Referendum, quelli che salgono sul carro del vincitore

Il successo clamoroso dei quattro quesiti sulla tutela dei beni comuni fa gioire tutti, anche chi li ha sempre contrastati

I quattro referendum sui beni comuni sono stati uno dei più significativi successi dei cittadini organizzatisi in modo spontaneo. Tra i partiti solo l’Italia dei Valori, e anche il Movimento di Beppe Grillo, li hanno appoggiati con convinzione sin dalla fase iniziale, la più difficile, vista l’elevata diffidenza con la quale sono stati accolti. I quattro sì su acqua pubblica, nucleare e giustizia sono però cresciuti come un lento fiume carsico, fino ad esplodere in una partecipazione al voto tanto clamorosa quanto inaspettata. Visto il successo, molti stanno tentando di appropriarsi di una vittoria che non gli appartiene, mentre quasi nessuno ammette di aver perso.

ACQUA, MOVIMENTO POPOLARE – I referendari più convinti direbbero che hanno vinto gli italiani e il loro Paese, che si è liberato di quattro brutte leggi. E’ questo lo spirito con la quale a fine 2009 è partita la raccolta delle firme  contro il decreto Ronchi, promossa dal Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua. Un comitato molto largo, che riunisce forze politiche, sindacali ed associative  legate non da una comune matrice ideologica ma dalla tutela del bene primario della vita umana. Dopo l’impegno per una legge d’iniziativa popolare sull’acqua, sostanzialmente arenatasi in Parlamento, il Forum si è da subito schierato contro la privatizzazione forzosa della gestione idrica introdotta dal decreto Ronchi. Mai nessun comitato aveva raccolto così tante firme per un referendum abrogativo, un primo anche se sottaciuto segnale di quanto radicata e popolare fosse questa posizione nell’elettorato. Il Forum si è mosso in maniera indipendente e slegata dai partiti, anche se spesso la base progressista, legata alla Cgil e alle forze della sinistra, ha dato una mano significativa alla raccolta firme. La distanza con l’establishment partitico è però rimasta costante, tanto che il comitato referendario per l’acqua non si è mai esposto in termini politici generali, rimarcando il carattere civico e tematico della sua attività. Una modalità di operare che ha consentito di allargare la base di consenso del Forum dei movimenti per l’acqua, che ha attratto come mai prima d’ora organizzazioni di ispirazione cattolica.

DI PIETRO, IL VERO VINCITORE – I referendum sull’acqua si sono gradualmente uniti ai quesiti promossi dall’Italia dei Valori. Su legittimo impedimento e ritorno al nucleare il partito di Antonio Di Pietro si è mosso da solo, riscuotendo un’iniziale diffidenza se non aperta ostilità da parte del Partito Democratico. Il vertice del Pd temeva la scarsa affluenza registrata ai referendum degli ultimi quindici anni, e la paura del flop aveva portato ad una forte divergenza con Di Pietro su quale strategia adottare per contrastare le normative introdotte dal governo Berlusconi. Il leader Idv ha però seguito il suo istinto, e il successo della raccolta firme dei referendum sull’acqua ha allargato il consenso attorno ai quesiti promossi dal suo partito. E’ nata allora la strategia, rivelatasi poi vincente, di promuovere i referendum sulla tutela dei beni comuni. Acqua, energia, quindi ambiente, e giustizia, la cui difesa ha fatto scattare la scintilla della mobilitazione della base progressista. Le raccolte firme hanno registrato un grande protagonismo della base del Pd, che rispetto ai vertici del partito ha da subito sposato le iniziative, promuovendole in particolare nelle Feste democratiche, le ex Feste dell’Unità. Nell’estate del 2010 qualcosa di profondo è cambiato all’interno del Partito democratico, che è passato dall’indifferenza, all’appoggio con distinguo, fino alla convinta adesione col passare dei mesi e all’avvicinarsi della scadenza referendaria.

LA GIOIA TRAVAGLIATA DEL PD –Il maggior partito dell’opposizione italiana si è da subito schierato contro le leggi introdotte dal governo Berlusconi. In passato alcune posizioni dell’Ulivo su nucleare e liberalizzazione dei servizi idrici non erano così distanti dallo spirito dei provvedimenti governativi, ma sin dall’inizio l’opposizione è stata netta. La strategia di contrasto è però nata, come da tradizione Pd, in modo molto laborioso e contradditorio, con il partito diviso tra desideri della base, schierata per i quattro sì al referendum, e i timori del vertice. Come ricordato in precedenza, molti dirigenti del Pd sono rimasti segnati dal fallimentare esito dei quesiti sulla fecondazione assistita. Allora Ds e Margherita si divisero, e i timori di generare nuove fratture aveva consigliato grande cautela a Bersani, D’Alema, Bindi e Letta, i quattro esponenti che guidavano la maggioranza del partito quando sono stati promossi i referendum sui beni comuni. Da una parte c’era il timore di un nuovo flop, dall’altra il desiderio di non rompere con Casini. Bersani ha da sempre puntato molto della sua strategia sull’alleanza con l’Udc, e i quattro quesiti mettevano a rischio il rapporto con i centristi cattolici. Il legittimo impedimento era un’idea del responsabile giustizia dell’Udc, Michele Vietti, e il partito di Casini si era astenuto quando era stato approvato. L’ex presidente della Camera si è sempre professato un convinto nuclearista, e proprio queste posizioni così radicalmente contrarie allo spirito del referendum avevano consigliato grande cautela a chi voleva stipulare un’intesa elettorale con Casini alle regionali del 2010. La base del Pd ha però lentamente spostato il vertice sulle sue posizioni, anche se alcune contraddizioni sono rimaste. La strategia referendaria non ha mai convinto Bersani, che nell’autunno del 2010 si dichiarava contrario ai referendum. Nell’ultima Direzione nazionale prima delle amministrative il partito si era schierato solo per tre sì

La strategia referendaria – ha detto Bersani – non è la nostra per i limiti del quorum ma a quell’appuntamento andranno milioni di persone, soprattutto lettori del centrosinistra. Io propongo tre sì e una nuova legge per la gestione dell’acqua che chiediamo di calendarizzare subito.

Il secondo quesito sull’acqua, che chiedeva di abrogare la remunerazione del capitale investito all’interno della tariffa, lasciava molto perplesso Bersani e molti altri big del partito, anche perché contraddicevano posizioni adottate dal centrosinistra sia a livello nazionale che nelle esperienze di governo locale. Alla fine il leader Pd, visto il successo dei quattro sì, ha adeguato la linea del partito alla richiesta della base, mentre alcuni nomi di spicco come Chiamparino e Renzi si sono dichiarati contrari. Oggi Bersani ha rivendicato il successo dei referendum, ma la sua posizione pro quesiti è arrivata solo all’ultimo sprint.

IL TERZO POLO VINCE ANCHE QUANDO PERDE – Se il Pd è arrivato alla sua posizione dopo un lungo travaglio, ma ha quantomeno lavorato nel corso del tempo per la raccolta firme dei referendum, tra i vincitori più improbabili della giornata odierna c’è il Terzo Polo. Alla notizia del raggiungimento del quorum il raggruppamento centrista, formato da Udc, Fli e Api, ha pubblicato questa dichiarazione di giubilo per la vittoria clamorosa del referendum

La grande partecipazione popolare ai Referendum dimostra la volonta’ degli italiani di tornare ad essere protagonisti: e’ ormai chiaro che la maggioranza e il governo sono totalmente sordi, incapaci di capire cio’ che vogliono gli italiani’. Lo scrivono in una dichiarazione comune Fini, Casini e Rutelli al termine di un vertice del Terzo Polo. ‘Il Si’ ai referendum – sottolineano – e’ un NO grande come una casa a questo governo. E’ tempo che Berlusconi ne prenda atto’

Toni che certo si mal conciliano con formazioni politiche che hanno votato per le norme bocciate dall’elettorato. Paradigmatico il caso dei quesiti sull’acqua, la cui legge si chiama appunto come un esponente del Terzo Polo, Andrea Ronchi. L’ex ministro per le politiche comunitarie è in realtà esponente ancora incerto di Fli, visto che insieme a Urso contesta la strategia di Fini e Bocchini di dialogo con il centrosinistra. Il partito del presidente della Camera ha dato ai suoi iscritti libertà di voto, vista l’impossibilità di trovare una sintesi tra le varie posizioni presenti all’interno del partito. La cosa curiosa è che tutte le normative poste a referendum erano state approvate dagli esponenti finiani quando erano ancora militanti del Popolo della Libertà. Più chiara è stata invece la posizione di Udc e Api, che si sono schierate per il no sui quesiti sull’acqua e per il sì al legittimo impedimento, che forse proprio per questo è il referendum che ha raccolto meno voti favorevoli. La netta bocciatura di queste posizioni non ha però impedito a Rutelli e Casini di stappare lo champagne, almeno via lanci di agenzie, così come di rimarcare la loro funzione indispensabile. Secondo una visione davvero contorta della politica di palazzo, senza l’appello al voto del Terzo Voto il quorum non sarebbe stato raggiunto. Una tesi abbastanza risibile, ma forse sarebbe difficile pretendere di più da partiti che esultano quando vengono sconfitti. C’è da chiedersi come festeggeranno le loro vittorie.

LEGA, LA NUOVA CAPRIOLA PERDENTE – Altrettanto paradossale è stata la gestione referendaria del Popolo della Libertà e della Lega, probabilmente acuita dall’inaspettata batosta arrivata alle ultime amministrative. Dichiarazioni di gioia per l’esito dei quattro referendum non sono comunque arrivate, anche se qualche leghista di spicco ci ha tenuto a far sapere che votata sì. Paradigmatici i casi di Roberto Maroni e Luca Zaia, entrambi ministri all’epoca dell’approvazione del decreto Ronchi, e andati a votare contro una legge introdotta dal loro governo. La Lega si era distinta, come spesso le capita, in fase di discussione della nuova normativa sull’acqua, ma poi si era adeguata quando la legge era stata approvata con il voto di fiducia. Il leader maximo del movimento padano, Umberto Bossi, aveva annunciato la sua astensione, attaccando i quesiti come un attacco al governo. Le reazioni in casa leghiste sono però state almeno chiare, a differenza dei loro partner del Popolo della Libertà. L’unico che ha commentato il voto è stato il ministro Roberto Calderoli, che certo non ha nascosto il passo falso subito dal suo partito.

Alle Amministrative due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum e’ arrivata la seconda sberla e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un’abitudine…’. Lo afferma Roberto Calderoli, aggiungendo: ‘Per questo domenica andremo a Pontida per dire quello che Berlusconi dovra’ portare in Aula il 22 giugno, visto che vorremmo evitare che, in quanto a sberle, si concretizzi il proverbio per cui non c’e’ il due senza il tre….

PDL , SCONFITTA VOLUTA MA NON AMMESSA – Se la Lega ha proseguito la sua abituale linea ricca di contraddizioni, il Popolo della Libertà non ha certo brillato per chiarezza. La formazione berlusconiana ha, come quasi tutti del resto, sottovalutato la popolarità dei referendum, ma ha preferito una strategia astensionista che si è rivelata perdente, anche perché non condivisa da tutto il partito. Pur essendo la formazione politica che ha rivendicato storicamente la riforma della giustizia per tutelare le cariche più importanti, un maggior intervento del privato nella cosa pubblica e l’energia nucleare, il Popolo della Libertà non ha affatto rivendicato le sue posizioni. Prima cancellando la legge pro atomo tentando di far fallire il referendum, poi non esprimendo una posizione chiara sui quattro quesiti che comunque avevano un chiaro segno anti governo Berlusconi. L’astensionismo è stato predicato dal premier, ma importanti esponenti del Pdl, dal presidente del Senato Schifani al sindaco di Roma Alemanno, hanno fatto sapere urbi et orbi che andavano lo stesso al seggio. Il partito di maggioranza relativa non ha espresso alcuna posizione chiara nel merito, neppure per difendere leggi approvate su sua iniziativa. Il successo clamoroso di partecipazione è stato consentito grazie alla partecipazione di una fetta significativa dell’elettorato berlusconiano, sicuramente minoritario alle urne rispetto a quello progressista, ma comunque presente. Un simile dato ha così determinato una reazione quasi surreale rispetto alla nuova, cocente bocciatura appena subita.

‘Il PdL ha chiarito gia’ da tempo di non considerare quella dei referendum una scadenza politica sulla quale impegnarsi come partito e tantomeno come maggioranza di governo. Di conseguenza il PdL ha lasciato ai suoi dirigenti, militanti, iscritti piena liberta’ su tutti i piani’. E’ quanto sottolinea Angelino Alfano chiedendo di non strumentalizzare il voto. ‘Da tutto cio’ – osserva – non si puo’ trarre certamente le conseguenze del tutto improprie di cui parla l’On. Bersani’.

Il nuovo segretario del Pdl comunica dunque che il suo partito non ha affatto perso al referendum ,visto che non ha difeso le leggi approvate dal suo governo e dai suoi parlamentari. L’epoca del proporzionale sembra dunque essere prossima al ritorno in Italia. Fino al 1992 nessun partito perdeva mai alle elezioni, e la malinconia per quel periodo appare troppo forte in questo momento di difficoltà. C’è crisi, grossa crisi.

Dario Ferri

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