su di lui lo stesso virus che colpì Clemente Mastella ai tempi della caduta del secondo governo Prodi: preziosissimo fino a un momento prima, «inacquistabile» un momento dopo (proprio così lo definì il Professore).

Additato oggi come sovrana causa della rovina del governo Berlusconi (altro che tappeti rossi) Scilipoti ha annunciato l’abbandono del gruppo Popolo e territorio per dedicarsi anima e corpo alla sua creatura dall’impronunciabile sigla Mrn: dove finirà, non sa. Su tutt’altro livello, ma accomunati dalla cesura netta tra un prima e un poi, ce ne sono tanti.

Ex golden boy come il leader dell’Api Francesco Rutelli che, in attesa di riprendersi dal colpo mortale dell’inchiesta sui rimborsi della Margherita che ha portato in galera il suo ex tesoriere, si sarebbe fatto garantire una postazione nel polo casiniano: a patto però – par di capire – che tenga almeno per qualche tempo un conveniente basso profilo.

O Giulio Tremonti: già leader in pectore del centrodestra berlusconiano, già protagonista di qualsiasi scenario politico-istituzionale, squagliatisi tra le mani Pdl e Lega (per non parlare delle proprie aspettative dopo il caso Milanese) starebbe lavorando con l’ottantacinquenne Rino Formica per rifare una sorta di partito socialista. Un futuro scintillante.

SPETTRO GRILLINI . Non è solo lo stare all’opposizione del governo Monti che accomuna i parlamentari di Lega e Idv. È anche l’incertezza verso il proprio futuro, diversamente minato dal Movimento 5 Stelle, che incarna in modo più efficace l’attacco ai tecnici e all’ordine esistente.

Nel Carroccio, l’annuncio del “via da Roma” del neosegretario Roberto Maroni è soprattutto oggetto di rimozione collettiva: tra gli 80 parlamentari leghisti in teoria prossimi a fare le valigie, c’è chi dice di aver «comunque già aperto una segreteria elettorale in Valcamonica, non si sa mai»; chi teorizza la soluzione schizofrenica di un piede a Roma e un altro in Padania; chi, come Jonny Crosio, immagina disperato l’espatrio elettorale: «Mi potrei candidare in Svizzera».

Nel partito di Antonio Di Pietro, invece, la faccenda ha preso una piega strana: il leader ha infatti annunciato l’intenzione di radere al suolo l’attuale dirigenza, non tanto perché scottato dalle esperienze scilipotesche, ma soprattutto perché si attrezza contro la concorrenza dei grillini. Conseguenza: terrorizzati dal finire sotto la mannaia, i parlamentari dell’Idv non aprono più bocca.

Non si azzardano a criticare il leader in pubblico (vedasi il più recente attacco a Napolitano, ad esempio), e nemmeno a discuterci in privato: nelle ultime due riunioni del partito, a differenza del solito, ha parlato solo Di Pietro e tutti rasenti il muro. Risultato: il para-grillino Franco Barbato, sempre più raffinato («Avete rotto i coglioni»), dilaga. Lui, par di capire, tornerà.

 

 

Susanna Turco per “l’Espresso

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