Tobin tax addio. La Germania salva gli speculatori per ricucire con Londra

La Merkel sceglie il compromesso per riportare a bordo la Gran Bretagna. La tassazione riguarderà solo il mercato azionario e non le valute, obbligazioni e derivati. Per i fondi speculativi e banche di investimento non cambierà nulla

Frenata sulla Tobin tax, almeno per ora. Sì invece a un’imposizione fiscale limitata al mercato azionario, la cosiddetta bourse levy, o imposta di borsa. Potrebbe essere giunto ad una svolta il complicato cammino europeo verso una riforma fiscale dei mercati finanziari. Lo lascia intendere, oggi, il ministro dell’economia di Berlino Philipp Roesler. Lo ribadisce, a modo suo, anche il portavoce della Cancelliera Angela Merkel, Steffen Seibert. A poco più di un mese dal grande strappo con David Cameron, la Germania sarebbe pronta a ricostruire un ponte tra il Continente e il Regno Unito, sacrificando, ma questo in fondo non stupisce granché, le velleità di riforma di un sempre più inquieto Nicolas Sarkozy.

L’imposta di borsa, ha affermato il titolare del dicastero finanziario, sarebbe un compromesso in grado di riportare a bordo Londra e di attuare, finalmente, una tassa condivisa per tutti i 27 Paesi dell’Unione europea. Seibert, dal canto suo, ha integrato le dichiarazioni di Roesler definendo “sensibile” la proposta e ricordando che “il governo tedesco è pronto a combattere per l’introduzione della proposta della Commissione Ue (per una tassa sulle transazioni finanziarie, ndr) in tutti i Paesi membri” aggiungendo quindi che “la posizione tedesca non cambia”. L’aspetto più importante della questione, tuttavia, è che quest’ultima, in realtà, è già cambiata radicalmente. Per lo meno rispetto a qualche mese fa.

Era stata proprio la Merkel, un paio di anni fa, a lanciare la proposta una tassa sugli scambi finanziari da implementare a livello globale. La questione era finita sul tavolo del G20 con risultati pressoché nulli. No secco di Usa, Canada, Italia e Regno Unito. Scetticismo generale da parte degli altri paesi. Ma sulla strada di quello che appariva a tutti come un fallimento annunciato ecco manifestarsi in seguito due fenomeni chiave: la caparbietà di Berlino e l’illuminazione improvvisa di Sarkozy. Nei bei tempi andati, si fa per dire, in cui Francia e Germania parlavano con una voce unica dettando all’Europa un’agenda unilaterale a colpi di vertici bilaterali, l’intesa Merkel-Sarkozy sembrava sufficiente a garantire un futuro alla tassa. Gli Usa si oppongono? Via all’imposta europea. Londra è contraria? Ecco l’ipotesi di provvedimento nella sola eurolandia. Tutto pronto, insomma, per un’iniziativa diretta, una riforma da inserire nel nuovo trattato europeo. Fino alla grande rottura tra Ue e Regno Unito. E al successivo ripensamento tedesco.

La Germania è ora pronta al compromesso e l’impressione è che la tassa pensata fin dagli anni ’30 da John Maynard Keynes (anche se spesso ne viene attribuita erroneamente l’origine a James Tobin, che in realtà aveva ipotizzato di tassare i soli scambi sul mercato valutario) sia destinata a non essere mai applicata. Già, perché l’imposta sulla borsa di cui si discute oggi è in realtà ben altra cosa. Si applica alle sole operazioni sul mercato azionario e non coinvolge valute, obbligazioni o derivati. In pratica, chi operasse direttamente sui titoli del comparto privato pagherebbe un’imposta ridotta (si parla dello 0,1%). Chi invece decidesse di speculare, ad esempio, sui contratti futures degli indici (un sistema tra tanti per aggirare i blocchi alle vendite allo scoperto) non perderebbe un centesimo. Per i fondi speculativi e le grandi banche di investimento, insomma, cambierebbe poco o nulla.

A Londra, per altro, una tassa simile esiste ormai da un quarto di secolo e rende circa 5 miliardi all’anno. Una ricavo molto basso per quella che è la seconda piazza finanziaria del Pianeta, e che non ha nulla a che vedere con i numeri a tre cifre stimati in passato di fronte all’ipotesi di una tassa sulle transazioni europee (imposta dello 0,05% per un gettito annuale di 350 miliardi di dollari secondo l’economista austriaco Stephan Schulmeister). Mentre Londra e Berlino discutono, Parigi resta per ora sulle sue posizioni. Appena due giorni fa, Sarkozy ha definito la Tobin Tax “moralmente giusta ed economicamente indispensabile” dimenticandosi però di menzionare un trascurabile dettaglio: per la legge francese la tassa esiste già ma frenarne l’applicazione, secondo quanto stabilito da un opportuno comma legislativo, è proprio la mancanza di un accordo unanime in Europa. Appunto.

 

Matteo Cavallito

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