Torpignattara non perdona

LA TELEFONATA AL BOSS CINESE: “CI VEDIAMO A BOCCEA”

C´è una telefonata tra un boss della malavita romana e un orientale che potrebbe svelare il mistero della morte di Mohammed Nasiri, il marocchino che insieme a un complice, lo scorso 4 gennaio, ha ucciso Zhou Zeng e la piccola Joy nel corso di una rapina a Torpignattara. La chiamata è di giovedì scorso. «Ci dobbiamo vedere poi quando vieni a Roma, ti porto a mangiare in un ristorante sulla Boccea…è un po´ nascosto, ma si mangia benissimo, non avrai difficoltà a trovarlo».

Per chi, nelle forze dell´ordine, è abituato a messaggi in codice, questa conversazione è di facile lettura. Ed è stata così interpretata dagli investigatori: la criminalità organizzata romana all´indomani dell´omicidio, si è mossa per dare la caccia ai due marocchini. Tanti sbirri per le strade, in un quadrante della città (Torpignattara, Quadraro, Prenestino) in cui lo spaccio di stupefacenti frutta tantissimo, sono un problema. Trovare i killer diventa quindi un modo, per la malavita, per togliersi di mezzo la task force che presidia il territorio.

Vendere l´informazione e consegnare alle Tong cinesi l´assassino di un connazionale è un favore che, sicuramente, ha una contropartita nel business del malaffare. Così la telefonata di giovedì sembra avere una logica a fronte del ritrovamento del cadavere di Nasiri trovato impiccato in un casolare al km 14 di via Boccea e sulla cui morte è la procura stessa ad avere dubbi: i magistrati hanno aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Ancora molti i punti da chiarire sulla morte del marocchino di 31 anni.

Resta aperta, infatti, la questione dei tre scontrini di una ferramenta a Val Melaina trovati nel rudere, vicino al corpo. I titolari del negozio, sentiti dai carabinieri, hanno detto di non aver mai visto Nasiri. Proprio per questo il pm Luca Tescaroli ha delegato ai militari l´esame delle telecamere a circuito chiuso installate nei pressi dell´esercizio in modo da verificare se il marocchino sia andato lì a fare acquisti o no. Oppure se in quel negozio sia entrato il suo assassino.

Federica Angeli e Maria Elena Vincenzi per “la Repubblica – Roma”

 

LA TELEFONATA AL BOSS CINESE: “CI VEDIAMO A BOCCEA”

False griffe, racket dei clandestini, tangenti imposte col terrore ai commercianti, sequestri lampo. Il business milionario della Triade, la mafia cinese, a Roma è iniziato così. È con la violenza e la sopraffazione che la potente criminalità orientale tiene sotto scacco gli immigrati che decide di togliere dalla povera regione dello Zhejiang e di far venire qui, a Roma. Negli anni però la mafia dagli occhi a mandorla ha allargato il suo business attraverso giri di squillo di lusso, bische clandestine, money transfer e lo spaccio all´ingrosso di Kfen, una micidiale droga sintetica derivata dalla ketamina, in grado di stordire per un giorno intero. Dall´Esquilino l´impero delle Tong si è allargato ormai a macchia di leopardo: Centocelle, Ostia, Prenestino, Primavalle.

Ma c´è dell´altro. Secondo le informazioni raccolte dagli investigatori della Dia, il salto di qualità e il suo consolidamento sul territorio la Triade l´ha fatto quando si è legata a clan camorristi e ‘ndranghetisti nella gestione di grandi malaffari, come quello dello smaltimento di rifiuti tossici. È di cinque anni fa un´importante operazione della guardia di finanza e della Dia che portò a galla un traffico illegale di rifiuti tossici.

Stipate in container le scorie partivano dal porto di Civitavecchia arrivavano in Cina dove venivano “lavorate”, trasformate in giocattoli, monili e oggetti per la casa, e poi, sotto queste sembianze, rispedite in Europa. Tutto partiva da Roma ed è nella capitale che la filiale della Triade europea “Sole Rosso” ha il suo quartier generale.

Sono diverse le Tong che ne fanno parte, ognuna indipendente dall´altra ma, collegate a un unico vertice: un mitico boss di cui nessuno conosce né il nome né il cognome che vivrebbe a Parigi e viene chiamato A Feng, la Grande Vetta. A Roma “Sole Rosso” è diviso in tre sotto clan: “Alleanza orientale del Quan Tien”, “Testa di Tigre” e “Uccello Paradiso”.

Capi e gregari vengono quasi sempre dalla poverissima regione dello Zhejiang e i rituali interni di affiliazioni sono spietati: una delle prove di coraggio più frequenti per il passaggio di grado è l´automutilazione di una falange e l´ostentazione delle dita mozze basta a intimidire chi dalle Tong viene assoggettato.

I picciotti con gli occhi a mandorla si muovono come gatti tra la miriade di bazar e di Money transfer che aprono come funghi in ogni dove. Quando vanno a riscuotere il pizzo si spostano con auto di lusso, quasi sempre tre: in quella centrale c´è il boss, nelle altre due gli scagnozzi che, quando non riscuotono la parcella stabilita, devastano locali, picchiano i commercianti e li terrorizzano brandendo asce e pistole.

Pagate dalla Triade le attività commerciali vengono gestite da chi, per anni, ha lavorato in scantinati e garage in sartorie clandestine in condizioni di semi schiavitù. Un piccolo scatto verso la libertà che però viene pagato a caro prezzo per anni e anni da chi, prima o dopo, si affrancherà economicamente dalla Tong, ma ne resterà comunque legato per sempre.

Infine i money transfer: è in queste attività, secondo gli inquirenti, che scompaiono i fiumi di denaro riciclati e frutto di attività illecite. Milioni e milioni di euro che viaggiano senza controllo fuori dall´Italia e sui quali oggi si basa la forza economica delle Tong capitoline. In quest´ottica l´omicidio di Zhou Zeng e della sua piccola Joy assume contorni inquietanti: una dichiarazione di guerra che, di sicuro, non finirà qui.

 

Federica Angeli per “la Repubblica – Roma”

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