Il modello turco

La Repubblica di Istanbul potrebbe essere l’esempio per la transizione dei Paesi arabi in rivolta

Il mondo arabo è scosso dal più grande sommovimento della sua storia recente. I regimi della Tunisia e dell’Egitto hanno già cacciato i loro despoti trentennali, mentre in questi giorni tutto il mondo è testimone del dramma libico. Nella fase postcoloniale la maggioranza dei Paesi a maggioranza musulmana sono stati retti da governi autocratici, supportati se non diretta espressione dell’esercito, e benché simpatetici si sono sempre mantenuti distanti da una svolta religiosa ispirata al fondamentalismo coranico. Il futuro di queste Nazioni appare incerto, e se il modello Westminister non è  esportabile con le bombe, come dimostrato dalla guerra irachena e dalla sua complicatissima ricostruzione successiva, l’opzione futura sembra essere la scelta tra una deriva iraniana oppure un’evoluzione turca. I due più importanti Paesi della regione araba hanno preso due strade completamente diverse dopo la caduta dei regimi millenari che li avevano retti. Una democrazia sotto tutela dell’esercito sulle sponde del Bosforo oppure una dittatura clericale ispirata dalla Sharia.

L’ESEMPIO TURCO – Durante la crisi egiziana l’editorialista Semih Idiz aveva proposto per il dopo Mubarak una svolta ispirata al suo Paese: “La Turchia è l’esempio di un Paese predominante musulmano che è riuscito a diventare una democrazia secolare che rispetta i diritti umani fondamentali”. La Tesev, la Fondazione turca per gli studi economici e sociali, aveva confermato questa percezione prevalente nel mondo arabo, interrogando un campione di intervistati provenienti da Egitto, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Giordania, Libano, Territori palestinesi e Siria. Il 66% ritiene che la Turchia rappresenti un’efficace amalgama di Islam e democrazia. E’ verso questo amalgama che in questo momento vanno le aspirazioni e le speranze degli egiziani, che si ritrovano comunque sotto il potere dei militari, e a tutti i loro corregionali che nei mesi scorsi hanno riempito le piazze arabe. La Turchia ha avuto una lunga transizione verso la democrazia, contrassegnata da numerosi colpi di Stato, e l’Unione Europea pretende ulteriori riforme per assicurare al Paese un’apertura delle trattative per un suo futuro ingresso nel gruppo dei 27. Anche l’ascesa al potere del partito religioso di Erdogan potrebbe essere interpretato come una possibile evoluzione per gli altri Paesi. Un esito prevedibile secondo il prestigioso analista e fondatore della Stratfor George Friedman, che sul sito della sua società di analisi ha rimarcato come l’attuale rivoluzione che sta percorrendo il mondo arabo lascerà frutti democratici, ma che la democrazia in quei Paesi rifletterà la cultura dominante ivi presente, quella islamica. In questo senso, difficilmente nasceranno regimi dal carattere apertamente liberale come le forme di stato vigenti in Occidente, e la Turchia è la Nazione che potrebbe fornire uno sguardo su quello che accadrà all’Egitto, alla Tunisia e agli Paesi nei prossimi anni o decenni.

SIMILITUDINI E DIFFERENZE – In questo momento l’economia turca è in una fase di crescente sviluppo. Il suo Pil vale quattro volte quello egiziano, e le esportazioni coprono tanto i mercati mediorientali che quelli ben più ricchi dell’Unione europea. L’esperimento turco con il multipartitismo è iniziato negli anni cinquanta, mentre negli Paesi della regione araba bisogna ancora attenderne l’arrivo. Il timore dell’ascesa al potere della Fratellanza musulmana dopo la caduta di Mubarak ha percorso ed è ancora presente in molte cancellerie occidentali, timorose di una svolta iraniana. Una possibile evoluzione del partito islamico egiziano ispirata all’AKP di Erdogan è la speranza di molti osservatori, ed è molto dibattuta in questi mesi. La giovane guardia della Fratellanza è sicuramente meno dogmatica della generazione più anziana, e ha più volte affermato la sua ammirazione per il conservatorismo sociale che ispira il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, che governa la Turchia da ormai quasi 10 anni. Michael Werz, analista del Center for American Progress, centro studi statunitense molto vicino all’Amministrazione Obama, rimarca però come in questo momento siano più le differenze che le affinità tra i due movimenti islamici, anche perché la formazione di Ergodan ha rotto in passato con la base più estremista della comunità religiosa turca per poter competere nel multipartitismo turco. Un simile passo non è mai stato compiuto dalla Fratellanza musulmana o da movimenti simili del Maghreb, anche per la fondamentale assenza della competizione nel sistema politico regionale.

MILITARI DECISIVI – La presenza centrale dell’esercito, che ha creato e poi indirizzato con mano molto ferma la democrazia turca verso il secolarismo a partire dalla fine dell’Impero Ottomano, è la più grande similitudine che esiste. In Egitto la transizione post Mubarak sarebbe stata impossibile senza il ruolo attivo dei vertici militari, che hanno impedito la deriva autocratica e monarchica che il rais egiziano voleva imporre facendosi succedere dal proprio figlio. Allo stesso modo le divisioni nell’esercito libico hanno permesso agli anti gheddafiani di iniziare la protesta popolare con successo parziale, anche se poi la fedeltà al colonnello di una fetta consistente dei militari ha generato la carneficina di questi giorni. Nel mondo arabo il potere statuale che può permettere la transizione verso un regime democratico rimane comunque l’esercito, che anche in ragione delle alleanze internazionali vede con favore un’evoluzione democratica piuttosto che fondamentalista della regione. In questo senso, la Turchia è stata il precursore aderendo alla Nato negli anni ’50, seguita su un percorso similare dall’Egitto, che dopo il fallimento del sogno panarabo di Nasser ha stipulato lo storico accordo con Israele grazie all’iniziativa dei propri vertici militari. Dopo l’uccisione di Sadat l’esercito egiziano volle mantenere la nuova collocazione internazionale,che gli permetteva di ricevere i consistenti aiuti finanziari statunitensi, installando un suo esponente come Mubarak al vertice del Paese.

LUNGA TRANSIZIONE – La Turchia ha avuto un travagliato percorso verso la democrazia, puntellato da cinque colpi di Stato. Quando si insediò Mubarak, sul Bosforo si era appena insediata una giunta militare. Nel 1997 si è verificato l’ultimo, pesante intervento dell’esercito turco, quando i vertici militari esautorarono il primo ministro Erbakan, leader del Partito del Benessere, poi disciolto perché troppo religioso e portatore di un’agenda contrapposta al secolarismo imposto dalla Costituzione del Paese. Dalle ceneri di quella formazione è nato il partito guidato da Erdogan, all’epoca sindaco di Istanbul, e che dopo la trionfale elezione del 2002 non era immediatamente potuto diventare primo ministro a causa di una condanna inflittagli dalla magistratura turca per aver recitato versi islamisti in pubblico . L’AKP dell’attuale capo del governo turco è un partito conservatore sul piano economico e sociale, ma si è allontanato dalla tradizione religiosa, rimarcando fin dalla sua fondazione di essere un partito laico. I conflitti tra magistratura ed esercito, i difensori del kemalismo secolarista che ha plasmato la nascita dalla Repubblica turca, ed i movimenti filo islamici sono stati costanti dall’arrivo del sistema multipartitico.

IL DOMINIO DI ERDOGAN – Una parziale fine a questi conflitti è arrivata con la vittoria del referendum del settembre 2010, quando la Costituzione promulgata dopo il colpo di stato del generale Evren è stata riformata diminuendo i poteri di controllo dei giudici e dei militari. La stessa figura di Erdogan è però controversa, tanto che il quotidiano Hürriyet aveva paragonato a Mubarak il primo ministro dopo che la polizia aveva disperso con la violenza una manifestazione di protesta organizzata dagli studenti in ocassione di una visita del premier. Il silenzio del governo turco nei confronti degli autocrati regionali è stato più volte criticato, in particolare quando l’Iran aveva represso la protesta nell’estate del 2009. L’arresto di una quarantina di militari per aver ordito un colpo di stato e la mega multa inflitta ad un giornale dell’opposizione, reo di aver criticato Erdogan, ha evidenziato gli aspetti controversi di una democrazia che esiste ormai da più di 50 anni spesso però intervallati da brutali repressioni e sospensioni dei diritti fondamentali. Il primo ministro turco ha comunque sfruttato nelle settimane passate gli avvenimenti egiziani per rimarcare la sua fede nella democrazia, sottolineando come nessun governo può gettare via le aspirazioni democratiche di un popolo. Parole chiare e definitive, dal vago sapore propagandistico. Nel giugno 2011 si voterà per il rinnovo del Parlamento, e il modello di democrazia turco sarà sicuramente rivendicato da Erdogan e dal suo partito, ancora una volta il favorito della contesa elettorale. Per la prima volta da molti anni l’opposizione progressista del partito repubblicano popolare appare abbastanza competitiva con l’AKP, e una campagna elettorale sulla qualità della democrazia farà bene nel lungo processo di consolidamento del sistema turco.

Dario Ferri

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