PD nel panico. Andare a votare? Ma anche no!

Come vi accennavamo stamattina, alla fine della giornata, e alla fine della riunione convocata dalla minoranza del Pd, la situazione sembra essere molto semplice: la maggioranza del Pd chiede il contrario di quello che chiede Bersani (sì governo tecnico, no elezioni), la minoranza del Pd sembra non essere più minoranza nel prevedere che le prossime elezioni saranno di conseguenza nel 2013, e i veltroniani e i fioroniani (anche se ad alta voce la cosa ancora non si può dire apertamente) alla fine dei conti ammettono che nel 2013 il candidato naturale NON sarà necessariamente Bersani, ma sarà il nuovo segretario che emergerà dalle primarie di partito.

Dunque tutto chiaro, e tutto molto incasinato, ma in tutto questo la cosa che in tanti nel Pd in queste ore si stanno chiedendo è una. Ed è questa: ma come farà il Partito democratico a spiegare ai suoi elettori che la manifestazione convocata per il prossimo 5 novembre a Roma non sarà una manifestazione finalizzata a richiedere quello che richiede la maggioranza del partito, cioè un governo tecnico? Già mi immagino gli slogan: “Se-non-cambierà-lotta-dura-e-governo-tecnico-sarà!”

Claudio Cerasa su http://www.ilfoglio.it/cerazade/1954

2 – PAURA DI VOTARE…

Tutto pur di non votare. L’eventualità del voto anticipato è un tale male assoluto per la minoranza Pd, ieri riunita a Roma, che ieri Veltroni si è spinto fino a spiegare che gran disastro sarebbe vincere, per il centrosinistra, cosa che i sondaggi pure accreditano: «Votare adesso farebbe sì che al Senato non ci sarebbe la maggioranza, il Paese sarebbe ingovernabile o ci sarebbe una faticosa alleanza che non riesce a fare le cose ruvide che servono».

A tutta l’assemblea Modem (acronimo di Movimento democratico) non piace il Nuovo Ulivo e l’alleanza con Sel e Idv. Per dirlo, sono arrivati tutti gli anti-bersaniani di vecchio e nuovo conio, ovvero quelli che non apprezzano la propensione del leader per il voto anticipato. C’è anche Dario Franceschini e Enrico Letta, il numero due del partito. Manca solo D’Alema. Che però commenta: «Il partito è sostanzialmente unito intorno a Bersani». E però Bersani dal Molise ripete che il Pd «è disponibile a prendersi la sua responsabilità in un governo nuovo o, se non è possibile, anticipare le elezioni».

Qui invece sul pulpito si fa a gara fra chi usa tinte più fosche sull’eventualità di voto. E non c’è scampo, tanta paura di votare può venire solo da due possibili convinzioni: o che i cittadini siano tanto scemi da pensare di eleggere un mago per poi rapidamente restarne delusi. Oppure tanto intelligenti da non votare chi non li vuole far votare, chi briga per un «governo di transizione» lacrime e sangue, senza mandato popolare. Per inciso, nella sala circola il tema di liste: la rappresentanza parlamentare è ancora quella della ‘Nuova Stagione’ veltroniana, e invece votare con questa legge consegnerà la scelta delle candidature a Bersani.

Ma non è questo il punto, si giura, la battaglia è tutta politica. Veltroni lancia la richiesta di «cambio di rotta», rivendicando l’occhio lungo della sua compagnia (rifiuta di chiamarla «corrente», «non ho fatto una corrente, non saprei farlo») su molti temi, dal referendum elettorale all’abolizione delle province. «Cosa significa essere un leader politico?», si interroga. «Significa dire le cose prima del tempo e non quando sono accadute, scegliere parole d’ordine anche quando non sono ancora un’ovvietà».

La critica a Bersani è feroce. Ma guai a dire che ne chiede le dimissioni o punta a logorarne la leadership: «Io non penso che chi chiede le elezioni lo faccia per salvare la leadership di Bersani. Quindi chi chiede un governo di transizione lo fa per indicare una prospettiva positiva per il Pd e per il Paese». Più dritto Beppe Fioroni: «Chi pensa che noi siamo qui per dire ‘Bersani a casa’ non ha capito nulla. La nostra finalità è più ambiziosa: cambiare un profilo che non ci ha portato da nessuna parte».

Ma sono artifici retorici: se il Pd cambiasse «rotta» o «profilo», dovrebbe cambiare segretario. I bersaniani Stumpo e Giovannelli reagiscono malissimo, ma ormai il tema è all’ordine del giorno, nonostante le smentite. L’unico a chiedere esplicitamente l’anticipo del congresso è Enrico Morando: l’intervento più duro sulla linea politica, il più citato.

Lo cita anche Letta, una delle due special guest, l’altra è Franceschini. Il numero due del partito e il capogruppo alla Camera sono formalmente nella maggioranza bersaniana. Ma entrambi sono qui per dare ragione alla minoranza sulla pietra angolare del ragionamento: l’imperativo categorico del governo ponte, di transizione, di larghe intese, del presidente, di responsabilità. Tutto, purché non sia il voto.

Letta traccia anche il programma di questo governo, che dovrebbe essere guidato da una personalità «di prestigio europeo». Cinque punti: «bilancio a posto, riforma del fisco, crescita del paese, nuova legge elettorale e un governo europeista riconosciuto e stimato all’estero». Cose difficile da fare, specie senza mandato delle urne. E infatti Letta è esplicito: chi fa parte di questo governo dovrà «dividerne il costo politico».

Ed è ancora più esplicito quando chiede l’unità interna perché sono «tempi così difficili che rischiano di mettere a dura prova l’esistenza del Pd». Qui fa un paragone rivelatore: la fine del berlusconismo è come la caduta del muro di Berlino. Se il Pd non porterà un messaggio di cambiamento «succederà come allora che il muro si portò dietro entrambe le parti politiche».

Se non è il preannuncio di un ‘democrack’ siamo lì. Curiosamente, di «big bang» parla Matteo Renzi, a Firenze, annunciando il secondo raduno dei Rottamatori. Dello stimatissimo sindaco, fra l’altro, qui si parla poco: per non confermare l’idea di elezioni, nominando un possibile candidato.

Se Letta si smarca da Bersani, Franceschini resta più al coperto, e anche più al concreto. La sua adesione all’idea di governo di transizione ha una scadenza: «Sta in campo fino a Natale. Poi ci sta la consulta sul referendum e questo farà scattare nella destra l’esigenza di andare a elezioni per votare con l’attuale legge elettorale». E in quel caso, avrà avuto ragione Bersani.

Daniela Preziosi per “Il Manifesto”


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