Tunisia, la rivolta si diffonde: Algeria ed Egitto sono pronti. O forse no

Il governo di unità nazionale si insedia a Tunisi, venti di rivoluzione in tutto il Maghreb. Ma molti osservatori internazionali sono scettici.

Ben Ali, il presidente proto-dittatore della Tunisia, ormai è storia. E’ fuggito da Tunisi la settimana scorsa, dopo oltre un mese di rivolta popolare continuativa per l’incremento dei prezzi del pane e dei generi alimentari. Il paese non ha trovato soddisfacenti i suoi proclami che garantivano migliori condizioni di vita, più libertà di stampa, di espressione e di riunione. Il paese non si è fidato e lo ha cacciato.

LA RIVOLTA SI ALLARGA – I giovani tunisini, artefici da adesso in poi del loro futuro grazie ad una rivolta del nuovo millennio, condotta con metodi informatici: blog, internet e social network, nonostante la censura di regime aggirata dagli attivisti di Anonymous – Operazione Tunisia. E la popolazione del paese sa di essere stata responsabile di un vero e proprio laboratorio per il mondo arabo. Ora, la speranza è che la rivolta si allarghi ad altri paesi del Maghreb retti da regimi praticamente autocratici, Algeria ed Egitto su tutti. Anche la stampa italiana ne parla.

Mohammed Bouazíz ilgío vane disoccupato tunisino che lo scorso mese si è dato fuoco a Sidi Bouzid dando il via alla protesta in tutto il Paese, ha fatto scuola. In meno di due giorni sette giovani si sono cosparsi di combustibile in Egitto, Mauritania e Algeria dove un ragazzo ieri è morto e un altro versa in gravi condizioni. Il sindaco della sua città, Boukadra, lo aveva sfidato a mettere in atto i suoi propositi suicidi. Lui non ci ha pensato due volte: si è cosparso di benzina di fronte alla sede del comune. La tragica provocazione del sindaco di Boukadra resta un caso isolato, ma è un fatto che la lezione tunisina ha scosso i governanti del mondo arabo così come ha spronato l`opinione pubblica ad alzare la voce. Sulle «chat room» su Internet, i giovani arabi propongono «un aereo per ogni presidente», un finale modello Ben Ali. «I tiranni non vivono in eterno e ciò che è avvenuto in Tunisia è un monito per ciascun regime arabo dispotico», scrive un blogger negli Emirati Arabi. E i toni, seppur meno perentori, tornano anche sulla stampa tradizionale. Diaa Rashwan sul quotidiano indipendente egiziano Al-Shorouk scrive: «Dalla rivoluzione tunisina possiamo trarre la conclusione che la condizione primaria per ottenere il cambiamento nel mondo arabo è l`esistenza di una volontà popolare; in secondo luogo, bisogna allargare la prote- sta contro il dispotismo politico e la corruzione e contro il sistema poliziesco e amministrativo coinvolgendo tutte gli classi sociali». Sono inviti alla rivolta che non passano inosservati nelle alte sfere di regimi che per decenni hanno guidato con pugno di ferro i popoli. La paura del «virus» tunisino ha indotto i leader arabi a correre ai ripari per tamponare, ove possibile, le rivolte e mitigare il malcontento. Così Algeria, Marocco, Libia, Egitto, Giordania, Siria e persino la ricca Arabia Saudita hanno annunciato una riduzione dei prezzi dei generi di prima necessità e il blocco all`aumento delle tasse così come azioni per migliorare la ridistribuzione del reddito. Si tratta comunque di misure che rientrano in una strategia molto più ampia.

EGITTO E ALGERIA
– La Stampa ha di certo, in questo momento, la migliore squadra di cronisti esteri d’Italia. E da Torino arrivano così i migliori reportage dal Maghreb: il primo candidato a seguire la lezione tunisina sembra essere l’Egitto.

«Abbiamo molte cose in comune con la Tunisia. È vero che l`Egitto non ha mai assistito nella sua storia a una rivoluzione popolare che ha fatto crollare il potere ma la storia non sempre si ripete». Un esponente dei Fratelli musulmani, Issam eh Erian, ritiene che «i presupposti per una rivoluzione tunisina esistono in quasi tutti i Paesi arabi e non solo in Egitto».

Il politologo Dominique Mosi, consigliere dell’Istituto francese per le relazioni internazionali, intervistato sul Sole 24 Ore sembra avere le idee abbastanza chiare sulle due capitali dei paesi arabi più esposti alle ondate rivoluzionarie: il Cairo e Algeri, nelle parole dello studioso, sarebbero pronti a scoppiare.

Siamo in presenza di regimi intossicati dal loro strapotere e incapaci di cambiare

NON E’ DETTO
– Ma non tutti gli osservatori internazionali sembrano essere convinti dell’imminenza di una rivoluzione nel Maghreb. Gli esperti di Foreign Policy, ad esempio, si dicono convinti che una propagazione della rivolta in altri paesi dell’Africa Mediterranea sia molto improbabile. Prima di tutto perchè l’accensione di fuochi rivoluzionari “per simpatia” è un evento di difficile realizzazione nella Storia. Sarebbe, spiegano, praticamente la prima volta.

Per i non addetti ai lavori, la rivoluzione francese non ha mai fatto scoppiare rivoluzioni simpatetiche in Europa. Certo, monarchi assortiti furono decapitati, ma questo fu in maggioranza reso possibili dalle baionette dell’armata francese. Similmente, anche se molte persone avevano paura che il Bolscevismo si sarebbe diffuso in Europa dopo il 1917, non fu così, e si dovette aspettare la Seconda Guerra Mondiale per la propagazione del comunismo, ancora una volta per il sostegno dell’Armata rossa – o per opera di comunisti indigeni come quelli di Mao Zedong, e comunque molto più tardi. La rivoluzione iraniana del 1979 non si è dimostrata un modello contaggioso; anche se simpatizzanti sono emersi in vari luoghi (come il Libano) non abbiamo notizia di rivoluzioni sul modello Khomeinista negli ultimi 30 anni. Le rivoluzioni di velluto nell’Europa dell’Est sono una parziale eccezzione, ma principalmente perchè i satelliti dell’Unione Sovietica nell’Europa dell’est erano tutti dipendenti dal pericolo dell’invasione sovietica per tenere i propri regimi artificiali al potere. Una volta che la comune pietra d’angolo del potere sovietico non era più credibile, comunque, tutte queste tessere di domino sono cadute in fila. Ma questo non è il caso del mondo arabo. Anche se la gran parte dei governi arabi sono autoritari, sono anche indipendenti e dipendono da una grandemente differente varetà di istituzioni politiche e misure pensate per mantenere i governanti al potere. Il fatto che Ben Ali alla fine non è stato in grado di affrontare la situazione e che è stato buttato fuori dal potere non vuol dire che gli altri leaders arabi non saranno in grado di deflettere, o al limite sopprimere, sfide al loro ruolo.

Pensare che, seguito l’esempio tunisino il Maghreb si risvegli da solo, dunque, potrebbe essere solo una pia illusione.

Tommaso Caldarelli

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