India, Meenakshi Thapa astro nascente di Bollywood, sequestrata, uccisa e decapitata!

Meenakshi Thapa era un’attrice di 26 anni. Aveva appena finito di girare una piccola parte in un film importante, sulle pendici dell’Himalaya. Lì ha incontrato una coppia di aspiranti attori, più in basso di lei nella scala gerarchica della speranza. Eppure quelli sono riusciti a convincerla a seguirli, perché volevano proporle la parte di protagonista in un film.
Ora, una storia del genere non dovrebbe funzionare. Se invece che nella vita reale, Meenakshi fosse stata in un film, gli sceneggiatori le avrebbero impedito di partire: non era logico. Come si può credere a quei due? Nei film la logica deve imporsi, per essere credibili. Nei film, se qualcuno viene ammazzato, c’è un motivo plausibile. Ma i film non sanno che nella vita le cose vanno diversamente.

Quella è Bollywood, appunto; cioè l’industria dello spettacolo più potente del mondo. Dove i film si girano uno dietro l’altro, e il risultato sono storie d’amore strazianti, canzoni recitate e ballate, colori eccessivi, azione. Una catena di montaggio del divertimento. Chiunque va in una sala a godersi un prodotto di Bollywood, sogna. Sogna due volte: grazie alla storia del film, se è bella; e la conseguenza (il secondo sogno) è inevitabile: vorrei essere lì. Vorrei fare quella vita. Essere come loro – con loro.

Non importa se si ha talento, o solo voglia di successo, di ricchezza, se è narcisismo o necessità di esprimersi. Chiunque può raccontarsi quello che vuole. Ma la verità è che tutti tendono a raccontarsi di essere dei predestinati. Soltanto che i predestinati sono in un numero esponenziale gigantesco, rispetto ai destini riusciti. Cosa fanno tutti gli altri?

Il problema, quindi, sono i sogni che mettono in piedi i luoghi del sogno, Bollywood come Hollywood. Meenakshi quindi decide di partire con la coppia di fidanzati attori, lui un po’ più grande, lei soltanto una ragazza. Sono diretti in una cittadina lontana, in una casa al riparo dal resto del mondo. Si allontanano alla vista di tutti, non si capisce perché. E poi, troppo tardi, si capisce.

È lì che i due strangolano Meenakshi Thapa, la decapitano, seppelliscono il corpo in una fossa biologica, mettono la testa in una borsa sportiva, salgono su un autobus, e al primo tratto di campagna lanciano la borsa (la testa) dall’autobus in corsa.

Meenakshi aveva la speranza di una parte. Loro avevano la speranza di un riscatto. L’avevano chiesto alla famiglia, ma senza risultati. Chissà perché, si erano convinti che la stellina del cinema fosse ricchissima. Non lo era. Una fine agghiacciante, quella di Meenakshi Thapa, chissà quanto in ascesa nel mondo eccessivo e frenetico del cinema indiano, quello spicchio di vita sognante e allo stesso tempo miserevole che sta nel perimetro chiuso delle grandi produzioni cinematografiche. Una follia, senz’altro. Del resto, di tutti i fatti della cronaca nera, in qualsiasi angolo di mondo, si può dire che sono una follia. E chiuderla così.

Ma qui, si parla di Bollywood. Anzi, non importa che sia Bollywood oppure Hollywood, o chissà quale altro circo che pompa grandi sogni. Importa soltanto che un’enorme quantità di gente sogna di vivere all’interno di quei confini, a qualsiasi costo, in qualsiasi modo. È così che cade in trappola. Perché poi, lì dentro, si ritrova in un paradiso minuscolo attorniato da un inferno gigantesco, dove la frustrazione e la speranza inducono a qualsiasi soluzione.

Tutto questo il cinema lo ha saputo già raccontare, quando ha avuto il coraggio di penetrare le proprie ferite. Lo ha fatto con «I protagonisti» di Altman, dove viene assassinato uno sceneggiatore semifallito, nella totale impunità dei potenti. Ma soprattutto con «Mulholland Drive» di David Lynch, che è entrato proprio nella testa di una stellina di Hollywood alle prese con la lenta coscienza del proprio totale fallimento; al punto che si reinventa una vita immaginaria in cui ha avuto successo.

È quello che ha tentato di fare Meenakshi Thapa – è quello che tentiamo di fare tutti, alle prese con la nostra vita. Soltanto che lei non sapeva più rendersi conto che la vita reale e quella che si vede al cinema hanno conseguenze diverse. Il problema, per chi sogna il cinema, è che le differenze le capisce poco. È questo il problema dei sogni: sono molto lontani, sono per pochi. Tutti i sognatori che rimangono qui, a terra, si arrangiano con un refolo di speranza che li spinge a superare questa settimana, sperando che la prossima sarà migliore. In fondo, una vita normale, con sogni moderati, vicini, abbordabili, forse porta meno lontano, ma raccoglie concretezza.

Non solo. Ma la forza di vivere la propria vita, serena, grama, noiosa o semplice che sia, spesso la danno proprio le storie dei film, iniettando quella dose di epicità nella vita di chiunque di noi, che ci fa pensare all’uscita dalla sala: in fondo la vita è piena di cose da fare, di sentimenti da esprimere. E questo sarebbe bastato alla stellina indiana e ai suoi assassini, se avessero avuto il coraggio gigantesco di non farsi strappare alla vita reale.

 

 

 

Francesco Piccolo per il “Corriere della Sera”

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