Usa-Cina, il duello è anche militare

Gli Stati Uniti vogliono conservare il controllo degli spazi comuni (mari, cieli, spazio e cyberspazio) funzionale alla loro egemonia. Pechino è l’unica potenza in grado di impedirglielo. Strategie a confronto: air sea battle vs shashou jian.

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La grande strategia dell’amministrazione Obama è caratterizzata da due fattori principali: la riduzione degli impegni militari diretti (con razionalizzazione delle spese) e il ri-orientamento verso la regione dell’Asia-Pacifico.

Il ri-orientamento verso il Pacifico coinvolge aspetti diplomatici, economici e militari. L’offensiva diplomatica culminata con l’apertura a Myanmar e l’espansione della Trans pacific partnership sono gli esempi più evidenti delle prime due dimensioni. Queste sono accompagnate da un processo di riorganizzazione delle Forze armate e, soprattutto, dall’elaborazione di un nuovo concetto operativo, definito “Air sea battle“, che segnerà l’evoluzione della pianificazione militare americana.

 

L’elaborazione dell’Air sea battle segnala come l’attenzione dei pianificatori del Pentagono si stia sempre più allontanando, sia dal punto di vista logistico e organizzativo sia sotto il profilo strategico e tattico, dai conflitti asimmetrici e dalla counter-insurgency che hanno segnato lo scorso decennio, per avvicinarsi invece alle misure necessarie a fronteggiare l’ascesa militare cinese.


Secondo la recente Defense strategic guidance, infatti, nonostante i tagli previsti al bilancio del Pentagono (500 miliardi di dollari in 10 anni) “gli Stati Uniti rafforzeranno la loro presenza militare nel settore Asia-Pacifico”. I tagli infatti, “non si faranno a spese di questa cruciale regione”. Il documento, in linea con la Quadriennal defense review del 2010, mette a fuoco la natura della minaccia all’egemonia militare degli Stati Uniti rappresentata dall’espansione e dalla modernizzazione delle Forze armate cinesi.
La Cina è l’unico attore in grado di minacciare in modo significativo l’architrave dell’egemonia militare americana, ovvero quello che Barry Posen ha definito “Command of the commons“.


Con questa espressione si intende la capacità di controllare gli spazi comuni, ovvero oceani, spazio aereo, spazio e cyberspazio, negando eventualmente l’accesso ad altri Stati; questo controllo ha un valore duplice. In primo luogo, rappresenta il bene pubblico fondamentale dell’ordine egemonico americano: il controllo dei punti nodali del traffico marittimo quali lo Stretto di Hormuz o quello di Malacca e delle linee di comunicazione marittima facilita il mantenimento di un sistema commerciale aperto e di scambi intercontinentali.


In secondo luogo, il Command of the commons garantisce agli Stati Uniti di proiettare potere militare praticamente in ogni angolo del globo. Ciò rende possibile l’esercizio della “deterrenza estesa”, ovvero la deterrenza esercitata a favore degli alleati.
La capacità di intervenire militarmente in ogni scenario rilevante del globo ha profondamente influenzato l’evoluzione delle Forze armate americane sia dal punto di vista organizzativo e logistico sia dal punto di vista strategico.


La cosiddetta “american way of war”, infatti, è strettamente connessa alla supremazia sugli spazi comuni. Di fatto, gli Usa hanno condotto tutti i conflitti successivi alla seconda guerra mondiale in condizioni di supremazia aerea e navale. Le loro Forze armate hanno sempre avuto la possibilità di utilizzare “basi-santuario” fuori dalla portata del nemico ma relativamente vicine al teatro di conflitto. Gli esempi più evidenti sono l’uso delle basi in Qatar e Arabia Saudita durante il conflitto in Iraq e la base di Okinawa durante la guerra del Vietnam. A queste si aggiunge la possibilità di schierare diverse portaerei in zone non lontane dal teatro di conflitto.


Dopo la guerra fredda, la “rivoluzione negli affari militari” realizzata dall’esercito degli Stati Uniti ha accentuato l’importanza del controllo dello spazio e del cyberspazio. La Rma, ovvero l’utilizzo sistematico dell’information technology e delle comunicazioni satellitari a fini militari, conferisce agli Usa due vantaggi fondamentali. Il primo è la superiorità informativa, ovvero una maggiore conoscenza dei movimenti del nemico e dei suoi punti deboli. Il secondo è la supremazia tecnologica, che permette di colpire con precisione grazie ad armi teleguidate e di mantenere un maggiore coordinamento sul campo di battaglia. La salvaguardia di questo tipo di supremazia rappresenta quindi la componente centrale di una strategia volta al mantenimento dell’egemonia politica e militare globale.


I recenti documenti pubblicati dal Pentagono sottolineano con insistenza come l’ascesa militare cinese rappresenti la minaccia principale all’egemonia sugli spazi comuni. Per il momento la Repubblica Popolare non rappresenta un competitor in termini assoluti: il suo budget militare è ancora 4 volte inferiore a quello americano; a ciò si deve aggiungere una notevole disparità tecnologica e la differente capacità di proiezione del potere militare in teatri lontani dal territorio nazionale. Ciò che preoccupa il Pentagono è la strategia cinese di Anti access-area denial (A2ad), ovvero la capacità di contrastare la superiorità degli Stati Uniti sugli spazi comuni dell’area dell’Asia Orientale. Dalla fine della guerra fredda, e in particolare dopo la crisi di Taiwan del 1996, la pianificazione militare cinese è stata fortemente orientata allo sviluppo di capacità A2ad, ovvero di “negazione dello spazio” ad eventuali nemici attorno al territorio cinese.


Anche se l’Esercito di liberazione popolare (Pla, le Forze armate cinesi) non ha mai concettualizzato in modo esplicito questa strategia, l’idea della negazione dello spazio emerge chiaramente dalla recente evoluzione della dottrina militare. Gli strateghi cinesi chiamano questa strategia Shashou Jian (杀手锏), ovvero “mazza ferrata” o “mazza dell’assassino”. Il termine non si riferisce solo alla capacità di negare lo spazio nella zona circostante il territorio cinese: al contrario, riguarda lo sviluppo di una capacità militare in grado di disarmare l’avversario prima che questi possa colpire.


Questa strategia è coscientemente asimmetrica: riconosce la superiorità tecnologica dell’avversario e teorizza la necessità di sfruttarne le debolezze, evitando lo scontro in campo aperto. I vertici dell’esercito cinese infatti sono consapevoli del fatto che, qualora gli Stati Uniti avessero la possibilità di dispiegare le loro risorse tecnologiche e militari, non ci sarebbero speranze di vittoria per la Repubblica Popolare.


Per questo, coerentemente con il pensiero di Sun Tzu, l’esercito cinese dovrebbe negare al nemico lo spazio per la battaglia e “vincere prima di combattere”, interrompendo la catena di comando e danneggiando la struttura logistica americana. Impedendo quindi agli Stati Uniti di dispiegare il proprio potenziale militare.


La prima e più evidente componente di questa strategia è la modernizzazione navale. La marina militare cinese è in rapida espansione in termini qualitativi e quantitativi. L’obiettivo di fondo è il contrasto alla libertà di movimento per le portaerei americane. Per questo Pechino ha sviluppato un’ampia e avanzata flotta di sottomarini. Tra questi spiccano i sottomarini nucleari di classe Jin e Shang e quelli diesel di classe Yuan e Kilo. Questi ultimi in particolare rendono estremamente rischioso l’utilizzo delle portaerei americane nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Durante gli ultimi anni, infatti, i sottomarini Kilo e Yuan hanno dimostrato più volte di poter avvicinare le portaerei americane senza essere rintracciati in anticipo. L’impiego massiccio di sottomarini a difesa del Mare Cinese Orientale e Meridionale renderebbe molto difficile e costosa la fornitura di supporto aereo in caso di conflitto a Taiwan o in una zona vicina al litorale cinese.


Di recente inoltre Pechino ha schierato la sua prima portaerei: una classe Varyag acquistata dalla Russia e rimodernata negli arsenali cinesi. Questa acquisizione – unita allo sviluppo dei nuovi cacciatorpedinieri Luhu, Luhai, Luyang e Louzhou – testimonia la volontà cinese di espandere la propria capacità di controllo marittimo ben oltre lo stretto di Taiwan e di rafforzare le capacità di negazione dello spazio fino e oltre la prima catena di isole, compresa tra il Giappone, Okinawa e le Filippine.


Un’altra componente fondamentale è l’espansione e la modernizzazione della Seconda artiglieria, ovvero dell’arsenale missilistico. Questo processo riguarda sia missili balistici a medio raggio, destinati a colpire le basi americane in Giappone e Corea, sia missili balistici anti-portaerei. In un futuro conflitto, le basi americane strategicamente più rilevanti – quelle in territorio giapponese, sudcoreano e quelle di Okinawa – potrebbero essere fortemente danneggiate da un attacco missilistico. Le previsioni più pessimiste ritengono che anche la base di Guam sia fortemente vulnerabile. I missili balistici anti-carrier, inoltre, rappresentano un ulteriore fattore di vulnerabilità per le portaerei americane e un ulteriore fattore di riduzione della capacità di mantenere la superiorità navale e aerea da parte degli Stati Uniti.


La strategia A2ad cinese si compone di altri due elementi essenziali: la negazione della superiorità americana nello spazio e nel cyberspazio. Da tempo gli analisti militari cinesi hanno identificato nell’eccessiva dipendenza dall’alta tecnologia la debolezza principale della struttura militare a stelle e strisce. Il forte livello di dipendenza dall’information technology determinata dalla rivoluzione degli affari militari renderebbe possibile un “attacco accecante” nei confronti del cosiddetto C4isr (Command control communication computer intelligence surveillance and reconnaissance) americano. Per questo il Pla, in caso di conflitto, tenterebbe di attaccare l’infrastruttura informativa americana e soprattutto i sistemi di controllo satellitare. Questo tipo di attacco si svolgerebbe con diverse modalità. In modo diretto con il tentativo di colpire i satelliti situati nello spazio e in modo indiretto attraverso attività di cyberwarfare.


Secondo alcuni dei più influenti analisti del governo americano, la strategia di negazione dello spazio si ispirerebbe a quella praticata dal Giappone nel 1941-1942 e mirerebbe, nel lungo periodo, ad escludere gli Stati Uniti dal Sud Est asiatico e dall’Asia Orientale. Ad oggi, essa è focalizzata sulla prima catena di isole; nel prossimo decennio potrebbe essere ampliata fino alla “seconda catena di isole”, tra le Marianne e la Micronesia. In ogni caso la capacità anti-accesso cinese rappresenta una minaccia significativa per l’egemonia militare americana e rende necessario un ripensamento profondo dell’attuale strategia basata sulla superiorità in tutti i commons e su un’organizzazione operativa e logistica che si affida largamente a “basi santuario”. Il nuovo concetto strategico dell’ Air sea battle propone, infatti, sia un parziale ripensamento dell’American way of war sia la stessa presenza americana nell’Asia Pacifico.


Gli Stati Uniti si preparano a tornare ad affrontare operazioni militari in cui gli spazi comuni sono oggetto di competizione e in cui i santuari logistici vengono significativamente allontanati dal campo di battaglia. La prima mossa è l’accelerazione del riposizionamento della struttura delle basi già in corso da un decennio. La tendenza in questo senso è verso la creazione di un sistema di basi flessibile, che prevede la presenza di basi principali dette “hub” e di basi minori definite “lily pad”. Le prime, tra le quali Okinawa, Guam e le principali basi in Giappone e Corea del Sud, sono i punti chiave della struttura militare americana. In caso di conflitto le forze americane sono pronte ad attivare le basi secondarie e a disperdersi. A ciò si aggiunge lo spostamento di parte delle risorse militari fuori dall’area minacciata dalle misure anti accesso cinesi. Ad esempio, parte delle strutture tradizionalmente collocate ad Okinawa verranno spostate verso Guam o verso la base di Darwin in Australia. Inoltre, è prevista l’attuazione di un blocco navale a distanza che permetta di tagliare alla Cina i rifornimenti marittimi e in particolare le materie prime provenienti dal Medio Oriente.


Uno degli aspetti centrali del nuovo concetto operativo è l’espansione del confronto a spazi comuni prima immuni dalla competizione militare, quali lo spazio e il cyberspazio. L’Air sea battle prevede, infatti, che la prima fase del conflitto si svolga proprio in questi settori e in particolare attraverso un reciproco tentativo di danneggiare i sistemi di intelligence e comunicazioni elettroniche, soprattutto quelle basate nello spazio.


La prima conseguenza a livello pratico per gli Stati Uniti è il rafforzamento del sistema di difesa antimissile dell’Asia-Pacifico, entrato in fase operativa tra il 2009 e il 2010. Inoltre, la crescente militarizzazione dello spazio rende necessarie misure atte a proteggere l’infrastruttura satellitare, il vero tallone d’Achille delle Forze armate americane dopo la “rivoluzione degli affari militari”.


L’Air sea battle, inoltre, prevede una maggiore integrazione logistica e operativa tra esercito, aviazione e marina e l’accelerazione dello sviluppo di armamenti che siano in grado di contrastare i recenti passi avanti cinesi. Tra questi spiccano lo sviluppo di nuovi droni e una serie di missili cruise teleguidati. Più in generale, il rischio di perdere l’uso delle basi santuario sta spingendo il Pentagono ad acquisire nuovi sistemi in grado di colpire il nemico a distanza, diminuendo l’effetto della strategia cinese di negazione dello spazio.


Al di là dei dettagli tattici e organizzativi, la rilevanza strategica del concetto di Air Sea Battle è molteplice. In primo luogo, come detto, il ritorno a una pianificazione militare e logistica esplicitamente pensata e realizzata per conflitti simmetrici tra grandi potenze. Più in generale, è necessario notare che, nonostante i documenti ufficiali e le dichiarazioni dell’amministrazione Obama neghino ogni volontà di contenere l’ascesa cinese, gli Stati Uniti stanno ridisegnando le proprie Forze armate in funzione della minaccia rappresentata dalla Repubblica Popolare, in particolare dalla sua strategia A2ad.


In una prospettiva di lungo periodo, infatti, l’aspetto più significativo della dottrina dell’Air sea battle è proprio la concettualizzazione esplicita del Command of the commons come architrave strategica dell’egemonia militare americana e il riconoscimento della Shashou Jian cinese come minaccia fondamentale.

 

Tratto da http://temi.repubblica.it

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