Il Belgio, un paese in via di estinzione?

Da più di 200 giorni senza un governo che li rappresenti, i cittadini belgi scendono in piazza per chiedere ai loro politici di formarne uno!

Il Belgio: terra di birra, cioccolato, fumetti, divisioni etniche, cozze con patatine e, per la parte destra di Umberto Bossi, pedofilia. Un posto, insomma, che nemmeno James Ellroy riuscirebbe a rendere interessante. E un paese europeo che è da più di 214 giorni senza un governo federale (il record attuale è dell’Iraq, 289 giorni) – e di cui i vari esponenti dei partiti fiamminghi, valloni e francofoni sembrano volentieri farne a meno. Ma i cittadini, che a differenza dei vicini francesi non sono mai stati dei rivoluzionari, incominciano ad averne fin sopra i capelli, e sono arrivati ad organizzare una manifestazione a Bruxelles per il prossimo 23 gennaio. Un evento più unico che raro, dal momento che dei cittadini scenderanno in piazza per reclamare l’esistenza di un governo, invece di manifestargli contro come avviene in tutto il resto d’Europa e dell’Occidente.

IN PIAZZA – È iniziato tutto lo scorso 6 gennaio. Dopo mesi e mesi di inutili ed estenuanti negoziati, i partiti rifiutano la proposta del conciliatore (il socialista Johan Vande Lanotte) designato dal Re e mettono un macigno sopra qualsiasi ulteriore discussione. Un blocco surreale, un’aporia kafkiana senza un’apparente via di fuga. La sera stessa il giornalista della VRT (televisione di stato fiamminga) Kris Janssens uploada un video su YouTube nel quale esprime la sua esasperazione per questa situazione di stallo “che tiene in ostaggio i cittadini”. Janssens chiude così il suo intervento: “Non resta che una sola soluzione, scendere in piazza”.

NO GOVERNMENT, GREAT COUNTRY – Il video fa il giro di tutto l’internet belga, compreso quello francofono e vallone, anche grazie ai sottotitoli realizzati spontaneamente dagli internauti. Il 9 gennaio viene creato l’evento della manifestazione del 23 gennaio su Facebook, “No government, great country”, che ad oggi conta più di 17mila partecipanti. Uno degli organizzatori, Simon Vandereecksen, spiega che “politicamente siamo arrivati ad un punto di saturazione, e personalmente mi rifiuto di stare con le mani in mano”. E come lui lo rifiutano molti altri belgi: il malcontento è estremamente diffuso. L’evento viene twittato, condiviso e rimbalza per tutta la rete, affiancato da un sito e da altre iniziative simili, quale ad esempio Campign16, nel quale si chiede ai partiti e ai deputati di rendere tutte le dotazioni ricevute dallo Stato dopo le ultime elezioni. Geoffroy Hantson, uno degli organizzatori, delinea così il progetto: “Queste persone sono state elette e sono pagate per lavorare. Se non lo fanno, che ci rimborsino”.

NON È UN PAESE PER BELGI – In realtà, a livello regionale i governi locali funzionano piuttosto bene. Dal momento che le istanze separatiste sono da sempre fortissime, l’indifferenza generalizzata nei confronti delle sorti di un governo federale che probabilmente non vedrà mai la luce è ampiamente prevedibile. Del, resto, come ha detto Vandereecksen:

La gente non deve pensare che cliccare “Mi piace” su Facebook o commentare un link sia sufficiente per impegnarsi veramente. No, bisogna che i cittadini scendano in strada per mostrare che noi esistiamo, che ne abbiamo abbastanza dei loro piccoli negoziati portati avanti segretamente, mentre nel frattempo la situazione economica del paese va peggiorando.

Il Belgio. Uno Stato che stenta enormemente a riconoscersi come tale, e che ora si trova ad un bivio decisivo: porre finalmente fine alle sofferenze dell’unità nazionale frammentadosi in delle minuscole entità, o tenere attacca la spina ad un corpo politico e sociale che da tempo non risponde più a nessun impulso, sperando che prima o poi si risvegli dal coma?

Leonardo Bianchi

(Foto: The Belgian War Has Begun)

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