“E se Gheddafi ci tira un missile?”

I timori del Cavaliere nei colloqui privati sui connazionali tra Tripoli e Bengasi, e il precedente di Lampedusa

Mentre il colonnello Muhammar Gheddafi diventa un caso internazionale, sono sempre più palpabili i timori di Silvio Berlusconi a proposito dell’atteggiamento del leader libico nei confronti dell’Italia.

Ne parla Francesco Bei su Repubblica:

Raccontano che il Cavaliere sia rimasto scioccato dalla violenza verbale di Gheddafi. Soprattutto dalle accuse all’Italia — accuse reiterate nonostante la telefonata tra i due — di manovrare dietro gli insorti rifornendoli di armi pesanti. A margine della riunione serale a palazzo Chigi sull’emergenza, Berlusconi ha confessato la sua paura a un ministro: «Dobbiamo stare attenti con Gheddafi, è un pazzo. Ci ha già sparato un missile una volta, non è che ce ne tira un altro contro?». Il ricordo dell’attacco missilistico libico contro Lampedusa (1986) accompagna il premier insieme al timore crescente di ritorsioni contro gli italiani ancora sul posto. «Ci sono diecimila connazionali sparsi tra la Tripolitania e la Cirenaica — confermano preoccupati dalla Farnesina — e meno di mille sono quelli che vogliono rimpatriare». Senza contare che anche gli eventuali rimpatri sarebbero molto difficili da gestire visto che gli aeroporti sono aperti con il contagocce e la marina militare libica ha effettuato un blocco navale dei porti. Insomma, le pressioni internazionali spingono palazzo Chigi a criticare il regime del dittatore ma la Realpolitik e gli interessi nazionali — energia, infrastrutture — tirano dalla parte opposta.

D’altra, parte, secondo i servizi segreti, la situazione nel paese, soprattutto a ovest, non è così drammatica:

Insomma, se è vero che la Cirenaica è ormai in mano ai rivoltosi, il resto del paese sembra ancora sotto il tallone di Gheddafi. Né gli episodi di diserzione vengono tenuti in così gran conto dalle autorità italiane. «I piloti libici atterrati a Malta — osserva il ministro Ignazio La Russa — hanno dichiarato di essere scappati per non sparare sulla folla. Hanno raccontato cose gravi. Ma questo è normale, tutti i disertori si giustificano con motivazioni simili. Non possiamo basarci solo su questi racconti per muoverci ». A motivare la prudenza italiana c’è inoltre la paura per quello che potrebbe accadere in Libia dopo la caduta del regime.

È il pericolo di un «salto nel vuoto » che possa condurre a uno Stato islamico confinante di fatto con l’Italia.

Dario Ferri

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