Che fine hanno fatto? Ecco tutti i Trombati d’Italia!

1- BERLUSCONI SILVIO.
Da capocomico consumato, si defila dalla scena politica applaudendo l’attore, Mario Monti, chiamato dall’impresario del Quirinale a sostituirlo nel ruolo da lui a lungo interpretato nel teatrino romano. Del resto il Cavalier Pompetta sembra pensarla come Shakespeare che, a proposito degli attori, ammoniva: “trattali bene poiché sono i compendi e le brevi cronache del tempo”.

Nel fare il passo indietro Berlusconi ha messo a riparo da un possibile baratro finanziario anche le aziende di famiglia (Mediaset-Fininvest). Così da poter guardare al futuro (primavera 2013), senza l’ansia (e la paura) di vedersi additato al Paese non come l’uomo della provvidenza in cui si riconosce, ma della disgrazia (altrui).

E da buon tycoon dello spettacolo può, una volta accommiatatosi dal pubblico, consentirsi anche una delle sue battutacce: “Vedete, per arrestare le folli corse finanziarie non basta cambiare l’autista, ma rimettere in moto la macchina”.

2 – BINI-SMAGHI LORENZO.
I fratelli fiorentini se la ridono leggendo sui giornali che la carriera del ribaldo Lorenzaccio è giunta “alla canna del gas”. Già, perché non è un percorso trionfale il suo: dalla Bce di Francoforte alla Snam Gas di San Donato Milanese. Un duro colpo per l’impertinente banchiere, che non voleva mollare l’incarico alla Banca centrale europea per far largo alla nomina a presidente di Mario Draghi.

Fino all’ultimo ha puntato i piedi per andare a guidare Bankitalia. Finendo per fare incazzare anche l’inquilino del Quirinale. Così agendo impunito, ha tagliato le gambe soltanto al direttore generale di via Nazionale, il candidato unico Fabrizio Saccomanni. Che alla fine del tira-e-molla ha dovuto cedere l’incarico al terzo incomodo, Ignazio Visco.

Da Francoforte a Metanapoli. Non l’ha presa bene nemmeno la moglie del neo presidente della Snam, la soave economista Veronica de Romanis. La cocca del professor Francesco Giàvazzi, che per un breve periodo è stata nominata nel consiglio degli esperti del Tesoro.

3 – CATANIA ELIO.
L’ex ingegnere dell’Ibm con master al Mit(omani) di Boston e l’hobby del doppio stipendio è stato sbalzato in corsa dalla società che gestisce i tram milanesi (Atm). Non è la prima volta che a Catania gli capita di essere scaraventato sotto i binari prima di arrivare in stazione.

Dopo due anni, nel 2006, l’Elio(gabalo) delle liquidazioni fu rimosso da presidente e amministratore delegato delle Ferrovie. Lasciando in eredità solo un deficit mostruoso.
Risultati a dir poco disastrosi che non gli impedirono d’incassare una buonuscita di 7 milioni di euro. E insieme alla grana, sempre per grazia (ricevuta) del Cavalier Pompetta, una berretta di capo-stazione all’Atm. Altro giro altra liquidazione. Paga sempre Pantalone.

4 – GERONZI CESARE.
Triste e tormentata uscita di scena del banchiere di Marino, costretto alle dimissioni dalle assicurazioni Generali e irriso in pubblico dalla scarparo a pallini Dieguito Della Valle (“arzillo vecchietto”). Subito ricambiato da Geronzi con “lui è la meglio gioventù anziana”.
Per quasi vent’anni Geronzi si è ritagliato un ruolo-chiave nel mondo della finanza, orfana dei vecchi partiti. La sua è stata una sorta di supplenza esercitata prima a Capitalia e poi a Mediobanca.

Non c’è politico o imprenditore che non abbia bussato alla sua porta in cerca d’aiuto (denari). Ma al momento della caduta (anche giudiziaria) il Sor Cesare ha scoperto che quella che è alla fin fine l’amicizia: “è solo un pizzico d’onore fra mascalzoni” (Henry David Thoreau).

5 – GIAVAZZI FRANCESCO.
Ecco un altro ingegnere elettronico con il pallino dei numeri e laurea in economia, con tanto di viaggio premio tra i Mit(omani) di Boston.
Tra i “generi” celebri oggi in cattedra al “Corriere della Sera”, il nostro compete con il critico accigliato della tv, Aldo Grasso.
Giavazzi ha sposato la figlia del banchiere Franco Cingano; l’ex dirigente Rai ha impalmato la primogenita di Luciano Foa, fondatore con Roberto Olivetti della casa editrice Adelphi.

Chissà se l’ombra lunga (famigliare) dell’ex presidente di Mediobanca non abbia avuto un qualche ruolo nel karakiri consumato da Già-vazzi al momento della sua bocciatura a consigliere della banca di piazzetta Cuccia. Una trombatura che forse gli servirà di Palenzona.

6 – GROSSI MARINA.
Per ora, la moglie del Guargua resta in azienda in attesa di un incarico. Dalla Selex si è dimessa prima che il consiglio d’amministrazione della società fosse allargato. Così da provocarne l’allontanamento coatto.
Anche lei dovrà diradare le nebbie giudiziarie che l’hanno avvolta tra casa e ufficio.
Marina, però, è una tosta. Da sempre è convinta, alla pari della scrittrice Agatha Cristie, che “fare la moglie devota fiacca l’intelletto”. Dei guai provocati al marito, invece, non vale la pena dolersi.

7 – GUARGUAGLINI PIERFRANCESCO.
Alla fine anche lui, messo spalle al muro dagli azionisti pubblici e dalle vicende giudiziarie, ha dovuto arrendersi. Eppure è merito del vecchio Guarga se Finmeccanica ha fatto un salto di qualità nella gestione aziendale.

Certo, l’aver tra i dipendenti-manager sua moglie Marina Grossi (amministratore della Selex) è stato un handicap a dir poco pesantuccio per l’ingegnere di Castagneto Carducci. Che per la sua riconferma in piazza Monte Grappa si era speso come un leone Gianni Letta.

Lascia le sue deleghe all’ing. Orsi che fino alla caduta di Berlusconi poteva contare sull’appoggio della Lega di Bossi-Maroni. Mentre la continuità finanziaria è assicurata da Alessandro Pansa, che ha redatto, e firmato, tutti i bilanci della gestione Guarguaglini-Borgogni. O no?

8 – MASI MAURO.
Agli amici che gli sconsigliavano di lasciare palazzo Chigi per viale Mazzini, Sado-Masi replicava che era un posto più gaudente della burocratica e tristanzuola presidenza del Consiglio.
Alla fine, però, la direzione della Rai si è rivelata per lui un inferno (mediatico). Nonostante sia esperto di thai boxe, ha preso più botte (Santoro&C) di quelle date.

9 – MARCHIONNI FAUSTO.
Per quasi dieci anni ha fatto da balia ai rampolli di don Salvatore Ligresti (Jonella, Paolo e Giulia) alla guida del secondo gruppo assicurativo italiano, Fondiaria Sai.
Torinese di Scalenghe, il Cavaliere del lavoro c’è la messa tutta per salvare i conti (e la faccia) dei Ligresti.
Magari chiudendo entrambi gli occhi sulle operazioni interne alla famiglia in aperto conflitto d’interessi.

Ma, onestamente, è difficile dire “no” a don Salvatore quando neppure l’insospettabile Enrico Cuccia c’era riuscito.
Ben meritati allora i 10 milioni lordi, oltre al Tfr, ricevuti in gennaio da Marchionni al momento delle sue dimissioni.

10 – MINZOLINI AUGUSTO.
Galeotta fu la carta di credito per l’ex ragazzo di vita di Montecitorio.
Ma i dirigenti della Rai, dal presidente Paolo Garimberti alla direttora Lei (ai tempi responsabile del personale), invece di spiegare agli azionisti perché l’azienda (una normale, ovviamente) due anni fa ha messo l’uomo sbagliato nel posto sbagliato (direttore del Tg1), si sono messi a spulciare le note spese del cronista che, amabilmente, Bettino Craxi aveva ribattezzato Ridolini. Pensando d’incastrarlo come un pollo.
Comportandosi alla stregua dell’Fbi con Al Capone: non potendolo accusare dei delitti commessi l’hanno mandato in galera per evasione fiscale.

Minzolini paga il suo conto con i suoi boja (della Rai) non per aver perso audience inseguendo le mattane del Cavalier Pompetta, ma per qualche euro in più (sperperato).
Se i contabili di viale Mazzini (ri)mettessero mano ai fogli di viaggio dei loro dipendenti-giornalisti pochi di loro conserverebbero il posto di lavoro.
Nella Rai che fu di Sciupone l’Africano (Emilio Fede) in tempi passati era in azione anche una tipografia per stampare fatture d’albergo e ricevute in trattoria.
Già, campa Cavallo (di viale Mazzini) che l’abbonato paga.

11 – MORATTI LETIZIA.
La figlia prediletta di Paolo Brichetto Arnaboldi, assicuratore d’antan e uomo della Resistenza (sfiderà gli estremisti di sinistra sfilando sulla sedia a rotelle al corteo in piazza Duomo del 25 aprile), rovina dalla poltrona di Palazzo Marino alle elezioni comunali dell’ultima primavera.

Una caduta (e una data) che segna anche la fine della maggioranza nel Paese del centro-destra a guida del Cavalier Pompetta.
Anche se a Roma il centro-destra dei berluscones e la Lega di Bossi (con giornali al seguito) farà finta che non sia successo nulla nell’ex Milano da bere. Fino alla resa (annunciata dal Quirinale) d’autunno.

A Suor Mestizia, moglie del petroliere Gianmarco, succede l’onesto avvocato Giuliano Pisapia, che dopo lunghi anni di purgatorio riporta al governo della città la sinistra.
Il nuovo sindaco eredita il pesante fardello dell’Expo 2015, conquistato dalla Grande Sconfitta. Già, la maledizione di Smirne. Dal nome della città turca cui fu “scippato” l’evento-iattura (anche per i nuovi arrivati).

12 – PONZELLINI MASSIMO.
Povero Max! Una vita spensierata a nascondersi dietro incarichi più di prestigio che di reale impegno (Iri, Bei, Banca Bers) e alla fine, lui il figlio di Giulio già membro del Consiglio superiore di Bankytalia, si fa raccomandare dai sindacati interni per approdare nell’ultimo soviet bancario ancora in vita nel mondo: la Banca Popolare di Milano.
E per acciuffare quella poltrona si è fatto convincere dal suo vecchio sodale, Giulietto Tremonti, a baciare a Pontida la pantofola leghista di Umberto Bossi.
Messo fuori dal portone di piazza Meda, invece di una buonuscita Max ha ricevuto un avviso giudiziario per i prestiti di Bpm al gruppo Atlantis.
Gli restano i mattoni di Impregilo a mo’ di consolazione, ma con l’aria che tira nel gruppo di costruzioni dei Gavio c’è il rischio che anche da lì presto Max-Capomastro dovrà fare fagotto.

13 – SACCOMANNI FABRIZIO.
A Cetona i suoi amici di campagna, in prima fila Cesarone Romiti, già avevano brindato alla sua promozione a governatore di Bankitalia. E anche il Quirinale aveva benedetto la sua successione in via Nazionale a Mario Draghi.
Dotato di un insolito humour britannico, quando si è visto soffiare la poltrona dal suo vice, Ignazio Visco, il Sacco(manno) si è afflosciato all’improvviso.

 

Tratto da Dagoreport

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