Ungheria – Modello Pechino

La controversa legge sui media voluta dal premier ungherese Viktor Orbán è in vigore da luglio. Un mese dopo, i suoi risultati sono evidenti: licenziamenti in massa dei giornalisti critici e accuse al capo del governo di voler obbligare i media pubblici ad allinearsi con una politica sempre più autoritaria.

In Ungheria, i licenziamenti non nascondono motivazioni politiche? Non sono un tentativo di liberarsi dei direttori invisi al governo? Allora quelle dei giornalisti ungheresi licenziati, che sostengono di aver perso il lavoro perché troppo critici, sono tutte bugie?

Il portavoce dell’Mtva, un ente complesso, e nuovo di zecca, che si autodefinisce Fondo per l’amministrazione dei servizi e delle risorse dei media, siede dietro la sua scrivania nell’ufficio di Budapest. Parla con voce pacata e sorride parecchio. Ma alle nostre domande il sorriso sparisce di colpo dal suo viso. “Chiunque muova un’accusa del genere dovrebbe metterci la faccia e rivelare la propria identità”.

In realtà, molti degli oltre 550 giornalisti e membri dello staff di testate giornalistiche pubbliche fatti fuori nel mese di luglio sarebbero ben felici di metterci la faccia. Vorrebbero far sentire la propria voce, scandire i loro nomi e chiedere un atto di responsabilità da parte del governo. O almeno una spiegazione. Ma nei loro contratti c’è una piccola clausola.

Chiunque parli pubblicamente della propria posizione lavorativa senza il permesso del datore di lavoro va incontro all’interruzione del pagamento della buonuscita. Un padre o una madre di famiglia, con uno o due figli a carico, ci pensano due, se non tre, volte prima di correre il rischio. E così i giornalisti, almeno ufficialmente, rimangono in silenzio. Ma ne avrebbero eccome di cose da dire.

Era il 5 luglio, quando a un uomo tranquillo e incanutito, chiamiamolo Mister A, era stato detto al telefono di presentarsi l’indomani al lavoro alle dieci in punto. Alla telefonata è seguita un’email, tanto per assicurarsi che il messaggio fosse stato ricevuto. È stato il primo passo di una massiccia ondata di licenziamenti, e Mister A è solo una delle tante vittime.

La lettera diceva: “Hai chiuso”

Il giorno dopo, Mister A, come gli era stato chiesto, si è presentato a lavoro. All’entrata ha trovato quattro suoi colleghi già in attesa. Uno dopo l’altro sono stati chiamati in un ufficio e uno dopo l’altro ne sono usciti con in mano una busta o un foglio di carta. “La busta grande significava: ‘è la fine'”, racconta Mister A. “Il foglio di carta, invece: ‘sei stato fortunato'”. Il foglio di carta era un nuovo contratto di lavoro, da firmare immediatamente sotto l’occhio vigile dei superiori.

Mister A è stato il terzo a entrare. Nessun colloquio è durato più di cinque minuti. Appena entrato nell’ufficio, Mister A si è trovato davanti tre persone sedute. Non le aveva mai viste. “Come saprà stiamo riorganizzando l’azienda, e sfortunatamente…”. Mister A sapeva che sarebbe successo. Ha preso la busta e se n’è andato. I colloqui sono andati avanti per tutta la giornata. “Una cosa disumana”, racconta Mister A.

Che le persone licenziate pensino di essere state trattate ingiustamente non è certo strano. Che i colleghi fortunati rimangano senza parole invece è strano, molto strano. Tra i licenziati, dicono, ci sono i giornalisti migliori. Non c’è alcun dubbio che la scusa degli esuberi sia stata utilizzata per sbarazzarsi degli elementi indesiderati.

I danni della guerra tra partiti

Tra i giornalisti licenziati c’erano alcuni vincitori del Premio Pulitzer ungherese, moderatori famosi in tutto il paese e giovani talenti a cui erano già state assegnate diverse onorificenze. Tra i promossi ci sono persone che potrebbero presto occuparsi dei notiziari più importanti, anche se fino a ieri lavoravano soprattutto nei tabloid. O direttori come Daniel Papp, 32 anni, ex portavoce del partito radicale di destra Jobbik che recentemente ha falsificato un reportage sul politico verde Daniel Cohn-Bendit, critico nei confronti di Orbán.

A Cohn-Bendit era stato chiesto se considerasse le molestie sessuali su minori un diritto fondamentale europeo. Il politico ha risposto dettagliatamente alla domanda del giornalista, ma il servizio è stato montato in una maniera tale da far sembrare che Cohn-Bendit avesse abbandonato la stanza senza dire una parola. Papp non è stato licenziato. È stato promosso, e ora è a capo della redazione.

Mister A ammette che era necessario licenziare qualcuno. La televisione pubblica in Ungheria è un ente sovraffollato e costoso, che attira pochi telespettatori ed è stritolato dall’inefficienza, dalla corruzione e dai problemi finanziari, e conta più di 3.000 impiegati. Da quando nel 1996 è stata approvata la precedente legge sui media, nessun governo ha tentato seriamente di migliorare la struttura o di salvarla dalle guerre partigiane della politica. Nemmeno i socialisti.

“Orbán sta fomentando un esercito contro di lui”

Viktor Orbán ha agito con la solita scaltrezza: ha preso un problema reale e lo ha strumentalizzato ai propri fini. Nell’aprile dell’anno scorso il suo partito Fidesz ha conquistato i due terzi dei seggi in parlamento, e da quel momento Orbán si è sentito autorizzato a mettere in pratica la sua ideologica “unità nazionale” in tutto il paese. Il governo ha varato una nuova Costituzione, ha indebolito la Corte costituzionale e ha piazzato un gran numero di uomini di fiducia nelle istituzioni più importanti d’Ungheria. Il suo potere è dunque destinato a irradiarsi in tutto il paese, anche se il primo ministro dovesse cadere.

In inverno Orbán ha messo a punto una legge sui media che è entrata pienamente in vigore da luglio e che smantella le vecchie strutture radiotelevisive. Tutti i giornalisti che lavorano per i quattro canali di proprietà dello stato sono stati posti sotto l’autorità dell’Mtva. Tutti gli aspetti legati alla produzione e alla programmazione saranno gestiti in modo centralizzato dalla nuova struttura di controllo, che si occuperà inoltre dei notiziari di tutti i canali attraverso la propria agenzia.

E il settore privato? Due emittenti considerate critiche nei confronti del governo non sanno ancora se la loro licenza verrà rinnovata, e a quali condizioni. Da un po’ di tempo non ottengono più alcun contratto pubblicitario con il governo.

In un giorno di pioggia estivo, a Budapest, si sono radunati decine di giornalisti appena licenziati. Gli epurati guardano con sospetto coloro che si sono presentati alla riunione pur avendo mantenuto il posto di lavoro. Si tratta di un segno di solidarietà? O forse qualcuno è stato inviato per fare rapporto alle autorità? Un giovane reporter si dice orgoglioso di essere stato licenziato, perché questo vuol dire che ha fatto a pieno il suo dovere. Indica la folla di giornalisti disoccupati, e scoppia a ridere: “Ci sono alcuni dei migliori, qui. Licenziandoli, Viktor Orbán è riuscito a creare un esercito forte e compatto contro di lui”.

Questo esercito cresce sempre di più. Il prossimo giro di licenziamenti arriverà a settembre. Questa volta saranno colpiti circa quattrocento lavoratori.

Alice Bota

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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