“Gheddafi controlla tutti gli appalti delle imprese italiane in Libia”: e Silvio lo sa?

E’ ancora un cable di Wikileaks a raccontarci la vera gestione degli affari nel paese del Colonnello.

Muhammar Gheddafi, la sua famiglia e i suoi alleati politici hanno le mani in pasta ovunque in Libia. Controllano i traffici, ispezionano i contratti, autorizzano gli scambi e gestiscono un vasto sistema di potere corrotto in quella che si può definire senza nessuna paura di essere smentiti una “cleptocrazia”. Questo il giudizio che emerge dall’ennesimo cable di Wikileaks ottenuto da El Pais che racconta nel dettaglio il sistema di governo e di potere che avvolge la Libia.

CLEPTOCRAZIA – Il copione è sempre lo stesso: il locale diplomatico, questa volta inviato dall’Unione Europea, riferisce a base Bruxelles la situazione complessiva del paese che gli è assegnato.

“La Libia è una cleptocrazia nella quale il regime, ovvero la famiglia Gheddafi o i suoi alleati politici, tiene un interesse diretto in qualsiasi cosa si venda o si compri”, scrisse nel 2009 l’ambasciatore dell’Unione Europea a Tripoli, Gene Cretz. Il diplomatico racconta che, anche se Muhammar Gheddafi si presenta come un “visionario politico” alienato dalle faccende quotidiane, “il capo di stato di fatto” utilizza i contratti più redditizai per controlare gli altri paesi e gli altri dirigenti del regime. “Gheddafi supervisiona tutti i contratti da più di 200 milioni di dollari” e anche gli altri di minor importo se, in particolare, sono diretti ad “imprese dell’Unione Europea, Regno Unito, Russia, Cina, Italia, Egitto e Tunisia”, secondo il cable ottenuto da Wikileaks. (…) Periodicamente, Gheddafi esercita il suo controllo grazie ad una entità ufficiale – chiamata Riqaba – che in teoria garantisce la trasparenza negli appalti. Ma per il diplomatico, la Riqaba è il modo che Gheddafi utilizza per assicurarsi che il “clientelismo politico sia correttamente spartito”.

Supponiamo infatti che un dirigente, un uomo importante, gradito al regime, voglia aver parte in un’iniziativa imprenditoriale.

CONTROLLO SUGLI APPALTI – Nessun problema: paga una parte alla famiglia Gheddafi e può procedere. Così, attraverso l’ufficio di ispezione sugli appalti, si realizza la corruttela di Stato.

E’ quella che in Libia viene chiamata “la politica della mano nera”, che consiste nel “consentire, o anche facilitare, le pratiche corrotte da parte dei dirigenti favoriti dal regime, a patto che ci sia un guadagno per il colonnello, col quale favorirsi la sua lealtà politica”.

Per tutti gli altri, invece, non c’è speranza di muoversi. Chi non è gradito al regime, chi non lo ossequia e non rispetta la “retorica rivoluzionaria” non ha alcuna speranza di muoversi liberamente in Libia. Specialmente se si tratta di stranieri.

I cables descrivono un regime corrotto che non tollera che uno straniero discuta in pubblico di diritti umani e che cerca la quadratura del cerchio: perseguire le riforme senza abbandonare “la retorica rivoluzionaria e la rinuncia a definire ogni sua politica”.

Viene dunque da chiedersi se il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, storicamente in rapporti di grande amicizia con il dittatore libico, per strappare le concessioni e gli investimenti che il nostro paese intrattiene con la Libia si sia piegato all’”ossequio rivoluzionario” a Gheddafi. Ma del ruolo di Berlusconi, in ogni caso, in questi documenti non c’è traccia.

LOTTE INTESTINE – Forse è a causa dell’immenso giro di denaro che la attanaglia che nei giorni scorsi erano uscite, soprattutto sui media americani, notizie di convulsioni all’interno della famiglia Gheddafi, cuore pulsante e smistatore, come abbiamo visto, di corruttele e favori. Tutto era cominciato quando, dalle pagine del Los Angeles Times, il Carnegie Middle East Center aveva notato qualcosa di strano.

Recenti sviluppi in Libia suggeriscono che la lotta per il potere fra i moderati e i conservatori, vecchia guardia del paese, sia tornata a tutta forza – una vicenda che alcuni osservatori descrivono come una spaccatura nell’inner circle della famiglia del leader Muhammar Gheddafi. Uno dei primi segni ad indicare che qualcosa non stia proprio andando nel fronte politico della repubblica nordafricana è stata l’esclusione del riformista Saif al Islam Gheddafi, figlio del leader dal consiglio di amministrazione del Gheddafi International Charity and Developement Organization, rinchiudendolo in un ruolo onorario. Il GICDO ha anche annunciato che si sarebbe ritirato dallo scenario politico e che non avrebbe più promosso i diritti umani in Libia – una mossa che ha spinto gli analisti a convincersi che le forze conservatrici starebbero spingendo i moderati del paese ai margini.

Il lavoro del figlio di Gheddafi, continuano dal La Times, sarebbe stato bloccato dalla guardia rivoluzionaria del padre, dove si annidano i più grandi conservatori del paese.

SMENTITE E CONFERME – Ma è lo stesso Gheddafi jr a smentire qualsiasi retroscena politico. Per bocca del direttore della fondazione Gheddafi, in una lettera inviata al quotidiano californiano, la charity cerca di mettere qualche puntino sulle i.

Il vostro articolo, basandosi su poco più che speculazioni, sostiene che la decisione della Fondazione di concentrarsi sugli aiuti umanitari in Africa piuttosto che sulle politiche interne alla Libia sarebbe il risultato di una lotta di potere nella famiglia di Gheddafi. Questo è totalmente falso. (…) Inoltre, Mr Saif al-Islam Gheddafi, che ricopre il ruolo di presidente della fondazione, non ha intenzione di abbandonare le lotte e le cause così nobili che ha sempre seguito con passione; piuttosto, le continuerà a perseguire con le sue capacità personali, come faranno altri gruppi in Libia, inclusa la società dei Diritti Umani.

Il che, come appare chiaro, non smentisce un ritiro della fondazione dal fronte dei diritti umani, nè un ridimensionamento del ruolo del figlio di Gheddafi, evidentemente troppo liberal per il regime.

Tommaso Caldarelli

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