La paura e la vergogna. Spunto breve sulla precarietà

“…siete la parte peggiore dell’Italia,[quindi dovreste vergognarvi!...di più ,vergognatevi!] buon giorno e grazie..”.

Tutti ricordiamo l’uscita brunettiana ad un convegno qui a Roma dove, ad una delegazione di precari, l’insofferente ministro si è così rivolto, dando prova di tutta la sua profonda maleducazione in primo luogo, ma pure di un certo disagio mentale che vorrei spiegare. L’insulsa affermazione infatti, tende ad esprimere manifestandola, una presa di posizione contro costoro, colpevoli secondo un certo pensiero politico, di rappresentare la parte peggiore del paese. Se non parlassimo di cose terribilmente serie, ci sarebbe da chiedere al ministro quale essere, secondo lui quella migliore, e riderne fragorosamente alla risposta. Meglio lasciar perdere.

Tornando invece al fatto, e seguendo il ragionamento piuttosto semplicistico del signor Brunetta, uno avrebbe potuto leggere nel monito altamente politico [senza scherzi circa la statura del nostro] un invito esplicito, rivolto ai precari ed ai loro simili, a vergognarsi pubblicamente. Ed in questo vedo il disagio, perché la vergogna è altro, direi. Tutti ci siamo trovati al cospetto di questo sentimento primordiale che può attanagliare le persone. Sin da piccoli, la vergogna fa la sua comparsa nella vita di ciascuno, ed in alcuni casi diviene una caratteristica saliente del carattere di taluni. Rossori del viso, incerta eloquenza, sudori improvvisi, sono tutti segnali dello stato emotivo che ci parlano di questa condizione, molto prossima all’anima degli uomini. Così, a ben vedere, la cosa non mi sembra drammatica e negativa per chi la potrebbe provare.

E comunque, nel caso specifico di oneste persone che tentano disperatamente di poter lavorare, malamente indirizzata, laddove usata come denigratoria, sbeffeggiando quasi coloro costretti dagli eventi, ma dalla politica più spesso, a vivere la loro condizione certamente non idealizzata. Basta pensare alla difficoltà dell’essere precario, nel non poter programmare la propria vita, dar corpo ai sogni, perseguire delle mete. In una parola, sognare in fondo una vita decorosa e non essere messi nella condizione per farlo. Se poi le critiche che hanno tutta la caratteristica dello sberleffo, vengono da uno che neppure tanto tempo addietro, era famoso per il suo assenteismo profumatamente pagato, questo sì elemento da giudizio di merito, risultano addirittura odiose.

Ma torniamo alla vergogna. Pure chi scrive, vive la sua situazione di precarietà suo malgrado, una precarietà diversa, quasi da lavoro interinale potremmo dire, situazione piombata così nella vita della mia famiglia, e che spesso nel recente passato mi ha costretto ad un malessere diffuso dopo ventotto anni, dico ventotto. Ed in questa situazione che perdura da un certo tempo, non posso negare di aver provato vergogna, non tanto per me stesso, quanto per come mi sono ridotto, per come mi hanno ridotto, per il tempo evidentemente gettato nella speranza di una vita migliore. La mia condizione di schiavo metafisico, messa a dura prova dall’incedere dei meccanismi che regolano il mercato del lavoro, mi si è presentata in tutta la sua devastante condizione.E proprio perché ho frequentato e frequento dappresso quella sensazione attanagliante, la vergogna contrapposta, secondo il pensiero unico tanto di moda, alla capacità quando non alla risolutezza, da definirsi più propriamente scaltrezza, voglio affermare una cosa che forse ai tanti Brunetta [Renzi] non piacerà.

Il giudizio che questa gente da alle vite dei tanti che si sbattono per esercitare un diritto che, è bene ricordarlo, è previsto dalla nostra Costituzione, ha a che fare con una duplice dimensione, quella morale e quella estetica della vita. Ora con tutto il rispetto [neppure molto, a dire il vero] verso il pensiero politico egemone, credo che farebbero meglio a tacere, visto il rituale della casta tutta, alla quale è chiaro, loro appartengono. Ecco qui, forse loro e solo loro, disperatamente soli, dovrebbero sentire una certa salutare vergogna. La vergogna infatti è un’espressione dell’animo umano che, mentre costringe la persona a ripiegare di fronte ad un evento, un volto, un lavoro che non gratifica o che peggio, non arriva proprio, quella stessa condizione è la possibilità estrema di un atto estremamente privato, intimistico, segno inconfutabile di purezza d’animo. Purezza che evidentemente non possiede certa politica.

Vergogna spesso conseguente alla paura di chi, nel mondo sempre più martoriato del lavoro di questo martoriato ed avvilito paese, non si ritrova in un ordine etico prestabilito da gente tipo Brunetta. La logica usata più volte del danno a cui aggiungere la beffa. Lo stesso Brunetta che, come i tanti suoi compari di merende, non sono proprio capaci di [..] sentire la spaventosa prossimità dell’uomo con se stesso, assumendo una definizione bellissima secondo me della vergogna, che ci da un libro di Marco Belpoliti, intitolato non a caso, Senza Vergogna. Quella che manca totalmente a chi, spesso in maniera pure poco trasparente è approdato nel salotto buono della società e da lì pontifica sulla parte peggiore dell’Italia!

Alcune pagine di Primo Levi ci raccontano un’immagine diversa e molto profonda nel dolore, cosa sia la vergogna, del suo posarsi sulla carne dei tanti che, all’indomani della liberazione dai campi nazisti, provarono orrore per la scoperta nel mondo, di un mondo molto differente da ciò che avevano sempre pensato. Pagine amarissime sul genere umano tutto, su chi quei campi aveva pensato, sull’odio coltivato scientificamente che quei campi aveva progettato, [..]la vergogna del mondo. Consiglierei vivamente ai tanti Brunetta della scena, in un paese ridotto ad avanspettacolo pure di second’ordine, di pensare prima di parlare, di accusare, di sentenziare, di emettere giudizi morali e moralistici. Loro non possono farlo, non hanno l’integrità per farlo. [..]Solo vergogna è non provarne. [Blaise Pascal-I Pensieri].

 

Guido Paniccia

….che riesce ancora a vergognarsi.

 

 

[lo scritto non vuol essere una affermazione di nulla, ma solo un tentativo terapeutico del sottoscritto che certi discorsi, fanno imbufalire. Un antidoto alla violenza, lo definirei.]


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