La rifondazione mancata

Che fine ha fatto il progetto della rifondazione comunista? Negli anni ci sono state scissioni, distacchi di singole persone dovute a scelte drammatiche sul governo Dini e su quello di D’Alema fino alle esperienze dei governi Prodi. Sembrerebbe che la questione del governo sia stata la causa delle fratture di questa sinistra. Ancora oggi, è su questo tema che si palesano divergenze, insieme a quello di come, e se, riunificare la sinistra radicale, avendo SeL scelto con nettezza la via della riproposizione del centrosinistra.

Utile per comprendere il retroterra dell’attuale situazione di questa parte della sinistra è il volume di Salvatore Cannavò – Rifondazione mancata (Edizioni Alegre, 2009). Ripercorre la vicenda specificamente di Rc, ne analizza i passaggi, dalla sua nascita a ridosso del Congresso di Rimini del 1991 – nacque il Pds e contemporaneamente il Movimento per la Rifondazione comunista – fino alle esperienze del secondo governo Prodi nel 2006, poi della lista Arcobaleno (2008, la sinistra fuori dal Parlamento), e del congresso di Chianciano con l’ultima e più pesante scissione. La frammentazione di Rc – la rottura con Lucio Magri nel 1995 e quella con Cossutta nel 1998, le divisioni prima e dopo il congresso di Chianciano che hanno dato vita a ben tre formazioni – rinvia alla più generale questione dello scissionismo che ha segnato la storia della comunità politica comunista. Di certo, il centralismo democratico, non tollerando per costituzione il dissenso, ha continuamente causato il fenomeno dei “fuoriusciti”, tacciati di tradimento. Per questo Aldo Natoli, nel Comitato centrale che decretò l’espulsione dei membri de il manifesto, volle sottolineare che si poteva essere comunisti, anche senza avere la tessera del Pci: una lezione da tenere a mente.

Si è sempre sostenuto che questi ricorrenti episodi di fuoriusciti ed espulsi erano dovuti ai tempi di ferro e fuoco; nella vicenda di Rc, dove non vige il centralismo democratico, lo scontro interno e le scissioni continue sono state causate – questa mi pare la spiegazione di Cannavò – più che dalla disomogenea cultura dei gruppi dirigenti (dal cossuttismo filosovietico al femminismo passando per l’ingraismo), dalla mancata elaborazione del lutto per la fine del Pci. Il significato profondo di questo irrisolto rapporto sta nel fatto che in Rc si è riproposto come modello di riferimento il togliattismo, declinato ora come capacità di “fare politica” ora come base di una “terza via”, percepito comunque sempre come la più raffinata delle esperienze del movimento comunista. Rc, e ora la federazione della Sinistra, vede nel vecchio Pci e nella Cgil gli unici possibili orizzonti della sinistra: oltre quelle colonne sarebbe impossibile avventurarsi.

Bertinotti ha condotto una lotta culturale contro lo stalinismo: nella sinistra italiana non è questo il problema, è il togliattismo. Il continuo riaffiorare della nostalgia per il “popolo di sinistra” è il sintomo di questo inestricabile legame con il Pci. Che si ripropone anche con il Pd, considerato comunque componente moderata del “popolo di sinistra”, mentre esso ha come riferimento un composto di nuovismo di ascendenza craxiana e di culto della mediazione e del perbenismo della vecchia Dc.

Rc si è divisa sempre sulle due questioni del governo e dell’unità, e sembrerebbe che nella Federazione della Sinistra serpeggino le inquietudini proprio su questi stessi problemi. È possibile ricomporre oggi le fratture che si determinarono intorno al sostegno al governo Dini nel 1995 e poi nei travagli del primo governo Prodi? Oggi la linea della Federazione della Sinistra di proporre un’alleanza elettorale con il Pd senza partecipare al governo sembra più un espediente per tenere uniti i pezzi che non una prospettiva di costruzione di un’alternativa di sinistra al berlusconismo e al consociativismo. Su questi temi si è misurato Bertinotti. Con la linea di “svolta o rottura” (1998), facendo cadere Prodi, compì una scelta dirompente rivendicando autonomia dall’Ulivo e soprattutto abbandonando la politica dei compromessi in nome dell’unità e responsabilità nazionali di ispirazione togliattiana. È stata la sfida di Bertinotti: andare oltre il Pci, pensando che un’altra sinistra, non compromessa con il centrismo, fosse possibile – un progetto portato avanti non scomponendo e ricomponendo vecchi quanto esausti gruppi dirigenti. La Rifondazione comunista della segreteria Bertinotti si è letteralmente gettata nel movimento di Genova 2001 e si è prodigata perché emergesse una coalizione sociale anticapitalistica sulla base delle intuizioni della cultura no global – critica al potere e all’avanguardismo come la strada verso la democrazia partecipata, centralità dei movimenti sociali, fine del primato del partito per costruire nuove forme della rappresentanza sociale e politica; e, altro elemento rilevante di cultura politica, al mercato capitalistico non venne più contrapposto l’autoritarismo della pianificazione centralizzata, bensì la lotta per la gestione democratica dei commons contro la mercificazione dell’esistenza umana.

Cannavò parla degli anni 2001-2004 – come di una sorta di “biennio rosso”. Cosa ha portato Bertinotti al di qua dei 10 milioni di voti del referendum e del movimento no global? Non punta il dito accusatore, lasciando che sia lo stesso Bertinotti a dirci che troppo ardua era l’impresa che «ci portasse all’organizzazione della politica al di là della tradizione comunista». Il compito è ancora davanti a noi.

Franco Russo

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