Il Mozambico vola: Riccardo mediò, l’Eni incassa

La corona è arrivata dalle mani della Bibbia degli affari esteri, la rivista americana Foreign Policy: il nuovo “petro-state” si trova in Africa ed è il Mozambico. Mentre la madrepatria arranca sotto i colpi del debito e della bassa crescita, per l’ex colonia portoghese, proprio come per l’Angola – altro possedimento di Lisbona – si prospetta un futuro roseo, con un’impennata del Pil del 7,5 per cento nel 2012, secondo le previsioni della Banca Mondiale.

Maputo non è più la meta esotica della caccia al rinoceronte, ma un nuovo, grande, hub dell’energia. Tutto merito di alcune scoperte di gas off shore fatte dalle major del settore, in prima fila l’Eni, che nell’area di Mamba, a circa quaranta chilometri dalla costa di Cabo Delgado, nel Nord del Paese, ha individuato un giacimento enorme. Perforando a una profondità di 1585 metri, il colosso italiano ha trovato lo scrigno più importante della sua storia.

A San Donato Milanese si ritiene che il settore di Mamba Sud possa contenere un potenziale di 425 miliardi di metri cubi di metano. Secondo Foreign Policy, il giacimento equivarrebbe a 2,5 miliardi di barili di petrolio.
Adesso, come da contratto, l’esplorazione si è spostata a Mamba Nord e l’amministratore delegato del cane a sei zampe, Paolo Scaroni, è volato in Mozambico per seguire i lavori e incontrare le autorità locali, a partire dal presidente Armando Guebuza. L’obiettivo è quello di scavare una decina di pozzi ed avviare la produzione entro il 2018, con un investimento di 50 miliardi di dollari. All’interno del consorzio che gestisce l’impresa, di cui l’Eni ha ben il settanta per cento, ci sono la portoghese Galp Energia, la coreana Kogas e la statale Mozambico Enh, ciascuna con il dieci per cento delle azioni.

All’annuncio del gigante italiano è seguito quello della texana Anadarko, che ha scoperto, non lontano da Mamba, un altro imponente giacimento, capace di produrre energia alla pari di 1,5 miliardi di barili di petrolio. La compagnia americana è convinta che il tesoro sia di dimensioni maggiori, addirittura triple. Nell’area si è scatenata una vera e propria caccia al gas. Ai nastri di partenza i maggiori big del settore, comprese la texana Exxon, la britannica BG Group Plc e la norvegese Statoil Asa.

La volontà occidentale di superare la dipendenza dal petrolio mediorientale e i ripetuti stop al nucleare, dovuti al post-Fukushima, hanno lasciato sul campo un unico grande attore, il gas. La stessa Cina ha pianificato di triplicare il consumo di metano per ridurre il gap con le altre fonti, in particolare il carbone. L’Agenzia Internazionale dell’Energia parla già di “Golden Age of Gas”, non solo nella versione tradizionale, ma anche nelle sue varianti, frutto dei ritrovati tecnici degli ultimi decenni. Lo shale gas, proveniente dalle cosiddette rocce scistose, ormai una realtà in molti Paesi, in primo luogo gli Stati Uniti, ma anche Israele e Giordania. E quello liquefatto, che viene immesso nella rete energetica dopo essere stato lavorato nei rigassificatori.

A Maputo l’idea è proprio quella di sfruttare l’improvvisa bonanza per esportare via nave metano liquefatto in direzione dell’Asia, in particolare in India, ma anche in Thailandia, Vietnam, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Gli esperti sono convinti che l’Africa Orientale sia la nuova frontiera dell’approvvigionamento energetico, grazie al petrolio e al gas off shore.
Così il primo Paese ammesso nel Commonwealth a non essere mai stato una colonia britannica – nel 1975, per via del legame con i vicini Zimbabwe e Sudafrica e dell’appoggio dato all’African National Congress – ambisce a fare dell’energia lo strumento per costruire prestigio e potenza. Chi possiede grandi giacimenti di gas detiene un grande potere negoziale. Non c’è solo l’esempio della Russia, ma soprattutto del piccolo Qatar, che galleggia su riserve sterminate ed è ormai un attore di primo piano della diplomazia internazionale.

Il reddito medio a Maputo è lontano anni luce da quello di Doha – non raggiunge i mille dollari annui – ma l’intera economia africana è sulla rampa di lancio. Secondo l’Ocse, il Pil continentale nel 2012 crescerà mediamente del 5,8 per cento. In Mozambico la Cina è già un player strategico, ma l’Italia a queste latitudini gode di buona fama. L’intesa di pace del 4 ottobre 1992, che pose fine alla sanguinosa guerra civile tra i governativi filo-sovietici del Frelimo e i ribelli anti-comunisti del Renamo, fu firmata proprio a Roma. Non è un caso, perché a mediare l’accordo fu la Comunità di Sant’Egidio del neo-ministro Andrea Riccardi.

 

Davide Vannucci

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