PD oltre… il Taffazzismo!

Non c’è pace sotto la Quercia. La sconfitta di Genova, dove a vincere le primarie per il sindaco è stato il candidato di Nichi Vendola, poteva essere prevista. Esistevano tutte le condizioni perché il fattaccio accadesse. Ma la più importante non era la guerra interna fra due signore concorrenti, entrambe del Pd: il sindaco uscente Marta Vincenzi e la senatrice Roberta Pinotti, destinate ad annullarsi a vicenda.

Il motivo vero è un altro: l’incapacità degli eredi del vecchio Pci a scegliere con chiarezza il proprio destino politico. Genova è sempre stata una città rossa. Durante la guerra civile, il partito egemone era quello guidato, al nord, da Luigi Longo e da Pietro Secchia. Poteva contare su un gruppo dirigente molto agguerrito che veniva dalle carceri fasciste, dal confino e dalla guerra di Spagna. Erano estremisti duri, capaci di sopravvivere anche ai loro errori più gravi.

Nell’aprile 1944 furono i primi responsabili del disastro della Benedicta. Centocinquanta ragazzi fucilati dai tedeschi e dai fascisti. Non erano ancora partigiani, ma soltanto renitenti alla leva disarmati. Il Pci li aveva spediti sull’Appennino alle spalle di Genova per una ragione mai dichiarata: dimostrare agli altri partiti antifascisti di essere l’unico in grado di allestire una formazione ribelle forte e imbattibile.

Con lo sviluppo della guerra partigiana, la supremazia comunista diventò sempre più asfissiante. A guidare il comando della Sesta zona ligure, quella genovese, venne mandato un guerrigliero internazionale del Comintern staliniano: Antonio Ukmar, un triestino reduce da molte avventure. Era persino stato in Etiopia per aiutare la nascita di bande ribelli contro l’occupante italiano.

Tuttavia, esisteva un problema. Il comandante partigiano più famoso nella Sesta zona era un giovane cattolico: Aldo Gastaldi, conosciuto come Bisagno. Un perito industriale ventenne, un Gesù Cristo con il mitra, generoso, altruista, capace di grandi sacrifici. Bisagno non accettava il controllo comunista sulle bande, attuato con la rete dei commissari politici e, soprattutto, del Servizio informazioni e polizia, il Sip, composto di militanti rossi, fedelissimi al partito.

Il Pci tentò di allontanarlo dalla zona, inviandolo in un’altra area della Liguria. Poi fu costretto a desistere per il grande prestigio che Bisagno aveva. E soprattutto per la reazione dei suoi uomini che a Fascia, un piccolo paese sull’Appennino, si presentarono armati alla riunione del Cln regionale che doveva destituirlo.

La questione venne risolta poche settimane dopo la fine della guerra. Bisagno, sceso a Genova, cercò di impedire le mattanze dei fascisti, uccisi ogni notte senza processo. E chiese che la polizia partigiana fosse sostituita da quella militare americana. Non ci riuscì, anche perché il 21 maggio 1945 morì, in uno strano incidente stradale che suscitò sempre molti sospetti. Aveva 24 anni.

Nel frattempo, il Pci consolidava il potere sulla città. Dimostrò tutta la propria forza alla fine del giugno 1960, quando impedì che il Movimento sociale potesse tenere il congresso proprio a Genova. La battaglia di strada fu al calor bianco. La vittoria venne ottenuta grazie ai ganci dei portuali. E segnò la fine del governo Tambroni. Da studente amavo la Superba. Ero uno dei provinciali cantati dall’astigiano Paolo Conte: «Noi che abbiamo visto Genova». Mentre preparavo la mia tesi di laurea, trascorsi molte settimane a consultare l’archivio dell’Istituto storico della Resistenza.

Fu allora che cominciai a rendermi conto di una verità: il Pci era così forte da non consentire nessuna deviazione dal suo vangelo storiografico. Neppure il più timido revisionismo era ammesso. Nel maggio 1959, quando provai a esporre le mie timide tesi in un convegno sulla storiografia della Resistenza tenuto a Genova, mi presi qualche botta in testa. Un vecchio sindaco della città, il socialista Vannuccio Faralli, un signore che portava ancora la cravatta a fiocco, si alzò indignato esclamando: «Adesso ai convegni sulla Resistenza facciamo parlare i giovani fascisti?».

Per fortuna, a difendermi fu quel galantuomo di Ferruccio Parri. Nei decenni successivi, per la crisi dell’industria pubblica, Genova decadde. A resistere era il mito della città rossa, guidata da sindaci sempre di sinistra. Ma nel 1989, quando il muro di Berlino crollò e Achille Occhetto cambiò il nome al Pci, un parte degli iscritti traslocò a Rifondazione comunista. Uno di loro era il «Marchese rosso», Giorgio Doria. La stessa strada prese il figlio Marco, il vincitore delle primarie di domenica.

Confesso di non aver mai avuto una gran fiducia nelle primarie. Soprattutto quando sono su scala ridotta, come è accaduto a Genova a causa dell’assenteismo e del freddo polare. Se un partito funziona nel modo giusto, seleziona da solo i leader sulla base della propria storia, lontana e recente.

Tuttavia sono già tre gli incidenti capitati a Pier Luigi Bersani. E tutti dovuti al successo di candidati della sinistra radicale. A Milano le primarie le aveva vinte Giuliano Pisapia, poi eletto sindaco. Lo stesso è accaduto a Cagliari, con il giovane sindaco Massimo Zedda. Adesso è il turno di Genova. Senza dimenticare che Nichi Vendola aveva battuto per due volte il candidato del Pd alla presidenza della Puglia, nel 2005 e nel 2010.

Un bel fastidio per Bersani. Gli ha portato iella la famosa foto di Vasto, con la stretta di mano fra lui, l’astuto Vendola e il furioso Di Pietro. Gli scrittori di libri gialli sostengono che tre indizi fanno una prova. Ma la fisiologia dei partiti è una faccenda diversa. E se fossi un elettore di Bersani lo pregherei di indagare a fondo sul male oscuro che insidia il suo Pd.

In apparenza, la sinistra italiana non attraversava da tempo una congiuntura tanto favorevole. Silvio Berlusconi si era lasciato alle spalle un centrodestra accasciato e dilaniato dai clan. Per di più, il governo tecnico di Mario Monti aveva preso su di sé il lavoro terribile per impedire che l’Italia finisse come la Grecia. Dunque le circostanze non potevano essere migliori per la parrocchia di Bersani.

Invece è accaduto l’impensabile. Ossia è emersa la vocazione della sinistra a farsi male da sola. Ce lo dice un dettaglio stupefacente. Mentre a Genova il Pd perdeva un’altra battaglia, in quale gioco si dilettava una parte del suo gruppo dirigente nazionale?
Come riferisce la Repubblica di ieri, i capetti del Pd sprecavano il tempo a discutere il post scriptum dell’omelia domenicale di Eugenio Scalfari. Il mitico Barbapapà si diceva contrario a trasformare il Pd in un partito socialdemocratico, sul modello del Pse europeo.

Un’opinione come un’altra. Ma sono bastate quelle poche righe perché gli zitelli democratici cominciassero a strillare, pro o contro. Veltroni, Follini e Bianco da una parte, Fassina, Orfini e Andrea Orlando dall’altra. Nel frattempo da Genova arrivava il cupo rintocco delle primarie. Un tempo si sarebbe detto al vertice del Pd: preoccupatevi piuttosto dell’uccello padulo, che vola all’altezza di quella parte del corpo che non è elegante nominare.

 

Giampaolo Pansa per “Libero

 

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