Crisi libica e complottismo

In che modo i complottisti vedono e interpretano la crisi dell’Africa settentrionale?

A volte gli eventi prendono pieghe improvvise e modeste slavine si trasformano in inarrestabili valanghe. Oggi tutti o quasi tutti i commentatori sostengono che il vento rivoluzionario che ha provocato la fine dei regimi di Ben Alì in Tunisia, di Mubarak in Egitto e che sta facendo franare la dittatura di Gheddafi è qualcosa che prima o poi doveva succedere, quasi che ogni dittatura abbia in sé il germe della rivoluzione destinata a spazzarla via. Le cose non stanno propriamente così, perché i popoli non hanno poi tutta questa gran voglia di ribellione e sopportano a lungo la vita di regime se alla maggioranza dei cittadini è garantita una qualità di vita soddisfacente e un ragionevole grado di libertà. Era opinione comune che “i libici stanno bene” ed era un’opinione fondata: con poco meno di 15.000 dollari annui, il reddito medio pro-capite dei libici è il più alto nell’Africa e ben al di sopra di molti paesi democratici. La disoccupazione è molto elevata ma ciò dipende dal fatto che i libici non vogliono svolgere lavori “umili” per i quali fanno ricorso a mano d’opera importata. Gli immensi proventi del petrolio sono utilizzati per migliorare servizi e infrastrutture, per garantire rendite e per investimenti internazionali finalizzati a sfruttare i apitali disponibili e a mitigare gli effetti delle variazioni dei prezzi dell’oro nero.

LIBIA – Inoltre da anni Gheddafi perseguiva un progetto di riforme economiche allo scopo di distribuire meglio la ricchezza ai cittadini e contrastare la corruzione e l’accentramento. La situazione libica è quindi ben da quella presente in Tunisia e in Egitto, per cui anche se la scintilla della ribellione è partita da quei paesi, le sue motivazioni sono diverse e non altrettanto chiare. In tutto questo i complottisti sono rimasti spiazzati, perché non riuscivano a capire se quanto stava accadendo era “cosa buona e giusta” (ovviamente in relazione alla propria visione del mondo) o la manifestazione dell’eterno complotto giudaico-massonico-angloamericano. Poi, però, le idee si sono schiarite e hanno iniziato a circolare le prime teorie complottiste “organizzate”. Una è quella del complotto sionista (naturalmente). Secondo questa teoria, il presidente tunisino Ben Alì era diventato troppo scomodo in quanto non aveva mantenuto gli impegni segreti presi con Israele già dal 2000, e nel 2009 aveva firmato importanti accordi con la Cina. Di qui l’intenzione di eliminarlo ed ecco che nasce il complotto. Il primo passo del complotto sarebbe stato un incontro segreto tra esponenti politici tunisini e i militari americani, nel 2010, nel corso del quale furono pianificati tempi e modi della “rivoluzione”. Poi si è proceduto a mettere in scena la farsa del suicidio di Mohamed Bouzizi, che si è dato fuoco. Il fatto che sia una farsa sarebbe confermato (sempre secondo la teoria complottista) dalla nozione che il suicidio è considerato peccato nell’islamismo e dalla circostanza che l’uomo sia vivo e vegeto (proprio come i dirottatori dell’11 settembre 2001).  Innescata la rivolta in Tunisia, si sarebbe poi proceduto a esportarla in Egitto (per portare al potere i militari foraggiati dal Dipartimento di Stato americano) e in Libia (per eliminare Gheddafi e portare al governo una figura più amica degli americani). La riprova di questo losco progetto si evince dal fatto che qualcuno aveva già preannunciato ciò che sarebbe successo scrivendo: “If Tunisia can move toward democracy, Algerians and Egyptians and even Libyans will wonder why they cannot” (“Se la Tunisia può diventare democratica, Algerini, Egiziani e persino i Libici si chiederanno perché non potrebbero fare altrettanto”). C’è poi chi si spinge perfino oltre e afferma che perfino le rivelazioni di Wikileaks sono asservite al grande complotto e proprio da esse è scaturita la fiamma che ha incendiato la Tunisia.

IDEE – Non tutti i complottisti, però, la pensano allo stesso modo. Giulietto Chiesa (autore del film complottista “Zero”) pensa invece che americani e israeliani siano rimasti sorpresi e spiazzati dalle rivolte: “Washington e Israele stanno costruendo barriere per difenderel’Arabia Saudita, perché se crollasse anche quella tutto il mondo sarebbe sull’orlo della catastrofe petrolifera”. Dello stesso avviso è Maurizio Blondet giornalista e scrittore complottista, secondo cui quella in atto è “una rivoluzione araba” genuinamente nata dal popolo contro i dittatori fantocci voluti dall’Occidente. Anche Massimo Mazzucco, fotografo e regista di vari film complottisti, sostiene che la rivolta nasce dal popolo e va contro gli interessi americani e israeliani. Come si spiega questa inconciliabile differenza tra i complottisti che vedono un progetto sionista dietro queste ribellioni, e i complottisti che sostengono la loro genuinità e la loro matrice popolare? In effetti l’unica spiegazione sta nel modo di pensare dei complottisti stessi, in base al quale i fatti vanno adattati alle proprie convinzioni, e non viceversa. Pertanto, se si ragiona partendo dal presupposto che i dittatori investiti dalla ribellione fossero fantocci finalizzati a tutelare gli interessi occidentali, si deve concludere che quanto accaduto va contro quegli interessi, quindi è genuino. Se si parte dal presupposto che i dittatori deposti erano ormai diventati scomodi e andavano sostituiti con “fantocci freschi”, allora la rivoluzione è senz’altro targata CIA e Mossad. Naturalmente gli eventi futuri (e in particolare il modo in cui si atteggeranno i governi che prenderanno il posto dei regimi defunti) mostreranno se la piega degli avvenimenti è andata davvero contro o a favore degli interessi americani e israeliani. Nel frattempo la teoria dell’operazione sionista maturata con Wikileaks e innescata in Tunisia (non prima di averne pubblicato su Internet le intenzioni) resta tra le più pittoresche mai concepite.

John B

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