Detriti marini un’emergenza internazionale e il nostro ruolo come cittadini consumatori

Si è conclusa a Honolulu, Hawaii il 25 marzo 2011, la Quinta Conferenza Internazionale Marine Debris Conference che ha riunito per cinque giorni esperti provenienti da circa 35 paesi. Rappresentanti di governi, enti di ricerca, aziende tra cui la Coca-Cola e associazioni di categoria come PlasticsEurope e ACC (American Chemical Council ) insieme per decidere su una nuova serie di partnership e impegni necessari per affrontare il problema dei rifiuti marini a livello globale, nazionale e locale.
Nonostante decenni di sforzi per prevenire e ridurre i rifiuti marini, tra cui quelli di plastica, reti da pesca abbandonate e rifiuti industriali, i rilevamenti provano che il problema continua a crescere. La mancanza di coordinamento tra i programmi internazionali, nazionali o regionali, le carenze nell’applicazione delle normative esistenti e gli attuali modelli di produzione insostenibili hanno aggravato il problema.
Un risultato importante della conferenza secondo gli organizzatori, l’UNEP Programma delle Nazioni unite per l’Ambiente e dall’agenzia federale NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), consiste nell’aver codificato un nuovo approccio trasversale capace di contribuire a una riduzione dei rifiuti marini che causano ingenti danni all’economia globale mettendo a rischio gli habitat marini, la biodiversità e la salute umana.
L’impegno sottoscritto a Honolulu dai partecipanti è volto a promuove la condivisione di soluzioni tecniche, giuridiche e di mercato per ridurre i rifiuti marini, migliorare la conoscenza a livello locale e internazionale sull’entità e impatto della problematica, e si propone di stimolare un miglioramento nella gestione dei rifiuti in tutto il mondo.
Achim Steiner Direttore Esecutivo dell’UNEP intervenuto come Guest Speaker in un messaggio ai delegati della conferenza ha affermato:
“I detriti marini e i rifiuti dei nostri oceani sono il sintomo della nostra società usa e getta e del nostro approccio all’utilizzo delle risorse naturali. E’ un problema che colpisce tutti i paesi e tutti gli oceani, e che sprona le nazioni, con immagini inequivocabili, ad impegnarsi nella costruzione di una Green Economy a basso tenore di carbonio e in una maggiore efficienza energetica in costruttiva attesa del prossimo vertice di Rio 20 nel 2012.
L’impatto dei detriti marini sulla flora e sulla fauna negli oceani è il problema che dobbiamo affrontare adesso e con maggiore velocità”.
Critici su alcuni aspetti della conferenza attivisti e guest speakers, come l’inglese Roz Savage e Daniella Russo, co-fondatrice di Plastic Pollution Coalition.
Roz Savage sul suo blog solleva qualche perplessità sul fatto che tra i principali sponsor della conferenza ci fossero l’ACC American Chemical Council e la Coca Cola e che gli interventi da lei sentiti in apertura vertessero prevalentemente sul riciclo e sulle operazioni di rimozione dei rifiuti piuttosto che sulla necessità di ridurre l’immissione di plastica nel suo utilizzo monouso alla fonte.
Dello stesso tenore è il commento di Daniella Russo che evidenzia il fatto che, nonostante tutte le relazioni trattassero dell’inquinamento da plastica, le conclusioni finali pubblicate delle session summaries – coordinate da un consulente sponsorizzato da ACC- non contenessero neanche la parola plastica.
Charles Moore, oceanografo e ricercatore marino scopritore del Pacific Trash Vortex nel 1997, oltre a essere certo che non ci siano soluzioni che possano recuperare il danno arrecato all’ecosistema marino, nutre seri dubbi sulla capacità di nazioni, aziende e istituzioni preposte di affrontare il problema dell’inquinamento da plastica con l’urgenza e l’efficacia necessaria. Un grande ostacolo, secondo Moore, risiede nella mentalità usa e getta e nella dipendenza dalle comodità che si è consolidata nella società nel corso dei decenni. Un altro ostacolo, non meno importante, per Moore è la mancanza di impegno della classe politica nell’applicazione di legislazioni efficaci di contrasto, situazione che in alcuni casi è addirittura voluta per evitare di esporsi alle pesanti pressioni esercitate dalle potenti lobby dell’industria chimica.
Anche il Biologo e attivista Wallace J Nichols rileva, in un suo recente articolo sull’Huffington Post, che dopo 40 anni ancora nulla è successo se non arrivare a riconoscere il drammatico ritardo con cui si deve ancora affrontare una problematica già scoperta nel 1972, da ricercatori della prestigiosa Wood Hole Oceanographic Institution.
Sulla rivista Science erano già infatti stati pubblicati gli esiti di una prima ricerca che evidenziavano la presenta di detriti plastici in mare negli oceani Atlantico e Pacifico, la contaminazione chimica che queste particelle causavano alla fauna marina per ingestione e il fatto che queste sostanze sarebbero arrivate anche all’uomo con probabili effetti nocivi sulla salute.
“Nonostante tutto,” scrive Nichols, “ la produzione di plastica usa e getta e è cresciuta in modo esponenziale e i consumatori, attirati dalla comodità e dai prezzi convenienti, hanno lasciato l’industria della plastica libera di agire. Milioni di dollari sono stati impiegati per convincere le persone che il problema non esiste e che i prezzi economici e di salute a carico dei cittadini sono un prezzo accettabile in cambio della convenienza.
Adesso, dopo 40 anni non abbiamo scelta, bisogna intervenire con soluzioni drastiche e limitare l’utilizzo della plastica usa e getta il più possibile nel nostro quotidiano, oltre che sostenere quelle legislazioni che ne limitano l’uso ”.

Tornando alla conferenza, sono state 47 le associazioni di tutto il mondo coinvolte nella filiera delle materie plastiche che operano in 29 paesi a firmare una risoluzione sulla gestione dei rifiuti in plastica dispersi in mare. La dichiarazione definisce alcuni chiari obiettivi per l’industria della plastica e sollecita una stretta collaborazione con tutte le parti interessate per ridurre i danni arrecati all’ambiente marino.
Per maggiori dettagli ecco il comunicato stampa diffuso da PlasticsEurope e visita il sito dedicato.
La strategia elaborata prevede un forte impegno per l’industria che si impegna tra l’altro a:
– lavorare in partnership con realtà pubbliche e private per prevenire i rifiuti marini,
– lavorare con la comunita’ scientifica per meglio comprendere le origini, la portata e l’impatto dei rifiuti marini e le possibili soluzioni al problema,
– promuovere politiche mondiali basate su presupposti scientifici e l’applicazione delle leggi esistenti per prevenire il marine litter,
– promuovere le migliori soluzioni di gestione dei rifiuti, soprattutto nelle regioni costiere,
– migliorare le soluzioni di recupero dei prodotti in plastica attraverso il riciclo e il recupero energetico,
– sovrintendere al trasporto e alla distribuzione delle materie prime e dei prodotti di plastica ai propri clienti e promuovere questa pratica lungo tutta la catena di distribuzione.

Con questo passo l’industria della plastica si assume la responsabilità formale di riconoscere il problema e di trovare, in collaborazione con gli stakeholders, delle soluzioni che prevengano la problematica dei rifiuti marini. Non si può fare a meno di rilevare però, come dice Nichols, che sono già passati 40 anni dai primi studi che documentavano i rischi connessi alla plastica dispersa in mare.
Il punto è che solamente ora l’entità del fenomeno è diventata così evidente da non poter essere più ignorata dalla stessa industria che, solo adesso si sente chiamata in causa e probabilmente anche a seguito del clamore suscitato dai divieti emessi da città e nazioni per i sacchetti di plastica, che hanno occupato le prime pagine dei giornali a livello internazionale.
Pertanto questo interessamento tardivo, come sempre accade, è nato per difendere l’immagine delle industrie del settore minacciate dalle accuse più o meno dirette rivolte loro da associazioni ambientaliste, scienziati, opinionisti ogni qualvolta che i media davano visibilità a studi o campagne di pulizia compiute da ricercatori marini o associazioni ambientaliste.
Senza i rilevamenti e studi compiuti da Charles Moore con la sua Fondazione Algalita sull’entità della plastica dispersa in mare, a partire dal 1999, non ci sarebbe stato l’interesse di alcuna azienda o ente governativo a volersi prendere carico del problema e non sarebbero mai nati negli ultimi 2 anni altri progetti che hanno saputo risvegliare e mantenere l’attenzione dell’opinione pubblica su questa forma di inquinamento silente come il progetto di Kasei e di 5 Gyres.
Ci auguriamo che questo impegno, che l’industria della plastica si è presa, contribuisca a far sì che negli USA gli ingenti fondi che la stessa industria ha ad oggi investito – per finanziare attività di lobbying a difesa dell’attuale livello di vendita dei sacchetti di plastica- vengano spostati da iniziative legali e campagne per contrastare le ordinanze di divieto locale come save the plastic bag, a progetti più in linea con la strategia sottoscritta.
In attesa di conoscere i dettagli di quali azioni concrete verranno proposte nello specifico da PlasticEurope, il contributo che l’industria della plastica non potrà per ovvie ragioni dare è senza dubbi quello della prevenzione del rifiuto alla fonte e cioè la sua non produzione.
Non possiamo infatti aspettarci che un’azienda rinunci spontaneamente a quote di mercato o investa in innovazione, spostando investimenti verso una diversificazione dei prodotti, se non arrivano forti segnali dai consumatori che fanno sì che una prima azienda sperimenti nuovi prodotti o servizi e venga poi seguita dalla concorrenza in caso di successo.
Come si può evincere dai sei punti della strategia sottoscritta, gli impegni che più facilmente l’industria accetta di sottoscrivere sono connessi con la promozione di una migliore gestione dei rifiuti per prevenire che finiscano in mare e per incrementare la percentuale di rifiuto plastico che viene intercettata per essere avviata ai canali di riciclo o al recupero energetico (leggi incenerita).
La crisi di materie prime o commodities che si profila all’orizzonte dovrebbe essere sufficiente per spingere da subito governi e aziende “illuminate” a ripensare progetti di sviluppo economico e programmi industriali in grado di ridurre consumi e sprechi evitabili attraverso un utilizzo efficiente delle risorse che necessariamente coincide con una riduzione dei rifiuti e con un loro utilizzo come risorse.
L’ultima direttiva europea in materia di gestione rifiuti recepita dal nostro paese 98/2008 con il Dlgs 205/2010 chiede con l’articolo 8 (ora 178-bis) al produttore di farsi carico dei costi connessi a tutto il ciclo di vita del prodotto, incluso lo smaltimento.
La palla in questo caso passa quindi anche alle aziende che commercializzano i loro prodotto nella plastica, essa dovrà valutare, oltre all’aspetto legislativo, quali soluzioni di packaging o di erogazione del prodotto maggiormente rispondano a criteri di economicità, convenienza, responsabilità sociale e ambientale. E qui sta quindi il nostro ruolo e la parte che dobbiamo fare come cittadini consumatori: far capire in modo esplicito alla politica e alle aziende che noi siamo pronti a sostenere quelle politiche che possono garantirci un futuro più sostenibile per noi stessi ma soprattutto per le generazioni che verranno.
E che siamo pertanto pronti a pretendere di poter avere a disposizione una vasta gamma di quei prodotti e servizi che offrono un impatto ambientale ridotto nel loro ciclo di vita complessivo.

Tratto da Porta la Sporta

Be the first to comment on "Detriti marini un’emergenza internazionale e il nostro ruolo come cittadini consumatori"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*


Perché?

Protected by WP Anti Spam