A Nord spira vento di tempesta

L’Appennino si fa trincea della guerra tra cittadini e colossi dell’eolico.  Da un lato il paesaggio e salute, dall’altro l’energia rinnovabile

Si è chiusa lo scorso 26 aprile, con la delibera negativa della Provincia di Bologna, una delle battaglie più importanti del nord Italia contro l’eolico industriale. Il caso di Monte dei Cucchi, località montana nel piccolo comune di San Benedetto Val di Sambro, si è concluso, dopo due anni di schermaglie con la popolazione locale e le associazioni ambientaliste, con la bocciatura del progetto della ditta AGSM di Verona, che aveva proposto la realizzazione del secondo impianto più grande del Nord Italia, dopo quello di Casoni di Romagna inaugurato il 22 aprile del 2009.

EOLICO AL NORD – A Monte dei Cucchi, sito di pregio storico e paesaggistico sul versante emiliano romagnolo dell’Appennino, erano previste 24 pale per oltre 20 MW complessivi di potenza. Il progetto, depositato nel 2008, è stato esaminato dalla locale Conferenza dei Servizi e sottoposto alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), a seguito della quale all’azienda sono state richieste ben 31 integrazioni, senza le quali l’incartamento sarebbe stato respinto. Già da tempo in Italia si parla degli interessi oscuri che si sono sviluppati attorno allo sfruttamento dell’energia rinnovabile, e particolarmente dell’eolico. Inchieste dei maggiori periodici italiani, realizzate dalle firme più prestigiose, hanno passato al vaglio le infiltrazioni mafiose all’interno dell’industria eolica, mettendo in luce la vulnerabilità di questo settore alle influenze della criminalità organizzata. Corruzione dunque. Ma forse senza i truffatori l’eolico sarebbe un buon investimento, ecologico e profittevole. Tutto ciò è vero solo in parte. Osservare quanto succede al nord, dove la criminalità organizzata non appare padrona del mercato, mostra la situazione sotto una nuova luce, ponendo al vaglio le criticità intrinseche nella tecnologia stessa e nel territorio: l’impatto ambientale, la sicurezza idrogeologica, l’efficienza, la salute umana.

ZOOM SU MONTE DEI CUCCHI – In tutta Italia gli alti incentivi, di gran lunga maggiori che nel resto d’Europa, hanno drogato il mercato spingendo le aziende, anche estere, ad investire sullo sfruttamento di un vento che non c’è. Perché la nostra penisola, essendo lontana dall’oceano e avendo una morfologia prevalentemente montuosa che “spezza” le correnti, è per sua natura poco ventosa e mal si presta alla produzione di energia eolica. Le uniche zone in cui è possibile sfruttare l’eolico con qualche profitto sono la Sardegna (che però risente di correnti spesso troppo forti e intermittenti), gli altipiani del sud e le catene montuose come appunto l’Appennino centro settentrionale. Per valutare l’idoneità di un sito, naturalmente, non basta solo la presenza di vento ma andrebbero considerati determinati criteri geografici: il valore ambientale della zona, e quindi l’impatto potenziale a livello di paesaggio ed ecosistema, e la sicurezza idrogeologica del territorio. Proprio su questi fattori hanno puntato i cittadini del Comitato Monte dei Cucchi, che insieme all’amministrazione comunale, inizialmente favorevole e poi convinta dalle loro osservazioni, hanno combattuto e vinto contro un progetto industriale che avrebbe “sventrato” la loro montagna. Il caso del comune di San Benedetto è diventato emblematico perché per la prima volta gli abitanti di un piccolo paese sono riusciti ad attrarre l’occhio dei media e combattere, a colpi di documenti, incontri pubblici e perizie scientifiche, uno dei maggiori casi di speculazione industriale ai danni dell’ambiente. Definizione sancita appunto dal parere negativo della Provincia di riferimento, che conferirà alla vicenda un significativo status di precedente nel panorama dei conflitti che tuttora divampano in varie parti dei crinali.

AGSM, LEADER DELL’EOLICO – La ditta veronese autrice del progetto, come altre che operano in quest’area, si è distinta per l’accorto sfruttamento di una legislazione farraginosa e piena di lacune. Tempi lunghi e controlli palleggiati da un ente all’altro hanno fatto sì, tra le altre cose, che l’azienda continuasse (e per quanto ne sappiamo continui tutt’ora) ad operare in Emilia-Romagna in condizioni di irregolarità: essendo posseduta interamente dal comune di Verona, non sarebbe nella posizione di operare al di fuori dei suoi confini a meno di riorganizzare la società. Nonostante l’Antitrust abbia multato l’AGSM proprio per questo motivo, la Provincia non ha ritenuto di intervenire nel processo di approvazione del progetto, che è stato respinto per ragioni tecniche.

TUTTA COLPA DEL PIPISTRELLO – La Conferenza dei Servizi, dopo aver ricevuto le integrazioni dall’AGSM, ha comunque bocciato l’ipotesi del mega impianto. La responsabile Valentina Beltrami spiega che il parere determinante è stato quello della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Paesaggistici, che ha criticato l’inadeguatezza della proposta al Piano Paesistico Regionale. In pratica sulle montagne ci sono boschi antichi, c’è una strada romana riconosciuta solo di recente, ci sono animali rari. Ed è proprio uno di questi, il chirottero Barbastello, riconosciuto a livello europeo come in via d’estinzione, che ha fatto pendere l’ago della bilancia verso il no. C’è un tocco d’ironia nel fatto che sia stato un piccolo pipistrello a salvare la montagna, esposta ad uno scempio ambientale di proporzioni mastodontiche. Quasi tutte le pale sarebbero infatti sorte nel mezzo di boschi di pregio, e per trasportare i materiali si sarebbero dovute spianare larghe strade su promontori incontaminati. Le ricadute di questi interventi sono di tipo paesaggistico ma anche relative allo stato idrogeologico dei siti.

LA MONTAGNA CHE FRANA – L’Appennino sono infatti instabili, e ogni inverno si verificano smottamenti più o meno grandi, che non di rado lasciano isolati per settimane piccoli centri abitati. Nel 1951, una frana particolarmente violenta interruppe il corso del fiume sottostante creando quello che oggi è il lago di Castel dell’Alpi. Eppure, in sede di valutazione il sito è stato definito sicuro per l’installazione, con le dovute cautele, degli aerogeneratori. I quali avrebbero dovuto misurare 76 metri d’altezza (al mozzo, cioè senza contare la lunghezza della pala) e avere un peso totale di 354,5 tonnellate, come una palazzina di tre piani di 280 metri quadri a piano. Ipotizzando di piantare un basamento di cemento in grado di sostenere un simile dispositivo in un terreno franabile, non sarebbe così peregrino temere un disastro ambientale. In effetti, anche il professor Gian Battista Vai, docente di Geologia Stratigrafica all’università Bologna da tempo ha sottolineato come sia “risaputo che l’89% dei comuni d’Italia e una percentuale molto alta è instabile o è sede di frana in atto o quiescente. Per non parlare del territorio collinare e montano che lo è quasi al 100%”. Il professore si riferiva all’impianto sulle argille di Casoni di Romagna, che definiva “ubicato nella maniera peggiore possibile per stabilità e durata sul piano geologico”. Aggiungendo poi: “Sarebbe però estremamente preoccupante che si osasse ancora realizzare altri impianti in terreni così franosi e declivi”. Ma probabilmente gli acuti progettisti hanno individuato, all’interno di un monte che ogni inverno si sbriciola, le uniche 24 zone sicure. Tecnicamente è possibile: così hanno pensato anche i tecnici della Provincia.

RISCHI PER LA SALUTE – Se la bocciatura del progetto Monte dei Cucchi rappresenterà sicuramente un precedente importante, il gigantesco impianto di Casoni di Romagna ha avuto altre ricadute negative, che una volta rese note al pubblico sono diventate una tremenda spina nel fianco per tutti i promotori dell’eolico industriale. Parliamo della Sindrome da Pala Eolica (Wind Turbine Syndrome), molto studiata all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, ma praticamente sconosciuta in Italia. Questa malattia, dovuta alla lunga permanenza vicino ad un impianto di grandi dimensioni, ha colpito l’agricoltore biologico Piero Romanelli, che attualmente sta agendo legalmente per essere risarcito dei problemi clinici che gli impediscono tra l’altro di lavorare nel suo podere, privandolo così della sua principale fonte di reddito.  “La mia abitazione è a 400 metri dalla linea eolica, e dal momento in cui le pale hanno iniziato a girare la mia vita è diventata un inferno. Continuo ad avere problemi di salute, al momento resto in mano ai legali. Non solo spesso sono costretto a lavorare tenendo delle cuffie, e soffro di tachicardia, emicrania, palpitazioni, ma nel maggio dell’anno scorso, mentre ero nell’orto sono svenuto”. Il rumore delle pale quando spira il vento è pulsante e molto forte, ma il vero problema non è quello il suono udibile ma la vibrazione a bassa frequenza prodotta dalle pale, che entra nel corpo e lo usa come cassa di risonanza alterando in questo modo il sistema neurovegetativo. Romanelli si è rivolto a un neuropsichiatra che gli ha diagnosticato la Sindrome da Pala Eolica. “Una vittoria in tribunale, anche in virtù della perizia che mette nero su bianco i danni alla mia salute, sarebbe un bel passo avanti. Bisognerà riconoscere che questi mega impianti non sono un vero aiuto nella riduzione della co2 e causano danni alla fauna locale oltre che all’uomo. Non rappresentano una vera soluzione alternativa alle centrali a carbone, così come il fotovoltaico su terreni agricoli è strategicamente un errore”.Romanelli, in una delle sue testimonianze durante un incontro pubblico, ha concluso con enfasi: “Quando avremo messo migliaia di queste cose su tutto l’Appennino da nord a sud, non avremo messo assieme il 2% di energia rispetto a quella che consumiamo!  Allora martiri per qualcosa, mi sta bene, per niente, non ci sto!”

L’EOLICO CONVIENE? – In effetti sembra assodato che l’eolico, almeno in Italia, abbia un’efficienza piuttosto scarsa, e contribuisca ben poco al raggiungimento del famoso obiettivo 20-20-20 (riduzione emissioni, energie pulite, efficienza energetica a livello di uso) richiesto dall’Europa per il 2020. Anche l’assessore provinciale all’Ambiente, Emanuele Burgin (PD), ammette che “L’eolico aumenta, ma complessivamente continua ad avere un ruolo residuale. Il grosso dell’incremento di energia pulita lo farà comunque il fotovoltaico”. Il dubbio a questo punto è se abbia senso impiegare una tecnologia così impattante a fronte di rendimenti bassi o comunque ininfluenti. “Il punto è che non ci sono alternative – risponde Burgin – A quelli che mi pongono quest’obiezione rispondo che mi dicano loro dove ricavare l’energia sufficiente a raggiungere anche solo il 17%, dato che l’Italia ha già stabilito una riduzione del 3% sul tetto comunitario”. Attualmente in Emilia-Romagna nel piano di attuazione 2010/2020 del piano energetico regionale è previsto un incremento dell’energia proveniente dal vento da 20 MW a circa 200/300 MW. In pratica, 15 siti grandi come il gigantesco Monte dei Cucchi. Insomma l’idea delle amministrazioni è insistere, e alla scarsa resa sostituire una grande quantità di impianti, nonostante le pesanti ricadute ambientali. Il problema si pone di fronte alla minuzia con cui i tecnici valutano i progetti, che mette troppi paletti allo sviluppo del libero mercato dell’energia pulita. La soluzione è semplice, la spiega Burgin: Da un lato a livello regionale si definiscono obiettivi di crescita, dall’altro le normative così continueranno a dispiegare un effetto di forte contenimento. Se si vogliono ottenere gli obiettivi energetici previsti, qualche scelta a livello normativo dovrà essere adeguata”. Se l’eolico non va alla montagna, sarà la montagna ad essere preparata per andare incontro all’eolico, modificando le leggi a seconda dell’esigenza. Pratica che ultimamente è di gran moda.

FATTA LA LEGGE… – Trovato l’inganno. In effetti, l’aggiramento o la modifica delle norme pare proprio un evergreen dell’industria “pulita”, visto che anche nello Studio di Impatto Ambientale per un progetto da realizzarsi in territorio toscano, sul monte Faggiola, l’azienda proponente EDVT scrive che “l’ammissibilità degli interventi effettuati in queste aree, dovrà essere verificata, aldilà delle norme, con l’amministrazione comunale”. Ancora, nella relazione paesaggistica redatta con la consulenza del politecnico di Milano, relativa allo stesso progetto, si legge: “È evidente che le modificazioni provocate dalla realizzazione dell’impianto nella percezione sociale dei luoghi cui è legata l’identità di tali territori non possono essere mitigate; si tratta di far sì che le popolazioni assumano una nuova consapevolezza nei confronti del proprio territorio così trasformato”. In pratica, non potendo mitigare l’impatto ambientale, si dovrà convincere la popolazione, ma soprattutto le amministrazioni comunali, rese più malleabili dalla crisi che ha prosciugato le loro casse. E non è finita: la classificazione acustica vigente nei comuni di Firenzuola e Palazzuolo sul Senio (interessati dal progetto per Monte Faggiola) non soddisfa le necessità dell’azienda e quindi andrà adeguata alzando la soglia del rumore consentito. Questo approccio “elastico”, dunque, vige sia in Emilia-Romagna che in Toscana, cioè le due regioni che coprono l’Appennino settentrionale. Ma è diffuso anche nel resto d’Italia, e non solo per quanto riguarda le norme territoriali. Da alcuni mesi l’ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento) sta infatti protestando contro i tagli agli incentivi ventilati dal governo, e lo scorso 10 marzo ha anche organizzato un incontro pubblico, insieme a varie associazioni ambientaliste (tra cui Legambiente, che possiede trascorsi oscuri con la grande industria dell’eolico) e d’impresa. L’esigenza è quella della crescita, come al solito, e possibilmente di una crescita centralizzata, tendente al monopolio. La linea guida della nuova normazione, che manderà in pensione i certificati verdi, sarà invece di promuovere i piccoli impianti, quali quelli domestici, senza sostenere particolarmente le grandi opere. Quello a cui si tende è l’accentramento, per ridurre l’autonomia energetica della gente. Un po’ come si sta cercando di fare per l’acqua, si vogliono privatizzare beni necessari costringendo i cittadini a pagare per qualcosa a cui potrebbero accedere da soli, magari vendendo l’eccedenza.

Ma se così fosse, cosa ne sarebbe della speculazione ai piani alti?

Lou Del Bello

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