Effetto Al Jazeera sul Medio Oriente?

Il fondamentale ruolo del network arabo nelle rivolte in Tunisia ed Egitto potrebbe ripercuotersi su tutta la zona

Un vecchio proverbio arabo afferma che “i libri si scrivono al Cairo, si pubblicano e Beirut e si leggono a Baghdad”. Ma questo detto risale a molto prima che in Medio Oriente nascesse un mezzo di informazione che negli ultimi anni sta diventando ben più decisivo di qualunque libro. Stiamo parlando di Al Jazeera, l’emittente televisiva satellitare che ha sede in Qatar ma che viene seguita in tutto il mondo. Soprattutto nei Paesi arabi, come fa notare Foreign Policy

GLI OSTACOLI DELLA TV – Lo sanno benissimo i regimi che in questa regione a cavallo tra Africa e Asia impongono il proprio peso sulle popolazioni, e a ricordarglielo ci hanno pensato le recenti rivolte scoppiate prima in Tunisia e poi in Egitto, dove Al Jazeera deve quotidianamente superare diversi ostacoli per continuare a informare correttamente su quanto sta succedendo.  Fin da quando, una quindicina di anni fa, Al Jazeera avviò le proprie trasmissioni, in molti hanno sperato che grazie alla libera informazione diffusa dall’emittente si potesse diffondere nel mondo arabo un anelito di libertà in grado di portare i normali cittadini a rovesciare le dittature. Per questo motivo non stupisce vedere, in questi giorni, manifestanti che in piazza Tahrir, al Cairo, urlano “lunga vita ad Al Jazeera!”. E la consapevolezza del ruolo fondamentale dell’informazione diffusa è forte – come è giusto che sia – anche tra gli stessi giornalisti dell’emittente, come dimostrano le dichiarazioni riportate oggi da Foreign Policy. “Sapevamo che qualcosa stava per accadere” asserisce Mustafa Souag, il caporedattore della stazione tv in lingua araba. “Il nostro obiettivo principale è di fornire una copertura accurata e completa su quanto sta accadendo, mandando giornalisti e telecamere in ogni luogo dove succede qualcosa. E se non disponiamo di giornalisti, proviamo ad affidarci a qualche volontario desideroso di cooperare perché crede in noi” aggiunge Souag, che indirettamente conferma come i cittadini stiano dalla parte della tv libera.

LA RIVOLTA IN TUNISIA – Quando recentemente è scoppiata la rivolta in Tunisia, quindi, è diventato evidente che il regime egiziano, fino ad allora considerato invulnerabile, poteva crollare sotto i colpi di una popolazione messa al corrente del tentativo di propaganda messo in atto dal governo di Mubarak, volto a tenere anche la popolazione tunisina sotto controllo. Raccontandolo in diretta, Al Jazeera ha innescato un meccanismo che ha letteralmente rotto l’incantesimo che ha consentito al regime del Cairo di restare al potere così a lungo. E, come in un effetto domino, all’improvviso ha iniziato a prendere piede la speranza di una grande rivoluzione che coinvolga l’intero Medio Oriente.  Le drammatiche immagini diffuse da Al Jazeera, con milioni di cittadini che manifestano rabbiosi e con le sanguinose repressioni dell’esercito egiziano, hanno squarciato il velo di ipocrisia e menzogna che ha tenuto tranquillamente in piedi Mubarak fino a pochi giorni fa. Ma il regime egiziano non è stato certo a guardare, e ha predisposto una serie di contromosse nel tentativo di reprimere le proteste alla radice. Al Jazeera mostra le code per avere pane e benzina? E la tv di Stato mostra immagini di repertorio con gente felice che fa la spesa. Al Jazeera mostra i tumulti nelle piazze? Il regime risponde mostrando strade tranquille dove la gente passeggia serena.

LA RITORSIONE – Alla lunga, però, queste scelte si rivelano ampiamente insufficienti. Per questo motivo, le mosse successive hanno puntato a chiudere direttamente la bocca all’informazione incontrollata. Così, mentre alcuni giornalisti dell’emittente di Stato si licenziavano disgustati dalla propaganda, trovando il sostegno della gente, il 27 gennaio il governo egiziano – tramite Nilesat, la compagnia che gestisce i satelliti televisivi – ha deciso di chiudere le trasmissioni di Al Jazeera.  Mossa inutile, spiegano dall’emittente. “Almeno altre dieci emittenti arabe” spiega ancora Souag, “si sono offerte di trasmettere i nostri contenuti. E senza chiedere alcun pagamento, cosa di cui siamo estremamente grati”.  Il giorno successivo sei giornalisti inglesi di Al Jazeera sono stati arrestati, per essere rilasciati dopo alcune ore, in seguito però al sequestro di tutta l’attrezzatura. Successivamente, i reporter sono stati aggrediti ripetutamente, e in vari modi, dai supporter di Mubarak, che il 4 febbraio sono arrivati a devastare gli uffici di Al Jazeera nella capitale egiziana. E il boicottaggio ha coinvolto anche il sito internet della stazione televisiva, ormai costantemente sotto attacco da parte del regime.

LA STRATEGIA DELLA PAURA – Ma l’effetto sperato ancora non era ottenuto. Così, la strategia è diventata quella di spaventare la gente, facendo credere loro, attraverso un piano di propaganda che ha coinvolto i media asserviti al regime, che tra i manifestanti c’erano solo violenti, persone armate, criminali, infiltrati americani e israeliani.  Tuttavia ormai il vaso di Pandora è stato scoperto, è impossibile tornare indietro. Tanto che ormai sono molti gli analisti che prevedono un effetto domino su tutta la regione. Tumulti sono già scoppiati in Paesi come Algeria, Giordania, Yemen e Bahrein, ma ci si chiede se l’onda lunga arriverà fino all’Arabia Saudita.  Al Jazeera, che ha la sede principale in Qatar, ha sempre avuto qualche problema con il governo di Riyad. Se è vero che difficilmente in Qatar, il paese con il più alto Pil pro capite al mondo, potranno scoppiare disordini causati da una popolazione insoddisfatta, è altrettanto vero che nella vicina Arabia Saudita qualcosa potrebbe succedere. La dinastia locale controlla molti mezzi di informazione, compresa Al Arabiya, emittente rivale di Al Jazeera, ma è comunque fortemente soggetta ai tumulti che Al Jazeera potrebbe provocare.

PROSSIMO PASSO: ARABIA? – Lo sanno bene a Riyad, da dove negli anni sono partite diverse missioni volte a imporre la propria egemonia anche a Doha, o quanto meno a far capire che i veri padroni della zona sono loro. Di conseguenza, sembrano naturali alcune dichiarazioni insolitamente prudenti di Souag riguardo a questo Stato: “Siamo stati assenti in quel Paese per molti anni, quindi abbiamo una scarsa conoscenza dei problemi che vi sono” racconta ancora a Foreign Policy. “Ma adesso che i sauditi ci hanno concesso di avere una sede anche lì, daremo un’informazione completa come facciamo in tutti gli altri Stati”. E, forse, tra qualche tempo anche nell’apparentemente invulnerabile Arabia Saudita la popolazione inizierà a ribellarsi. Perché se è vero che i “libri si leggono a Baghdad” è ancor più vero che la televisione si guarda in tutto il mondo.

Claudio Pizzigallo

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