PD – La questione Amorale deflagra!

Col passare del tempo certe famiglie si dividono, e può accadere che ci si dicano cose pesanti. Capita anche fra gli ex ragazzi comunisti, così ieri Fabio Mussi (è stato 43 anni nel Pci-Pds-Ds e ha poi rifiutato l’ingresso nel Pd), parlando sul Fatto Quotidiano di Penati e questione morale, ha «riaperto» il congresso Ds del 2001, che si tenne qui a Pesaro: «A proposito di Penati ho visto che Bersani ha parlato di una class action degli iscritti contro i giornali ostili. Se per caso viene fuori che in quel congresso sono girati soldi per condizionarne l’esito, giuro che la class action la faccio io a loro».

Bersani, che chiuderà oggi a Pesaro una Festa democratica tormentata proprio dalle notizie su Penati, non vuole saperne di sfiorare l’argomento. Il suo staff risponde quasi con disgusto: «Questa storia la consideriamo una stupidaggine».

Dal congresso Ds 2001 uscì segretario Piero Fassino, che aveva con sé D’Alema, Bersani e Napolitano. La mozione contraria era guidata da Giovanni Berlinguer, sostenuto da Veltroni (segretario uscente), Cofferati, Mussi e Salvi. Fassino prevalse col 61,8% contro il 34,1.

Sergio Cofferati, il segretario Cgil, che portò tre milioni di persone al circo Massimo nel 2002, dice che non ha «mai sentito parlare di nulla del genere su quel congresso». Ma sul caso Penati ha almeno tre domande.

La prima: «Come è potuto accadere che pochi anni dopo Tangentopoli gli stessi meccanismi venissero ripristinati come se niente fosse?». La seconda: «Come è accaduto che chi vive in una stessa comunità abbia tollerato comportamenti dubbi o sospetti?». L’ultima: «Dove sono finiti i soldi di cui si parla? Ai singoli o all’organizzazione?».

Bisogna attendere il giudizio finale della magistratura e Cofferati distingue fra il centrodestra, dove «la corruzione si innesta su una caduta verticale dei valori» e il centrosinistra, dove «questa caduta non c’è». Ma la diagnosi, per lui, è chiara: «Una volta nei partiti l’unica dimensione era quella collettiva. Il partito si occupava delle campagne elettorali, della comunicazione, di ogni cosa. Ora tutto è molto personalizzato e gli anticorpi non sono sufficienti a evitare rapporti malati con la sfera economica».

Nemmeno Cesare Salvi, uscito dai Ds con Mussi nel 2007, ha «alcun elemento per confermare le accuse gravi» di Mussi. Salvi con Massimo Villone ha scritto un classico sulla «casta», Il costo della democrazia. Spiega: «La politica che interviene nel settore pubblico comprando autostrade o interessandosi a banche, è sbagliata».

Secondo Salvi, dopo la fine del Pci, alla Bolognina (1989), il richiamo ideologico divenne una remora, il tema dell’etica politica fu messo da parte: «Esempio pratico: un assessore che fosse venuto in sezione col Rolex al polso, nel Pci e ancora nel Pds sarebbe stato cacciato».

Fassino, il segretario eletto nel 2001 e in sella fino allo scioglimento dei Ds nel Pd, ritiene «offensiva» l’ipotesi di Mussi sul congresso di Pesaro. E proprio ieri, a Pesaro, Luigi Berlinguer, presidente della Commissione di garanzia del Pd, ha lanciato «una sfida»: «Proponiamo una legge che dia il finanziamento pubblico solo ai partiti che adottino uno statuto democratico e mettano un tetto ai loro costi. Nel Pd anticiperemo unilateralmente alcune regole: trasparenza sulle spese elettorali e stretta sulle incompatibilità dei doppi ruoli».

Nel partito e nel suo ruolo democratico crede fermamente Massimo D’Alema. Giovedì, sulla piazza del Popolo a Pesaro, aveva attaccato l’idea che il capitalismo potesse governare senza partiti e l’ipotesi di un nuovo «cavaliere bianco», un Berlusconi buono. Ieri ha chiarito che non si riferiva in alcun modo ad Alessandro Profumo, ex ad di UniCredit, che ha manifestato recentemente interesse per l’impegno politico.

 

Andrea Garibaldi per il Corriere della Sera

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