Infrastrutture per la viabilità, ovvero l’evoluzione delle discariche illegali nel terzo millennio

Paolo Tessadri ha firmato un articolo interessante su L’Espresso in edicola il 05/01/2012 dove si evidenzia quanto sta succedendo in alcuni corridoi stradali di recente costruzione (anzi in alcuni casi siamo ancora all’apertura dei cantieri) nel nord Italia.

Vorrei focalizzare l’attenzione sul cantiere della BRE.BE.MI., l’autostrada per il veloce collegamento Brescia/Milano che, con la sua ramificazione in area Milano, attraverserà decine di paesi  ubicati  all’interno del Parco Agricolo Sud Milano.

Quanto accennato nell’articolo  ipotizza che il manto stradale ricopra rifiuti industriali che non abbiano preso la strada di un corretto e legale smaltimento ma che  illegalmente siano stati scaricati a sostituzione del materiale necessario per il riempimento delle carreggiate.  La magistratura sta vagliando attraverso i rilevi e indagini se realmente si sia creata una situazione tale da ipotizzare un reato. La stessa magistratura ha trasferito la documentazione al dipartimento antimafia per approfondire le indagini.

Il Parco Agricolo Sud Milano, nato sull’esperienza del Green Belt inglese, un polmone di produzione agricola al confine della metropoli,  subirà delle lacerazioni dovute, oltre alle nuove strade in progetto, soprattutto agli insediamenti commerciali che nasceranno in conseguenza dell’apertura di queste arterie. Le pressioni antropiche saranno sicuramente tanto forti che prevarranno su quella che è la missione storica del parco: fare agricoltura. Nonostante la popolazione delle aree interessate, le amministrazioni comunali ed i comitati sorti a salvaguardia del territorio abbiano messo in discussione queste opere  che si intersecano (la Bre.Be.Mi. deve essere supportata dalla TEEM, la quale deve avere sbocchi oltre alla rete esistente che è ritenuta non idonea a quello che sarà il traffico., ecc..), coloro che hanno deciso di costruire quest’opera (sicuramente lontano dalle logiche ambientali ed ecosostenibili) proseguono imperterriti senza le dovute preoccupazioni di quello che sarà il Parco Sud nel medio periodo, con la prospettiva, sempre più reale, che la missione stessa del parco volga al termine e si vanifichi lo spirito di questo polmone verde. Il tentativo da parte di aziende agricole ed associazioni (vedi Slow food, Cascina Cuccagna) che in un programma di multifunzionalità cercano di costruire un sistema agricolo che possa fornire le materie prime per nutrire le comunità urbane sarà sempre più difficile da sostenere a causa dei tempi della burocrazia del Paese, oltre alle lacerazioni intestine del Parco Sud. Oggi le associazioni di categoria agricole stimano solo i danni all’agricoltura per l’impatto del progetto e per i terreni espropriati nessuno è in grado di fare stime a lungo termine in quanto non vi sono ancora dati certi, le previsioni restano però allarmanti.

Riallacciandomi al tema dell’articolo, emerge una grande preoccupazione che è dovuta a quello che potrebbe succedere al suolo ed al sottosuolo. Un bellissimo reportage visibile anche su You Tube proposto dal Dott. Mercalli il cui titolo è “ il suolo minacciato” ci permette di fare un viaggio nella pianura Padana alla scoperta di quella che è stata l’edificazione e cementificazione selvaggia che ha bruciato terreno coltivabile in nome del progresso e delle necessità del mercato. Capannoni industriali in aree a vocazione agricola che in nome del capitale si sono trasformate in aree edificabili distruggendo quel suolo fertile e non più recuperabile, patrimonio della pianura Padana. Logicamente oggi buona parte dei capannoni sono vuoti a causa della crisi e così abbiamo perso anche pezzi di lavoro agricolo, ma questo probabilmente non interessa a molti e soprattutto a coloro che devono fare speculazione. Le pressioni antropiche, sopra citate, spingeranno le aziende agricole rimaste (poche e messe male)  con strutture e terreni a ridosso dei corridoi ad abbandonare le coltivazioni in quanto non più remunerative per poi svendere le aree o tenerle incolte in attesa (di solito funziona così) di un passaggio finale che è la trasformazione in terreni industriali in aree  edificabili nuovamente  speculando e bruciando sempre più la superficie agricola utilizzata (che è quella che conta per il nostro fabbisogno di materia prima per l’alimentazione).

Ma ora entriamo nel merito del sottosuolo. Il bene strategico del Parco Agricolo Sud Milano è l’acqua. Il reticolo idrico è talmente capillare e ricco che dal medioevo si applicano sistemi di coltivazione che hanno permesso di gestire allevamenti (soprattutto di vacche da latte) con ottimi risultati, in quanto il foraggio ha  più tagli nel ciclo dell’anno (le marcite sono opera dei monaci benedettini delle abbazie milanesi). Tutta l’agricoltura ha prosperato grazie al bene che oggi dovremmo classificare come bene strategico comune e quindi patrimonio indiscusso della popolazione che vive questo territorio. Pensare che si possa contaminare ulteriormente il sottosuolo, oltre a quanto  già deve assorbire quotidianamente,  a scopi illegali e puramente economici ( senza ombra di dubbio un sistema collocabile nel libro di Loretta Napoleoni “Economia canaglia”) con un senso di irresponsabilità nei confronti delle comunità locali credo che sia inaccettabile a prescindere dai credi politici e dalle ideologie pro e contro la salvaguardia dell’ambiente. I materiali, scarico di fonderie e rifiuti nocivi, citati dal giornalista avranno un impatto sull’ambiente e sull’uomo che ci deve vivere, le cui conseguenze probabilmente si potranno notare nel corso del tempo. Praticamente ci troviamo di fronte ad una metodologia diversa più economica e remunerativa di smaltimento dei rifiuti nocivi, un nuovo sistema discarica  che permette di evitare un confronto con la popolazione per l’utilizzo di aree definite e controllate ma nello stesso tempo distribuita (all’insaputa di tutti) su un percorso che equivale al percorso delle arterie stradali. Questo sistema non è che l’evoluzione delle discariche illegali del terzo millennio.

Credo che questi atti criminali, se confermati,  debbano essere considerati al pari dei crimini contro l’umanità e ritengo che non sia sufficiente una sanzione, se pur pesante, come risarcimento. Questo è uno di quei casi in cui la società civile deve indignarsi alzando forte il tono della voce.

Marco Legramanti

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